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Storia romana

Attilio Mastrocinque

Roma arcaica

Le fonti

La parte pochissimi brani di storici greci che trattarono di Roma, le vicende delle origini, del regno e dei primi secoli della repubblica sono state ricostruite ad opera di storici romani dalla fine del III secolo al I a.C. Essi sono chiamati annalisti, perché scrivevano la storia procedendo anno per anno, e appartenevano per la maggior parte al Senato e alle classi colte e ricche.

Pittore e gli altri annalisti aggiungevano molti racconti ai pochi dati storici che già conoscevano, traendo aneddoti dalla storia greca e adattandoli per creare un’ampia e gloriosa storia del passato di Roma. Ma l’annalistica disponeva anche di notizie storiche autentiche, grazie per esempio ai Fasti che registravano l’elenco dei magistrati che avevano detenuto il sommo potere, grazie ad iscrizioni antiche conservate per secoli come il foedus Cassianum, e grazie agli Annali dei pontefici, che registravano su tavole scrittorie, anno per anno, i nomi dei magistrati e gli eventi più importanti specie dal punto di vista religioso.

Degli annalisti si sono conservati solo dei frammenti. I principali autori che sono stati tramandati e che vanno consultati per ricostruire la storia romana arcaica sono:

  • Tito Livio (I secolo a.C.-I secolo d.C.)

Scrisse dal 25 a.C. una storia dalle origini ad Augusto in 142 libri, raggruppati per argomento, dei quali ne restano solo 35. Per le epoche più antiche, Livio si servì degli storici romani che lo avevano preceduto, ovvero gli annalisti del I secolo a.C.

  • Diodoro Siculo

Tra il 60 e il 30 a.C. scrisse la sua Biblioteca storica, un profilo di storia universale che arrivava fino al 58 a.C. e che procedeva anno per anno.

  • Dionisio di Alicarnasso

Tra il 30 e l’8 a.C. scrisse le sue Antichità romane in 20 libri, che trattavano delle origini di Roma e delle sue istituzioni arrivando fino a 264, data in cui poi iniziavano le storie di Polibio. Il suo scopo era quello di dimostrare come i Romani fossero imparentati con i Greci e, per provarlo, egli studiò usi e costumi di Roma, paragonandoli con quelli greci.

  • Casso Dione (II secolo d.C.)

Tra il 200 e il 210 scrisse una Storia romana in 80 libri da Enea al 229 d.C. Restano i libri XXXVI-LX che coprono il periodo dal 68 a.C. al 47 d.C. Per gli avvenimenti dopo il 47 d.C. disponiamo di una epitome, cioè di un’antologia, redatta dal monaco del XII secolo Giovanni Xifilino che riguarda la storia degli imperatori.

  • Plutarco (II secolo d.C.)

Viene ricordato per le sue Vite parallele, opera in cui ogni singolo personaggio romano famoso viene messo a confronto con un greco altrettanto illustre.

  • Valerio Massimo

La sua attività si colloca al tempo di Tiberio (14-37 d.C.), a cui dedica i suoi Factorum et dictorum memorabilium libri. Si tratta di 9 libri, in cui i fatti storici sono raggruppati per soggetti, ad esempio, religione, sogni, parentele, istituzioni militari, ecc.

  • Varrone (II-I secolo a.C.)

A Cesare dedicò le sue Antichità sacre romane. Della sua produzione letteraria restano però solo dei frammenti e i libri V-X del de lingua Latina. Egli fu il più grande fra gli antiquari romani, studiosi di istituzioni, monumenti, vocaboli e altri fenomeni di rilevanza pubblica o privata, di cui si poteva dare una spiegazione storica. Rispetto agli annalisti, gli antiquari risultano più attendibili dal punto di vista del metodo di ricerca.

  • Cicerone (I secolo a.C.)

Grande oratore romano e importante filosofo, Cicerone fu uno dei leaders della fazione senatoriale della tarda repubblica. Nella guerra civile fra Cesare e Pompeo si schierò con quest’ultimo. Dopo la morte di Cesare divenne nemico di Antonio, dal quale fu fatto uccidere nel 43. Nella Repubblica Cicerone dà un’importante ricostruzione della storia romana delle origini e della sua costituzione.

Particolare è poi l’ORIGO GENTIS ROMANAE, scritto anonimo che faceva parte di un trittico composto dal de viris illustribus e dal Liber de Cesaribus. La tradizione attribuisce queste tre opere a uno storico di origine africana vissuto nel IV secolo d.C., ovvero Aurelio Vittore. In questo trittico si raccontano i fatti da Augusto a Teodosio I (379-395 d.C.), continuando dunque la Storia di Tito Livio.

Le origini della città

Per quanto concerne le origini della città, vi sono a riguardo diverse memorie:

  • Esisteva innanzitutto un’antichissima tradizione mitologica sulle origini della città, protagonisti della quale erano dèi ed eroi romani, come Fauno, Bona Dea ed Ercole;
  • Elementi più solidi provengono dall’archeologia, che ha dimostrato come nell’VIII secolo nel Lazio e nell’Etruria meridionale fosse in atto una tendenza alla concentrazione sociale su pianure lievemente sopraelevate;
  • Secondo invece una tradizione tardo-repubblicana, fu Romolo a fondare Roma, e questo avvenne nel 753 a.C. Romolo avrebbe creato un asilo dove gli schiavi fuggitivi avrebbero potuto trovare rifugio. Questo mito intendeva far risalire alle origini l’uso romano di concedere la cittadinanza agli schiavi liberati, cosa che non accadeva in nessun’altra città antica.

Inoltre, si immaginò che Romolo avesse fondato il potere regale, che avesse creato un Senato di cento membri al quale spettava la scelta del successore al trono, che avesse tracciato il Pomerio, cioè una fascia non edificata dietro le mura che nessuna persona ostile o armata poteva valicare, e che delimitava la sfera dei poteri civili da quella dell’imperio militare dei magistrati (il Pomerio esistette realmente a Roma a partire dall’VIII secolo).

Secondo questa tradizione, inoltre, i cittadini erano divisi in tre tribù, Tizi, Ramni e Luceri, e raggruppati per curie (da *co-viriai, riunioni di viri). Da curia viene il termine Quirites, che designava i cittadini romani.

I re di Roma

La tradizione tardo-repubblicana, infine, indicava come sette i re di Roma:

  1. Romolo
  2. Numa Pompilio. La tradizione gli attribuisce l’origine dei più antichi sacerdozi della città, che furono quelli dei flamines specializzati nel culto delle divinità maggiori, delle vergini Vestali che si curavano del sacro focolare della Regia, la residenza del re, e del fuoco nel tempio di Vesta, e dei Pontefici che erano chiamati ad interpretare il mito;
  3. Tullo Ostilio. Fu un re guerriero. A lui è attribuita la conquista di Alba Longa nella metà del VII secolo;
  4. Anco Marcio. Nipote di Numa Pompilio, viene ricordato per aver stabilito i compiti dei Feriali, collegio di sacerdoti che celebravano i riti preparatori della guerra in modo che di fronte agli dèi essa si configurasse come un bellum iustum;
  5. Tarquinio Prisco. Sotto di lui fu costruito sul Campidoglio il tempio di Giove Ottimo Massimo, uno dei più grandi templi dell’epoca, e nel Foro romano il Comizio, che era il luogo delle assemblee politiche del popolo;
  6. Servio Tullio. È passato alla storia per aver stabilito a Roma il censo, il quale attribuiva ai cittadini diritti e doveri in base alla ricchezza; creò anche le tribù territoriali, in modo da registrare i cittadini in base ai dati anagrafici, ampliò il Pomerio e circondò di nuove mura la città. Alla fine fu ucciso dal figlio di Tarquinio Prisco, Tarquinio il Superbo;
  7. Tarquinio il Superbo. A costui la tradizione attribuisce un comportamento tirannico, ostile sia al Senato che alla plebe. Bisogna ricordare che la tradizione degli ultimi tre re di Roma è storicamente più attendibile perché alcune cronache greche avevano registrato i loro avvenimenti.

Le origini della repubblica

La cacciata dei Tarquini e l’inizio dell’era repubblicana si collocano nel 509: questa è la prima data pressappoco sicura nella storia romana. L’artefice della nuova costituzione fu Lucio Giunio Bruto. L’originario regnum, ereditario e personale, fu sostituito così dalla respublica, cioè la res populi, parola con cui erano designati tutti i fattori pubblici che creavano l’aggregazione sociale, come per esempio i magistrati, nonché due consoli e due questori, i sacerdoti, i comizi, gli auspici, i templi, gli spazi per l’attività politica (il Foro) e per le esercitazioni militari (il Campo Marzio), l’ager publicus, ovvero le terre pubbliche che potevano essere assegnate in usufrutto ai privati, e così via.

Cicerone scriveva: «La repubblica è ciò che è del popolo, ed il popolo è una riunione di gente associata per accordo nell’osservare la giustizia e per comunanza d’interessi».

Magistrature, senato e comizi erano le basi costituzionali dello stato repubblicano. In particolare, la magistratura romana era annuale e collegiale: i magistrati, infatti, non ricevevano uno stipendio ed esercitavano un potere circoscritto nel tempo e limitato dal diritto di veto.

Nel più specifico:

  • Il dittatore era il magistrato supremo, poiché, mentre egli era in carica per una durata massima di sei mesi, i normali poteri magistratuali decadevano. Il dictator veniva nominato da un console e subito dopo sceglieva il suo aiutante, il magister equitum chiamato originariamente magister populi.
  • Il consolato era la magistratura eponima, in quanto la coppia consolare datava l’anno. I consoli, eletti ogni anno dai comizi centuriati, anticamente erano detti praetores, cioè “coloro che marciano alla testa dell’esercito”, in quanto comandanti militari. Essi infatti:
    • Esercitavano le funzioni di capi dell’esercito;
    • Potevano mobilitare due legioni composte di 3000 fanti e 300 cavalieri ciascuna;
    • Erano anche giudici e presidenti delle assemblee;
    • Comunicavano poi con gli dèi attraverso il rito degli auspici, a nome del popolo, ad esempio durante lo svolgimento delle elezioni o prima di intraprendere iniziative importanti.
    • Fino alla metà del V secolo erano proprio loro a fare la lectio Senatus, cioè a stabilire la composizione del Senato, in cui rimanevano a vita gli ex magistrati: nei primi decenni della repubblica venne definendosi in esso il gruppo dei consolari (cioè ex consoli), i Patres appunto, ricchi e di tendenza aristocratica, che crearono una casta conferendo ai loro discendenti il titolo di patricii. Tutti gli altri senatori invece, che potevano anche essere plebei, erano chiamati Conscripti. Il senato più arcaico era formato da 100 membri, che divennero 300 con Servio Tullio e 600 con Silla. Cesare portò addirittura a 900 il numero dei senatori, che Augusto ristabilì a 600.
  • La pretura fu istituita nel 367 a.C.: un praetor urbanus si occupava dell’amministrazione della giustizia, mentre un praetor peregrinus risolveva le controversie fra Romani e stranieri;
  • La questura rappresentava il grado inferiore delle magistrature e i primi quattro questori vennero istituiti come ausiliari dei consoli nella gestione della cassa di denaro pubblico.
  • Per attenuare la contrapposizione fra patrizi e plebei, nel 493 fu creata un’altra magistratura, i tribuni della plebe, che potevano entro lo spazio del Pomerio porre il veto ai provvedimenti dei consoli e intervenire in favore dei plebei.

Mentre alle altre magistrature spettava solo la potestas, nonché l’autorità riconosciuta dal diritto, dittatore, consoli e pretori erano magistrati forniti anche di imperium, cioè del potere di imporre la volontà formulata a nome dello stato entro i limiti segnati dalle leggi.

Per quanto concerne i comizi, le assemblee popolari erano di tre tipi:

  1. Comizi curiati: erano arcaici e si basavano su 30 curie. Venivano convocati per controllare lo sfruttamento delle terre pubbliche;
  2. Comizi tributi: erano diretti dai tribuni della plebe e di solito venivano riuniti nel Foro. Le loro deliberazioni si chiamavano plebiscita, le quali acquisirono valore di legge per l’intera cittadinanza con la lex Hortensia, che concluse la lotta fra gli ordini (287 a.C). Ma l’opposizione dei Patres rese irregolare l’attività di tale organo legislativo;
  3. Comizi centuriati: probabilmente furono creati verso la metà del V secolo e andarono a sostituire quelli curiati. Questi comizi eleggevano ogni anno i consoli e i questori (in seguito eletti dai comizi tributi), decidevano le dichiarazioni di guerra e varavano le leggi. Essi furono concepiti ne plurimum valeant plurimi, “affinché non prevalga la maggioranza numerica” (Cicerone, Repubblica II), ma coloro che più possono dare perché sono ricchi e anziani. Questi comizi dividevano il popolo in 193 centurie in base al censo, calcolato su base monetaria. Ecco dunque che diviene importante la figura del censore, che ogni cinque anni e nell’arco di diciotto mesi faceva il censimento e celebrava il lustrum, cioè la purificazione del popolo, che veniva ripartito in 5 classi censitarie (classis: “leva”) che garantivano maggiori diritti e doveri ai ricchi (i quali costituivano la maggioranza nella prima casta). I censori, dunque, stabilivano la composizione del corpo civico, registrando i nuovi cittadini in una specifica classe censitaria congrua al patrimonio dichiarato. Abbiamo così:
    • Cavalieri 18 centurie
    • I classe 80 centurie fanteria pesante
    • II classe 20 centurie
    • III classe 20 centurie
    • IV classe 20 centurie fanteria leggera, armata di giavellotti, archi e fionde
    • V classe 30 centurie
    • Infra classem 1 centuria inermes, “senza armi”, esonerati dal servizio militare e perciò privi di diritto di voto
    • Fabbri 2 centurie
    • Trombettieri 2 centurie

I censori ebbero, per lo meno nel IV secolo, anche l’incarico di eseguire lavori pubblici e far costruire edifici di comune utilità.

  • Ma questi incarichi erano più propriamente competenze di magistrati plebei chiamati edili. I loro compiti erano infatti articolati su tre curae: annonae (“approvvigionamenti”), urbis (“polizia urbana ed edilizia”) e ludorum (“spettacoli”).

Soltanto i consoli e i pretori da un lato, e i tribuni della plebe dall’altro, avevano il diritto di convocare rispettivamente i comizi centuriati e i comizi tributi, ed agere cum populo o cum plebe. I cittadini si mettevano in fila e deponevano il voto in un’urna. Il votante che approvava la proposta di legge deponeva la tabella con scritto V (uti rogas, “come proponi”), chi invece era contrario deponeva quella con scritto A (antiquo, “resti tutto come prima”). Fra il 138 e il 106 una serie di leggi imposero la prassi del voto segreto.

La famiglia romana

Con la fine del regnum di Tarquinio il Superbo all’interno della famiglia romana colui che occupava il gradino più alto e autorevole della “gerarchia” era il pater familias. Per familia si intendevano le persone, gli animali e le cose che sottostavano al comando (manus) del pater, e dunque la moglie, i figli, i figli adottivi, gli schiavi, i liberti e i clientes.

In particolar modo, la clientela era un’istituzione arcaica, il cui nome probabilmente viene da cluere, “chiamarsi”, visto che i clienti prendevano il nome di colui che se ne era assunta la protezione, ovvero il patronus. Si trattava di stranieri o nullatenenti che si erano entrati a far parte della familia attraverso il rito dell’adplicatio, del “mettersi in ginocchio” di fronte al pater. Fra patronus e cliens c’erano reciprochi obblighi, sanciti dalle leggi pubbliche. I clienti potevano ottenere l’uso della terra attraverso la mediazione dei loro patroni, terra che invece veniva trasmessa in eredità dal padre al figlio (si parla in questo caso di heredia si ricordi che in epoca arcaica l’ager era publicus, quindi terre pubbliche concesse in usufrutto ai privati, il cui sfruttamento veniva controllata dalle 30 curie presenti nella stessa città).

Anche i liberti, cioè gli schiavi liberati, avevano obblighi morali e civili nei confronti di chi li aveva resi liberi. Roma era l’unica città del mondo antico in cui gli schiavi liberati diventavano cittadini attraverso la funzione del pater familias.

Per quanto riguarda il matrimonio, vi erano di esso due forme: una più solenne, tipica delle famiglie patrizie, detta conferreatio, e una più semplice, detta coemptio.

Dal V secolo particolare diviene il sistema dei tria nomina:

  • Normalmente un romano aveva un praenomen personale;
  • Il nomen, di solito desinente in -ius (Valerius), era quello del padre e della gens (nome gentilizio) ed era funzionale alla trasmissione del patrimonio morale ed economico;
  • Il cognomen era personale e non tutti lo usavano: le donne per esempio portavano solo il gentilizio (Tullia, Marcia, Calpurnia), e in ambito giuridico per loro agivano il padre o il marito o eventualmente un procurator (solo le sacerdotesse vergini Vestali avevano capacità giuridica personale).

L'epoca del decemvirato (451-449)

La contesa fra patrizi e plebei creava spesso difficoltà, perché gli uni non riconoscevano la legittimità dell’operato degli altri, e viceversa: ad esempio, l’elezione dei consoli veniva di frequente messa in discussione perché i patrizi riuscivano quasi sempre ad eleggere due dei loro, dal momento che detenevano molta ricchezza ed erano la maggioranza nella prima classe censitaria.

Fu per questo che nel 451 si sentì la necessità di una legislazione scritta nel campo del diritto privato e penale, e 10 saggi furono investiti dei massimi poteri con l’incarico di scrivere delle leggi (decemviri legibus scribundis): furono così redatte le leggi delle Dodici Tavole. In queste i Decemviri furono particolarmente ostili alla plebe (essi proibirono per esempio i matrimoni fra patrizi e plebei, divieto che durò soltanto cinque anni), ma una sommossa popolare cacciò i Decemviri e ristabilì le magistrature.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tonnina di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Verona o del prof Mastrocinque Attilio.
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