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La trasformazione del mondo antico e l'inizio del medioevo

Il mondo ellenistico-romano e la diffusione del cristianesimo

Gli indoeuropei furono popoli rozzi e nomadi provenienti dalle steppe euroasiatiche che, giunti nella fascia omonima, si fusero con le popolazioni locali e diedero vita a nuove civiltà rurali. Dal Mediterraneo verso est si trovano Persia, India e Cina. La Persia (Iran, Iraq e parte di Afghanistan e Pakistan) fu conquistata da Alessandro Magno nel 331 a.C. e inglobata nell'impero dei Parti a metà secolo; quest'ultimo lottò a lungo con l'Impero Romano per Mesopotamia, Siria e Armenia, in un conflitto inaspritosi con l'ascesa dei Sasanidi e conclusosi nel VII secolo a.C. L'impero dei Parti – comprendente le valli di Tigri ed Eufrate e a est una zona più arida – conservò l'impronta ellenistica nonostante l'influsso dei mongoli nomadi ai confini.

L'India, sottoposta alla dinastia Gupta dal 470, raggiunse con essa il suo massimo splendore fra IV e V secolo; fu una civiltà creata dagli Ariani e basata su un forte sfruttamento dell'agricoltura. La Cina, infine, fondata negli ultimi due millenni prima di Cristo nella piana del fiume Giallo e anch'essa a base agricola, si stabilizzò in seguito al periodo dei "regni combattenti" e divenne un impero nel 246 a.C., grazie a Shih Hwang-ti, il quale istituì uno Stato accentrato e lo difese dalle incursioni mongole costruendo nel 215 la Grande Muraglia. La frontiera fu poi consolidata dalla dinastia Han, la quale realizzò una fitta rete di insediamenti militari secondo una struttura ripresa poi dai limitanei romani.

Fra II e III secolo vi furono violente lotte sociali e nuove incursioni degli Unni, che portarono prima alla divisione in tre regni e quindi alla riduzione dell'Impero alle sole province meridionali. La situazione cinese andrà riassestandosi nel VII secolo, mentre il Mediterraneo visse a lungo situazioni analoghe. Gli indoeuropei giunsero in Europa negli ultimi due millenni prima di Cristo: comparvero i Celti, presenti già nella Germania renana, e da lì dilagati nelle regioni balcaniche e danubiane, nelle isole britanniche, in Gallia e fino all'Italia centrale, dove furono bloccati dai Romani e fusi con i latini per contenere i Germani. È opportuno sottolineare le somiglianze fra i sistemi difensivi adottati in Cina e quelli poi ripresi dai Romani, che con Adriano rinforzarono i confini naturali e con Traiano edificarono il vallo a lui dedicato.

Il limes separava – idealmente in maniera netta – le foreste dei Germani – da poco sedentari e dotati di una struttura economico-sociale primitiva – dal mondo delle città. Questa struttura, di origine ellenica e assimilata dai Romani durante la conquista di Siria, Macedonia ed Egitto, fu da loro estesa all'area mediterranea (ma anche a Gallia, Britannia e zona interna dei Balcani) e portò all'omogeneità fra Stati diversi, che iniziarono a relazionarsi. Questi contatti furono resi possibili dalla particolare struttura di tali città, che erano dei punti di riferimento per le zone circostanti: anzitutto l'assenza di mura – comparse nel III secolo a causa delle invasioni – e la presenza di un centro amministrativo, detto urbs, sfruttato dagli abitanti della civitas circostante (comprendente case contadine e ville).

La campagna era organizzata in centurie razionalizzate da direttrici (cardo e decumeno, prolungamenti degli assi urbani principali), separata dal nucleo con un tratto intermedio detto suburbio, sede di ville ed edifici urbani. La costruzione di anfiteatri e il finanziamento di spettacoli erano a carico dei comizi curiati – piccoli senati locali formati da latifondisti – che sfruttavano gli appalti pubblici per concludere affari. L'aristocrazia usava le proprie risorse per concorrere all'innalzamento del decoro civile e religioso della città, dedicandosi a filantropia e letteratura e acquistando per le proprie ville libri greci e latini, spesso per semplice vanto (Trimalcione).

Fra I e II secolo fiorì la cultura e la scrittura si diffuse anche fra le classi meno abbienti o estranee a quelle dei funzionari politici e religiosi; contemporaneamente nuovi bisogni spirituali portarono al crollo del culto politeistico, soppiantato da nuove correnti filosofiche e culti salvifici orientali (Cibele e Mitra, dio Sole, Iside e Osiride), professati in associazioni basate sull’impegno morale. Anche in Asia, intanto, presero piede Mazdaismo, Confucianesimo e Buddismo, che parevano le uniche dare una risposta a temi quali il dolore e la morte.

A Roma, nel IV secolo, trionfò infine il Cristianesimo, dopo aver rivaleggiato soprattutto col culto militare di Mitra, grazie alla scelta che ne fece Costantino e alla difficoltà di conciliare le pratiche orgiastiche degli altri culti con la morale romana. Il Cristianesimo stesso divenne maggioritario solo dopo essersi liberato dei propri toni apocalittici e contestatari ed essersi strutturato in una gerarchia rassicurante per l'Impero, formata da presbiteri, vescovi e diaconi. Paolo di Tarso avviò poi un sistema dottrinale del messaggio evangelico, istruendo le comunità cristiane con visite e Lettere; la sua predicazione fu principalmente urbana – in quanto tale era il mondo romano – e da qui il termine pagani, coniato per indicare le popolazioni della campagna (pagus) che continuavano a ignorare il Messaggio.

Il rapporto con queste masse divenne più difficoltoso con l'instaurarsi, dal II secolo, del connubio fra politica e religione, che portò all'abbandono del messaggio di carità originale. Si diffuse presto diffidenza nei confronti del Cristianesimo, per cause più politiche che religiose, come l‘assimilazione di questi agli Ebrei, noti ribelli. Essa sfociò in ostilità fra II e III secolo, quando l'Impero cercò di arginare la crisi intervenendo in ogni settore e accentuando il carattere sacrale del potere politico, fatto inaccettabile per i cristiani.

All'origine della crisi, più acuta in Occidente, ci furono la crescita abnorme delle città e l'abbandono dei terreni agricoli, ormai improduttivi; presto furono insufficienti anche i rifornimenti orientali e, con l'aggiunta delle spese militari necessarie a respingere i Germani, l'economia crollò definitivamente: crebbe l'inflazione e le monete vennero svalutate, contribuendo così all'aumento dei prezzi. La scarsità dei metalli preziosi fu causata dallo squilibrio della bilancia commerciale fra Occidente e Oriente: il primo spendeva nel secondo più di quanto vi guadagnava e il prelievo fiscale non era sufficiente a livellare la situazione. A questo si aggiunsero carestie, epidemie e rivolte contadine, arginate temporaneamente da alcuni imperatori illuminati.

Personaggio chiave fu Diocleziano, acclamato dall'esercito nel 284, che si occupò di economia e amministrazione: legò contadini, commercianti e artigiani alle proprie attività, impedendone la mobilità e, con un decreto del 301, fissò prezzi e salari; istituì infine la tetrarchia, tenendo per sé il titolo di primo Augusto, figura fortemente sacrale. Nel 303, temendo la capacità critica di scavare nelle coscienze del Cristianesimo, ne avviò la persecuzione. Fu il successore Costantino a intuire le potenzialità di un connubio fra Cristianesimo e potere e, con l'Editto di Milano, restituì ai cristiani libertà di culto e beni confiscati: contemporaneamente, divenne pontefice del culto pagano e figura chiave nelle questioni cristiane. La Chiesa iniziò a darsi un assetto organizzativo e a elaborare una dottrina definitiva.

L'ordinamento ecclesiastico andò a ricalcare quello imperiale: il raggio d'azione di ciascuna Chiesa locale coincideva con quello del municipio e si decise che il vescovo della Chiesa metropolita fosse preminente su quelli del resto della provincia. I compiti dei metropoliti (arcivescovi) consistevano nel consacrare i vescovi, esercitare la giurisdizione di appello sulle loro decisioni e presiedere i sinodi. Le principali sedi vescovili (Roma, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme e Costantinopoli) presero il nome di patriarcati; quando, nel 303, la capitale dell'impero fu spostata da Roma a Costantinopoli, la prima perse il suo primato (sancito dal riconoscimento che Valentiniano III tributò a papa Leone Magno), che divenne semplicemente onorifico.

A monte del dibattito dottrinale era invece l'esistenza di due concezioni del Cristianesimo: una escatologica ed estremista, basata sull'Apocalisse di Giovanni e principio primo dei Donatisti, i quali negavano la legittimità dei preti indegni (osteggiati proprio perché pericolosi per la gerarchia); e una più moderata. Quest'ultima accettava le debolezze umane, rifiutando ogni interpretazione dualistica del Messaggio, proposta invece da Gnosticismo (contrapposizione fra Dio irraggiungibile e mondo materiale) e Manicheismo (lotta incessante fra bene e male). Difficoltosa invece la definizione della natura del Cristo.

La polemica esplose nel IV secolo con il diffondersi dell'Arianesimo, basato sull'idea che la natura del figlio di dio incarnato fosse inferiore a quella del padre. Per rispondere a questa corrente Costantino – non ancora battezzato – convocò nel 325 il Concilio Ecumenico di Nicea e – mirando a salvaguardare la pace religiosa soprattutto nella già sedata e cristianizzata Asia Minore – condannò la dottrina di Ario. Si assistette quindi all'affermarsi di una figura imperiale paladina della religione, alla nascita di una dottrina propriamente cattolica (in quanto accettata da un’ampia selezione rappresentativa della cristianità) e, da questo momento, si può parlare correttamente di eresie come dottrine contrarie a quella cristiana, considerabile ora universalmente accettata.

L'Arianesimo si affermò però fra i germani occidentali del primo Medioevo, mentre il Donatismo si propagò nelle campagne, ed entrambe furono esempi di un risultato imperfetto del concilio, spesso anche sfruttate per mascherare ideologie rivoltose. I temi di discussione fra le varie fazioni religiose – come quello cristologico, che indebolì i confini di Siria ed Egitto dinanzi a Persiani e Arabi – si incentrarono anche su Maria: per i Nestoriani, per esempio, era madre di Cristo (umano) e non di Dio (divino). Un punto fermo si pose nel Concilio di Calcedonia (451), quando Cristo fu dichiarato Dio e uomo, secondo un'ottica avversa ai Monofisiti.

Mentre si definiva l'organizzazione ecclesiastica, nei deserti di Siria ed Egitto si sperimentava il monachesimo, forma di vita cristiana basata sul distaccamento dalla società. Una penitenza simile – nata tempo prima in India – si diffuse nel mondo ellenico di Alessandro e fu ripresa poi dai buddisti, ma tutti questi tentativi si erano conclusi con l'organizzazione degli asceti in comunità; nel mondo greco era diffusa fra le comunità filosofiche, ed era nota anche nel mondo giudaico.

Il monachesimo cristiano nacque invece in Egitto nel III secolo, realizzando nella maturità una sintesi delle precedenti esperienze. Inizialmente era la scelta di uomini e donne poveri e ignoranti, sfiduciati dalle speculazioni intellettuali, che cercavano la solitudine completa nei modi più bizzarri, all'interno di tombe o sopra alberi e colonne di pietra (stiliti), vivendo un'esistenza particolarmente difficile (anacoretismo, Antonio). Si diffuse presto una tendenza meno estrema (cenobitismo, Parcomio), scelta da penitenti che preferirono la vita in comunità – ispirata ai principi della Chiesa primitiva – organizzando la vita monastica in momenti ben scanditi.

Fra questi, Basilio di Cappadocia (Turchia) promosse la costruzione di nuovi monasteri e indirizzò loro le Regole (ammaestramenti e indicazioni). In esse istituì la figura del superiore, detto abate in Occidente e igumeno in Oriente. Il cenobitismo di Basilio fu assorbito dall'aristocrazia di Roma – nonostante apparentemente inconciliabile con la sua struttura sociale – e fu grazia a esso che si realizzò la più efficace conservazione culturale del primo Medioevo. Particolarmente apprezzati furono i monaci pellegrini, cui si ispirarono moltissimi che poi fondarono comunità monastiche latine in Palestina; tra loro Gerolamo, nobile dalmata che fu eremita in Siria e tornò a Roma nel 382 per insegnare l’ascetismo alle donne, venendo allontanato dopo la morte di una di loro.

In Occidente nacquero colonie eremitiche ovunque: Cassiodoro, collaboratore del re ostrogoto Teodorico, nel 540 si ritirò a vita privata e fondò in Calabria il Vivarium, un monastero originale, centro di cultura ancor prima che di ascesi; suo obiettivo era fondere scrittura sacra e profana e raggiungere così la perfezione cristiana, in un progetto però impegnativo che alla sua morte non proseguì (ma consentì la conservazione di testi e programmi di studio poi sfruttati nel Medioevo). Il monachesimo in Gallia è legato a Martino di Tours, militare che abbandonò la vita bellica per l'ascetismo e, divenuto vescovo, fuse vocazione monastica e vita pastorale; e Giovanni Cassiano, attivo in Provenza.

Il più noto asceta gallico fu Onorato, fondatore del monastero di Lérins, centro in cui si mescolarono cenobiti e anacoreti sul modello delle laure di Palestina (celle separate, spesso scavate nella prete, con una chiesa in comune). Poco noto è il monachesimo in Gran Bretagna, Spagna e soprattutto in Irlanda, particolare per la mancata colonizzazione romana e, quindi, priva di un'organizzazione municipale che permettesse l'istituzione di vescovadi (sostituiti nelle funzioni dagli abati).

Il monachesimo di Benedetto da Norcia fu a lungo considerato punto d'arrivo di tutte le esperienze monastiche, mentre oggi la sua figura è stata ridimensionata a quella di abate di Montecassino e redattore della Regola, scritta nel 540, da lui stesso definita integrabile con altri testi. La cosiddetta Regola Magistri, a lungo vista come una rielaborazione dell'opera di Benedetto, è oggi considerata la sua principale fonte e collocata cronologicamente fra il 500 e il 530. Seppure, secondo questa tesi, Benedetto non fornì quindi una sua visione originale né espresse la volontà di fondare un nuovo ordine, a lui va il merito di aver realizzato la migliore sintesi possibile dell'esperienza monastica orientale e occidentale, motivando la grande importanza data al lavoro manuale, seppure il valore ascetico del fatto in sé già fosse stato sottolineato (ora et labora).

L'occidente romano-germanico

I Germani furono definiti una razza pura già da Tacito, secondo un'idea ripresa – erroneamente – dagli umanisti nazionalisti tedeschi: in realtà furono nella preistoria un'accozzaglia di popoli diversi, conseguenza della fusione fra indoeuropei e indigeni dell'Europa del Nord, che acquisirono caratteri unificanti soltanto in fase storica. Si possono distinguere tre gruppi d'origine: quello settentrionale in Scandinavia e Danimarca, quello orientale fra Older e Vistola e quello occidentale nell'attuale Germania a est del Reno.

Il primo contatto con i Romani fu nel II secolo a.C., quando Mario sconfisse Cimbri e Teutoni giunti in Spagna, Gallia e Italia, portando a una situazione nella quale le fazioni si fronteggiavano dalle due sponde del Reno. Anche le popolazioni germaniche attuarono sperimentazioni socio-politiche e commerciali, avviando scambi con i Romani nei periodi di pace; grazie alle opere etnologiche di Tacito e Cesare è noto che furono mobili e bellicosi, con un'economia primitiva basata su caccia, allevamento e raccolta. Lo sfruttamento disattento dei terreni agricoli (pratica del debbio) fu deleterio e li costrinse a continui spostamenti e ripartizioni, che avvenivano pacificamente fra i clan: non si può però parlare di comunismo in quanto i capi di bestiame, i beni più ambiti, rimanevano proprietà individuali.

La struttura sociale si basava sulla guerra e l'unica gerarchia era quella dei duces, capi militarmente prestigiosi con potere magico-sacrale di derivazione nobiliare (adalingi), soggetti al controllo degli anziani e dotati di potere arbitrale in tempo di pace. I Germani erano un popolo di eguali e l'unico strumento di emersione era la capacità in guerra: i comitatus, gruppi di giovani guerrieri dediti alle scorrerie, che si aggregavano attorno a un leader emerso per le proprie virtù guerresche, inizialmente si scioglievano dopo ogni impresa, ma divennero poi permanenti; essi portarono alla comparsa di un capo militare unico e all’emersione di élites militari slegate dall'appartenenza tribale, che combattevano attorno al proprio capo e non sulla base ei nuclei parentali di appartenenza.

All'origine dell’evoluzione ci fu l'influenza di lusso e gerarchie Romane, recepita soprattutto dai Goti. Questi furono i “Germani dell'Est”, i quali partirono dalla Scandinavia e nel II secolo d.C. si stabilirono a nord del Mar Nero, acquisendo le caratteristiche dei popoli incontrati: mutarono il metodo di combattimento a cavallo per il nuovo habitat, pianeggiante e non boscoso, e istituirono una gerarchia sociale che portò alla creazione di monarchie tribali militarizzate.

Anche i Germani occidentali penetrarono nell'Impero e, dal I secolo, il loro apporto militare si rivelò indispensabile, tanto che nel III erano ormai prevalenti: l'impero superò la crisi accogliendo Franchi, Burgundi e Alemanni nelle regioni lungo il Reno e respingendo i Goti lungo il Danubio, tentando di ridurne l'aggressività favorendone la conversione al Cristianesimo; si sfruttò qui il vescovo Ulfila, che nel 341 tradusse in gotico alcuni passi della Bibbia. L'arrivo degli Unni, nomadi turco-mongoli, sconvolse questo equilibrio: essi inglobarono Alani, Ostrogoti (Goti dell'ovest) e Visigoti, costringendo questi ultimi – già legati ai Romani da un’alleanza – a farsi accogliere dall'Impero in Tracia (Romania) e ripagare il proprio mantenimento difendendo i confini. La disorganizzata orda unna fu frenata dai...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher VeronicaSecci di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Tognetti Sergio.
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