Alcibiade (452/450-404 a.C.)
Prefazione. Le fonti
Le fonti che parlano di Alcibiade si possono dividere in positive e negative:
Fonti positive
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Tucidide → storico del V secolo a.C., contemporaneo di Alcibiade.
- Ha scritto la "Guerra del Pelopponeso", un resoconto cronologico del conflitto che oppose fra il 431 a.C. e il 404 a.C. Atene e Sparta per il predominio sulla Grecia. Gli 8 libri in cui l'opera venne divisa dai bibliotecari alessandrini comprendono tre fasi precise del conflitto:
- La πεντεκοντεντία che precedette il conflitto diretto, ovvero il cinquantennio di pace iniziato nel 478, anno della fine della II guerra persiana, e la descrizione dello scontro fra Atene e Sparta dal 431 a.C. al 421 a.C., anno della pace stipulata dal generale ateniese Nicia;
- La sventurata spedizione ateniese in Sicilia iniziata nel 415 a.C. e conclusa nel 413 a.C. con la distruzione della flotta nel porto di Siracusa da parte delle truppe del comandante spartano Gilippo;
- La prosecuzione del conflitto fino al 411 a.C., anche se, nelle intenzioni di Tucidide, la narrazione sarebbe dovuta proseguire fino alla fine della guerra, ovvero fino al 404 a.C.
Secondo Tucidide, Alcibiade ha portato all'estremo l'immagine delle ambizioni personali con la sua παρανοµία, il suo vivere al di fuori delle norme, e con le sue manie di grandezza, che compromisero la sua credibilità politica e resero ininfluenti i suoi consigli: egli infatti, a differenza del suo tutore Pericle, fu incapace di imporsi per i suoi meriti e fu portato a lusingare il popolo e a ricorrere a intrighi personali, che risultarono disastrosi per la collettività e per la democrazia di Atene. Ciononostante, Tucidide riconosce ad Alcibiade grandi doti politico-militari e lo sostiene sempre con innegabile simpatia, il che farebbe pensare a una loro conoscenza personale (si vedano anche tutti gli intrighi e gli scandali di cui era a conoscenza e dei quali ebbe informazione sicuramente da lui stesso, da amici e da amici di amici).
- Ha scritto la "Guerra del Pelopponeso", un resoconto cronologico del conflitto che oppose fra il 431 a.C. e il 404 a.C. Atene e Sparta per il predominio sulla Grecia. Gli 8 libri in cui l'opera venne divisa dai bibliotecari alessandrini comprendono tre fasi precise del conflitto:
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Senofonte → storico del V-IV secolo a.C.
- Ha scritto il seguito della storia lasciata incompiuta da Tucidide, intitolata "Elleniche". Divisa in 7 libri, le Elleniche trattano gli avvenimenti della storia greca dal 411 a.C. al 362 a.C.:
- Il primo libro e parte del secondo concludono la guerra del Peloponneso da dove Tucidide si era interrotto, proseguendo con la narrazione dell’instaurazione del regime dei Trenta tiranni;
- Il terzo, quarto e quinto libro descrivono la guerra di Sparta contro la Persia fino alla pace di Antalcida del 386 a.C.;
- Il sesto e settimo libro narrano il declino dell’egemonia spartana e la breve supremazia tebana, conclusasi con la battaglia di Mantinea del 362 a.C.
Nelle "Elleniche", Senofonte non è curioso di comprendere il perché degli avvenimenti come Tucidide, ma lascia al lettore la preoccupazione di analizzare e di spiegare i temi che lui tocca: ricordiamo, per esempio, la responsabilità dei nemici di Alcibiade che avevano voluto la sua rovina accusandolo di essere il responsabile della mutilazione delle Erme e della parodia dei Misteri Eleusini. D'altro canto, però, Senofonte riserva ampio spazio alle voci degli ateniesi favorevoli ad Alcibiade, il che fa pensare che lo storico non gli fosse così ostile, anzi.
Senofonte è ricordato anche per i suoi "Memorabili": sono una raccolta di episodi che vedono come protagonista Socrate, con i quali l’autore vuole dimostrare come il maestro giovò ai propri amici sia con la parola che con l’esempio della sua vita di uomo giusto e pio, a differenza di quello che si può pensare, viste le condanne che si avanzarono sul suo conto. Alcibiade può essere chiamato in causa in quest'opera proprio per questo motivo: egli, infatti, aveva frequentato Socrate e per questo era stato accusato di aspirare alla tirannide e di aver danneggiato Atene stringendo un accordo con gli oligarchici. Ma dobbiamo ricordare che Alcibiade decise di frequentare Socrate solo per fornirsi dei mezzi necessari in vista del successo e che in seguito, ubriacato dall'orgoglio e indirizzato alle discussioni politiche, si era staccato da lui; quindi i suoi errori corrispondevano non all'insegnamento del maestro, ma al rifiuto di questo insegnamento.
Senofonte gli conferisce qui tre difetti particolarmente odiosi alla morale greca: era privo di dominio e incline agli eccessi (άκρατέστατος), tendente alle offese (δβριστότατος) e disposto alla violenza (βιαιότατος). Ciononostante, come dice Plutarco, «anche per certi insuccessi egli trovava favore e comprensione. I cittadini mai riuscirono a odiarlo per quanto ne avessero ricevuto del male».
I Socratici, addirittura, a differenza di quanto sosteneva Policrate nella sua Κατηγορία del 393 a.C., si adoperarono per dimostrare che Socrate non aveva avuto alcuna responsabilità nella formazione o nelle iniziative politiche di Alcibiade; Isocrate rispose a Policrate nel "Busiride" poco dopo il 390 a.C., dicendo che Alcibiade non era stato educato da nessuno.
- Ha scritto il seguito della storia lasciata incompiuta da Tucidide, intitolata "Elleniche". Divisa in 7 libri, le Elleniche trattano gli avvenimenti della storia greca dal 411 a.C. al 362 a.C.:
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Platone → filosofo del V-IV secolo a.C.
- Discepolo di Socrate, nomina Alcibiade in numerosi dialoghi, fra cui l' "Alcibiade I" o "Alcibiade maggiore", risalente ai primi anni del IV secolo a.C., in cui Alcibiade ha una conversazione con Socrate: qui Platone non nega affatto l'attaccamento di Socrate per Alcibiade (egli non a caso dirà di essere stato il primo ad averlo amato e il solo a non averlo mai abbandonato) e lascia al lettore la possibilità di valutare storicamente la parte avuta dal discepolo e la responsabilità di entrambi.
Alcibiade viene nominato anche in un'altra opera di Platone, intitolata "Simposio", che si articola non tanto in un dialogo quanto in un agone oratorio, in cui ciascuno degli interlocutori, scelti tra il fior fiore degli intellettuali ateniesi, espone con un ampio discorso la propria teoria su Eros: qui Alcibiade grida a squarciagola ed è ubriaco, a tal punto da dover essere sostenuto dalla flautista; maestro e allievo si scambiano battute come due innamorati e Alcibiade decide che sarà lui stesso a fare l'elogio del suo precettore; egli associa il suo aspetto esteriore e interiore a certe raffigurazioni scultoree dei sileni, che, una volta aperte, svelano al loro interno un'immagine divina.
Platone è autore anche del "Gorgia": si tratta di un dialogo che ha per oggetto la retorica, ma anche i successi pratici ottenuti a spese della giustizia. Il dialogo avviene fra Socrate e tre interlocutori, Gorgia, Polo e Callicle, dei quali l'ultimo è il tipo dell'ambizioso senza scrupoli che difende il diritto del più forte. Verso la fine del dialogo Socrate, che aveva detto di avere due amori, ovvero «Alcibiade, figlio di Clinia, e la filosofia», critica i grandi uomini politici di Atene che hanno mirato eccessivamente alla grandezza della città a spese della giustizia e precisa: «Forse attaccheranno te, se non te ne guardi, o il mio amico Alcibiade, quando avranno distrutto, oltre alle cose che acquisirono, anche le vecchie cose, anche se voi non siete colpevoli dei mali, ma solamente complici».
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Isocrate → retore del V-IV secolo a.C.
- Ha scritto il "Panegirico", ovvero un immaginario discorso in cui l'oratore si rivolge al pubblico greco presentatosi a Olimpia per i festeggiamenti in onore di Zeus. Isocrate fa appello ai greci affinché si uniscano per lottare i barbari Persiani. Nel "Panegirico" rientra un discorso in difesa di Alcibiade jr., intitolato "Sul tiro di cavalli"; fu composto nel 396/5 a.C. e si riferisce ai Grandi Giochi del 416 a.C.: si tratta di un elogio di Alcibiade in cui non emerge mai alcuna minima colpa e che ricorda che gli uomini che hanno abbattuto la democrazia sono gli stessi che lo hanno mandato in esilio la seconda volta; poi racconta tutto l'affare dei Misteri Eleusini come un attacco montato da coloro che erano gli avversari della democrazia; infine, traccia un elogio di quello che fece dopo il suo ritorno, presso Tissaferne, e delle sue vittorie.
Cinquant'anni dopo Isocrate si occupa ancora di Alcibiade nel trattato intitolato "Filippo": anche se questa volta riconosce tutto il male che Alcibiade ha causato ad Atene aiutando Sparta, questi è comunque il primo modello che l'oratore presenta a Filippo per mostrargli di che cosa può essere capace l'energia di un uomo.
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Eschine di Sfetto → oratore e filosofo del V-IV secolo a.C., è conosciuto anche come Eschine Socratico.
- Socrate paragona la propria esperienza nei confronti di Alcibiade a quella delle baccanti, dicendo: «Le baccanti, quando sono possedute dal dio, attingono latte e miele da pozzi dove altre non possono attingere neppure acqua. E così anch'io, non avendo idea di che cosa insegnargli per essere utile, nondimeno ho pensato che, frequentandolo, avrei potuto migliorarlo con il mio amore».
Diversamente dalla passione che si può denunciare subito leggendo il passo, arrivati in fondo al brano si può capire come l'amore di Socrate per Alcibiade consista invece nell'attingere latte e miele da un'anima, proprio come fanno le baccanti. Qui, inoltre, compariva per la prima volta un confronto fra Alcibiade e Temistocle, risolto a maggiore gloria del secondo.
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Demostene → oratore del IV secolo a.C.
- Nella sua orazione intitolata "Contro Midia" inserisce una microbiografia di Alcibiade, finalizzata alla dimostrazione che Midia era peggiore di Alcibiade; in essa, pur segnalando che Atene, dubbiosa sul conto di Alcibiade, l'aveva riaccolto nonostante quello che aveva dovuto tollerare, l'oratore nel confronto fra i due minimizza negligentemente le sue responsabilità.
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Cornelio Nepote → biografo del I secolo a.C.
- Ha scritto il "De viris illustribus", il cui scopo era quello di delineare fra vizi e virtù un esempio di vita, comparando i grandi stranieri e i grandi Romani.
La "Vita di Alcibiade" di Cornelio Nepote è piuttosto estesa rispetto alla media delle altre da lui scritte e appare notevolmente curata. Nonostante all'inizio egli ricordi di Alcibiade sia le virtù che i vizi, il seguito della narrazione è costruito in funzione della sua esaltazione, passando sotto silenzio i suoi vizi e il rapporto con Socrate, fornendo delle giustificazioni per le sue azioni più discutibili e controverse e alimentando l'immagine di un uomo politico generoso.
Ma, se in Nepote non c'è bipartizione o bipolarità del carattere di Alcibiade e quasi tutto è risolto a sfavore dei suoi avversari politici, Plutarco si propone di far prendere coscienza al lettore dei diversi e contrastanti aspetti dell'indole di Alcibiade: secondo il nostro autore, il cambiare di Alcibiade è più che altro un adattarsi alle diverse circostanze e i suoi gesti a volte sconsiderati sono da giustificarsi con la sua ambizione, il suo desiderio di primeggiare; in questa chiave vanno letti gli aneddoti infantili o le altre manifestazioni di superiorità.
Nepote afferma di aver utilizzato nella sua "Vita di Alcibiade" due storici difficili e ipercritici, ovvero Teopompo di Chio, allievo di Isocrate, e il siceliota Timeo di Tauromenio. Quest'ultimo, in particolare, riporta che fra la fine del IV secolo a.C. e l'inizio del III si fosse diffusa la tradizione secondo cui un antico oracolo aveva imposto ai Romani di erigere statue al più saggio e al più valoroso fra i Greci ed essi avevano scelto Pitagora e lo stesso Alcibiade.
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Diodoro Siculo → storico del I secolo a.C.
- Ha scritto una grossa opera di storia universale, intitolata "Biblioteca storica". Il nostro interesse per lui per ciò che concerne Alcibiade deriva dal fatto che ha utilizzato Eforo di Samo, uno storico del IV secolo a.C., la cui opera intitolata "Storia Universale" è oggi andata perduta.
Nel racconto di Diodoro, Alcibiade gode di ogni attenuante sia per i fatti del 415 a.C. montati dai suoi avversari, sia per quelli del 407 a.C.; egli appare animato da patriottismo e da mitezza di carattere.
Fonti negative
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Antifonte di Ramnunte → oratore del V secolo a.C.
- Era un aristocratico che si impegnò molto nel colpo di stato oligarchico del 411 a.C. e che fu poi condannato a morte. Nel 418 a.C., quando il nome di Alcibiade era già legato alla conclusione della quadruplice alleanza fra Atene, Argo, Mantinea e gli Elei e al progetto di espansione nel Peloponneso, scrisse contro di lui un libello intitolato Λοιδορίαι ("Invettive"), che condensava fra le sue pagine il veleno di molte maldicenze sulla sua condotta morale: vi comparivano, per esempio, la sua fuga ancora ragazzo presso il suo amante Democrate e l'assassinio di un inserviente della palestra di Sibirtio.
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Lisia → oratore del V-IV secolo a.C.
- Nel 395/4 a.C. ha scritto due discorsi intitolati "Contro Alcibiade" (jr.), il XIV e il XV, che accusano il figlio di Alcibiade perché aveva mancato ai suoi doveri nei confronti dello stato, pretendendo di servire nella cavalleria senza aver passato l'esame, nel combattimento tenutosi ad Aliarto; non solo, si parla anche di costumi riprovevoli, feste con cortigiane, imprigionamenti, massacri e incesto. Ma con questo pretesto, accanto a questi attacchi contro il figlio, numerosi altri hanno per obiettivo suo padre: doveva essere condannato a morte fin dalla giovinezza, ha marciato contro Atene, ha fatto insorgere le isole, e così via; il discorso arriva fino ad accusarlo addirittura di aver consegnato la flotta ateniese nelle mani di Lisandro.
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Andocide → oratore del V-IV secolo a.C.
- Nel 415 a.C., in quel clima di inquietudine e di sospetto che si venne creando per il proliferare delle denunce relative alla mutilazione delle Erme e alle parodie dei Misteri Eleusini, si inquadra il discorso "Contro Alcibiade", generalmente considerato un apocrifo: esso puntava sulla demolizione della figura politica di Alcibiade attraverso l'enfatizzazione dei suoi vizi e dei suoi atti di immoralità e prevaricazione; egli, non a caso, dice: «Derubando gli uni, percuotendo altri, altri ancora sequestrando e ad altri estorcendo denaro, dimostra che la democrazia non ha alcun valore; le sue parole sono quelle di un demagogo, ma le azioni di un tiranno».
L'obiettivo di Andocide era quello di dimostrare che Alcibiade, il quale si etichettava come democratico, rappresentava invece un pericolo per la democrazia e la città: ogni sua azione era dettata da interesse, non sopportava l'uguaglianza con nessuno e disprezzava i concittadini, e quindi poteva essere considerato a ragione un buon aspirante alla tirannide e un uomo che meritava di essere ostracizzato.
Da Andocide Plutarco riporta le vicende matrimoniali di Alcibiade (cap. 8), i contributi delle città alleate ai festeggiamenti per la vittoria olimpica (cap. 12), l'accusa di aver fatto uso personale di molte suppellettili d'oro e d'argento di proprietà della città (cap. 13), gli aneddoti sul pittore Agatarco, sul corega Taurea e sulla donna di Melo (cap. 16). Rispetto ad Andocide, però, Plutarco risulta essere meno drastico: secondo il nostro autore, infatti, per esempio il recupero della moglie non fu un atto di violenza ma lo sfruttamento di una possibilità concessa dalla legge; ancora, il comportamento con la donna di Melo fu un gesto di umanità, e così via.
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Duride di Samo → scrittore del IV-III secolo a.C.
- Nominato da Plutarco nel cap. 32, Duride di Samo riteneva di discendere da Alcibiade: purtroppo la scarsità dei frammenti di Duride relativi ad Alcibiade non consente di delineare la lettura complessiva del personaggio, ma sembra di poter concludere che, pur in presenza di una predisposizione senza dubbio favorevole, egli non rinunciasse ad accogliere materiale biografico in parte ostile. Ma per esempio il suo dire che Alcibiade ha imparato l'auletica da un illustre maestro o che egli ha buttato in mare il commediografo Eupoli durante la spedizione in Sicilia, rende piuttosto inattendibile il suo contributo alla conoscenza dell'Alcibiade storico.
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Satiro → filosofo del III-II secolo a.C.
- Scrisse la prima biografia di Alcibiade, a noi pervenuta all'interno dell'opera di Ateneo di Naucrati. Ma Satiro attingeva alla libellistica più antica, per esempio ad Andocide per la celebrazione della vittoria con le quadrighe. Il risultato era una rassegna molto critica che puntava probabilmente più sugli aspetti privati che su quelli pubblici e politici. Di peculiare Satiro aggiungeva lo scandalo e il τόπος del camaleontismo di Alcibiade, cioè della sua eccezionale versatilità e adattabilità agli usi e costumi di paesi diversi.
Plutarco prende spunto da Satiro per esempio quando accenna allo scudo di Alcibiade con inciso Eros portafulmine (cap. 16) o quando parla del camaleontismo e dell'adulterio con Timea, moglie del re spartano Agide (cap. 23).
Plutarco
Scrittore del I-II secolo d.C.
Dal cap. 1 al cap. 12, i quali toccano l'adolescenza e la fanciullezza di Alcibiade, non vi sono notizie storiografiche e quindi Plutarco usa per forza di cose fonti differenti di carattere aneddotico o comunque di impronta sensazionale. Dal cap. 13 al cap. 27 Plutarco usa Tucidide assai fedelmente e a volte lo integra con dei particolari, come per esempio la voce secondo cui la mutilazione delle Erme sarebbe stata opera dei Corinzi (cap. 18), o i nomi di Diocleide e di Teucro.
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Riassunto esame Storia contemporanea, prof. Punzo, libro consigliato: Crisi della democrazia di Ivano Granata