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Il dibattito storiografico – L’incastellamento in Italia: il castello, a partire dall’età del Romanticismo, si

configura nell’immaginario collettivo come l’emblema stesso della civiltà medievale, caratterizzata

dall’insicurezza della vita e dal predominio politico e sociale della nobiltà feudale.

Emblematico è il caso dell’incastellamento nel Lazio, nei secoli IX-XII, che significò una rivoluzione

nell’organizzazione del paesaggio attraverso una concentrazione degli uomini in aggregati rurali più o

meno grandi e più o meno compatti, intorno ai quali i singoli settori produttivi formavano anelli concentrici a

produttività decrescente. 9 – L’Italia fra poteri locali e potestà universali

9.1 – La frantumazione politica dell’Italia: il quadro politico della penisola era assai frammentato. L’Italia

settentrionale (esclusa Venezia, formalmente dipendente da Bisanzio, ma di fatto autonoma) e buona parte

di quella centrale formavano il Regno d’Italia. Puglia, Basilicata, Calabria meridionale e Campania costiera

erano bizantine.

Al centro della penisola c’erano poi le due vaste signorie di Montecassino e di S. Vincenzo al Volturno.

Dotate di immunità, erano poste sotto la speciale protezione (defensio) degli imperatori. Il papato, invece,

esercitava in maniera incerta e discontinua la sua signoria su buona parte di Lazio, Umbria e Marche, ma

rivendicava una sua funzione universale in ambito sia religioso sia politico.

Infine gli arabi avevano completato nel 902 la conquista della Sicilia, dalla quale muoveranno per le loro

incursioni in tutto il Mezzogiorno e il Mediterraneo occidentale.

9.2 – Il Regno d’Italia: Il regno italico, dopo la deposizione di Carlo il Grosso nell’887, fu attribuito da

un’assemblea di nobili a Berengario, marchese del Friuli, iniziatore di una serie di re che si susseguirono

in modo rapido ed avventuroso. Egli fu sconfitto da Guido da Spoleto. Alla sua morte salì al trono il figlio

Lamberto.

Arnolfo di Carinzia, al quale fece appello papa Formoso (891-896), si sbarazzò di Lamberto, e,

riconosciuto re dai feudatari italiani nell’894, fu incoronato imperatore nell’896. Arnolfo però morì nell’899,

lasciando campo libero nuovamente a Lamberto. E questi nuovamente a Berengario, che subito si

impegnò, sia pur con esito disastroso, contro gli invasori ungari. Ludovico di Provenza fu così incoronato

imperatore.

Nel 905, Berengario riuscì a vincere Ludovico e a rispedirlo in Francia, dopo averlo fatto accecare. Nel 915,

essendo riuscito ad espellere i Saraceni e a rendere più sicura Roma dalle loro incursioni, ottenne dal papa

Giovanni X la corona imperiale. Ma nel 924 fu ancora sconfitto da Rodolfo di Borgogna. Il quale dopo due

anni fu costretto a cedere il trono a Ugo di Provenza, che lo tenne ininterrottamente fino al 946.

Nel 950, morto Ugo e suo figlio, salì al trono il marchese di Ivrea Berengario. Ma già un anno dopo il re di

Germania scese in Italia, fu accolto dalla feudalità che gli fece atto di sottomissione così come Berengario,

che riuscì così a conservare il regno in qualità di vassallo di Ottone.

9.3 – Il papato in balìa dell’aristocrazia romana: con la deposizione di Carlo il Grosso e la crisi

dell’impero, il papato si privò del sostegno del potere imperiale. L’aristocrazia romana divenne arbitra

dell’elezione papale e compì ampie usurpazioni del patrimonio fondiario della Chiesa. Tutto questo, mentre

la città appariva sempre più immiserita e spopolata, e sul soglio pontificio si succedevano rapidamente

pontefici che portavano sempre più in basso il prestigio della dignità papale (ben 21 tra l’887 e il 962).

9.4 – Ottone di Sassonia e la restaurazione dell’impero: l’esistenza all’interno del regno di Germania di

ducati che avevano pur sempre uno sfondo etnico non impedì, tuttavia, che già nel corso del X secolo

cominciasse a formarsi lentamente una coscienza nazionale tedesca, a cui contribuì fortemente Ottone di

Sassonia.

Egli sostituì i duchi e i maggiori funzionari pubblici con membri della sua famiglia, anche se non sempre

essi corrisposero alle sue aspettative. Più regolare si rivelò invece l’appoggio dei vescovi, che Ottone

coinvolse appieno nel governo di città e contee, facendone dei signori territoriali in grado di disporre di

consistenti nuclei armati.

Egli ebbe però il merito di esigere da loro un pari impegno e serietà in campo religioso e missionario. Tutto

ciò comportava ovviamente piena libertà per il re nella scelta di vescovi e abati, che egli trasse sempre da

famiglie a lui strettamente legate. Nello stesso tempo veniva incoraggiata la ripresa degli studi, che vedeva

impegnate soprattutto le grandi abbazie. Naturale coronamento di un’attività a così vasto raggio fu

l’incoronazione imperiale, che avvenne in San Pietro a Roma del febbraio del 962.

9.5 – La politica italiana degli Ottoni: sceso in Italia nel 961 per cingere prima la corona d’Italia e poi

quella imperiale, Ottone vi rimase quattro anni, durante i quali cercò di risollevare le condizioni del papato.

Giovanni XII fu deposto e l’imperatore si assunse la responsabilità di garantire per il futuro la correttezza

dell’elezione papale, attribuendosi il diritto di giudicare l’eletto prima della consacrazione (Privilegium

Othonis del 962).

Dopo un soggiorno di un anno in Germania, Ottone nel 966 era di nuovo in Italia, dove rimase questa volta

sei anni. Dopo aver fatto incoronare imperatore il figlio Ottone II (967-983), volse la sua attenzione verso

l’Italia meridionale, tentando di imporvi la sua autorità tramite le nozze fra Ottone II e la principessa

bizantina Teofane.

Ottone I morì nel 973, e la situazione italiana sfuggì di mano ad Ottone II. A Roma, l’aristocrazia romana

aveva ripreso ad imperversare sul papato; i Saraceni di nuovo facevano scorrerie in Calabria e lungo le

coste; i Bizantini non avevano nessuna intenzione di onorare i patti matrimoniali.

Allora toccò ad Ottone III, il quale si proponeva di guidare la Cristianità alla felicità terrena e alla salvezza

eterna, governando a stretto contatto con il pontefice, per cui, appena asceso al trono, si trasferì a Roma,

insediando la corte sull’Aventino e nominando a pontefice un suo parente e cappellano di corte, Gregorio

V (996-999).

Il suo programma di restaurazione imperiale prevedeva inoltre la sottomissione di tutte le potestà terrene,

comprese le monarchie fino ad allora indipendenti. Il risultato fu una sollevazione di feudatari italiani,

capeggiati dal marchese Arduino d’Ivrea, nel 999. Ottone III lasciò quindi la città e morì poco dopo, nel

1002.

9.6 – Arduino d’Ivrea primo re nazionale? Ad Ottone III successe il cugino Enrico II, che lasciò cadere

subito i progetti di potere universale del suo predecessore, concentrando tutti i suoi sforzi sulla Germania,

di nuovo alle prese con lo spirito di indipendenza dell’aristocrazia e con la pressione degli Slavi alle

frontiere.

In Italia venne incoronato re a Pavia nel 1002 Arduino d’Ivrea, ma già nel 1004 Enrico II valicò le Alpi, e

dopo aver sconfitto Arduino, ottenne a Pavia la corona di re d’Italia. Il marchese d’Ivrea non si diede per

vinto e si mantenne in armi per dieci anni ancora, ma, ripetutamente sconfitto, dovette desistere.

9.7 – Il potere locale e l’emergere di nuovi ceti: bastava che gli imperatori tedeschi si allontanassero

dalla penisola e riemergevano prepotentemente le tendenze autonomistiche dei signori locali, che solo

formalmente riconoscevano l’autorità regia e imperiale. A rendere la situazione politica del regno italico

particolarmente intricata contribuiva il fatto che non si era avuta la formazione di grandi principati territoriali,

in grado di coordinare e disciplinare le forze signorili locali.

La vitalità delle città si era accresciuta grazie alla politica ottoniana di appoggio ai vescovi, i quali

risiedevano appunto in città, e non potevano sottrarsi al condizionamento della comunità cittadina, alla

quale, tra l’altro, spettava teoricamente il diritto di eleggerli, essendo pur sempre in vigore l’elezione a clero

et popolo.

Che le città italiane fossero dei soggetti politici già attivi prima della nascita dei Comuni, è dimostrato dal

caso di Milano. Qui l’arcivescovo Ariberto, nel 1030, si trovò unitamente ad altri grandi feudatari

(capitanei) in contrasto con i rispettivi valvassori (milites secondi), che rivendicavano il diritto di

trasmettere i loro feudi agli eredi.

Il nuovo imperatore Corrado II pensò allora di approfittare del conflitto, per riaffermare in Lombardia

l’autorità imperiale, emanando a favore dei valvassori nel 1037 la Constitutio de feudis, con la quale

assicurava l’ereditarietà ai feudi minori e il ricorso al tribunale imperiale contro gli abusi dei grandi. Volle

quindi processare l’arcivescovo Ariberto, ma in favore di questo intervennero i milanesi, per cui Corrado

dovette tornare in Germania.

9.8 – Città e poteri signorili in Italia meridionale: processi simili a quelli fin qui descritti per il regno italico

erano in atto anche nel Sud della penisola, sia nei territori longobardi sia in quelli sotto il dominio di

Bisanzio. Amalfi in primo luogo, ma anche Gaeta, Napoli, Salerno, Bari, Otranto, Taranto e Reggio

traevano vantaggio dal collegamento con il mondo bizantino e con quello arabo, allora in piena fioritura

economica e commerciale.

La loro struttura sociale si veniva differenziando, con l’emergere di nuovi ceti, legati all’artigianato e al

commercio. Una grande spinta alla costruzione di castelli venne dalle incursioni dei Saraceni, degli Ungari

e dei Normanni: qui veniva garantita la difesa di quanti ne vivevano all’ombra, diventando anche uno

strumento per attirare coloni in zone spopolate, che i signori, soprattutto ecclesiastici, volevano valorizzare

e mettere a coltura.

I Bizantini svolsero una azione a vasto raggio, tesa ad assicurare il consenso alla loro dominazione anche

da parte della popolazione longobarda della Puglia e della Calabria, guadagnandosi l’appoggio dei vescovi

o sottomettendoli al patriarca di Costantinopoli.

Il dibattito storiografico – La politica italiana degli imperatori tedeschi: la più recente storiografia

tende a dare al coinvolgimento politico degli Ottoni in Italia motivazioni complesse: non soltanto l’attrazione

esercitata dall’ideologia politica di ascendenza romana, ma anche motivi occasionali legati alle frequenti

interferenze che allora i sovrani compivano nella vita delle formazioni politiche di altre aree.

10 – Splendore e declino di Bisanzio

10.1 – La grecizzazione dell’impero: alla fine dell’VIII secolo, l’impero bizantino comprendeva poco meno

della metà dell’attuale Turchia e la Tracia orientale, nonché le città greche di Atene, Patrasso e Corinto, e i

territori dell’Italia sottratti alla conquista dei Longobardi.

L’impero ebbe però la forza di resistere e di passare addirittura al contrattacco verso la metà del IX secolo,

recuperando parte dei territori perduti. La riforma avviata dagli imperatori Maurizio ed Eraclio mirava a

radicare nel territorio i soldati, detti stratioti, rendendoli nello stesso tempo colonizzatori e proprietari delle

terre.

Parallelamente si favorì anche il formarsi di una piccola proprietà di contadini liberi, principale base

economica e finanziaria dello Stato, che vivevano infatti in comunità di villaggio. L’impero bizantino fu

insomma costretto a rinunciare alle sue pretese di dominio universale, acquistando un carattere più

orientale, oltre che più rurale.

Il latino fu sostituito dal greco; la grecizzazione investì anche il titolo imperiale, non più imperator ma

basileus; il diritto romano cedette il passo a consuetudini orientali, come il taglio del naso e l’accecamento.

Di impronta orientale erano anche la compenetrazione tra vita civile e religiosa e l’accresciuta influenza

sociale della Chiesa.

10.2 – La controversia sul culto degli immagini: la controversia iconoclasta, la lotta cioè contro il culto

delle icone, partì dalle province orientali dell’impero, più influenzate dall’Islamismo e dal Giudaismo. Le

province, inoltre, essendo in prima linea nella resistenza contro gli attacchi dei nemici dell’impero,

rivendicavano una maggiore autonomia dal governo centrale e dall’alto clero.

Quando salì al trono Leone III l’Isaurico (717-741), con un decreto del 726 proibì il culto di tutte le

immagini, ordinandone la distruzione. Il figlio Costantino V (741-775) proseguì con decisione ancora

maggiore la politica paterna, riportando anch’egli vittorie su Arabi e Bulgari, e colpendo duramente i monaci

ribelli. In Grecia e in Italia, però, le popolazioni accolsero con indifferenza o ostilità i provvedimenti

iconoclastici.

10.3 – La fine dell’iconoclasmo e le oscillazioni della politica sociale: nel 787, il VII Concilio

ecumenico di Nicea condanno l’eresia dell’iconoclasmo. La soluzione definitiva però tardo ancora. Con

Leone V, infatti, si ebbe un ritorno al potere della corrente iconoclasta, sia pur senza le asprezze del tempo

degli imperatori isaurici. La contesa sarà chiusa solo nell’843 dall’imperatore Michele III (842-867), il quale,

richiamandosi al Concilio, riaffermò la liceità del culto delle immagini.

Alla minore pressione esterna degli arabi è da collegare la ripresa della grande proprietà terriera.

Nonostante la protezione della legge, i contadini impoveriti e impotenti a far fronte ai loro doveri fiscali

preferivano cedere le loro terre ad un potente e mettersi sotto la sua protezione, come avveniva in

Occidente.

L’imperatore Niceforo Foca (963-969), esponente di una grande famiglia aristocratica, emanò addirittura

leggi a tutela dei potenti, favorendo la concentrazione delle terre nelle loro mani. I suoi successori

Giovanni Zimisce e Basilio II (976-1025) ripresero invece la politica antinobiliare, vietando la cessione

all’aristocrazia fondiaria dei beni dei piccoli proprietari; il che provocò vaste rivolte della nobiltà di provincia.

10.4 – Il rafforzamento del potere imperiale e la ripresa dell’espansione territoriale: l’imperatore, vero

e proprio rappresentante di Dio in terra, capo dell’esercito e dell’amministrazione, garante della giustizia e

della pace, era anche il difensore della Chiesa e della vera fede.

Il patriarca Fozio per evitare l’imposizione del potere imperiale alla Chiesa (cesaropapismo), teorizzò

l’equivalenza dei due poteri, ma non riuscì a cambiare una situazione ormai consolidata. L’imperatore

decideva in merito all’elezione del patriarca e legiferava anche in materia di fede. Ne risultò un legame

strettissimo tra Stato e Chiesa, sempre all’insegna di un’indiscussa egemonia del potere imperiale.

A tale rafforzamento contribuirono anche i successi militari, come il potenziamento della marina, la

riconquista di Edessa da parte di Romano Lecapeno (943-944), di Creta (961), Aleppo (962) e Siria e

Antiochia (969) da parte di Niceforo Foca, di Libano e Palestina da parte di Giovanni Zimisce.

Contro russi e bulgari, invece, le vittorie si alternarono a gravi sconfitte, e fu Romano Lecapeno a trovare

con essi alleanze di compromesso. Fu più avanti Basilio II a sterminare i bulgari e a far riprendere a

Bisanzio il controllo dell’intera area balcanica.

Approfondimento – Il fuoco greco, arma segreta dei Bizantini: la resistenza di Costantinopoli ai violenti

assalti di Avari, Arabi, Bulgari e Russi fu resa possibile, oltre che dalle formidabili mura della città, anche

dall’impiego di un’arma segreta, il cosiddetto “fuoco greco”, una miscela di petrolio, calce viva, pece,

zolfo, etc., che prendeva fuoco a contatto con l’acqua.

10.5 – La concorrenza e lo scisma tra Chiesa greca e Chiesa romana: la cristianizzazione degli Slavi e

delle altre popolazioni pagane dei Balcani e della Russia, che si traduceva in ampliamento dell’influenza

politica, se non sempre del dominio di Bisanzio, avveniva però in concorrenza con la Chiesa di Roma e con

i Franchi.

Un vero e proprio conflitto scoppiò per il controllo della Chiesa bulgara. Dopo un violento scambio di lettere

con il papa, in cui veniva denunciata l’ingerenza della Chiesa romana nell’area di influenza del patriarcato

di Costantinopoli, Fozio nell’867, richiamandosi alla “disputa del filioque” (la dottrina della derivazione

dello Spirito Santo non solo dal Padre ma anche dal Figlio), fece scomunicare il papa. La questione cadde

dopo la deposizione di Fozio.

La situazione riespose a metà dell’XI secolo, quando alla guida delle due Chiese vennero a trovarsi prelati

intransigenti, nemici di ogni compromesso: papa Leone IX a Roma e Michele Cerulario a Costantinopoli.

L’ìmperatore Costantino X inviò una delegazione per il dialogo, ma essa fallì e vi fu così una scomunica

reciproca.

10.6 – Economia urbana e produzione artistico-culturale: nel IX e X secolo, la moneta bizantina era

forte sui mercati internazionali. Costantinopoli era il più importante centro commerciale e produttivo del

Mediterraneo ed ora nota in tutto il mondo per la produzione di stoffe e sete.

Sui commerci e le attività produttive era assai forte il controllo dello Stato. Tutti i mestieri erano organizzati

in corporazioni, che operavano sotto il controllo delle autorità statali: erano infatti queste a regolare i prezzi

e le modalità di vendita e acquisto del prodotti.

Le città, e Costantinopoli in primo luogo, erano anche sede di un’intensa attività artistica e culturale. Leone

VI pubblicò in greco moderno una raccolta di leggi in sessanta libri, i Basilici. Michele Psello invece,

grande filosofo, storico e teologo, fece rinascere le antiche scuole di Costantinopoli ed esercitò una grande

influenza sulla corte.

10.7 – L’inizio del declino e il costoso aiuto veneziano: con la fine della dinastia macedone, nel 1056,

cominciò un mezzo secolo di lotte per il potere tra alta burocrazia e nobiltà della capitale, da una parte, e

aristocrazia fondiaria delle province dall’altra. La vittoria di quest’ultima portò all’abbandono della politica a

sostegno della proprietà contadina e alla concessione di ampi privilegi ai signori fondiari, esentati anche dal

pagamento delle tasse.

Intanto si riducevano le risorse finanziarie dello Stato in seguito alla riduzione del numero dei contribuenti e

agli sprechi della corte per le donazioni, le feste e le opere edilizie. Tutto questo, mentre aumentava di

nuovo la pressione sulle frontiere ed era necessario trovare i mezzi per arruolare truppe mercenarie,

perché la rovina della piccola proprietà contadina privava lo Stato dell’apporto militare degli antichi stratioti.

Il pericolo veniva da tutte le parti. Ad oriente, i Turchi selgiuchidi; ad occidente i Normanni dell’Italia

meridionale. Quest’ultimi, dopo aver espulso dall’Italia i Bizantini ed essersi impadroniti di Durazzo,

puntarono addirittura alla conquista di Costantinopoli. L’imperatore Alessio Comneno (1081-1118) chiese

l’aiuto di Venezia, che effettivamente sconfisse i Normanni per mare, ma chiese un compenso alto e un

commercio libero da tasse e dazi.

Il risultato fu che in breve tempo i Veneziani divennero arbitri della vita economica dell’impero, risucchiando

la maggior parte delle sue risorse finanziarie.

Il dibattito storiografico – E’ esistito un feudalesimo bizantino? Il feudalesimo bizantino è un tipo

particolare di feudalesimo, poiché mentre ad occidente i rapporti vassallatico-beneficiari sopperivano alla

dissoluzione degli Stati carolingi, ad oriente lo Stato mantenne un suo saldo apparato amministrativo

centrale e periferico e l’economia mantenne un carattere decisamente monetario.

III – L’apogeo della civiltà medievale

11 – Incremento demografico e progressi dell’agricoltura nell’Europa dei secoli XI-XIII

11.1 – L’aumento della popolazione: agli inizi del nuovo millennio è certo che la popolazione europea,

dopo il calo dei secoli III-VI e la stagnazione di quelli seguenti, era di nuovo in aumento. Ovunque era in

atto un aumento delle terre messe a coltura attraverso impegnative opere di dissodamento, disboscamento

e bonifica. Le città si ripopolavano e diventavano centri di scambi e di attività produttive. Salivano i prezzi

dei prodotti agricoli, che ora trovavano nel mercato cittadino uno sbocco molto più consistente che nel

passato.

In Inghilterra, grazie al Domesday Book (1080-86), sappiamo che la popolazione del periodo era di

1.100.000 abitanti, contro i 3.500.000 del XIV secolo (triplicata). In Italia la popolazione è raddoppiata dal

1000 al 1400 balzando da 5 a 9-10 milioni (raddoppiata).

11.2 – L’ampliamento dello spazio coltivato e del popolamento rurale: in Italia e Francia meridionale,

l’espansione delle coltivazioni avveniva a spese di quelle zone incolte che costituivano parte integrante

delle curtes e dei territori dei villaggi, per cui non si avevano spostamenti di popolazione e l’opera di

dissodamento era il risultato di un contratti tra il proprietario terriero (che concedeva terra e sementi) e il

coltivatore (che pagava in natura).

I più solleciti nello stipulare patti agrari appaiono gli enti ecclesiastici e soprattutto i monasteri. I documenti

chiamavano i nuovi centri abitati villenuove o borghi franchi, questi ultimi con chiaro riferimento alle

particolari condizioni giuridiche di cui godevano i loro abitanti. Nella sola zona di Parigi si contavano ben

500 villenuove fra XI e XIII secolo, mentre più di 200 ve ne erano nella Pianura Padana.

L’immagine tradizionale del popolamento medievale per nuclei compatti corrisponde solo in parte alla

realtà. La costruzione di nuove dimore per i contadini avveniva sparsamente per i campi. Si trattava di case

di legno, elevate su basi in muratura. Inoltre si procedeva alla chiusura dei campi mediante siepi e segnali

di vario genere, per impedire soprattutto l’ingresso di animali.

Talvolta i nuovi villaggi non di rado scomparivano quando la terra messa a coltura si rivelava alla distanza

poco produttiva, perché posta a quote troppo alte o per le insufficienze delle tecniche agrarie del tempo.

11.3 – Le grandi opere di colonizzazione: nelle aree costiere dei Paesi Bassi, nell’Alto Medioevo

scarsamente popolate perché disseminate di paludi e acquitrini, sorgevano isolotti abitati da pescatori e da

produttori di sale. Nell’arco di due-tre secoli l’intera zona fu bonificata attraverso la creazione di grandiose

dighe, capaci di impedire l’invasione del mare durante l’alta marea, e di canali di drenaggio per liberare le

terre dalle acque. Sulle aree recuperate, si procedette poi ad impiantare aziende agrarie e di allevamento,

raggiungendo grandi livelli produttivi.

In Spagna il ripopolamento e la messa a coltura di nuove terre procedevano insieme al movimento di

riconquista, da parte dei cristiani, dei territori occupati dagli Arabi nel secolo VIII. In Germania, i principi

territoriali si diedero ad incoraggiare con privilegi e carte di libertà i contadini disposti a impegnarsi nella

valorizzazione delle loro terre, e diedero vita a una grandiosa “spinta verso Oriente”.

11.4 – L’evoluzione sociale delle campagne: in Germania i signori dovettero porsi il problema di evitare

la partenza dei loro contadini. All’inizio adottarono provvedimenti di natura poliziesca, tentando di riportare

indietro con la forza i fuggiaschi, ma ben presto si resero conto che l’unico intervento possibile era quello di

venire incontro all’esigenza di maggiore libertà, sia personale sia di iniziativa economica, espressa dal

mondo rurale.

Vi fu così il riconoscimento di usi e consuetudini locali, e la possibilità di gestire in proprio servizi di

interesse comune, quali la riscossione delle imposte e la polizia campestre. La tendenza era quella di

ridurre la riserva padronale e di estendere l’area a diretta gestione dei coltivatori, riducendo parallelamente

il numero di prestazioni d’opera.

11.5 – I progressi dell’agricoltura: fondamentale importanza viene riconosciuta all’introduzione, nelle

terre di nuova colonizzazione, di tecniche di aratura capaci di smuovere terreni pesanti nonché ricchi di

radici d’albero e sassi, quali erano quelli appena sottratti ad acquitrini e foreste. Particolarmente adatto si

rivelò per esse l’aratro pesante, reso stabile da due ruote. Era in grado di incidere più in profondità il

terreno e di smuovere le zolle, sollevandole e rovesciandole.

Data però la sua pesantezza, era necessario, per azionarlo, disporre di un traino animale numeroso, di

almeno quattro buoi. Un’altra novità fu costituita dall’abbandono della tradizionale bardatura, formata da

una cinghia di cuoio tenero, che stringeva l’animale alla gola, ostacolandogli la respirazione. Ad essa fu

sostituito nell’XI secolo un collare rigido, che poggiava sulla spalla del bue. Questo sistema consentì di

impiegare nell’aratura il cavallo, tramite zoccolatura. Ma il cavallo era pur sempre un bene costoso sia per

l’acquisto che per il mantenimento.

A partire dal IX-X secolo, fu introdotta la rotazione triennale. Delle tre parti in cui era divisa la terra, una era

destinata alla tradizionale semina autunnale di frumento, la seconda alla semina primaverile di avena, orzo

e legumi, la terza era lasciata a riposo. La superficie improduttiva si riduceva così dalla metà ad un terzo e

in questo modo si riduceva anche l’impoverimento del terreno.

11.6 – Due modelli di agricoltura: la rotazione triennale era di più difficile adozione nell’Europa

mediterranea, dove le primavere sono brevi e asciutte. Vennero così a formarsi due modelli di agricoltura:

quella dell’Europa centro-settentrionale, caratterizzata dalla rotazione triennale, dall’impiego dell’aratro

pesante e dai campi aperti, con strisce di terra lunghe un centinaio di metri; quella dell’Europa

mediterranea, caratterizzata dalla rotazione biennale, dall’aratro leggero, da un più forte individualismo

agrario e da campo quadrati e chiusi.

Ma il motivo per cui l’agricoltura medievale non raggiunse ottimi risultati fu la scarsità di concime. Questo

avvenne perché gli animali in genere erano allo stato brado.

12 – La ripresa del commercio e delle manifatture

12.1 – Caratteristiche del commercio nell’Alto Medioevo: la circolazione di derrate alimentari è

documentata tra VIII e X secolo lungo il corso del Po e dei fiumi della Francia del Sud, ma siamo informati

anche del commercio in tutta Europa di prodotti di industrie specializzate: oggetti di metallo, di ceramica,

tessuti e abbigliamento.

Le popolazioni più attive erano quelle che si trovavano nei punti di incontro tra aree economiche diverse: i

Veneziani, tramite fra mondo bizantino ed Europa centrale, gli Amalfitani, che collegavano l’Italia del

centro-sud con i mercati bizantini e arabi, i Frisoni attivi fra i porti del mare del Nord e del Reno, i

Vichinghi, tramite fra il mare Baltico e i mercati bizantini ed arabi, e gli Ebrei, intermediari intercontinentali.

12.2 – La formazione di un sistema economico unitario: la situazione comincia a cambiare già nel

corso del X secolo, quando assistiamo a due fenomeni nuovi: l’ampliarsi del ceto dei mercanti di

professione e la crescita di importanza delle fiere.

Nel corso dei secoli XI-XII si attuò il collegamento tra l’area mediterranea e quella nordica, attraverso

l’integrazione tra rotte marittime e itinerari fluviali e terrestri. I prodotti del Nord-Europa che penetrarono in

un’area vastissima, dalla Russia al Mediterraneo, furono soprattutto i panni franceschi, della Fiandre

(Belgio), di cui si faceva un grande commercio alla fiere di Champagne (Francia), il più grande mercato

internazionale del tempo.

Essi garantirono a lungo la pace nella religione e fornirono ai mercanti scorte armate lungo le strade di

accesso alle fiere nonché agevolazioni fiscali e garanzie di ogni genere. Nella fase di massima fioritura le

fiere di Champagne svolsero, tuttavia, un ruolo che è stato paragonato a quello delle olimpiadi del mondo

greco, favorendo l’incontro periodico di mercanti che parlavano varie lingue e avevano usi e costumi

diversi. Qui nacque lo spirito europeo.

Tra i prodotti acquistati dai mercanti italiani c’erano soprattutto i tessuti delle città delle Fiandre. A loro volta

vendevano le merci di cui si rifornivano nei mercati orientali e soprattutto in Egitto. Il collegamento tra area

mediterranea e area nordica fu perfezionato a partire dalla seconda metà del XIII secolo dalla creazione di

rotte marittime tra Mediterraneo e Mare del Nord attraverso lo stretto di Gibilterra e le coste dell’Atlantico:

rotte sulle quali dall’inizio furono particolarmente attivi i Genovesi.

12.3 – I miglioramenti dei trasporti: la prima innovazione fu l’introduzione, nel XII secolo, della bussola,

proveniente dalla Cina. Di uso generalizzato divennero invece, nel corso del XIII secolo, i portolani, una

sorta di guide per naviganti, compilate da esperti uomini di mare, che descrivevano con precisione le

caratteristiche delle coste e dei porti. Ad essi si affiancarono poi le carte nautiche.

Nello stesso tempo si costruirono navi sempre più grandi e sicure, oltre che più manovrabili, per soddisfare

le nuove esigenze del commercio e della guerra. L’intensificazione degli scambi portò all’emergere di nuovi

assi viari. Il più importante in direzione nord-sud era quello che dall’Italia, superando i valichi del

Moncenisio e del San Bernardo, attraversava la pianura francese e arrivava nelle Fiandre. Altri assi viari

importanti dal punto di vista commerciale erano quello Francia Occidentale-Boemia-Polonia e quello

Dortmund-Magdeburgo.

Approfondimenti – Le navi del Mediterraneo: nel complesso è possibile individuare due tipologie

principali: la nave allungata a propulsione mista (remi e vela) e quella tonda, a propulsione velica.

Il primo tipo era rappresentato soprattutto dalla galea, molto allungata e bassa sul livello del mare. Dotata

di velatura assai semplice, era per la sua velocità particolarmente adatta alla guerra e alla pirateria, nonché

al trasporto di merci pregiate e poco ingombranti.

Ad esclusiva propulsione velica era invece la nave tonda, molto alta sul livello del mare e poco veloce. In

compenso la sua capacità di carico (stazza) era notevole, in media tra le 150 e 500 tonnellate.

12.4 – Le merci del commercio internazionale: la novità del commercio dopo il 1000 è costituita

dall’aumento notevole delle merci in circolazione: non più prevalentemente articoli ricchi e di facile trasporto

(spezie, stoffe, pietre preziose e profumi), ma merci di ogni tipo, tra cui anche grossi quantitativi di generi

alimentari.

Il grano era esportato verso Genova, Venezia e Pisa dall’Italia meridionale, dalla Dalmazia e dal Mar Nero;

per il sale della Sicilia, della Sardegna e della Baleari lottarono a lungo le tre città succitate; il vino si

esportava in grandi quantità dalla Grecia, da Rodi, da Cipro, dalla Francia e dall’Italia meridionale.

L’Inghilterra esportava enormi quantità di lana verso le Fiandre e l’Italia; il cotone siriano, ottimo, era preda

dei Genovesi e dei Veneziani.

Una merce erano anche gli schiavi, in genere negri, slavi, turchi, greci e spagnoli, venduti e comprati in

numerosi mercati dell’Europa centrale, della Spagna, dell’Asia Minore e dell’Africa settentrionale. Erano

richiesti soprattutto per i lavori domestici, ma i più robusti venivano utilizzati dai sultani per le loro truppe

scelte di mamelucchi.

12.5 – Il ruolo del mercante: artefice dell’integrazione fra aree a diversa specializzazione produttiva e

della creazione di un sistema economico unitario fu il mercante. Il commercio, essendo sempre in agguato

briganti e pirati, si avvalse della lettera di cambio o cambiale tratta. Queste lettera veniva scritta dal

debitore ad un suo corrispondente, con l’ordine di pagare il suo debito al presentatore della lettera o a un

suo delegato. Questi, a sua volta, attraverso un atto di procura, poteva cedere il suo credito ad un terzo,

dal quale aveva fatto acquisti.

In questo modo si veniva a formare una intensa circolazione fiduciaria, che permetteva di regolare i

pagamenti attraverso la semplice compensazione, riducendo l’uso della moneta solo alle operazioni di

saldo.

La forma più efficace di protezione fu rappresentata, tuttavia, dalla diversificazione dei propri investimenti.

Si formava così una vera e propria società, molto diffusa nelle città di mare, detta commenda, mediante la

quale il mercante in procinto di partire per un viaggio di affari (commendatario), di cui erano precisate sia le

tappe che le finalità, raccoglieva somme più o meno consistenti da vari finanziatori, i quali, conclusa

l’operazione, avrebbero partecipato agli utili o alle perdite dell’operazione in rapporto alla quota versata.

Alla commenda, praticata ancora per tutto il Medioevo, si sostituì la societas maris o contratto di

compagnia, che si differenziava dalla prima perché la società era stipulata non più per un solo viaggio, ma

per un determinato periodo e per molteplici operazioni commerciali. Società di questo tipo erano invece da

tempo diffuse per il commercio terrestre, e svolgevano anche una attività bancaria, accettando depositi e

facendo prestiti.

Approfondimenti – La colonna amalfitana: una forma di capitalismo democratico? Ad Amalfi fu

ampiamente diffuso nei secoli (XI-XII) il contratto di colonna, una forma particolare di società mercantile,

che si creava tra tutti coloro che partecipavano a una determinata impresa marittimo-commerciale, limitata

ad un viaggio.

I mercanti, il padrone della nave, i marinai e il capitano si vedevano riconosciuti, al momento della partenza

e in base al valore del suo apporto, delle quote, diremmo oggi delle azioni, in base alle quali venivano

liquidati, al ritorno, i profitti ed eventualmente le perdite. Questa organizzazione commerciale era

caratterizzata dalla presenza di un gran numero di piccoli operatori, costretti ad associarsi per scarsa

disponibilità di capitali.

12.6 – La ripresa della monetazione aurea: visto il progressivo intensificarsi del particolarismo politico, il

diritto di battere moneta era diventato prerogativa di molti signori laici ed ecclesiastici, ed in seguito anche

di molte città. Nella seconda metà del XII il denaro di Pisa, di Lucca e di Genova avevano 0,5-0,6 grammi

di argento puro.

Monete così scadenti potevano andare bene per i piccoli traffici locali, ma non per quelli a carattere

internazionale, per i quali si usavano abitualmente monete d’oro arabe o bizantine. Quando però anch’esse

cominciarono a perdere di prestigio in conseguenza sia del declino di Costantinopoli sia della riconquista

cristiana della Spagna, i mercanti dell’Europa cristiana si dovettero porre il problema di dotarsi di una

moneta stabile e capace di circolare ovunque.

L’iniziativa fu presa da Venezia, che coniò, probabilmente nel 1202, il grosso d’argento, del peso di

grammi 2,18, con 2 grammi di argento puro. Ma il volume degli scambi richiedeva l’uso dell’oro. Fu

Federico II a riprendere nel 1231 la coniazione dell’oro, facendo battere nel Regno di Sicilia l‘augustale.

12.7 – Artigianato e attività manifatturiere: tra XI e XII secolo si vennero aggiungendo nuove categorie di

artigiani, specializzati in determinate attività, che lavoravano non più o non solo per la ristretta clientela

locale, ma per un mercato più ampio, spesso a carattere internazionale.

Il settore di punta dell’industria medievale fu senz’altro quello tessile, e quello laniero in particolare, nel

quale già nel XII secolo le città delle Fiandre avevano raggiunto per qualità e quantità livelli produttivi assai

alti. Contemporaneamente in Italia cresceva la produzione di tessuti di cotone e di seta.

Il settore laniero si impone all’attenzione dello storico per la novità della sua organizzazione, all’origine

della quale ci fu il gran numero di processi tecnici, una trentina circa, a cui doveva essere sottoposta la

lana prima di arrivare al prodotto finito. Finchè si trattò di produrre pochi panni, destinati a una clientela

ristretta a carattere locale, il piccolo artigiano fu in grado di farvi fronte, dividendo le varie operazioni fra i

suoi familiari e collaboratori.

Quando però si cominciò a lavorare per un mercato più ampio, fu inevitabile il passaggio ad una diversa

organizzazione, basata sul cosiddetto opificio decentrato. Il protagonista del cambiamento fu il grande

mercante, che assunse così ance il ruolo dell’imprenditore e del coordinatore a carattere capitalistico.

12.8 – Gli altri settori produttivi: correnti di traffico erano alimentate anche dalla lavorazione dei metalli

per la produzione di armi ed attrezzi di vario genere: in Lombardia fu assai fiorente la produzione di armi,

che stimolava a sua volta l’attività di estrazione e di fusione del ferro, di cui erano ricche le valli

bergamasche e bresciane.

Un settore completamente nuovo e di fondamentale importanza per la civiltà europea fu quello della

fabbricazione della carta, inventata in Cina e trasmessa in Occidente dagli Arabi, che nel 1151

impiantarono una cartiera in Spagna. Il primo centro di produzione in Italia fu Fabriano.

Di poco posteriore è la fortuna dell’industria delle ceramiche artistiche, che dalla sua terra di origine,

l’Umbria, si diffuse prima nelle Marche e in Romagna, e poi a Perugia, Siena, Firenze e Venezia. In tutti

questi settori però la produzione rimase sempre al livello della bottega artigiana.

12.9 – La bottega artigiana e le corporazioni: l’unità produttiva di base era costituita dalla bottega

artigiana, nella quale, accanto al titolare (maestro) e in posizione subordinata, lavoravano i suoi familiari,

uno o più collaboratori stabili (socii, laborantes), un paio di apprendisti (discipuli) e salariati.

Diventare maestro significava acquisire elementi di partecipazione politica, là dove le associazioni di

categoria svolgevano anche un ruolo sul piano politico. Esse sono chiamate dagli storici “corporazioni di

arti e mestieri”. Le corporazioni hanno il compito di tutelare gli interessi dei propri membri, provvedono a

rifornire di materie prime le botteghe dei loro aderenti, regolamentano i salari, fissano i prezzi di vendita per

impedire la concorrenza sleale e provvedono alla mutua assistenza tra i soci.

12.10 – Le innovazioni tecnologiche: la novità più importante in assoluto fu l’utilizzazione, a partire dall’XI

secolo, delle’energia idraulica in svariati settori di attività industriali. Già nel secolo XI si fu in grado di

costruire mulini, che azionavano macchine e martelli per la follatura dei panni, che venivano battuti per

renderli più morbidi e compatti.

Il settore tessile conobbe altre innovazioni tecnologiche nel corso del Duecento, in seguito all’introduzione

del filatoio a ruota e del telaio orizzontale a pedale, che accelerarono i ritmi della produzione e ne

permisero il miglioramento.

Il dibattito storiografico – Le Corporazioni: un tema di frontiera: sul finire dell’Ottocento, storici di area

cattolico-liberale individuarono nelle corporazioni medievali un modello tipicamente medievale e cattolico di

associazionismo e di sistema produttivo.

Nel ventennio fascista si era individuato nel corporativismo l’alternativa “fra il totalitarismo collettivistico

portato avanti dalla lotta di classe e la concezione atomistica del liberalismo individualistico”.

13 – Lo sviluppo dei centri urbani e le origini della borghesia

13.1 – Dalla città antica alla città medievale: mentre nelle aree marginali dell’antico impero romano le

città scomparvero del tutto, altrove molte sopravvissero, sia pur fortemente ridimensionate come

estensione e numero di abitanti, essendo poche quelle che nei secoli VIII e IX superavano i 30 ettari di

superficie e i 5000 abitanti. Decisivo per la sopravvivenza fu il ruolo dei vescovi, la cui presenza in città

faceva sì che essa continuasse ad essere il punto di riferimento delle popolazioni contadine dei dintorni.

Le città romane avevano avuto un ruolo economico alquanto modesto, configurandosi soprattutto come

centri di consumo più che di produzione e di scambi. Il ceto dirigente era formato, infatti, dai grandi

proprietari terrieri dei dintorni, i quali si dedicavano alla politica, lasciando a stranieri e a cittadini di seconda

categoria le attività produttive e commerciali. Inoltre le città, prive di cinta muraria, erano strettamente

collegate con le campagne circostanti, presentandosi anzi come “conglomerati di città e campagna”.

Diversa è invece la fisionomia complessiva dell’urbanesimo medievale, incentrato sul ruolo della città come

centro di produzione e di scambi, dove sono sempre più numerosi gli esponenti dei ceti produttivi.

13.2 – L’urbanesimo in Italia meridionale: punto di raccordo tra l’urbanesimo antico e quello medievale

fu l’Italia meridionale, le cui città erano rimaste inserite nello spazio commerciale bizantino e musulmano.

Le attività manifatturiere vi erano in piena espansione, da identificarsi agli occhi dei visitatori stranieri con la

città stessa, come accadde con Napoli, detta dagli Arabi “Napoli del lino”.

Si tratta però di una produzione che, fatta eccezione per il lino, non alimentava un’apprezzabile corrente di

esportazione, ma trovava sbocco nel mercato locale. Questo poi passò dalle mani degli orientali a quelle

dei mercanti locali, tra i quali già emergevano gli Amalfitani.

Essi erano interessati soprattutto a stoffe ed oggetti preziosi, gli Arabi richiedevano alcuni prodotti

dell’agricoltura campana, quali il lino, le castagne e le nocciole. Ad Amalfi faceva concorrenza Gaeta, che

inviava navi a caricare pepe e cotone nei porti del Cairo, di Alessandria e di Beirut.

I marinai e i mercanti di Bari invece, già dalla metà del secolo X, erano attivi nelle città bizantine,

soprattutto a Costantinopoli ed Antiochia, dove esportavano olio, vino e frumento. Le città meridionali non

assunsero, tuttavia, un ruolo completamente nuovo rispetto al passato romano, ma vi si perpetuò il

predominio sociale e politico dell’aristocrazia fondiaria.

13.3 – Le città marinare dell’Italia centro-settentrionale: Venezia, Genova, Pisa: nel IX secolo Venezia

disponeva ormai di una flotta da guerra, con la quale nell’867 potè bloccare presso Taranto delle navi

saracene che tentavano di risalire l’Adriatico. Già allora i suoi mercanti avevano contatti con la Grecia, la

Sicilia, la Tunisia e l’Egitto, dove esportavano giovani slave destinate agli harem.

Tale posizione di forza di Venezia nel Mediterraneo orientale fu sancita dalla Bolla d’oro del 1082, con la

quale i suoi mercanti ottennero dall’imperatore Alessio Comneno, in cambio dell’aiuto militare contro i

Normanni, piena libertà di commercio in tutte le città dell’impero.

Pisa e Genova, nel 1015-16, insieme cacciarono i Saraceni dalla Sardegna, che passò sotto il controllo di

Pisa. Successivamente i Pisani compirono ripetute incursioni in Sicilia e in Tunisia, mentre i Genovesi

puntarono i loro attacchi contro le città islamiche della Spagna meridionale.

Questo predominio si venne ulteriormente consolidando dopo la crociata del 1097-1099, che consentì a

Venezia, Pisa e Genova di stabilire loro colonie nelle città della Siria e della Palestina. Ma tale azione non

fu affatto promossa e sostenuta dai mercanti italiani, i quali a un attacco così massiccio al mondo

musulmano avrebbero preferito quella microconflittualità che, come si è detto, non pregiudicava i rapporti

commerciali.

Nel 1137, Pisa eliminò dalla contesa per il Tirreno Amalfi, saccheggiandola duramente, ma in seguito alla

battaglia della Meloria del 1284 dovette cedere definitivamente il campo a Genova, che potè concentrarsi

così sul confronto diretto con Venezia.

13.4 – Vescovi e città: il ruolo che nelle città svolse il vescovo fu quello di potere concorrente con quello

dei funzionari pubblici. I vescovi avevano un livello di partecipazione politica alla comunità cittadina

altissimo. Ciò era reso possibile dal fatto che il vescovo, in quanto eletto dal clero e dal popolo, era pur

sempre espressione della città.

Intanto però il ritorno in città della nobiltà terriera era stato molto più precoce e consistente. Il risultato fu il

formarsi nel corso dei secoli X-XI di comunità urbane dinamiche e coscienti della propria forza, e quindi in

grado di condizionare fortemente il governo del vescovo.

13.5 – L’urbanizzazione nel resto dell’Europa: la rinascita urbana coinvolse anche la Francia

meridionale e alcune regioni della Germania poste lungo il corso navigabile del Reno. I modi in cui ciò

avvenne furono due:

1) O un signore feudale prese l’iniziativa di fondare un centro fortificato nei pressi del luogo del mercato,

per attirarvi mercanti e artigiani.

2) O un gruppo di mercanti creò un proprio insediamento nei pressi di un castello, di una piccola città

fortificata o di una grande abbazia, per riceverne protezione.

Il borgo (burg), attirando altri mercanti, artigiani, venditori ambulanti, ben presto crebbe in estensione e in

floridezza economica, per cui finì con il prevalere sul nucleo originario, fino a che un’unica cinta muraria

non li inglobò entrambi, sanzionando così la nascita della nuova città.

In Germania lo sviluppo delle attività mercantili e manifatturiere avvenne sia nelle città d’origine romana

come Magonza, Colonia, Treviri e Worms, sia in quelle nate nel Medioevo, come Francoforte, Norimberga,

Amburgo e Brema. Esse, insieme ad altre città della Germania settentrionale, che traevano risorse sia dal

commercio all’interno dell’area baltica e del mare del Nord, sia da quello con le aree interne, diedero vita

agli inizi del ‘300 a una lega molto potente sul piano economico e militare: la Lega anseatica (da hanse,

gilde, compagnie di mercanti per lunghi viaggi).

Approfondimenti – Gli Ebrei: da tollerati a perseguitati: nell’Alto Medioevo il loro ostinato rifiuto a

convertirsi li escludeva, infatti, dalle strutture sociali del mondo cristiano, ma non impediva loro di

partecipare attivamente alla vita economica, gestendo quasi in regime di monopolio i collegamenti

commerciali fra Oriente ed Occidente.

Dopo il 1000, il loro ruolo cominciò a cambiare, man mano che i traffici a lunga distanza passavano nelle

mani di operatori cristiani. Finirono così per dedicarsi, oltre che alle loro tradizionali attività artigianali

(oreficeria, lavorazione del vetro), soprattutto al commercio al minuto e al prestito a interesse: attività,

queste, condannate dalla Chiesa.

Un momento di svolta fu rappresentato dall’avvio del movimento crociato alla fine dell’XI secolo, quando la

differenza e l’ostilità verso gli Ebrei usurai e uccisori di Cristo si tramutarono in vera e propria persecuzione,

provocando spaventosi massacri. Gli Ebrei erano accusati di omicidi rituali, di avvelenare i pozzi d’acqua e

di altri crimini.

13.6 – Le dimensioni delle città europee del pieno Medioevo: il Medioevo occidentale non conobbe il

fenomeno delle megalopoli. Agli inizi del ‘300, Milano, Firenze e Parigi avevano 100.000 abitanti, Venezia e

Genova poco meno. Bruges e Gand arrivavano a 60-70.000. Colonia, la maggiore città tedesca del tempo,

raggiungeva i 40.000.

Fra i 30 e 50.000 abitanti si collocavano Pisa, Siena, Roma, Napoli, Palermo, Bruxelles, Barcellona,

Valencia e Siviglia.

13.7 – La società tripartita e la nascita della borghesia: la nuova struttura della società europea, era

basata sulla divisione in tre ordini, intesi come gruppi sociali:

1) Gli oratores, coloro che pregavano e predicavano.

2) I bellatores, coloro che combattevano per la difesa delle chiese e del popolo.

3) I laboratores, coloro che lavoravano la terra (fra cui, nel XII-XIII secolo, si scorgono i primi borghesi).

La nascita di un ceto borghese non deve fare pensare ad una netta separazione tra città e mondo rurale.

Non erano solo i contadini a recarsi spesso in città, per vendere i loro prodotti e fare acquisti al mercato o

presso le botteghe artigiane, ma erano anche i cittadini ad avere interessi nelle campagne circostanti, dove

possedevano ville e terreni.

Eppure nell’immaginario collettivo del pieno Medioevo, i due mondi si presentavano ancora come

nettamente separati dalle mura. Roberto S. Lopez ha proposto per la città medievale l’immagine della

croce racchiusa in un cerchio: la croce come simbolo dell’incontro di strade, persone e beni, ovvero le

attività che erano alla base dello sviluppo urbano; il cerchio delle mura, per indicare la separazione fra lo

spazio organizzato, protetto dal nemico, e il mondo esterno.

13.8 – Il movimento comunale nelle città d’oltralpe: un elemento che accomuna le città europee, sia

quelle di origine romana sia quelle di nuova fondazione, è la tendenza che esse manifestarono tra XI e XII

secolo a dotarsi di una certa autonomia nei confronti dei principi e dei signori territoriali.

Nelle Fiandre e nella Francia del Nord, il movimento comunale nacque dall’iniziativa dei cittadini, i quali,

sotto la guida di personaggi eminenti per ricchezza e prestigio sociale, stipularono tra di loro giuramenti di

pace (coniurationes), prima per mantenere la concordia all’interno delle città, poi anche per conseguire

spazi più o meno ampi di autonomia e per limitare gli arbìtri dei signori.

La monarchia francese, nel corso del XII secolo, favorì i comuni che si trovavano nei territori soggetti alla

giurisdizione di signori e principi territoriali, ma tenne a freno quelli da essa direttamente dipendenti come

Parigi. In Germania il movimento comunale presenta forti analogie con quello della Francia del Nord:

ugualmente le autonomie comunali furono il risultato di trattative alternate a movimenti di rivolta e l’iniziativa

politica fu nelle mani di un numero ristretto di famiglie di grandi mercanti e proprietari terrieri.

14 – Il rinnovamento della vita religiosa e la riforma della Chiesa

14.1 – La crisi dell’ordinamento ecclesiastico: l’ordinamento ecclesiastico, privato del sostegno del

potere politico in seguito alla crisi dell’impero, non riusciva a funzionare sia per l’ingerenza dei laici nelle

nomine dei papi, vescovi, abati e rettori di chiese, sia per il livello culturale e morale assai basso di prelati e

chierici, che trascuravano i loro compiti pastorali e sottraevano beni alle chiese, incorporandoli nel

patrimonio delle loro famiglie o dandoli in feudo ai propri vassalli.

A un certo momento si diffuse la simonia, per cui sovrani, vescovi e signori laici non esitarono a richiedere

o accettare somme di denaro da coloro che aspiravano al conseguimento di dignità ecclesiastiche. Un altro

problema era rappresentato dai chierici ammogliati e da quelli che, soprattutto nelle campagne, aggiravano

l’obbligo del celibato vivendo in concubinato.

14.2 – Cluny e la riforma dei monasteri: fu nell’ambito dei monasteri che si manifestarono i primi segni di

rinnovamento. Già nel corso del X secolo, cominciarono ad essere sperimentate forme nuove di vita

monastica e moduli organizzativi, capaci di garantire ai monaci minori condizionamenti esterni.

L’esperienza più feconda fu quella del monastero di Cluny, dove abbiamo il primo esempio organico di

“ordine religioso” di tipo centralistico: più monasteri erano posti sotto la guida di un solo abate, quello di

Cluny, che reggeva le comunità locali attraverso dei priori, garantendo così una certa uniformità di governo

e, soprattutto, una maggiore forza di resistenza ai condizionamenti esterni. Il prestigio dell’abate

cluniacense era inoltre rafforzato dall’immunità e soprattutto dalla diretta dipendenza dal papato.

Il lavoro manuale scomparve del tutto dalle occupazioni dei monaci, per essere affidato soltanto a servi e

coloni. Nello stesso tempo venivano introdotti la lettura giornaliera di un gran numero di salmi, solenni

funzioni liturgiche, nuovi culti di santi e riti di suffragio per i defunti, e la distribuzione dei pasti ai poveri,

fatto che contribuì fortemente al dissesto dell’abbazia.

Non poco tempo i monaci, e soprattutto gli abati, dedicavano anche allo studio e all’attività letteraria,

finalizzata all’edificazione morale di laici ed ecclesiastici. Un genere letterario molto praticato fu

l’agiografia.

14.3 – L’eremitismo e la nascita di nuovi ordini religiosi: l’eremitismo, intorno al 1000, ebbe una grande

ripresa, proprio come reazione alla crisi delle istituzioni ecclesiastiche e politiche, e come espressione di

una religiosità diversa, più intima e più aderente al modello della povertà evangelica.

Ben presto sorsero veri e propri ordini religiosi di tipo eremitico, come quello fondato a Camaldoli,

nell’Aretino, da Romualdo di Ravenna nell’XI secolo. Al filone eremitico è da collegare l’ordine dei

Certosini, fondato in Francia presso Grenoble, da Bruno di Colonia alla fine dell’XI secolo. Le certose

erano grandi complessi edilizi formati da celle dotate di un piccolo giardino, in cui i certosini vivevano da

soli.

A ideali diversi era ispirato invece l’ordine dei Cistercensi, nato a Citeaux sempre in Francia, sul finire del

secolo XI. Essi recuperarono lo spirito originario della regola benedettina e quindi l’ideale evangelico della

povertà. Quindi, si insediarono in luoghi incolti e paludosi, bonificandoli e mettendoli in coltura, per

procurarsi da vivere con le loro mani. Vollero inoltre rimanere sottomessi ai vescovi.

14.4 – Il movimento canonicale e i fermenti religiosi nel mondo dei laici: un’altra componente del

movimento di riforma della Chiesa fu costituita dalle comunità canonicali. Già i sovrani carolingi avevano

cercato di ripristinare la vita comune del clero, prescrivendo la costruzione di appositi edifici (claustra

canonicorum).

I vescovi, tra X e XI secolo, cominciarono ad affiancare ai loro mille impegni di carattere politico e

gestionale una maggiore attenzione agli aspetti religiosi e pastorali del loro ministero. Essi cercarono di

ripristinare la vita comune in quanto ritenuta il miglior rimedio contro il concubinato. Nel secolo XI si

formarono così comunità di chierici, rette da regole più o meno rigorose, tra cui quella di Sant’Agostino, e

chiamate perciò canoniche regolari.

Verso la metà del secolo XI a Milano, nacque un movimento di contestazione promosso da Araldo, il quale

cominciò a predicare contro i chierici concubinari, esortando a rifiutare i sacramenti da loro amministrati. La

reazione del clero e dell’arcivescovo Guido da Velate, che scomunicò i patarini, ovvero i seguaci di

Arialdo, rese il clima incandescente.

14.5 – La riforma imperiale: gli imperatori tedeschi, fin dal tempo di Ottone I, erano stati fortemente

interessati al corretto funzionamento dell’ordinamento ecclesiastico, e ciò non solo per motivi religiosi, ma

anche perché vescovi, abati e rettori di chiese erano un prezioso sostegno del potere imperiale.

L’imperatore Enrico III, succeduto nel 1039 a Corrado II, intraprese un’opera di moralizzazione all’interno

dell’episcopato. I vescovi, infatti, ormai avevano uno stile di vita non molto diverso da quello dei feudatari

laici. Nel 1046 poi Enrico III volse la sua attenzione alla Chiesa di Roma, allora in profonda crisi, perché le

rivalità fra le famiglie dell’aristocrazia romana avevano portato all’elezione contemporanea di ben tre papi.

Egli li depose tutti e tre, e al Concilio di Sutri fece eleggere un suo candidato, che prese il nome di

Clemente II. Vennero emanate anche norme contro gli ecclesiastici colpevoli di simonia, che furono

dichiarati decaduti. Ma tra gli intellettuali impegnati nell’opera di riforma cominciava a diffondersi l’idea che

non era possibile un’opera di vero rinnovamento senza la Libertas ecclesiae, cioè senza eliminare

l’ingerenza dei laici, e quindi anche dell’imperatore, nella scelta di papi, vescovi, abati e rettori di chiese.

Il nuovo papa Leone IX (1049-54), parente di Enrico III, volle essere eletto regolarmente dal clero e dal

popolo di Roma. Egli riunì i maggiori esponenti del movimento di riforma e organizzò concili, in cui fu

ribadita la condanna di simonia e concubinato, e cominciò ad essere elaborata la teoria del primato del

papa sulla Chiesa universale.

Enrico III, intanto, incontrava sempre maggiori difficoltà. Da una parte infatti, cresceva l’ostilità contro di lui

di quei vescovi (cervicosi tauri) che non avevano intenzione di adeguarsi alle nuove regole di

comportamento; dall’altra, non pochi esponenti del movimento di riforma si sentivano sempre meno solidali

con lui, dato che si andavano orientando verso una completa autonomia del potere politico.

14.6 – Il papato alla testa del movimento riformatore: le posizioni dei riformatori erano due: da una

parte c’era lo schieramento, guidato da Umberto di Silvacandida, che potremmo definire rigorista e che

propugnava un’assoluta indipendenza della Chiesa dal potere regio e imperiale, nonché una condanna più

decisa della simonia; dall’altra c’era chi, come Pier Damiani, riteneva impraticabili queste soluzioni, perché

l’annullamento delle ordinazioni sacerdotali fatte da vescovi simoniaci avrebbe comportato uno

sconvolgimento assai grave nella vita di molte chiese, private dei loro rettori, essendo egli ancora convinto

dell’unione inscindibile tra regno e sacerdozio.

Intanto il papa Niccolò II (1059-61) riunì un concilio nel Laterano andando a modificare le procedure per

l’elezione papale, che fu sostanzialmente riservata al collegio dei cardinali, riducendosi a fatto puramente

formale l’intervento finale del clero e del popolo romano. Fu rinnovato inoltre l’obbligo del celibato degli

ecclesiastici e fu proibito loro di ricevere chiese dai laici, anche a titolo gratuito. I due successivi concili del

1060 e 1061, tenutisi sempre nel Laterano, si espressero in maniera definitiva sul problema della simonia,

attuando una sanatoria: i vescovi simoniaci furono deposti, ma le ordinazioni da loro compiute fino ad

allora furono ritenute valide.

14.7 – Lo scontro tra due grandi personalità: Gregorio VII ed Enrico IV: Enrico IV capì subito che i

nuovi provvedimenti papali lo avrebbero privato del controllo delle sedi vescovili e delle grandi abbazie. Nel

frattempo però salì al trono pontificio, col nome di Gregorio VII (1073-1085) l’uomo di punta dello

schieramento riformatore, il monaco Ildebrando di Soana, rivendicando il primato romano, cioè la

suprema autorità del papa all’interno della Chiesa e della società cristiana.

Egli identificò “l’assoluta obbedienza a Dio con quella dovuta a lui in quanto papa, cioè successore

dell’apostolo Pietro”. Nel 1075, col Dictatus papae il papa mostrava di ritenere la sua giurisdizione estesa

anche all’ambito temporale, attribuendosi la facoltà di deporre non solo i vescovi, ma anche l’imperatore. Si

affacciava così l’idea di una monarchia universale incentrata sul pontefice romano.

14.8 – La lotta per le investiture: il papa, inoltre, nel 1076 vietò ai laici, pena la scomunica, di concedere

l’investitura di vescovati ed abbazie. Enrico IV, appena ebbe domato una rivolta di grandi feudatari

tedeschi, convocò a Worms nel 1076 una dieta di nobili ed ecclesiastici. In essa, col consenso di tutti i

vescovi tedeschi e lombardi, fece deporre e scomunicare il papa. Gregorio VII rispose con una scomunica

a sua volta di tutti i partecipanti alla dieta, compreso l’imperatore, sciogliendo i sudditi dal dovere di fedeltà.

Dopo un incontro forzato dei due a Canossa, parve essere tornato alla serenità il rapporto papa-

imperatore, ma Enrico IV, una volta risolti i problemi interni, nel 1080 riscomunicò il papa nel Concilio di

Magonza e nominò nuovo papa Clemente III (1080-1100) nel Concilio di Bressanone.

14.9 – Urbano II e la ripresa dell’iniziativa papale: nel 1088 salì sul trono pontificio il monaco

cluniacense Urbano II, che cercò un collegamento più stretto con l’episcopato, promuovendo la fondazione

di canoniche regolari, che avrebbero dovuto aiutare i vescovi nell’esercizio della cura delle anime.

Così, numerosi vescovi della Germania e della Lombardia, da sempre schierati dalla parte dell’imperatore,

riconobbero l’autorità del papa di Roma e abbandonarono l’antipapa Clemente III. Urbano II fu in perenne

movimento fra Italia e Francia, e nel nostro sud fu attivo nel fronteggiare l’aggressività dei signori normanni

e le influenze della chiesa greca.

Nel Concilio di Clermont-Ferrand del 1095, Urbano II, dopo aver deplorato le lotte fratricide tra i cristiani,

esortò chi vi era stato coinvolto a intraprendere un pellegrinaggio in Terrasanta come mezzo di

purificazione dei peccati e come occasione per recare aiuto alla Chiesa orientale, minacciata dagli infedeli.

14.10 – Pasquale II e l’utopia di una Chiesa povera: successore di Urbano II fu un altro monaco,

Pasquale II (1099-1118), con il quale il papato sembrò tornare sotto il controllo del partito rigorista di

ispirazione gregoriana. Nel Concilio del Laterano del 1102 fu rinnovato il decreto contro le investiture di

chiese e monasteri fatte dai laici, mentre nell’entourage pontificio cominciava a farsi strada una proposta

rivoluzionaria: vescovi e abati avrebbero rinunciato ai beni e ai poteri ricevuti dallo Stato, eliminando con

ciò il presupposto dell’intervento del potere politico nella loro nomina.

Nonostante il consenso di Pasquale II e di Enrico V, vi fu una forte opposizione sia nel seguito imperiale sia

negli ambienti ecclesiastici. Nel giro di pochi giorni dunque la proposta fu accantonata e fu accettato lo

status quo.

14.11 – Alla ricerca di un compromesso. Il concordato di Worms: con il nuovo pontefice Callisto II

(1119-24) fu possibile nel 1122 passare alla stipula del famoso concordato di Worms. In esso era affermato

con chiarezza il principio della non ingerenza del potere politico nell’elezione di vescovi e grandi abati. I

vescovi sarebbero stati eletti dal clero e dal popolo della diocesi, gli abati dalla comunità dei monaci.

L’intervento dell’imperatore sarebbe stato possibile solo in un secondo momento e per la sola concessione,

previo giuramento di fedeltà, dell’investitura dei poteri temporali.

14.12 – L’evoluzione del papato in senso monarchico: il concordato di Worms segnò l’avvio di un

processo che in tempi rapidissimi portò alla collocazione del papato al vertice della società cristiana e alla

piena realizzazione del primato papale teorizzato da Gregorio VII. La Chiesa di Roma, una volta risolta la

contesa con l’impero, seppe avviare una grandiosa opera di consolidamento in tutti i campi.

Il papato ora poteva intervenire direttamente nella vita delle Chiese locali, nell’ambito delle quali i vescovi

vennero progressivamente perdendo potere. Le principali entrate erano le rendite del patrimonio fondiario

laziale, il censo pagato dagli stati vassalli (Sicilia, Aragona e Portogallo), l’”obolo di San Pietro” versato dai

regni i cui sovrani avevano ottenuto la corona dal pontefice (Polonia e Ungheria), il censo pagato dai

monasteri dipendenti direttamente da Roma (Cluny e Montecassino) e le offerte erogate dai vescovi in

occasione della visita.

Strumento importantissimo per il governo pontificio fu anche l’istituto della legazione. I poteri dei legati, sia

quelli occasionali sia quelli permanenti, erano assai ampi: potevano decidere in merito a controversie,

consacrare e deporre vescovi, presiedere concili provinciali. Grazie a loro il papato riuscì ad attuare nel

corso del secolo XII una forma assai avanzata di centralismo monarchico.

Ben presto la Santa Sede assunse la sovranità diretta di alcuni Stati e ad influire fortemente sulla vita degli

altri. Ne scaturì, tra XII e XIII secolo, una piena supremazia papale in ambito ecclesiastico e politico, detta

ierocrazia. 15 – Rinascita culturale e nuove esperienze religiose

15.1 – Una rinascita improvvisa? La rinascita carolingia, nata all’inizio dal proposito di Carlo Magno di

elevare il livello di istruzione del clero franco, svolse soprattutto un ruolo di recupero del patrimonio

letterario classico e della lingua latina. Durante il X secolo fu la Germania a continuare idealmente la

tradizione carolingia grazie soprattutto a Ottone I, che portò con sé dall’Italia grammatici e teologi.

Intanto una sempre più vivace attività culturale era in atto verso la metà dell’XI secolo in Italia meridionale,

da sempre in contatto diretto con il mondo greco e con quello arabo. Nell’Italia settentrionale era invece in

atto nello stesso periodo la rinascita del diritto romano, studiato in maniera sistematica sulla base dell’intero

Corpus iuris civilis di Giustiniano. Alla fine dell’XI secolo Bologna era già il maggiore centro europeo di

studi giuridici.

Il paese nel quale l’attività culturale appariva nell’XI secolo in piena ripresa in tutti i campi era invece la

Francia. Personaggio di spicco fu Gerberto di Aurillac, che insegnava logica, retorica, aritmetica,

geometria ed astronomia nella scuola della cattedrale di Reims.

15.2 – I centri della rinascita culturale: nella rinascita del XII secolo, fervidi centri di vita culturale furono

le cattedrali, le quali, rispetto ai monasteri, per lo più isolati nelle campagne, avevano il vantaggio di

essere pienamente inserite nelle città, allora in piena crescita economica e sociale. Il fenomeno fu

particolarmente evidente nella Francia settentrionale, dove le scuole cattedrali di Orlèans, Chartres, Reims

e Parigi divennero polo di attrazione per studenti provenienti dalla Germania, dall’Inghilterra e dall’Italia.

Le scuole cattedrali erano sotto il controllo dei vescovi, i quali rilasciavano agli insegnanti un’apposita

licenza (licentia docendi). Mancava però un vero e proprio programma di studio né tanto meno erano

previsti esami finali. Tutto questo avverrà con le università, le nuove istituzioni scolastiche del XII secolo.

15.3 – La nascita delle Università: le università erano all’inizio delle semplici associazioni di studenti e

professori, che si configuravano in maniera non molto diversa dalle corporazioni di arti e mestieri.

Innanzitutto si puntò ad ottenere il riconoscimento dell’autorità civile ed ecclesiastica e la concessione di

privilegi di carattere giuridico ed economico, essenziali soprattutto per gli studenti più poveri.

Nello stesso tempo le università cercarono di fissare i programmi di studio, i compensi da corrispondere ai

professori e le modalità per sostenere gli esami e conseguire la laurea, vale a dire la licenza di

insegnamento. Lo studium era suddiviso in quattro facoltà: quella delle Arti, dove si insegnavano le arti

del trivio e del quadrivio, e le tre facoltà superiori di diritto, medicina e teologi.

La prima università dell’Europa medievale è considerata la Scuola medica di Salerno, ma non si ha

alcuna prova dell’esistenza qui di un insegnamento organizzato. Nulla si sa anche del conferimento di

lauree generalmente prima delle Costituzioni emanate dall’imperatore Federico II a Melfi (Potenza) nel

1231 in base alle quali il candidato, dopo aver superato a Salerno un esame pubblico dinanzi ai maestri

della scuola, si sarebbe dovuto presentare all’imperatore o a un suo rappresentante, per avere la licenza.

L’iniziativa di Federico II non era destinata a restare isolata, in un periodo in cui in tutto l’Occidente il potere

monarchico si avviava a una decisa ripresa. Il suo esempio fu seguito dai pontefici, i quali si resero conto

dell’importanza delle nuove istituzioni scolastiche e si adoperarono per assumerne il controllo o attraverso

proprie fondazioni. Alla fine del Medioevo in tutta Europa le università erano circa 80, 19 in Italia.

15.4 – L’organizzazione degli studi universitari: i corsi si tenevano nelle case dei maestri o in sale da

loro affittate, dato che non esistevano edifici e aule universitarie. Le assemblee, gli esami, le dispute

solenni si svolgevano invece nelle chiese o nei conventi.

L’insegnamento era basato fondamentalmente sulla lezione (lectio) e sulla disputa (disputatio), La prima

consisteva nella lettura e nel commento delle opere degli autori considerati fondamentali per una

determinata disciplina: lettura e commento, che gli studenti seguivano sui loro testi prendendo appunti. Per

le dispute, il maestro sceglieva un tema (questione, quaestio) e dava l’incarico a un suo assistente

(baccelliere) di presentarlo agli studenti e di rispondere alle loro obiezioni. Il giorno dopo faceva la

determinatio, cioè dava la sintesi della discussione ed esponeva la sua tesi a riguardo.

Al termine degli studi, gli studenti conseguivano dei titoli, sulla base dei quali alcuni diventavano a loro volta

maestri, mentre i più facevano carriera all’interno dell’organizzazione ecclesiastica o nelle amministrazioni

pubbliche. Per la medicina il centro più rinomato fu all’inizio Salerno, poi Montpellier, Bologna e Padova.

Gli studi di filosofia e teologia ebbero il loro centro principale a Parigi. Per lo studio del diritto l’università

più rinomata fu per tutto il Medioevo Bologna.

15.5 – Lo sviluppo della produzione libraria: i libri si erano venuti configurando come oggetti rari e di

lusso, e quindi molto costosi, perché prodotti esclusivamente negli scriptoria dei monasteri e, in misura

minore, delle chiese cattedrali, richiedevano mesi, a volte anni di lavoro.

Nell’ambito dell’insegnamento universitario era invece necessario disporre di molte copie della stessa

opera e di libri maneggevoli e poco costosi. All’inizio studenti e maestri furono costretti a procurarseli da

soli, rivolgendosi al libero mercato, nell’ambito del quale operavano librai-editori, detti stationarii.

A Parigi e a Bologna invece venne introdotto il sistema della “pecia”: una commissione di professori

approvava i testi ufficiali (exemplaria) da usare per l’insegnamento, che venivano forniti agli stationarii

riconosciuti dall’università. Gli exemplaria però, non erano conservati e fittati nella loro integrità, ma a

fascicoli sciolti, detti peciae, in maniera che vi potessero lavorare più copisti contemporaneamente.

15.6 – L’affermazione delle lingue volgari e la diffusione della cultura: la lingua dei testi universitari e

dell’insegnamento era dovunque il latino; ciò spiega la grande mobilità sia di studenti sia di professori. Però

fin dai primi secoli del Medioevo la stragrande maggioranza dei laici e finanche non pochi esponenti del

basso clero non erano più in grado né di capire né di parlare il latino.

Così tra il XI e il XII secolo assistiamo alla diffusione di componimenti e di opere in lingua volgare. Il

fenomeno si manifesta dapprima negli ambienti feudali della Francia con le lingue romanze: la lingua d’oil

a Nord e la lingua d’oc a Sud. Fu proprio quest’ultima, che aveva il suo centro in Provenza, ad esprimere

nel corso del secolo XII una raffinata produzione poetica, che si diffuse anche in Italia.

Il volgare italiano acquisì una dignità letteraria solo nei primi decenni del Duecento, grazie soprattutto

all’attività della Scuola poetica formatasi alla corte siciliana di Federico II e a quella immediatamente

successiva dei poeti toscani.

Casi particolari erano i notai e i mercanti. La documentazione prodotta dai primi era in genere in latino,

ma il tipo di pubblico con cui avevano a che fare li costringeva a passare continuamente dal latino al

volgare e viceversa. Essi contribuirono anche alla fioritura della storiografia cittadina, che raggiunse livelli

assai alti tra XII e XIV secolo; bastino i nomi del genovese Caffaro e del padovano Rolandino.

Gli altri protagonisti della vita cittadina, i mercanti, solo raramente conoscevano un po’ di latino. Per la loro

attività avevano bisogno di scrivere continuamente lettere e di tenere registri, ma ben presto cominciarono

a scrivere anche per ragioni non professionali: nacquero così le cronache cittadine e i Libri di

ricordanze.

Le autorità cittadine inoltre si preoccuparono di aprire scuole aperte a tutti. Così aumentò il numero di

coloro che sapevano leggere, e si ebbe un nuovo tipo di produzione libraria – vite di santi, testi narrativi e di

edificazione – di nessun pregio artistico, ma di costo assai basso. Il risultato fu che il sapere, un tempo

monopolio degli ambienti ecclesiastici, era ora più largamente diffuso.

15.7 – L’emergere di nuove forme di dissenso religioso: si ebbe un maggiore dinamismo dei laici, non

solo sul piano socio-politico, ma anche sul piano religioso. Esso si manifestò principalmente attraverso il

proliferare di iniziative caritative, come la fondazione di ospedali e di confraternite. Ma a partire dal ‘300, le

tesi di docenti universitari, considerate eretiche dalla Chiesa, si salderanno a movimenti popolari, dando

vita a forme di contestazione di massa.

Mentre sui superstiti del movimento patarinico si abbatteva sempre più pesantemente la mano delle

autorità ecclesiastiche, andava crescendo nella Francia meridionale, in Germania e in Lombardia il numero

dei seguaci di Valdo, un ricco mercante di Lione, che intorno al 1170, dopo una lunga riflessione sui testi

biblici, rinunciò ai suoi beni per distribuirli ai poveri e alle chiese.

La novità consisteva nella convinzione di Valdo e dei suoi primi seguaci di avere il diritto-dovere, come

qualsiasi altro cristiano, di predicare il Vangelo. Ma i Poveri di Lione furono dichiarati eretici e colpiti da

perpetua scomunica da Lucio III nel 1184 con la decretale Ad abolendam.

Insieme a gruppi ereticali minori, anche gli Umiliati (riammessi nella Chiesa da Innocenzo III) e i Catari, che

avevano anche una loro dottrina e un’organizzazione ecclesiastica, con vescovi, sacerdoti e particolari

pratiche sacramentali, furono condannati: una vera e propria chiesa alternativa, assai radicata nella Francia

meridionale, ma presente anche in Alta Italia. Essi credevano nella lotta incessante fra il mondo superiore

degli spiriti puri e quello inferiore della materia, tra bene e male, tra luce e tenebra.

15.8 – Gli ordini mendicanti: la “fraternità di penitenti di Assisi” si formò attorno a Francesco (1182-

1226), il figlio di un ricco mercante di Assisi, il quale dopo una giovinezza spensierata rinunciò alle

ricchezze paterne per vivere in povertà secondo l’insegnamento di Cristo e predicare il Vangelo con

l’esempio. Ai suoi seguaci diede, in segno di umiltà, il nome di frati minori.

Per procurarsi da vivere, Francesco e i suoi compagni, che non avevano dimore fisse, lavoravano con le

loro mani e si affidavano alla Provvidenza, ricorrendo alla mendicità nel caso in cui non avessero trovato di

che vivere con il lavoro. Ma Francesco e i suoi seguaci professarono sempre la più totale obbedienza nei

confronti dell’autorità della Chiesa. Inoltre Innocenzo III nel 1210 approvò la regola di vita di Francesco,

seppure solo verbalmente. L’approvazione scritta arrivò nel 1223 ad opera di Onorio III.

Intanto già nel 1216 lo stesso Onorio III aveva approvato un’altra regola, quella elaborata da Domenico di

Guzman (1170-1221), per l’ordine dei frati predicatori. Anch’essi avevano operato un rifiuto completo della

ricchezza e di ogni forma di possesso, scegliendo di vivere sulla base delle elemosine e delle offerte dei

fedeli. Rispetto ai francescani, tuttavia, i domenicani si caratterizzavano per la loro preparazione teologica,

avendo scelto come principale campo di impegno la lotta contro gli eretici.

Dopo la morte e la canonizzazione di Francesco, esplose aspro il dibattito sul binomio povertà-ricchezza. Il

risultato fu che venne a crearsi una lacerante spaccatura fra i cosiddetti spirituali, che intendevano restare

fedeli allo spirito e alla lettera delle regola, e quindi alla scelta della povertà assoluta, e i conventuali, che

invece ritenevano indispensabile adattarla alle nuove dimensioni dell’ordine e ai compiti che lo

attendevano.

Intanto lo stile di vita di francescani e domenicani, che tendevano ad assimilarsi sempre di più, veniva

adottato da altri gruppi e movimenti a carattere mendicante, ma la Chiesa con il Concilio di Lione del

1274 cercò di porre un freno al fenomeno, riconoscendo come mendicanti soltanto i francescani e i

domenicani, e accantonando il problema dei carmelitani e degli agostiniani, che vennero riconosciuti solo

nel 1298.

Il dibattito storiografico – Eretici o testimoni della verità? I protestanti hanno visto negli eretici

medievali i loro precursori nella denuncia delle deviazioni della Chiesa cattolico-romana dal modello

evangelico, considerandoli testimoni autentici del messaggio cristiano e martiri della repressione papale.

I cattolici hanno invece inserito le loro vicende nel quadro più generale della storia della Chiesa che,

grazie all’azione della Provvidenza, si sarebbe mantenuta sempre fedele alla sua missione salvifica,

combattendo ogni forma di deviazione dottrinale.

Volpe parlando degli eretici e dei moti ereticali del Medioevo, li distingue nettamente da quelli dei primi

secoli del Cristianesimo e considerandoli, in quanto portatori di istanze di rinnovamento morale,

espressione della vitalità che caratterizzava la società del tempo nel suo complesso.

Nella prospettiva di Buonaiuti e Morghen le eresie svolgono un ruolo fondamentale nella vita della

Chiesa, dato che in esse si esprimerebbe la perenne vitalità dell’Evangelo.

16 – Rapporti feudali e processi di ricomposizione politico-territoriali. L’impero e l’Italia dei Comuni

16.1 – Il movimento delle paci di Dio e la nascita della cavalleria: il rinnovato dinamismo della società

europea, in piena crescita sul piano demografico ed economico, richiedeva condizioni di maggiore

sicurezza e pace per mercanti e contadini impegnati in grandi lavori di dissodamento. Una prima risposta,

in mancanza di una forte autorità regia, fu data, già a partire dalla fine del X secolo, dalla Chiesa attraverso

il movimento delle paci di Dio, nato in Aquitania. Ne furono protagonisti i vescovi, i quali organizzarono

una mobilitazione collettiva contro i signori e il loro seguito armato, a difesa dell’ordine pubblico,

garantendo a tutti una maggiore sicurezza e proibendo qualsiasi attività bellica in determinati giorni, quali la

domenica, le festività religiose e i giorni limitrofi ad esse.

Si prospettò, al ceto inquieto dei guerrieri, l’ideale del cavaliere al servizio dei deboli e della fede cristiana.

I suoi membri godevano di vari privilegi: erano esentati dal pagamento delle imposte per le terre che

possedevano, dato che esse erano il corrispettivo delle funzioni militari e politiche che svolgevano; erano

sottratti alla giustizia dei signori, perché avevano diritto ad essere giudicati solo da tribunali di loro pari;

potevano tramandare ereditariamente la loro condizione giuridica.

A dare coesione a questo ceto contribuì, nella seconda metà del secolo XII, l’investitura, non più semplice

consegna della spada benedetta dal sacerdote, ma lungo rito religioso, con bagno purificatore e veglia di

preghiera. Gli ideali cavallereschi e cortesi, però, non devono farci dimenticare che nella realtà lo stile di

vita dei cavalieri restava fortemente impregnato di violenza.

In un Concilio svoltosi nel 1054 a Narbona, si affermò che non era lecito versare sangue cristiano, perché

sarebbe stato come versare il sangue di Cristo stesso; il che costituì la premessa per la legittimazione del

cavaliere come miles Christi, e in quanto tale, impegnato nella lotta contro gli infedeli e per la dilatazione

dei confini della Cristianità.

16.2 – I rapporti feudo-vassallatici come rinnovato strumento di governo: a partire dalla seconda

metà del secolo XI, i rapporti feudo-vassallatici persero il carattere esclusivamente militare che avevano

avuto in origine, per trasformarsi soprattutto in strumenti di governo e di coordinazione politica nell’ambito

di territori più vasti. All’origine di questa trasformazione, tra XI e XII secolo, c’erano il pieno riconoscimento

anche sul piano giuridico-formale dell’erediterietà dei feudi e la nascita del diritto feudale ad opera

soprattutto di giuristi di area lombarda. Già nel 1037, l’imperatore Corrado II aveva sancito l’ereditarietà

dei feudi, nei fatti già operante da tempo.

Dal secolo XI è documentata in Lombardia l’esistenza di feudi sine servitio o sine fidelitate, vale a dire di

feudi per i quali i vassalli non dovevano il servizio militare. Ciò serviva a creare un raccordo di tipo politico

tra un sovrano, un principe o un qualsiasi signore impegnato nella costruzione di un più vasto dominio

territoriale, e signori minori, capaci di imporsi in ambito locale ma bisognosi di raccordarsi a poteri più forti.

Il vantaggio era reciproco: il vassallo si legava a un signore potente, che gli chiedeva poco: riconoscere in

lui la fonte del suo potere, non schierarsi dalla parte dei suoi nemici e prestargli, quando non ne era

esentato, un servizio militare non gravoso o una tassa sostitutiva. Il signore non acquisiva il dominio diretto

dei territori riconosciuti come feudo del suo vassallo, ma in compenso affermava su di essi la sua superiore

autorità e creava le premesse per il futuro consolidamento del suo potere.

Nasce così l’immagine della piramide feudale, vale a dire della società in cui la delega dei poteri procede

dal vertice verso il basso, fino a raggiungere, attraverso valvassori e valvassini, i ceti rurali.

16.3 – Le origini dei Comuni italiani: in Italia le comunità cittadine non erano formate solo da mercanti e

artigiani, ma anche da esponenti della piccola e media nobiltà, dotata di beni fondiari e, non di rado, di diritti

giurisdizionali su villaggi e terre delle campagne circostanti. Si trattava spesso di feudi della chiesa

vescovile.

Un quadro politico-istituzionale così frammentato e complesso si rivelò ad un certo punto inadeguato a

disciplinare le tensioni sociali e i contrasti familiari. La lotta per le investiture si rivelò un’occasione assai

favorevole allo sviluppo delle autonomie cittadine, data la necessità in cui si trovarono imperatori e pontefici

di guadagnarsi il sostegno delle comunità locali.

Nel 1097 appare documentata per la prima volta a Milano la nuova magistratura dei consoli, espressione

di un nuovo ordinamento politico. Era accaduto che, approfittando dell’indebolimento del potere vescovile,

alcune famiglie avevano dato vita ad una associazione giurata (coniuratio), per garantire appunto pace

all’interno della città, assumendone direttamente il governo. Contemporaneamente fu eletta una

magistratura collegiale, denominata Consolato, della quale gli esponenti dell’aristocrazia feudale

rappresentavano il nucleo più forte del nuovo ceto dirigente comunale.

16.4 – Il Comune consolare: il periodo in cui comparvero le nuove istituzioni comunali coincide con il

quarantennio 1080-1120, vale a dire con il periodo della lotta per le investiture. L’iniziativa appare in genere

nelle mani del ceto aristocratico, ma in alcune città della Toscana e del Piemonte, a più intenso sviluppo

mercantile, sembra che sia stato prevalente il ruolo degli esponenti del mondo commerciale ed

imprenditoriale.

I consoli si ripromettevano di curare gli interessi di tutta la città e non solo del gruppo sociale di cui erano

espressione; il che spiega perché essi godessero, in questa fase, del consenso di tutta la comunità

cristiana. Gli organi di governo erano ovunque l’Arengo, cioè l’assemblea generale dei cittadini, cui

spettava decidere in merito ai problemi di interesse generale, e il Collegio dei consoli, cui spettava il

potere esecutivo. I consoli restavano in carica per un periodo assai breve (sei mesi o al massimo un anno),

per evitare l’affermarsi di regimi di tipo personale.

Da notare è l’ambiguità dell’ordinamento comunale alle origini. I notabili, che ne avevano il controllo, già da

tempo svolgevano funzioni di governo in quanto collaboratori del vescovo o del conte, rispetto ai quali, i

nuovi organismi dirigenti restavano in una situazione giuridica non ben definita. Ambiguo era anche il

rapporto col vescovo, le cui prerogative giurisdizionali venivano progressivamente ridimensionate in città

ma difese nella diocesi.

Nel proiettarsi verso le campagne circostanti, per affermare la sua autorità sull’intero territorio diocesano, il

Comune si inseriva in quel più ampio processo europeo di superamento del particolarismo politico

altomedievale.

16.5 – Federico Barbarossa e i Comuni italiani: Enrico V non era riuscito ad assicurare in maniera

definitiva alla sua dinastia la successione al trono di Germania. Si aprì così un periodo di instabilità politica,

che cominciò a sbloccarsi il 4 marzo del 1152, quando i principi tedeschi elessero re di Germania e

designarono come imperatore il duca di Svevia, Federico.

Come prima cosa indisse per l’anno seguente una dieta a Costanza. Qui Federico espresse la sua

convinzione che potere politico e potere spirituale dovessero collaborare su un piano di parità e ribadì i suoi

diritti in materia di elezione dei vescovi tedeschi. Nello stesso tempo assicurò di voler garantire il prestigio e

la potenza della Chiesa romana, ottenendo in cambio la promessa del pontefice di incoronarlo a Roma.

L’ambizioso programma politico di Federico si articolava sui seguenti punti:

1) Utilizzazione dei legami feudali in Germania e Italia, per disciplinare i poteri signorili sul territorio.

2) Saldo governo delle terre direttamente dipendenti dalla Corona, grazie a funzionari servili e fedeli.

3) Rinnovato controllo sulla Chiesa tedesca e sulla città imperiali della Germania.

4) Recupero degli “jura regalia”, vale a dire dei diritti inalienabili del potere regio (giustizia e fisco).

Nell’ottobre del 1154 il Barbarossa era già in Lombardia, dove indisse una dieta a Roncaglia, presso

Piacenza. Mise così al bando la Milano espansionistica, privandola di tutte le regalie, e distrusse l’alleata

Tortona, piegando poi verso Roma per cingere la corona imperiale. Questo non prima di aver abbattuto nel

1143 il regime comunale formatosi nella stessa Roma. Nel settembre del 1155 Federico tornava in

Germania, ma nel 1158 tornava in Italia con un esercito più grande e con idee più chiare.

16.6 – Dalla rottura con il papato alla pace di Costanza: la prima iniziativa del Barbarossa consistette

nella convocazione di una seconda dieta sempre a Roncaglia, dove emanò la Costituzione sulle regalie

(Constitutio de regalibus). L’imperatore lasciava così ai comuni alcuni diritti, quali battere moneta,

nominare magistrati e imporre tasse e multe, ma a patto che versassero per essi un tributo annuo e

riconoscessero nell’impero la fonte di tutti i poteri.

In base allo stesso principio emanò anche una Costituzione sulla pace (Constitutio pacis), con la quale

proibì le leghe tra le città e le guerre private. Passò infine ad occuparsi sia dei distretti pubblici (contee,

marche e ducati), di cui rivendicò la dipendenza dal potere regio.

Nacque di conseguenza un grande movimento di opposizione, di cui facevano parte molti Comuni lombardi

e veneti ma anche il papa Alessandro III. La reazione dell’imperatore fu assai dura: il papa fu costretto a

fuggire in Francia, e vi fu contrapposto l’antipapa Vittore IV (1159-64); Milano fu assediata e alla fine rasa

al suolo (1162); ma questo non valse a fiaccare la resistenza dei Comuni.

Nel 1164 nacquero infatti la Lega veronese e la Lega cremonese, dalla cui fusione nacque la Societas

Lombardiae, vale a dire la Lega lombarda, sancita dal giuramento di Pontida del 7 aprile 1167. Ad essa

si ricollegò lo stesso Alessandro III, in onore del quale i Comuni chiamarono Alessandria una città in

posizione strategica, che il Barbarossa non riuscì a sopraffare.

Nel 1176, durante un viaggio di ritorno in Germania, Federico fu investito dall’esercito della Lega, superiore

di numero, e rovinosamente sconfitto a Legnano. A quel punto l’imperatore puntò su una soluzione

diplomatica, che trovò realizzazione nel 1183 a Costanza. Si trattò di un compromesso, che, da una parte,

salvaguardava il principio che tutti i poteri pubblici derivavano dall’imperatore, dall’altra garantiva ai Comuni

della Lega le regalie di cui godevano già tempo, tra cui il diritto di costruire fortezze e legarsi in leghe. In

cambio i Comuni versavano all’imperatore una tassa “una tantum” di 15.000 lire più una annua di 20.000

lire, e i consoli dovevano essere investiti da Federico o dal vescovo.

16.7 – L’evoluzione sociale e istituzionale dei Comuni: le concessioni fatte dal Barbarossa a Costanza

erano destinate solo alle città della Lega ma ben presto finirono per essere considerate valide per tutti i

Comuni, i quali vennero così a configurarsi come organismi politico-amministrativi pienamente legittimi

nella struttura dell’impero.

Dopo la morte di Federico nel 1190 e di suo figlio Enrico Vi nel 1197, l’autorità imperiale conobbe un lungo

periodo di crisi, del quale i Comuni approfittarono per consolidare definitivamente le loro istituzioni e per

avviare una sistematica sottomissione del contado.

Il vescovo fu estromesso da ogni giurisdizione civile, la città fu dotata di edifici pubblici, costruiti lontani

dalla cattedrale per rendere evidente la laicizzazione e l‘indipendenza delle istituzioni comunali. Si provvide

inoltre alla redazione di un codice di leggi (Statuti) avvalendosi dell’apporto di giudici, notai ed esperti di

diritto. I detentori di fortezze e diritti signorili dovettero riconoscersi vassalli del Comune e risiedere una

parte dell’anno in città.

Uno strumento efficace di controllo del territorio, soprattutto nelle zone di confine, fu rappresentato dai

borghi franchi, insediamenti fortificati di nuova fondazione. Ma la novità più significativa di questa seconda

fase della vita dei Comuni fu la sostituzione della magistratura collegiale dei consoli con il podestà, prima

locale e poi forestiero, per garantire la sua indipendenza rispetto ai centri di interesse esistenti in città.

Non si trattava di un leader politico, ma di un tecnico della politica e del diritto, il cui compito era quello di

eseguire le decisioni prese dai Consigli cittadini, di applicare le leggi, di amministrare la giustizia e di

sovrintendere a tutto l’apparato burocratico del Comune.

16.8 – Le lotte tra nobiltà e popolo: il podestà forestiero nei primi tempi riuscì a svolgere un’opera di

mediazione tra i gruppi sociali, ma verso la metà del ‘200 le tensioni all’interno dei Comuni più popolosi ed

economicamente più dinamici riesplosero con rinnovata violenza. Non era soltanto una guerra fra vecchia

aristocrazia al potere e borghesia in ascesa, ma di lotte intestine. I clan traversali erano riuniti in

federazioni, dette societates militum, che a volte formavano due raggruppamenti opposti, detti guelfi

(aderenti al partito filopapale) e ghibellini (i sostenitori di un più saldo legame col potere imperiale).

Il ceto popolare era tenuto insieme unicamente dalla necessità della lotta contro la nobiltà. Mercanti,

cambiatori, artigiani, intellettuali laici, nobili esclusi dal ceto di governo aristocratico diedero vita ad una

propria associazione, detta societas populi, organizzata sul modello del Comune.

16.9 – Il Comune popolare e l’affrancazione dei servi: il complicarsi della vita politica nell’ambito dei

Comuni produsse il fenomeno del fuoriuscitismo, vale a dire l’espulsione dalla città degli esponenti della

parte perdente, con relativa confisca dei beni. I fuoriusciti non si rassegnavano però, ma si organizzavano

anch’essi nel Comune degli estrinseci, stabilendo collegamenti con i loro partigiani rimasti in città e con

Comuni rivali, con l’appoggio dei quali riuscivano spesso a rientrare in patria e magari ad espellere i loro

nemici.

L’esito delle lotte fu in non poche città, tra cui Bologna e Firenze, la presa del potere da parte del popolo. Si

venne così a creare una sorta di sistema bicamerale, per cui i vari provvedimenti dovevano passare

attraverso i consigli sia del Comune sia della societas populi. Lo stesso potere esecutivo era ripartito fra

podestà e capi del popolo.

Eppure nonostante tutto, i governi popolari consentirono il massimo di partecipazione e di democrazia nella

vita politica del Medioevo. Inoltre i servi della gleba furono affrancati, in modo da far aumentare il numero

dei contribuenti, dato che i servi, in quanto proprietà dei Signori, non pagavano le imposte.

17 – La diffusione dei rapporti feudali. L’Inghilterra, il Mediterraneo e le crociate

17.1 – Esempi di feudalità efficiente: i rapporti feudo-vassallatici raggiunsero nei secoli XI-XII il massimo

della diffusione. Il ducato di Normandia, formatosi nella Francia settentrionale agli inizi del X secolo ad

opera dei Vichinghi di Rollone, fu efficientissimo perché sul tronco dell’antico vassallaggio franco si

innestarono il vigore militare e le tradizioni di fedeltà dei guerrieri vichinghi. Questo permise a Rollone di

dividere le funzioni militari, svolte dai feudatari, dai compiti di natura amministrativa e giurisdizionale,

affidati ai viceconti, tutti vichinghi fedeli.

Ma i duchi di Normandia non furono attratti dai vicini territori francesi, quanto dall’Inghilterra, dove nei primi

decenni del Mille Canuto il Grande creò un vasto impero intorno al Baltico, comprendente Danimarca,

Norvegia e Inghilterra, che però si dissolse completamente alla sua morte.

Fu Guglielmo il Conquistatore (1066-87) a riprendere il controllo dell’isola insieme ai suoi cavalieri,

importandovi la lingua e i costumi francesi, tra cui i rapporti feudo-vassallatici. Egli e i suoi successori

lasciarono intatta la divisione del regno in contee (shires), sottoponendo i loro amministratori, detti

sceriffi, al controllo regio attraverso giudici itineranti. I cavalieri venuti dalla Normandia furono largamente

ricompensati con feudi e sottoposti ugualmente al sovrano. Ad essi era possibile sottrarsi solo pagando

una imposta sostitutiva (scutage).

Per l’amministrazione delle finanze fu creata la “Camera dello scacchiere”; Guglielmo fece anche

redigere il Domesday Book, un vero e proprio catasto del regno, indispensabile agli sceriffi per la

riscossione delle imposte e per il reclutamento dei soldati.

La potenza della monarchia inglese si accrebbe ancora di più con Enrico II (1154-89) dei Plantageneti, il

quale emanò negli anni 1164-66 le Costituzioni di Clarendon, con le quali si proponeva di acquisire il

pieno controllo della Chiesa. La ferma opposizione dell’arcivescovo di Canterbury, Thomas Becket, fece

naufragare il progetto.

17.2 – I normanni in Italia meridionale: mentre Guglielmo il Conquistatore guidava la sua spedizione alla

conquista dell’Inghilterra, altri cavalieri provenienti dalla Normandia erano impegnati già da qualche

decennio nella creazione di una salda dominazione politica al centro del Mediterraneo.

Ma i Normanni in Italia meridionale non giunsero come un esercito di conquistatori, bensì a piccoli gruppi e

con la speranza di farvi fortuna, mettendo le loro abilità militari al servizio delle numerose formazioni

politiche locali. Queste erano tutt’altro compatte al loro interno, percorse com’erano dai fremiti autonomistici

sia di vivaci comunità cittadine sia di funzionari pubblici.

Tra i capi dei vari gruppi, che operavano indipendentemente l’uno dall’altro, il primo ad emergere fu

Rainulfo Drengot, che combattendo a favore del duca di Napoli Sergio IV contro il principe di Capua,

ottenne da lui in feudo nel 1029 col titolo di conte il piccolo centro di Aversa. Contemporaneamente

andavano emergendo altri capi tra le bande normanne che operavano al servizio dei principi di Salerno

contro i Bizantini, ai quali, partendo da Melfi nel 1041, finirono col togliere buona parte della Puglia e della

Basilicata.

Fra i Normanni impegnati nella lotta contro i Bizantini in Puglia emersero ben presto gli Altavilla, prima

Guglielmo e poi Roberto il Guiscardo. La coalizione antinormanna promossa da papa Leone IX fu

rovinosamente sconfitta nel 1053 a Civitate, in Puglia, e lo stesso pontefice fu fatto prigioniero. Fu liberato

dopo un anno, quando divenne più conciliante, ma fu il successore Niccolò II a concedere a Roberto il

titolo di duca di Puglia, Calabria e Sicilia (quest’ultima ancora da conquistare) susseguentemente ad un

accordo a Melfi nel 1059.

Nel 1061 avvenne anche la conquista della Sicilia musulmana, che poi affidò, con il titolo di conte, al

fratello minore Ruggero, detto “Gran Conte”. Roberto intanto completò la conquista del Mezzogiorno

continentale: nel 1071 Bari, nel 1073 Amalfi, nel 1076 Salerno. Nel 1081 tentò anche l’assalto a

Costantinopoli, ma dovette ben presto ripiegare in Puglia per difendere i suoi possedimenti da Enrico IV.

La scomparsa del Guiscardo rimise in discussione la sua fragile costruzione politica. A imprimere una

svolta decisiva alla storia dell’Italia meridionale fu il figlio del Gran Conte, Ruggero II. Padrone

incontrastato della Sicilia, rivendicò il titolo di duca di Puglia e Calabria e riuscì a farsi incoronare re di

Sicilia dall’antipapa Anacleto II. Si formava così un regno destinato a durare fino al 1860, sia pur

attraverso crisi, divisioni e cambio di dinastie.

17.3 – I caratteri del Regno di Sicilia: eliminata l’ultima sacca di resistenza con la conquista di Napoli nel

1139, Ruggero II potè concentrarsi sull’organizzazione del suo regno, che si configurò in breve tempo

come uno dei meglio organizzati del tempo. Egli dotò il suo regno di una efficiente amministrazione, che si

articolava in uffici centrali operanti presso la corte di Palermo e in uffici periferici. Questo diede loro una

capacità di produrre leggi e di procurarsi entrate fiscali nonché il controllo dell’apparato ecclesiastico.

I sovrani normanni costituivano il vertice di una “piramide feudale”. La sua peculiarità derivò dalla capacità

dei sovrani di realizzare un equilibrio fra forze locali e autorità regia, per cui sempre e dovunque i funzionari

pubblici furono in grado di esercitare un controllo sulle prerogative di feudatari, enti ecclesiastici e comunità

cittadine.

Nel Mezzogiorno vi fu l’introduzione dei rapporti feudo-vassallatici, uno strumento efficace di governo,

mentre il resto dell’Italia si andava orientando, con la formazione dei Comuni, verso istituzioni politiche

capaci di suscitare maggiore partecipazione e una più vivace dinamica politico-sociale.

17.4 – Le origini delle crociate: i Normanni dell’Italia meridionale, sul finire del secolo XI, furono anche tra

i protagonisti di uno degli eventi più significativi dell’età medievale, le crociate, promosse forse in modo

involontario da Urbano II nel Concilio di Clermont-Ferrand (1095).

Le parole del pontefice ebbero vasta risonanza, perché la società europea alla fine dell’XI secolo era

pervasa da un forte slancio espansivo, la popolazione era in aumento, i mercanti europei contendevano ai

musulmani il controllo dei commerci mediterranei, e tutto era poi condito da un miscuglio confuso di

ottimismo e di profonda inquietudine religiosa, alimentata da predicatori itineranti.

Il numero dei pellegrini aumentava, e una delle mete più gettonate era diventata Santiago di Compostela

in Galizia, nella Spagna nord-occidentale, terra allora teatro di guerra tra cristiani e musulmani. I cavalieri

francesi, fiamminghi, lorenesi e italiani si diressero in Terrasanta, erano mossi non solo da spirito di

avventura e da desiderio di conquista, ma anche da entusiasmo religioso. Del resto si ebbero già episodi

di intolleranza verso gli Ebrei.

Dell’entusiasmo religioso suscitato dal movimento crociato si fece interprete un predicatore itinerante,

Pietro di Amiens, che promosse nel 1095 la crociata dei poveri. Essi saccheggiarono e massacrarono gli

Ebrei, ma furono poi trucidati dai Turchi.

La prima crociata ufficiale fu quella che iniziò nel 1096 su pressione di Urbano II. I vari contingenti armati,

francesi soprattutto, si mossero chi per mare chi attraverso i Balcani, andandosi a concentrare a

Costantinopoli. Da qui la spedizione di mosse nel 1097 con grandi difficoltà di natura tecnica

(equipaggiamenti inadatti al clima caldo) e caratteriale (il capo Goffredo di Buglione non era in grado di

tenere a freno le rivalità interne). Nonostante ciò, il 15 luglio del 1099, dopo cinque settimane di assedio, si

giunse alla conquista di Gerusalemme e allo sterminio della popolazione musulmana ed ebraica.

17.5 – Gli Stati crociati e l’esportazione dei rapporti feudali in Oriente: la presa di Gerusalemme fu

sorprendente, perché i crociati erano a digiuno di poliorcetica (arte degli assedi) e perché le defezioni

andavano assommandosi, visto che vari contingenti, desiderosi di ritagliarsi un loro dominio, preferivano

fermarsi in un territorio conquistato lasciando agli altri l’incombenza della conquista finale.

Teoricamente essi erano vassalli del Regno di Gerusalemme, che fu assegnato a Goffredo di Buglione.

Il suo successore, Baldovino, consolidò il regno, completando la conquista del litorale e cercando di

rendere più sicure le vie del pellegrinaggio. La base del suo potere era rappresentata da quei cavalieri

crociati che avevano rinunciato a tornare a casa e che avevano ottenuto così i feudi dal sovrano.

I legami feudali non valsero tuttavia a far sviluppare una forte solidarietà tra la classe dominante. Prezioso

si rivelò così l’aiuto degli ordini monastico-militari. I più importanti furono gli Ospedalieri di San Giovanni,

ora Cavalieri di Malta (1113); i Templari (1120) e i Cavalieri teutonici (1198), destinati poi alle attività

contro le popolazioni pagane del Nord Europa.

Importante fu anche l’aiuto delle città marinare italiane, prima i Genovesi e i Pisani, poi anche i Veneziani,

che ottennero privilegi commerciali di ogni genere.

17.6 – La riscossa dei musulmani: il successo dei crociati fu reso possibile anche dalle lacerazioni

esistenti all’interno del mondo musulmano. La situazione cambiò agli inizi del XII secolo, grazie

all’intraprendenza dell’emiro di Mossul e Aleppo, Imad al-Din Zinki, il quale esercitò una forte pressione

sugli Stati crociati, prendendo Edessa nel 1144. Nemmeno al crociata chiamata da Bernardo da

Chiaravalle servì a recuperare il terreno perduto. La piena riscossa musulmana arrivò qualche decennio

dopo ad opera di Saladino, il quale era a capo di un sultanato che andava dall’Egitto al Tigri. Nel 1187

sconfisse i Franchi a Hattin ed entrò trionfante in Gerusalemme.

La gravità dell’evento provocò in Occidente una mobilitazione ancora più grande che in precedenza.

Scesero in campo l’imperatore Federico Barbarossa, Riccardo Cuor di Leone e Filippo Augusto, ma ancora

una volta i risultati furono scarsi. Il clima di entusiasmo religioso si era definitivamente dissolto.

17.7 – La quarta crociata e la formazione dell’impero latino d’Oriente: uno dei più grandi papi di tutti i

tempi, Innocenzo III, si fece promotore di una grande crociata, col duplice obiettivo di recuperare

Gerusalemme ai cristiani e di ricondurre la Chiesa d’Oriente sotto la sovranità pontificia.

I crociati erano radunati presso Venezia nel 1202 per raggiungere l’Oriente via mare, ma erano privi di

mezzi necessari per pagare il noleggio delle navi. Il doge Enrico Dandolo offrì allora il trasporto gratuito

delle truppe a patto che si facesse scalo a Zara e Costantinopoli, la prima ex possedimento veneziano e

la seconda in procinto di passare nelle mani dell’imperatore Alessio, che prometteva lauti compensi,

partecipazione alla crociata e unificazione delle Chiese.

I crociati, fatto il loro, constatarono che Alessio non era in grado di smorzare le forti ostilità verso gli

Occidentali della popolazione di Costantinopoli, che venne allora direttamente conquistata e orrendamente

saccheggiata nel 1204. I conquistatori procedettero alla fondazione dell’impero latino d’Oriente, diviso fra

Baldovino di Fiandra, Venezia e domini in feudo.

17.8 – La fine dell’impero latino d’Oriente e l’agonia dell’ideale della crociata: l’impero latino d’Oriente

si rivelò fin dall’inizio una costruzione politica assai debole, soprattutto a causa dell’ostilità della

popolazione. Il nuovo patriarca di Costantinopoli, il veneziano Tommaso Morosini, non era in grado di

esercitare alcuna influenza reale né sul clero né sul popolo dei fedeli.

A complicare la situazione contribuì anche l’insofferenza di Genovesi e Pisani per la posizione di assoluta

preminenza conquistata dai Veneziani. Ma Innocenzo III, poco prima di morire, riuscì a far bandire nel

1215 dal IV Concilio lateranense una nuova crociata (presagium universale). La spedizione partì nel

1217 guidata dal re Andrea d’Ungheria. Nel 1221 però si era già conclusa dopo alcune inutili operazioni

belliche nel delta del Nilo.

Il re di Francia Luigi IX può essere considerato l’ultimo vero esponente del movimento crociato, ma il suo

impegno non fu ripagato dall’esito, disastroso, delle sue spedizioni da lui guidate nel 1248 e nel 1270,

quando l’esercito radunato a Tunisi fu falcidiato dalla peste, che provocò la morte dello stesso sovrano.

Tra la quinta e la sesta crociata ce ne era stata un’altra, di cui fu protagonista Federico II. Gerusalemme fu

restituita nel 1229 ai cristiani senza colpo ferire a causa di un patto stipulato con il sultano del Cairo Malik

al-Kamil. L’accordo però prevedeva lo smantellamento di tutte le fortificazioni, per cui la città priva di difese

fu presa da una tribù di Turchi nomadi nel 1244.

Infine, i Mamelucchi, la casta degli schiavi-guerrieri che deteneva il potere effettivo al Cairo, nominarono

un sultano accantonando Saladino, che avviò la conquista sistematica dei territori rimasti ancora in mano ai

cristiani. Le ultime città a cadere furono nel 1291 Tiro, Sidone, Beirut e San Giovanni d’Acri.

18 – La ripresa della lotta tra papato e impero e le monarchie dell’Europa occidentale

18.1 – Innocenzo III e l’apogeo del papato: la morte precoce nel 1197 dell’energico e ambizioso Enrico

VI venne a coincidere con l’ascesa al soglio pontificio di Innocenzo III (1198-1216), un papa dotato di una

concezione altissima della sua dignità (“il potere regio deriva dall’autorità papale lo splendore della propria

dignità…”).

Il primo intervento riguardò il Regno di Sicilia, che la Chiesa considerava suo feudo fin dal tempo degli

accordi di Melfi con Roberto il Guiscardo nel 1059. La regina Costanza, vedova di Enrico VI, per tutelare i

diritti del figlio, Federico II, prima di morire lo pose sotto la tutela di Innocenzo III, che infatti gli fece

conferire la corona regia nel 1208, quando, all’età di 14 anni, uscì di minorità.

Intanto il papa, mentre approfittava della vacanza del trono imperiale per estendere e rafforzare il dominio

della Chiesa in Umbria, nelle Marche e in Romagna, si ergeva ad arbitro nella contesa fra i pretendenti alla

successione di Enrico VI: Ottone di Bunswick, capo guelfo, e Filippo di Svevia, fratello dell’imperatore

defunto. La scelta cadde sul primo. Incoronato a Roma nel 1209, si dimostrò però inaffidabile ed

aggressivo, cosicché venne scomunicato come traditore e spergiuro, e la corona imperiale fu affidata

proprio a Federico II.

Contemporaneamente Innocenzo III si assicurò l’omaggio feudale dei regni di Aragona, Portogallo,

Bulgaria, Serbia, Inghilterra, dell’imperatore latino d’Oriente, del titolare della corona di Gerusalemme, dei

duchi di Atene, etc.

18.2 – La crociata contro gli albigesi e il IV Concilio lateranense: nei primi anni del ‘200, l’attenzione di

Innocenzo III si concentrò in particolare sui catari, numerosi in Provenza e in Linguadoca, nel sud della

Francia, e specialmente nella città di Albi, nella contea autonoma di Tolosa: di qui la denominazione di

albigesi.

Questo fece sì che l’intervento di Innocenzo III mettesse in moto un complesso meccanismo politico,

fornendo alla monarchia francese l’occasione per estendere, prima, la sua influenza e poi il dominio diretto

sul sud della Francia. Tutto cominciò nel 1208, quando l’uccisione da parte dei catari di un legato papale

indusse il papa a bandire contro di loro una crociata, alla quale accorsero molti cavalieri ed esponenti della

feudalità del nord della Francia.

Ma nonostante gli appelli alla moderazione del pontefice, il tutto si ridusse ad una serie di stragi e

saccheggi senza fare distinzioni fra le popolazioni. Si concludeva così definitivamente la parabola

dell’ideale della crociata: da fermento religioso a strumento politico nelle mani del papato.

Ultima azione di Innocenzo III fu la convocazione del IV Concilio lateranense nel 1215, in cui fu dato

molto spazio alla definizione di una strategia globale per la lotta contro l’eresia e ai richiami puntuali ai

doveri sia degli ecclesiastici sia dei semplici fedeli. Nel 1216 il papa si spense a Perugia lasciando la

Chiesa all’apice del suo potere.

18.3 – La restaurazione del potere monarchico in Francia: il re di Francia Filippo Augusto (1180-

1223), della dinastia dei Capetingi, operò con pari impegno sia all’interno del regno, imponendo ai feudatari

l’adempimento dei loro obblighi feudali e proteggendo le città, sia in politica estera, tentando di indebolire il

suo potente vassallo inglese (il padre Luigi VII non seppe impedire il matrimonio della sua ex moglie

Eleonora d’Aquitania con Enrico II d’Inghilterra, con conseguente trasferimento al re inglese di parte del

territorio francese).

Con la morte di Riccardo Cuor di Leone nel 1199 e di Enrico VI nel 1201, arbitro della situazione

restava, insieme a papa Innocenzo III, l’astuto re francese. Il debole successore al trono inglese Giovanni

Senzaterra fu condannato per fellonia, con conseguente confisca dei feudi. Ciò permise a Filippo di

recuperare alla corona fra il 1203 e il 1207 la Normandia, l’Angiò e la Bretagna, fra le altre. Filippo tentò

anche la conquista dell’Inghilterra, ma Giovanni si mise abilmente sotto la protezione papale, dichiarando il

suo regno feudo della Chiesa.

L’anno dopo però, Innocenzo III promosse una coalizione contro Ottone di Brunswick, della quale Filippo

divenne perno principale, in quanto Giovanni si alleò con l’imperatore insieme ad alcuni grandi feudatari

della Francia del Nord, come i conti di Fiandra e Boulogne. Lo scontro avvenne presso il ponte di

Bouvines, in Fiandra, nel 1214. L’esercito anglo-tedesco fu posto in rotta, e Filippo Augusto impose con la

capitolazione di Chinon il riconoscimento di tutti i territori da lui incorporati negli ultimi anni.

La sua opera fu continuata dal figlio Luigi VIII e da Luigi IX, santificato dalla Chiesa per la sua pietà

religiosa.

18.4 – La Magna charta e le origini delle istituzioni parlamentari in Inghilterra: dopo la sconfitta di

Bouvines, Giovanni Senzaterra dovette affrontare la reazione dell’opinione pubblica e della nobiltà inglese,

irritate per il carico fiscale e per la decisione del re di dichiarare il regno feudo della Chiesa.

Nel 1215, baroni e grandi ecclesiastici passarono alla rivolta aperta, imponendo al re la concessione della

famosa Magna charta. Con essa il sovrano sii impegnava a rispettare i diritti di cui godevano i nobili, gli

ecclesiastici e tutti i liberi del regno, le concessioni operate nel passato dai suoi predecessori a favore di

Londra e delle altre città, il diritto dei sudditi di condizione libera di essere giudicati da tribunali di loro pari.

Inoltre non potevano essere imposte nuove tasse senza il consenso della nobiltà e del clero, e Giovanni fu

obbligato a farsi assistere negli affari di governo da una curia di venticinque baroni.

Giovanni, sconfessato da Innocenzo III, decadde dal trono, che passò al figlio Enrico III.

18.5 – La ripresa dell’iniziativa imperiale e la restaurazione del potere regio nel Regno di Sicilia: la

domenica di Bouvines, Federico II si trovava in Germania, fra l’ostilità dei sostenitori italiani e tedeschi di

Ottone. Ma l’appoggio dei vescovi e dei principi ecclesiastici contribuì fortemente ad orientare verso di lui

l’animo dei Tedeschi, per cui fu possibile all’arcivescovo di Magonza incoronarlo re di Germania.

Non si trattava però di un aiuto disinteressato, dato che già il 12 luglio del 1213 Federico dovette emanare

la Bolla d’oro di Eger, con la quale rinunciò ai diritti che il concordato di Worms del 1122 aveva

riconosciuti al potere imperiale nelle elezioni di vescovi e abati.

Federico, prima ancora di essere incoronato imperatore, designava già come suo successore il piccolo

figlio Enrico, mostrando chiaramente di voler introdurre anche nella carica imperiale il principio

dell’ereditarietà, allora in via di affermazione definitiva nell’ambito delle monarchie europee.

La disinvolta e audace politica del giovane sovrano svevo era stata resa possibile dal carattere remissivo e

bonario del nuovo pontefice, Onorio III (1216-1227), già avanti negli anni e con una sola idea fissa nella

mente: la riconquista di Gerusalemme. Gli fu possibile così, in cambio della promessa solenne di partire

per la crociata e di intraprendere una lotta dura contro l’eresia, ottenere dal papa di mantenere l’unione

delle due corone, quella imperiale e siciliana.

Nel Mezzogiorno, il primo obiettivo che egli si pose fu quello di rivendicare tutti i diritti regi che erano stati

usurpati nel trentennio precedente. Nel 1220, con la dieta di Capua, decise di far abbattere i castelli

costruiti abusivamente, di annullare le più avanzata autonomie cittadine e di riesaminare tutti i privilegi

concessi a partire dal 1189 e tutti gli atti compiuti da Ottone di Brunswick nel breve periodo in cui aveva

avuto il controllo del Regno di Sicilia.

Ci fu naturalmente la resistenza dei baroni, che il giovane sovrano superò a prezzo di due anni di aspre

lotte e giocando d’astuzia: riuscì infatti a mettere i feudatari minori contro quelli più potenti, salvo poi

disfarsi anche di loro. Inoltre i Saraceni furono deportati a Lucera, in Puglia.

Contemporaneamente, Federico adottava tutta una serie di misure per risollevare le condizioni economiche

del regno, facilitando gli scambi, costruendo porti e garantendo la sicurezza delle strade. Inoltre, volendo

potenziare l’apparato burocratico-amministrativo dello Stato e avendo bisogno per questo di giuristi e di

funzionari ben preparati, nel 1224 fondò a Napoli la prima università statale del mondo occidentale.

18.6 – La crociata di Federico II e il conflitto con il papato: intanto il 18 marzo 1227 moriva il mite

Onorio III e gli succedeva l’intransigente cardinale Ugolino da Ostia, che prese il nome di Gregorio IX.

Pur essendosi dimostrato in precedenza amico e fautore di Federico, gli impose subito di partire per la

Terrasanta.

L’imperatore immediatamente convocò crociati e pellegrini a Brindisi, ma nel caldo dell’agosto scoppiò una

epidemia che fece molte vittime. Il papa non credette alla malattia di Federico e il 29 settembre 1227 lanciò

contro di lui la scomunica dalla cattedrale di Anagni.

Federico, appena guarito, indisse la crociata “pacifica” di cui si è già parlato, mandando su tutte le furie

Gregorio IX, che trovava scandalosi i buoni rapporti stabiliti dall’imperatore con gli infedeli. Così, al suo

ritorno in Italia, dovette fronteggiare una crociata bandita contro di lui dal papa, che fomentò anche una

rivolta di baroni pugliesi. Vinti i nemici e respinto l’esercito crociato, potè finalmente raggiungere un

compromesso con Gregorio IX, sancito dalla pace di Ceprano del 1230. L’imperatore fu prosciolto dalla

scomunica, ma dovette rinunciare ad ogni forma di controllo sull’elezione dei vescovi e riconoscere al clero

meridionale piena immunità giudiziaria e fiscale.

Ma il momento più significativo della sua azione riformatrice fu l’emanazione nel 1231 delle Costituzioni di

Melfi, con le quali dotò il regno di un codice organico di leggi, ispirato alla tradizione giuridica romana e alla

legislazione normanna. Grande impegno profuse anche nel potenziamento delle opere difensive e nella

salvaguardia della pace e dell’ordine, puntando sulla costruzione di una rete di castelli.

Anche in Germania promulgò un importante codice di leggi: la Costituzione di pace imperiale, emanata a

Magonza nel 1235, con la quale riordinò tutto il diritto penale tedesco.

18.7 – La scomunica di Federico II e la nuova crisi del potere imperiale: nel 1237 l’imperatore ritenne

di essere finalmente in grado di imporre la sua volontà alla Lega lombarda. Ed effettivamente nel 1238

inflisse ad essa una grave sconfitta a Cortenuova, presso Bergamo. Commise però l’errore di imporre

condizioni di pace troppo dure, che sortirono l’effetto di spingere Milano, Alessandria, Brescia, Piacenza,

Bologna e Faenza a resistere ad oltranza. A incoraggiarle contribuiva anche Gregorio IX, che diede inizio

ad una intensissima attività diplomatica, unendo Genova e Venezia, città rivali, per attaccare il Regno di

Sicilia.

Il 20 marzo del 1239 il vecchio pontefice lanciò, infine, la seconda scomunica contro l’antico pupillo di

Innocenzo III, sciogliendo i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà. Federico fu inoltre dichiarato decaduto

dalla dignità imperiale nel Concilio di Lione del 1245, e il papa lo additò come incarnazione

dell’Anticristo, mobilitandogli contro domenicani e francescani.

Rivolte e congiure scoppiavano sia in Germania sia in Italia meridionale, e molti Comuni del Nord

abbandonavano il partito ghibellino e passavano in quello guelfo. Il 13 dicembre del 1250 Federico moriva

a 56 anni a Castel Fiorentino, presso Lucera. Nel 1254 morì anche il figlio Corrado IV, cosicché il trono

imperiale rimase vacante fino al 1273, quando fu eletto imperatore il debole Rodolfo d’Asburgo. Egli si

interessò soprattutto dei domini diretti della sua casata, rinunciando a svolgere un ruolo attivo in Italia e in

Germania.

Nell’antico Regno di Sicilia salì al trono il figlio naturale di Federico II Manfredi. Il papato era però deciso

ad eliminare definitivamente gli Svevi dalla scena politica e contro di lui chiamò in Italia Carlo d’Angiò,

fratello di Luigi IX di Francia. Manfredi cercò di bloccarlo, ma, abbandonato nel momento decisivo da

buona parte dei suoi feudatari, fu sconfitto e morì combattendo a Benevento nel 1266.

18.8 – La ripresa cristiana in Spagna: riconquista o reconquistas? Il primo focolaio di resistenza ai

musulmani viene individuato concordemente nelle Asturie agli inizi dell’VIII secolo, cui altri se ne

aggiunsero successivamente nella zona pirenaica (Navarra e Aragona). Si trattava di regioni montagnose

assai povere, sulle quali gli emiri (dal 929 califfi) di Cordova rinunciarono a estendere il loro dominio diretto.

Un maggiore attivismo degli Stati cristiani è documentato fra IX e X secolo, anche se non ci fu mai uno

sforzo unitario e coordinato. Questo fu favorito dalla crisi politica del califfato di Cordova, che nel 1031

scomparve, frantumandosi in una serie di piccole entità politiche. Fu allora che la riconquista, pur

conservando il duplice aspetto di conquista militare e di colonizzazione, venne connotandosi anche come

impresa politica e religiosa, acquistando poi, nel corso del secolo XI, il carattere quasi di crociata.

Numerosi cavalieri normanni e francesi arrivarono così in Spagna, per combattere i musulmani. I sovrani

cristiani volevano sottomettere politicamente i musulmani, accontentadosi di imporre la loro protezione in

cambio di un tributo annuo, così come l’Islam stesso faceva con i cristiani e gli Ebrei, che si trovavano sotto

il suo dominio.

Agli inizi del secolo XI la geografia politica della Spagna era così delineata: il regno di Leon, nella parte

nord-occidentale, da cui si staccò verso la fine del secolo XI la contea del Portogallo; il regno di Navarra

nella parte nord-orientale; il regno di Castiglia nella parte centrale; il regno d’Aragona a ridosso della

zona pirenaica, che nel 1137 si unì alla contea di Barcellona (nata dalla marca ispanica, creata da Carlo

Magno).

18.9 – La struttura sociale ed economica degli Stati spagnoli: verso la metà del ‘200, la riconquista

poteva dirsi conclusa, essendo rimasto ai musulmani solo un piccolo territorio di circa 30.000 kmq alle

pendici della Sierra Nevada, tra Granata, Almeria e Malaga, dove essi rimasero fino al 1492 come tributari

dei re di Pastiglia.

Al di là delle differenza esistenti tra la Castiglia e l’Aragona, da una parte, caratterizzate da una economia

agricola e pastorale, e la Catalogna e le zone costiere in generale dall’altra, proiettate verso i traffici

marittimi e l’economia d mercato, la lunga guerra contro i mori lasciò sulla società spagnola una impronta

bellica e colonizzatrice, poiché vi fu un continuo coinvolgimento di popolazioni rurali e urbane, che permise

loro di avere larghi spazi di autonomia.

All’interno delle città e delle comunità rurali, avevano una posizione dominante i combattenti a cavallo, i

caballeros villanos, una sorta di oligarchia guerriera. Vantaggi ancora maggiori furono quelli conseguiti da

un gruppo ristretto di grandi nobili, dagli ordini militari e dalle chiese vescovili, che accumularono ingenti

patrimoni attraverso le distribuzioni di terre fatte dai sovrani.

Un ceto intermedio tra i caballeros villanos e i grandi nobili erano gli hidalgos, discendenti da quei cavalieri

che avevano partecipato alla riconquista, ma che non avevano avuto la fortuna di conseguire titoli di nobiltà

e di accumulare grandi patrimoni.

19 – Le origini della Russia e l’impero mongolo

19.1 – Il principato di Kiev e la conversione dei Rus: tra VIII e IX secolo pirati-mercanti provenienti dalla

Scandinavia, detti Vichinghi, si mossero lungo le due vie commerciali che collegavano il mare Baltico con i

grandi imperi bizantino (Mar Nero) e arabo (Mar Caspio). Le popolazioni slave chiamavano Rus questi

stranieri.

Verso la metà del IX secolo i Rus presero, però, a imporsi alle popolazioni locali, assumendo il controllo di

Novgorod e di Kiev, centri commerciali dove erano già numerosi, e diedero vita, sotto la guida di Oleg, al

Principato di Kiev, aggregando attorno a sé le tribù degli Slavi dell’est.

I principi di Kiev strinsero con Bisanzio rapporti commerciali, che vennero regolamentati nel 944 da un

apposito trattato. Una svolta si ebbe con il principe Vladimir (978-1015). Per stringere attorno a sé tutte le

tribù slave unendole nel culto a un Dio comune, egli promosse la conversione del suo popolo al

Cristianesimo.

Si trattò del più grande successo dei missionari bizantini e di un avvenimento di grandissima importanza

nella storia della Cristianità. La chiesa russa fu posta sotto la guida del metropolita di Kiev, nominato dal

patriarca di Costantinopoli. A partire dalla metà del secolo XI il principato di Kiev cominciò però a decadere

sia per i continui attacchi alle sue frontiere meridionali da parte di Peceneghi e Cumani, tribù turche, sia

per il declino delle vie commerciali russe in seguito alla ripresa dei traffici mediterranei; inoltre le lotte

dinastiche furono destabilizzanti, e favorirono Novgorod e Mosca.

19.2 – La comparsa dei Mongoli di Gengis Khan: i mongoli, popolazioni seminomadi provenienti

dall’attuale Mongolia, nel 1223 spazzarono via un esercito congiunto russo-cumano presso il fiume Kalka, a

nord del Mare d’Azov. Fu Gengis Khan il grande guerriero che per primo organizzò militarmente quel

popolo di nomadi e pastori, lanciandolo alla conquista del mondo.

Straordinaria fu la sua capacità di valorizzare a fondo la tradizione guerriera del suo popolo, ma ancora più

straordinaria fu la sua capacità di trasformare tribù in continuo contrasto fra di loro in una nazione stretta

intorno ad un unico sovrano e soggetta a una sola legge, la yasaq, fatta d poche norme: non rubare, non

commettere adulterio, non dire falsa testimonianza, rispettare i vecchi, i saggi e i poveri, essere tolleranti in

religione e così via.

Fino al 1220 si spinse fino alle coste del Pacifico, e a sud fino alla fascia della Cina settentrionale; dopo il

1220 i suoi sforzi si concentrarono sul fronte occidentale, con scorrerie che raggiunsero la Mesopotamia, la

Georgia e la Russia meridionale. Nel 1226-27 si volse di nuovo verso la Cina, per completarne la

conquista, ma la morte non gli consentì di realizzare il suo progetto.

Nei confronti delle popolazioni soggette Gengis Khan ebbe un atteggiamento improntato a una grande

duttilità. Quelli che si sottomisero spontaneamente non subirono danni ma anzi trassero vantaggi

economici andando ad inserirsi nei traffici commerciali; quelle che opposero resistenza furono decimate e

videro distrutte le loro città. Ai territori soggetti fu imposta una rudimentale amministrazione affidata a

funzionario mongoli, che raccoglievano tributi e rastrellavano gli artigiani più abili per trasferirli in Mongolia

e dare impulso alle attività produttive locali.

Gengis Khan si dotò anche di una fedelissima e numerosissima guardia del corpo, forte di ben 10.000

uomini, reclutati tra i figli dei capi militari. La sua morte non valse a frenare lo slancio espansivo dei Mongoli

o Tartari (nome europeo che li associava ai mostri usciti dall’inferno).

Così fu completata la conquista della Cina e della Corea, fu sottomessa l’intera Persia, e un grande

esercito al comando del generale Sabotai ricomparve nel 1237 nelle pianure dell’Europa orientale. Nel giro

di pochi anni, travolti i principati russi - Kiev fu distrutta nel 1240 – e, uno dopo l’altro, gli eserciti ungheresi

e polacco, i Mongoli arrivarono a Cracovia e Breslavia. Minacciavano ormai anche Vienna e la Germania,

ma all’improvviso nel 1242, cominciarono a ripiegare, lasciando tutta l’area danubiana in un’immane

desolazione.

Continuò invece l’avanzata a sud-ovest verso l’Armenia, l’Azerbaigian, la Mesopotamia, la Siria e

l’Egitto, Baghdad fu saccheggiata nel 1258 e lo stesso califfo fu ucciso. In Egitto però le torme dei cavalieri

mongoli si infransero contro la resistenza dei Mamelucchi, mercenari turchi al servizio del sultano, che li

sconfissero nel 1260, costringendoli alla ritirata. Altra battuta d’arresto avvenne in India, mentre il

Giappone fu salvato dalle tempeste, che distrussero le flotte mongole in partenza dalla Corea.

All’origine di questi primi insuccessi c’erano le rivalità sempre più accese tra i familiari e i discendenti di

Gengis Khan. Si formarono infatti quattro grandi imperi dalla disgregazione della grande unità territoriale

precendente.

19.3 – Il Gran khan Kubilai, Marco Polo e la via della seta: il maggiore degli imperi mongoli fu quello che

comprendeva le attuali Mongolia e Cina, il cui sovrano aveva il titolo di Gran khan. Raggiunse il massimo

della potenza e dello splendore al tempo di Kubilai (1260-1294), il quale trasferì la capitale da Karakorum

a Pechino.

Fallita la conquista del Giappone, i Mongoli, dai costumi rozzi, si trovarono in Cina in un paese con una

economia assai prospera e con una classe dirigente dallo stile di vita assai raffinato. Così essi si venivano

lentamente modificando, grazie anche alla conversione al Buddismo.

Oltre ai missionari, che invano perseguivano la conversione al Cristianesimo, furono i mercanti italiani a

recarsi tra i primi alla corte del Gran khan. Li spingeva a un così lungo viaggio la prospettiva di raggiungere

direttamente i luoghi di produzione della seta e delle spezie. Rendeva ora il viaggio meno pericoloso la pax

mongolica, vale a dire la relativa sicurezza resa possibile dal pieno controllo che dell’intera area avevano i

Mongoli.

Tra questi primi viaggiatori si pongono i veneziani Niccolò e Matteo Polo, che fecero un primo viaggio fra

il 1261 e il 1268, tornandovi tre anni dopo col figlio di Niccolò, Marco. Egli rimase 17 anni alla corte del

Gran khan, di cui si guadagnò l’amicizia e la fiducia, al punto che gli furono affidate importanti missioni

diplomatiche. Il suo patrimonio di conoscenze confluì in un lungo racconto, Il Milione, che diffuse

l’immagine dell’Oriente come paese delle meraviglie e delle ricchezze.

19.4 – L’Orda d’oro e l’emergere di Mosca tra i principati russi: l’ultimo degli imperi nati dalle conquiste

di Gengis Khan fu l’Orda d’oro, che comprendeva un vasto territorio eurasiatico a cavallo degli Urali, dal

bacino del Volga alla Georgia. Questo impero si integrò già da metà del XIII secolo al mondo islamico-

mediterraneo. come dimostra la conversione all’Islam e gli stretti rapporti economici e culturali con l’Asia

minore e l’Egitto.

Nei primi decenni del ‘300 ci fu però una grande ascesa di Mosca. La sua esistenza è documentata per la

prima volta nel 1147, quando era poco più che un villaggio circondato da una palizzata ai piedi di un

castello (Cremino, da kreml = fortezza); ma già alla metà del secolo seguente era cresciuta di importanza

grazie alla sua felice posizione al centro di una rete fluviale, su cui si svolgeva un intenso traffico. La città,

che aveva preso il nome del fiume, la Moscova, offriva un buon rifugio, protetta com’era dai boschi e dai

terreni paludosi, poco adatti alle travolgenti cariche degli invasori.

Alla fortuna di Mosca contribuirono però anche i suoi principi, che agli inizi del ‘300 con Ivan I, che ebbe

l’incarico di provvedere alla riscossione dei tributi, che tutti i principi russi dovevano all’Orda d’oro. Vi era

anche il Granducato di Lituania, nato nella seconda metà del XIII secolo dall’unione di popolazioni

baltiche in gran parte pagane, ma che si unì alla Polonia sotto la guida di Ladislao II (1386-1434).

Condizione della unione fu la conversione al cattolicesimo.

Infine, il principato di Novgorod, sconfitti gli Svedesi e i Cavalieri teutonici, nella seconda metà del ‘400

cadde sotto il dominio di Mosca.

IV – L’autunno del Medioevo e le origini del mondo moderno

20 – L’Europa tra crisi e trasformazione

20.1 – Il rallentamento dello sviluppo economico e la crisi demografica: agli inizi del ‘300, in Europa si

registrò un rallentamento del processo di crescita: cominciano a diradarsi le grandi opere di dissodamento,

rallenta la fondazione di nuovi insediamenti, nell’ambito agricolo il rapporto fra popolazione e territorio

raggiunse il suo punto di rottura, cosicchè si aveva un raccolto insufficiente ogni tre anni e una carestia

ogni dieci.

Fra 1313 e 1316, in Francia ed Inghilterra, vi fu un aumento dei prezzi intorno al 300% rispetto agli anni

immediatamente precedenti. La conseguenza di tutto ciò fu un aumento generale del tasso di mortalità, al

quale seguì un calo del tasso di natalità. Di recente, il calo delle produttività e l’insorgere delle carestie

sono stati ricondotti da alcuni studiosi al peggioramento del clima, che sarebbe diventato dal ‘300 più

freddo e piovoso.

Fra ‘300 e ‘400, vi fu l’avanzamento dei ghiacciai artici e alpini, l’innalzamento del Mar Caspio, il Mar

Baltico si ricoprì di ghiaccio tre volte, mentre numerosi villaggi posti lungo le coste del mare del Nord furono

distrutti da terribili mareggiate; Firenze fu investita da una violentissima inondazione nel 1333 mentre nel

1315 vi furono in tutta Europa piogge torrenziali che durarono dalla primavera all’autunno.

Nelle città cercavano rifugio schiere sempre più folte di abitanti delle campagne, che nell’organizzazione

annonaria urbana ponevano le loro sia pur limitate speranze di sostentamento. Questo fece peggiorare le

già precarie condizioni igieniche delle città di quel tempo e rese il terreno propizio al dilagare delle malattie

e delle epidemie, le quali tra 1313 e 1348 valsero ad indebolire non poco il patrimonio demografico e

biologico dell’Europa.

In Inghilterra, stime attendibili valutano a ¼ il calo della popolazione indotto dalla peste, per Piemonte e

Bologna è stato invece calcolato un tasso di mortalità fra 1/3 e 2/5 degli abitanti. La peste nera a Pistoia,

fra 1399 e 1400, causò una mortalità del 26%. Sempre nel 1348 vi fu un forte terremoto in Carinzia, che

provocò 10.000 morti. Il terremoto che investì nel 1349 l’Appennino centrale in Italia causò danni anche alla

Basilica di San Pietro a Roma.

Approfondimenti – La via della peste: studi recenti hanno permesso di localizzare il focolaio di partenza

nel cuore del regno mongolo nella regione del Lago Balkhas (Kazakistan), da dove, seguendo la via

della seta, avrebbe raggiunto Samarcanda nel 1341 e la Crimea nel 1346. Qui il suo passaggio è

documentato con certezza dalle vicende della colonia genovese di Caffa. Nel giugno del 1347 la peste è

già a Costantinopoli, e nel giro di pochi giorni raggiunse Siracusa, Catania, Agrigento, Trapani, la

Sardegna, la Corsica e Reggio Calabria, partendo verso nord.

20.2 – La guerra e le compagnie di ventura: le prime regioni ad essere coinvolte nelle devastanti guerre

del ‘300 furono quelle dell’Italia meridionale, in particolare Sicilia, Calabria e Campania, teatro della

cosiddetta guerra del Vespro, che scoppiata nel 1282 durò ben 90 anni, e vide protagonisti gli Aragonesi e

le loro truppe mercenarie (gli Almugàveri).

Le imprese degli Almugàveri prefiguravano il nuovo tipo di guerra: una guerra combattuta soprattutto da

milizie mercenarie (un prodotto della società feudale) e volta ad annientare l’avversario attraverso la

distruzione delle sue risorse, finendo col configurarsi a volte come vera e propria guerra economica.

Le truppe mercenarie erano, nei primi tempi, bande armate capeggiate da esponenti della piccola e media

nobiltà, ai quali i patrimoni familiari, assotigliandosi di generazione in generazione attraverso le divisioni

ereditarie, non erano più in grado di assicurare un livello decoroso di vita.

La domanda di milizie mercenarie ebbe anche conseguenze sulla popolazione locale. La necessità di far

fronte a spese militari sempre crescenti per accaparrarsi i condottieri di maggio prestigio, costrinse gli Stati

ad aumentare la pressione fiscale. Di qui l’esasperazione delle popolazioni e la preoccupazione di un

intellettuale quale il Petrarca, che espresse nella canzone Italia mia lo sgomento sia per lo scempio, che

dell’Italia facevano le milizie mercenarie, sia per la beffa causata dalla loro ovvia mancanza di patriottismo

ed infedeltà.

Le più note compagnie erano composte da stranieri, come quella del bretone Giovanni di Montreal, che

saccheggiò nel 1353-54 la Toscana, la Romagna e l’Umbria. Ad esse si aggiunsero ben presto compagnie

italiane, come quella di San Giorgio fondata nel 1379 dal conte Alberico da Barbiano. Le compagnie di

ventura, da bande di predatori quali erano state spesso nel secolo precedente, si trasformarono in

organizzazioni complesse, i cui capi si configuravano non solo come signori della guerra ma anche come

veri e propri imprenditori economici (Gattamelata e Bussone).

20.3 – Rivolte contadine e tensioni sociali: guerre e carestie contribuirono a far esplodere, da un capo

all’altro dell’Europa, rivolte contadine e tensioni sociali. Da una parte c’è chi considera le rivolte come fatti

accidentali legati ad eventi ben individuabili, come carestie, recessione economica e pressione fiscale,

dall’altra c’è chi mette l’accento sulla maggiore pressione dei signori fondiari, che pretesero di imporre

nuovi oneri ai contadini.

La rivolta più famosa è certamente la jacquerie francese, che esplose nel 1358 e prese il nome da

Jacques Bonhomme, capo dei rivoltosi. Il moto partì dall’Ile de France e si estese rapidamente in una vasta

area, trovando anche l’appoggio del ceto mercantile di Parigi, il cui principale esponente, Etienne Marcel,

perseguiva il progetto di ridurre i privilegi e quindi il potere politico della nobiltà. Questo non valse a

impedire la violenta reazione della nobiltà delle campagne, la quale nel giro di pochi giorni ebbe ragione dei

rivoltosi, che lasciarono sul terreno circa 20.000 morti.

Anche la rivolta inglese del 1381 ebbe nei contadini l’elemento propulsivo, ma coinvolse in seguito operai

salariati e artigiani, e ancora esponenti del mondo ecclesiastico, impegnati in una radicale contestazione

dei vizi del clero e dell’egoismo dei ricchi. Il malcontento andava crescendo già da qualche tempo: nel 1351

l’emanazione dello statuto dei lavoratori vietava l’aumento dei salari, nel 1381 il prelievo fiscale causato

dalla guerra con la Francia diventò insostenibile.

Il re Riccardo II e i nobili si videro costretti ad accogliere buona parte delle richieste dei rivoltosi e a

concedere una amnistia generale, dalla quale furono esclusi soltanto i più radicali, che si mantennero in

armi finendo poi massacrati. Una realtà ancora diversa era quella della Catalogna, dove tra XII e XIII

secolo, circa un quarto di popolazione si era venuta a trovare in condizioni di servitù della gleba, per cui

poteva abbandonare la terra cui era legata solo pagando un riscatto. La situazione, diventata via via più

pesante nel corso del ‘300, esploderà in una revuelta general nel 1462, trovando il sostegno della

monarchia, allora in lotta contro la bassa nobiltà e il patriziato cittadino.

In Italia meridionale, agli inizi del ‘300, si verificarono un po’ dovunque rivolte contro i signori laici ed

ecclesiastici, ma esse mantennero sempre un carattere episodico e locale. Questa fenomeno prese il nome

di brigantaggio.

20.4 – Le rivolte degli operai dell’industria tessile: l’Italia centro-settentrionale aveva presentato un forte

incremento dell’artigianato e del settore tessile. Nel corso del ‘200-‘300, tuttavia, vi fu una progressiva

riduzione del numero delle vecchie botteghe artigiane e l’emergere della figura eccentrica del mercante-

imprenditore.

A rendere inquieti i lavoratori contribuiva la mancanza assoluta di ogni forma di tutela sindacale. A Firenze,

lo scardassi ere Ciuto Brandini, per aver tentato di dar vita ad una fratellanza, fu condannato a morte

nonostante lo sciopero di protesta – uno dei primi della storia – indetto dai suoi compagni di lavoro.

La nuova organizzazione industriale, inoltre, era finalizzata alla produzione di grossi quantitativi di panni,

destinati in gran parte all’esportazione. L’attività produttiva era legata quindi all’andamento del mercato ed

esposta a tutti i contraccolpi delle congiunture sfavorevoli, con conseguenze drammatiche per migliaia di

lavoratori, ai quali i livelli dei salari non consentivano una capacità di risparmio che permettesse loro di

superare periodi sia pur brevi di disoccupazione.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gerson Maceri di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Salvaneschi Enrica.

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