Riassunti per esame di storia moderna – Prof. Azzarà
Premessa: Pareto, Moeller e i possibili usi di Nietzsche
Classe contro classe?
Vilfredo Pareto, parlando della terza classe dei residui e del tramonto del cristianesimo presso i popoli civilizzati, notava nel 1916 (a prima guerra mondiale in corso), come questa religione fosse stata ormai sostituita durante il diciannovesimo secolo “dal culto dei santi socialisti, dei santi umanitari e soprattutto dal culto dello stato e del dio popolo”. Adesso infatti, dal momento in cui l’entusiasmo cristiano si è mutato in entusiasmo “sociale” o “umanitario”, ecco che “tutto va sacrificato al bene del popolo”.
Nello svolgimento del conflitto politico-sociale tra le classi si poteva constatare come l’avvento della nuova fede socialista si accompagnasse ad un curioso fenomeno di codardia e autolesionismo presso le classi dominanti: “mentre di continuo i partiti avversari della “borghesia” pubblicano in libri, opuscoli, giornali, che la vogliono annientare, distruggere”, molto raramente accade il contrario o per lo più “non c’è nessun borghese che, neppure in un momento di stizza, nemmeno per scherzo, ardisca rispondere: “Dite di volerci distruggere? Venite avanti. Siamo noi che distruggeremo voi.” Era a suo avviso proprio questa la strada indicata orgogliosamente da uno spirito bizzarro come il Nietzsche.
Arthur Moeller van den Bruck si impegnava a sottolineare il “significato epocale” del nietzscheanesimo, non esitando ad indicarlo come spartiacque e punto di riferimento per ogni aspirazione di rinascita culturale e politica della Germania e poi dell’Europa. Ma che nel far ciò si faceva al contempo notare per la spregiudicata irriverenza con cui aveva saputo argomentare il proprio dissenso, anche molto aspro e provocatorio, verso il pur venerato profeta dei tedeschi contemporanei.
Moeller, Nietzsche e la rivoluzione conservatrice
Moeller van den Bruck è stato identificato dalla sinistra intellettuale come un personaggio bizzarro. Moeller rimane in fin dei conti “un impressionista di molte letture”, ovvero l’autore di una “pubblicistica moraleggiante e politicizzante”. Alcuni sostengono che il suo nietzscheanesimo stilistico si riduce spesso a un noioso “ammucchiarsi di aforismi senza legame logico e sostanziale”, come è attestato anche dallo scarso seguito di pubblico conseguito in quegli anni.
Però, all’indomani della sconfitta della Germania e dello scoppio della Rivoluzione di Novembre, si fa addirittura determinante il suo ruolo sul piano divulgativo e organizzativo, ma anche su quello più strettamente teorico. E questo sia per le formule politiche che Moeller ha escogitato, consapevole per esperienza professionale dell’importanza della propaganda, sia per alcune intuizioni e anticipazioni a volte sorprendenti. Non è in alcun caso possibile allora studiare e nemmeno immaginare la rivoluzione conservatrice tedesca, nella novità che essa rappresenta rispetto alle tendenze conservatrici precedenti, prescindendo dalla “scuola” di Moeller.
La riflessione su Nietzsche è in Moeller per lo più e fin dai suoi esordi non un riferimento rigoroso sul piano teoretico o filologico, ma il richiamo implicito a un “precedente colto”, a un’autorità spirituale riconosciuta che persino nei suoi tratti in apparenza più eretici era già in quegli anni anche una potente fonte di legittimazione del discorso. Le tappe della sua lettura sono scandite da una serie di interventi interessanti, dedicati esplicitamente a Nietzsche. Interventi che ci consentono di ripercorrere alcuni momenti chiave della ricezione del filosofo tedesco. E di ricostruire con ciò il mutamento della sua immagine in quella complicata temperie culturale a cavallo di due secoli che ospitava a un tempo la crisi dell’alterigia aristocratizzante dei ceti intellettuali tedeschi e la gestazione della rivoluzione conservatrice.
L’interesse di questi testi sta anche nel fatto che proprio attraverso una continua reinterpretazione di Nietzsche – assieme ad un costante sforzo di comprendere gli eventi che dall’acme del secondo Reich porteranno la Germania allo scontro con i “popoli vecchi” che dominavano l’Europa e il mondo, alla sua crisi e alla sua sconfitta militare e di lì sino alla Repubblica di Weimar – si dipana in essi la progressiva maturazione della proposta filosofico-politica dello stesso Moeller.
Tre fasi storiche, tre letture di Nietzsche
La riscoperta di Moeller fornisce un contributo utile anche alla storia della storiografia nietzscheana. Consentendoci così di ricordare come i problemi, gli eventi e i mutamenti storici che seguono l’epoca di un autore così importante, quando sono profondi e spostano i rapporti di forza tra i gruppi sociali e persino tra le aree geopolitiche, non possono che cambiare a loro volta in profondità anche la comprensione del pensiero di questo autore e l’uso che ne viene fatto.
Il punto di partenza della riflessione di Moeller, con cui è d’accordo anche Brandes, è la considerazione di Nietzsche come un autore interamente legato al secondo Reich. Egli riflette cioè il “militarismo predominante nel nuovo Impero Germanico”, tanto che non si può non riscontrare in lui “qualcosa dello spirito di Bismarck”.
Per Arno J. Mayer il culto di Nietzsche è stato “riflesso, profezia e strumento di autoconservazione del vecchio ordine in tutta Europa”, nel senso che le idee di Nietzsche, che “servivano come arma nella battaglia contro il livellamento politico, sociale e culturale” della società di massa incipiente, in realtà “rispecchiavano e razionalizzavano prassi di dominio correnti”. E sappiamo come anche Norbert Elias abbia respinto ogni autoattribuzione di inattualità e abbia inserito per intero Nietzsche nelle trasformazioni sociali degli ultimi decenni del XIX secolo. “Con la sua sopravvalutazione della potenza nella scala dei valori umani e la sua sottovalutazione della debolezza sociale e del codice morale borghese, Nietzsche in realtà non fa che esprimere in forma riflessa e sul piano della più elevata universalità filosofica le tendenze di sviluppo prevalenti nella società imperiale tedesca del suo tempo”.
Anche William Altman definisce Nietzsche come “filosofo del secondo Reich”. Altman sostiene piuttosto che l’autoidentificazione di Nietzsche come “buon europeo”, “spirito libero” e difensore dello scetticismo tedesco rispecchia la posizione di precaria indipendenza che caratterizzava la Germania nelle questioni internazionali negli ultimi anni del XIX secolo.
Gyorgy Lukacs afferma certamente con nettezza che la filosofia di questo autore, nel suo contenuto e nel suo metodo, è determinata dalle lotte di classe del suo tempo. Egli fu contemporaneo alla fondazione del Reich e delle speranze e delusioni ad essa relative. Della caduta di Bismarck, della Comune di Parigi, come della nascita dei grandi partiti proletari di massa. E però Lukacs riconosce anche come il pensiero di Nietzsche, proprio a partire da questa determinatezza storica, sia riuscito ad andare ben oltre il proprio tempo. A “sollevare e risolvere” – sebbene in forma mitica e secondo le tendenze reazionarie della borghesia – i principali problemi del periodo successivo. Nietzsche non solo ha visto la decadenza come fenomeno fondamentale dell’evoluzione borghese del suo tempo, ma ha anche preteso di mostrare la via per superarla. E proprio questa intenzione ha fatto sì che ad un certo punto anche per lui siano apparse in qualche modo attraenti le lotte del movimento socialista. Lotte nelle quali finisce per avvertire – per quanto in maniera distorta e nell’ambito di un giudizio nettamente negativo – i segni di un possibile risanamento della società. Nietzsche riesce allora secondo Lukacs a insegnare alla borghesia europea il gradito senso di essere ribelli e il piacere di una più profonda rivoluzione. Una rivoluzione che nel dirigersi chiaramente contro le masse, è capace però di affascinare anche queste ultime, ammantando il progetto revanscista aristocratico-borghese con un’espressione patetico-aggressiva che ne nasconde il carattere egoistico. E dandogli piuttosto il senso populistico di una missione sociale che accompagnerà il conflitto ideologico in tutto il secolo successivo.
Anche Domenico Losurdo ha mostrato alcuni anni fa come il rapporto strettissimo di Nietzsche con il suo tempo non escluda affatto l’eccedenza del suo pensiero: mette in luce la sua capacità di leggere in profondità e in controluce quelle questioni fondamentali che si sarebbero di lì a poco squadernate e che avrebbero sconvolto la combinatoria ottocentesca delle categorie politiche. In questo senso è certamente vero che Nietzsche, come esponente massimo della “tendenza radical-aristocratica”, si è opposto al “populismo autoritario e regressivo”. E cioè è vero che Nietzsche ha guardato in maniera sdegnata ai tentativi della reazione di conquistarsi una base popolare di massa e di utilizzare in maniera spregiudicata a questo scopo le armi dello “sciovinismo” e dell’“antisemitismo”.
E però, continua Losurdo, oltre a tutto questo è altrettanto vero che a un certo momento nel suo pensiero si produce uno scarto: “Nietzsche constata il tendenziale emergere, già all’interno dell’ordinamento esistente, di un regime politico di tipo nuovo”. Si nota come nel tardo Ottocento anche gli “organismi rappresentativi tendono a trasformarsi in qualcosa di radicalmente diverso” e cioè in qualcosa che non ha più il compito di limitare e controllare il potere esecutivo, ma deve semmai sostenere il leader politico del momento e amplificarne il carisma (il riferimento è alla quarta fase di Losurdo: fase del radicalismo aristocratico). Facilitandole la presa sulle masse soprattutto nel momento in cui l’agitazione nazionalistica è incaricata di richiamare il popolo alla sua unità, nell’urgenza di un conflitto con l’esterno.
Secondo Losurdo si delineano in lontananza per Nietzsche “nuovi esperimenti”, “nuove possibilità”. La stessa lotta di classe, la stessa potenza energetica implicita nelle masse possono forse essere deviate e utilizzate per promuovere cambiamenti politici imprevedibili, che vanno già al di là del XIX secolo e alludono a un ordine gerarchico dai tratti innovativi.
Il susseguirsi degli eventi e il mutare delle costellazioni politiche retroagiscono inevitabilmente sulla lettura delle direttrici fondamentali della storia europea che le pagine di Nietzsche ispirano ai suoi interpreti. E proprio la scoperta di queste tematiche politico-sociali e l’esplicitazione dell’aspetto di eccedenza che Nietzsche manifesta rispetto al proprio tempo è particolarmente visibile nel magistero che questo autore ha esercitato sulla rivoluzione conservatrice, nel momento in cui questa corrente ha cercato di utilizzare le lenti del filosofo per confrontarsi con problemi che erano però via via sempre diversi rispetto a quelli del tempo di Nietzsche. In altre parole: la scoperta e la sempre più accentuata evidenziazione di questa eccedenza, assieme ai progressivi riaggiustamenti che essa ha comportato nell’immagine di Nietzsche, ha scandito la genesi della rivoluzione conservatrice.
Capitolo primo: Nietzsche come profeta fallito di anarchismo culturale e come “ciandala” aristocratico
Alla fine dell’Ottocento, Arthur Moeller è un giovane autodidatta, refrattario alla disciplina universitaria. È pronto a fuggire da ogni responsabilità familiare e dalla leva obbligatoria per intraprendere un’intensa vita da bohèmien che da lì a qualche anno lo vedrà lasciare la Germania per Parigi, per poi condurlo a viaggiare a lungo in Italia e in mezza Europa, prima del rientro in patria. Si interessa prevalentemente di letteratura contemporanea e lavora a una rassegna che verrà pubblicata in più opuscoli dal 1899 in avanti e sarà raccolta in volume nel 1902. Si sottolinea la presenza di un ampio intervento dal titolo di non facile decrittazione “tschandala Nietzsche”.
Sensibilità artistica e produzione di una nuova storia
1. Per Moeller in questo momento Nietzsche è soprattutto un artista e un poeta, più che un autore significativo sul piano teoretico. “Nella sua personalità l’elemento poetico è stato sì dall’inizio determinante ed ha assunto presto un ruolo di dominio assoluto”. Mentre la volontà di pensiero e di percezione logica si trovava in lui in una linea assolutamente discendente, con il passare del tempo e con il maturare del suo stile, al contrario, “la nostalgia del sentimento, il desiderio di vivere in maniera personale la conoscenza, si è fatto … sempre più intenso”. Da qui la scelta di inserire questo autore, che altri interpreti collocavano nel campo della filosofia, in una rassegna di natura prevalentemente letteraria. Non sembra un caso che sin dall’inizio proprio i poeti e i letterati si siano sentiti particolarmente affascinati dal pensiero di Nietzsche e ne abbiano tratto ispirazione.
Fatto sta che proprio quello estetico è per Moeller il terreno sul quale misurare la carica innovativa dell’opera di Nietzsche. Se nella “Nascita della Tragedia” ha fornito la psicologia della creazione artistica, in quanto tale, ha colto cioè l’unità di una legalità generale, che caratterizza il processo di creazione artistica di tutti i popoli; nello “Zarathustra” Nietzsche giunge ad una nuova visione artistica dei fenomeni, e dà addirittura vita ad una nuova grammatica dell’espressività poetica. Lungo un percorso che lo ha portato a rovesciare le categorie dominanti dell’estetica sette-ottocentesca e a procurarsi una misura del tutto nuova con la quale poter valutare la poesia, la pittura e la musica, riconducendole non più alla sensibilità individuale, ma alla potenza fondativa del mito. Egli infatti cambia definitivamente per i tempi futuri il modo di fare e di fruire l’arte.
Non per questa prevalenza della sua vocazione estetica, però, il Nietzsche artista deve essere condannato ad occupare un ruolo meno rilevante sul piano della comprensione della realtà, della storia e della politica. Moeller sostiene che la provenienza delle rappresentazioni politiche dagli ambiti in origine non del tutto politici della letteratura artistiche sarà sempre un elemento caratteristico di interpretazione delle diverse epoche culturali.
Nietzsche introduce una rivoluzione in campo letterario: a partire dal suo rovesciamento dell’estetica, l’arte cessa di essere un mero risultato culturale, cioè qualcosa di accessorio che scorre in maniera schematica accanto alla vita, per divenire semmai un fattore culturale e identificarsi perciò con la vita stessa, con i suoi misteri, con le sue domande profonde.
Proprio Nietzsche ci ha fatto poi comprendere una volta per tutte, secondo Simmel, che “il valore di un’epoca storico-artistica nella quale un genio del grado più elevato si solleva accanto ad un gran numero di talenti inferiori, sarà per noi incomparabilmente superiore a un’altra nella quale operano un gran numero di talenti degni di stima”. Si capisce allora il ruolo privilegiato dell’artista di genio. L’opera del genio è come un termometro che registra e rende visibili i mutamenti sotterranei della storia, è l’espressione più distinta del proprio tempo.
“Poesia e ricerca storica sono affini”, dirà a sua volta Oswald Spengler in polemica soprattutto contro il materialismo storico, e proprio l’artista è in realtà il vero storico, in quanto egli vede le cose in divenire. È un compito, quello dell’artista autentico, che rivela infine un intimo significato superiore in momenti particolarmente cruciali della storia, come quello che l’umanità europea proprio in quegli anni, al passaggio tra due secoli, si trovava a fronteggiare. Si manifestava improvvisa, infatti, l’irruzione di una nuova era. Tutto stava cambiando attorno agli uomini, come le diverse letterature non potevano evitare di registrare se volevano farsi espressione della “vita di oggi”, ovvero della “vita moderna”. Sono i consueti toni e argomenti della scoperta della vita metropolitana e dei suoi ritmi accelerati all’esordio della società di massa, che ritornano spesso tali e quali. È un vero e proprio cambio d’epoca, allora, il profilarsi di una “nuova Kultur”, il ritmo di una civiltà nuova, una sorta di “rinascimento del Rinascimento”. E cioè una “svolta della storia” della quale Nietzsche, come sappiamo, è visto sin d’ora come pienamente consapevole.
Genio estetico-pedagogico, “individualismo” e rottura della tradizione
(prima interpretazione: Nietzsche come genio estetico-pedagogico) Affinché tutto questo possa accadere al più presto e in maniera compiuta è necessario però che l’umanità moderna si adatti a questo ritmo mutato e che vi si adatti tendenzialmente “nella propria totalità”. È necessario, cioè, che questa umanità impari a “vivere e creare secondo esso”. Le intuizioni dell’arte non bastano di per sé, se non si fanno vita concreta e vissuta nel funzionamento della società: per ottenere...
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