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Rispetto ad Andocide, però, Plutarco risulta essere meno drastico: secondo il nostro

autore, infatti, per esempio il recupero della moglie non fu un atto di violenza ma lo

sfruttamento di una possibilità concessa dalla legge; ancora, il comportamento con la

donna di Melo fu un gesto di umanità, e così via.

Duride di Samo → scrittore del IV-III secolo a.C.

• Nominato da Plutarco nel cap. 32, Duride di Samo riteneva di discendere da Alcibiade:

purtroppo la scarsità dei frammenti di Duride relativi ad Alcibiade non consente di

delineare la lettura complessiva del personaggio, ma sembra di poter concludere che,

pur in presenza di una predisposizione senza dubbio favorevole, egli non rinunciasse ad

accogliere materiale biografico in parte ostile. Ma per esempio il suo dire che Alcibiade

ha imparato l'auletica da un illustre maestro o che egli ha buttato in mare il

commediografo Eupoli durante la spedizione in Sicilia, rende piuttosto inattendibile il

suo contributo alla conoscenza dell'Alcibiade storico.

Satiro → filosofo del III-II secolo a.C.

• Scrisse la prima biografia di Alcibiade, a noi pervenuta all'interno dell'opera di Ateneo di

Naucrati. Ma Satiro attingeva alla libellistica più antica, per esempio ad Andocide per la

celebrazione della vittoria con le quadrighe. Il risultato era una rassegna molto critica

che puntava probabilmente più sugli aspetti privati che su quelli pubblici e politici. Di

peculiare Satiro aggiungeva lo scandalo e il τόπος del camaleontismo di Alcibiade, cioè

della sua eccezionale versatilità e adattabilità agli usi e costumi di paesi diversi.

Plutarco prende spunto da Satiro per esempio quando accenna allo scudo di Alcibiade

con inciso Eros portafulmine (cap. 16) o quando parla del camaleontismo e

dell'adulterio con Timea, moglie del re spartano Agide (cap. 23).

PLUTARCO

Scrittore del I-II secolo d.C.

Dal cap. 1 al cap. 12, i quali toccano l'adolescenza e la fanciullezza di Alcibiade, non vi sono notizie

storiografiche e quindi Plutarco usa per forza di cose fonti differenti di carattere aneddotico o

comunque di impronta sensazionale.

Dal cap. 13 al cap. 27 Plutarco usa Tucidide assai fedelmente e a volte lo integra con dei particolari,

come per esempio la voce secondo cui la mutilazione delle Erme sarebbe stata opera dei Corinzi (cap.

18), o i nomi di Diocleide e di Teucro quali accusatori di Alcibiade (cap. 20).

Dal cap. 28 al cap. 37 Plutarco segue Senofonte, Teopompo di Chio ed Eforo.

Egli, però, arricchisce e sostanzia la sua biografia attingendo anche ad altre fonti:

autori comici e tragici: abbiamo per esempio l'ode di Euripide sulla vittoria olimpica (cap. 11) e i

1. versi delle "Rane" di Aristofane riguardanti l'odi del popolo nei suoi confronti e la

et amo

metafora del leone ai cui modi una città deve piegarsi se lo alleva (cap. 16);

2. autori di opere filosofiche: ricordiamo per esempio Satiro (vedi sopra) e Teofrasto (IV-III

secolo a.C.), che si ritrova nel giudizio sull'oratoria di Alcibiade la cui parola era affascinante

(cap. 10), nella precisazione della sua differenza con Feace che gli era inferiore per eloquenza

(cap. 13) e con l'osservazione che la Grecia non avrebbe potuto sopportare due Alcibiade (cap.

16).

3. autori di opere oratorie: ricordiamo per esempio come Andocide (vedi sopra).

Il contributo di Plutarco alla nostra conoscenza di Alcibiade non è, quanto a mole di informazioni,

particolarmente prezioso perchè la maggior parte del materiale deriva da autori che già possediamo.

Suoi contributi che non conosciamo per altra via sono, per esempio, l'atto di accusa del figlio di

Cimone, Tessalo, contro Alcibiade per la parodia dei Misteri Eleusini (cap. 22), la presa di Selymbria

raccontata con ricchezza di particolari (cap. 30), o ancora la menzione di Trasibulo fra i principali

accusatori di Alcibiade nel 406 a.C. (cap. 35). Il suo giudizio trapela qua e là: per esempio al cap. 14 in

occasione dell'ambasceria spartana quando commenta che nessuno approvò l'inganno di Alcibiade ma

che esso risultò efficace a lungo andare, oppure al cap. 37 a proposito dell'offerta di aiuto a Egospotami

quando elogia la lucidità di Alcibiade rispetto agli strateghi.

La descrizione di Plutarco prosegue in ordine cronologico e ripropone in maniera ordinata e chiara i

particolari che nei suoi modelli sono anticipati o posticipati. Nei confronti di questo materiale Plutarco

si sente libero di intervenire, interpretare ed edificare il lettore: in questo modo, certo, spesso capita che

egli si distacchi dalla cronologia e dal significato politico del racconto per inserire episodi positivi che

temperino in qualche modo ciò che di serio si sta raccontando.

CAPITOLO I. TUTTE LE QUALITÀ, TUTTI I MEZZI...

Nel dialogo intitolato "Simposio" Platone presenta Alcibiade: tutti parlano e ascoltano, quando

all'improvviso, nel bel mezzo della discussione, Alcibiade compare per ultimo, del tutto ubriaco,

sorretto da una flautista, «incoronato da una folta corona di edera e di viole e con numerosissimi nastri

sul capo». Si sistema subito a fianco del padrone di casa e dopo un po' si accorge sorpreso che dall'altro

lato c'è il filosofo Socrate.

Alcibiade viene acclamato e accolto: perché? Chi è?

- Alcibiade apparteneva a una famiglia molto nobile: suo padre Clinia era della famiglia

nobiltà:

degli Eupatridi, che la tradizione faceva risalire all'eroe Aiace. All'epoca, questo Clinia con il suo

matrimonio si alleò alla famiglia di Clistene, quella degli Alcmeonidi.

Megacle + Agariste

Ippocrate Clistene

Megacle Agariste (omonima)

(omonimo)

condannato nel 486

a.C. all'ostracismo

Clinia + Dinomache Pericle Arifrone

Alcibiade

- Alcibiade era eccezionalmente bello: moltissimi autori hanno descritto i corteggiamenti

bellezza:

amorosi di cui era oggetto, come per esempio Senofonte, che nei suoi "Memorabili" scrive che

«a causa della sua bellezza, Alcibiade era cercato da molte nobili donne», o ancora Plutarco, che

nelle sue "Vite parallele" dice che «la sua bellezza fisica fu fiorente in ogni età della sua vita e lo

rese amabile e fascinoso da ragazzo, da giovane, da uomo. Quanto al suo modo di parlare,

dicono che gli giovasse anche un difetto di pronuncia che dava una grazia persuasiva alle sue

parole» (come quando sedusse un satrapo persiano al punto da comandarlo a modo suo).

Di Alcibiade si racconta un aneddoto: mentre apprendeva tutto ciò che un giovane di buona

famiglia doveva sapere a quei tempi, si dice che rifiutò di imparare a suonare il flauto, poichè

tale attività deformava il viso e impediva di utilizzare la voce; fu così che il flauto sarebbe stato

escluso dal degli studi liberali. Bisogna ricordare, infatti, che a quei tempi la bellezza era

cursus

un merito esaltato, in quanto si associava alle qualità d'ordine morale per formare l'ideale

dell'uomo perfetto, καλός κάγαθός.

Plutarco riporta che «Atena gettò via il flauto e Apollo scuoiò il flautista»: la tradizione, infatti,

tramanda che la dea avrebbe inventato il flauto ma, dopo aver visto specchiandosi nell'acqua il

proprio volto deformato nell'atto di soffiare nello strumento, l'avrebbe gettato via; quanto al

flautista, si tratterebbe del sileno Marsia che, secondo il mito, osò sfidare Apollo in una gara

musicale, contrapponendo alla cetra del dio il proprio flauto; Apollo lo sconfisse e ne punì la

superbia scorticandolo.

Alla morte del padre Clinia avvenuta nel 447 a.C. nella battaglia di Coronea, Alcibiade ancora

bambino fu adottato dai parenti Pericle e Arifrone. Egli fu quindi circondato sin da bambino da

uomini che avevano l'abitudine di guidare la politica ateniese e che, provenendo essi stessi

dall'antica nobiltà, erano stati spesso impegnati sul versante democratico. Questa eredità

ovviamente poteva aiutarlo anche fuori Atene, visto che famiglie così importanti intrattenevano

relazioni con altre città.

- Alcibiade sulle sue triremi aveva fatto tagliare via parte del tavolato per coricarsi più

ricchezza:

comodamente su un giaciglio sostenuto da cinghie, sullo scudo si fece incidere non stemmi

gentilizi ma un Eros che impugnava il fulmine, possedeva una lussuosa scuderia di cavalli,

assumeva trierarchie e coregie allestendo cioè a spese private rispettivamente una trireme e un

coro, e faceva elargizioni, a tal punto che perfino Tucidide, sempre così misurato, dice che «la

sua febbre per l'allevamento dei cavalli e per le altre sfarzose vaghezze lo travolgeva spesso oltre

i limiti delle disponibilità familiari» (non rimanendo mai povero!). D'altra parte, sia la famiglia

degli Eupatridi che quella degli Alcmeonidi erano molto ricche: della prima, per esempio, si ha

notizia che Clinia avesse equipaggiato a proprie spese una nave da guerra; della seconda si sa

che, dopo essere stata esiliata in seguito a un sacrilegio, si era alleata alla classe sacerdotale di

Delfi e aveva fornito un notevole apporto finanziario per la ricostruzione del santuario.

Alcibiade comunque non si limitò solo a questa eredità diretta: egli, infatti, sposò Ipparete, figlia

di Ipponico, che apparteneva anch'egli a una famiglia importante e assai ricca. Di questa stessa

famiglia faceva parte Callia, il cognato di Alcibiade, presso il quale si svolge il dialogo di Platone

intitolato "Protagora": grazie alla sua ricchezza, infatti, Callia poté accogliere presso di sé come

ospiti tutti i sofisti di passaggio e tutti i personaggi più in vista venuti ad ascoltarli.

- pupillo di Pericle, Alcibiade godette di una brillante educazione fra i

superiorità intellettuale:

migliori pensatori dell'epoca, Socrate compreso. In ogni occasione sapeva escogitare

immediatamente la soluzione, l'espediente e le misure da prendere; non a caso in Plutarco si

legge che Alcibiade «superava chiunque altro nel trovare e nell'ideare ciò che fosse più

conveniente nelle varie circostanze, sforzandosi non solo di cercare ciò che bisognava dire, ma

anche il modo in cui bisognava dirlo». Egli ebbe anche i mezzi e le qualità per spingersi nella

politica, arrivando a ricoprire le cariche più alte.

CAPITOLO II. INSOLENZE E SCANDALI

Plutarco ha raccolto di Alcibiade parecchi aneddoti, alcuni privi di fondamento, ma pur sempre

simpatici:

riguardo la sua sfacciataggine, la sua prepotenza e la sua arroganza:

a) la prima storiella che si ricorda risale all'infanzia: Alcibiade bambino stava giocando ai dadi

per strada, quando sopraggiunse un carro carico di mercanzie, al quale ordinò di fermarsi e

di aspettare visto che i dadi cadevano proprio dove esso doveva passare; ma il carrettiere

non obbedì e sollecitò il cavallo a proseguire oltre. Allora Alcibiade si buttò lungo disteso

davanti al carro e gridò: «Adesso passa pure se vuoi!».

Questo episodio descrive bene il suo coraggio, ma anche la sua arroganza e la sua

indisciplina.

il secondo episodio che si commemora risale all'adolescenza: il giovane Alcibiade stava

lottando con il suo avversario e lo morse; costui lasciò la presa e gridò: «Alcibiade, tu mordi

come le donne!». Alcibiade non se ne vergognò e replicò fiero e sfacciato: «No, come i

leoni!».

la terza notizia curiosa che si rammenta è quando incontrò un maestro di scuola elementare

e gli chiese un libro di Omero, ma l'uomo non ce l'aveva e Alcibiade lo schiaffeggiò.

Quando invece un altro maestro gli disse che aveva un testo di Omero da lui stesso

corretto, esclamò: «Ma se sei in grado di correggere Omero, come mai allora insegni ai

bambini della scuola elementare e non ai giovani?».

un quarto aneddoto che si rievoca è quando rinchiuse a chiave in casa propria il pittore

Agatarco, lasciandolo libero solo quando l'artista gliela avrebbe dipinta tutta, o quando

picchiò il corego Taurea in gara con lui, e ciò solo per il grande desiderio di ottenere la

vittoria.

sappiamo inoltre che lanciò la moda di un nuovo tipo di calzature, chiamate "Alcibiadi".

si racconta anche che si fosse preso il lusso di beffeggiare le leggi stesse della città: un

aneddoto riferisce che avesse distrutto un atto di accusa contro uno dei suoi protetti.

b) riguardo la sua mancanza di scrupoli nel procurarsi fama e denaro:

la prima storiella che si ricorda concerne la sua entrata nella vita pubblica, che avvenne

durante un'assemblea in cui il popolo accoglieva donazioni e acclamava i donatori: egli si

precipitò verso la tribuna e offrì il suo contributo; il popolo applaudì e nel trambusto

generale egli si dimenticò della quaglia che aveva sotto il mantello e che fuggì via; alla fine il

nocchiero Antioco riuscì a riacciuffarla e gliela restituì. Dopo questo episodio i due

divennero amici.

L'evento della quaglia evoca la leggerezza in quanto è risaputo che i volatili domestici, galli o

quaglie che fossero, erano spesso regali di innamorati (così come riporta Aristofane nella

sua commedia "Uccelli"), la donazione implica la generosità e le acclamazioni ricordano il

gusto di Alcibiade per la popolarità.

il secondo episodio che si commemora è quando, un giorno in cui cercò di vedere il suo

tutore Pericle, gli venne risposto che era occupato nello studiare il modo per presentare dei

rendiconti di spese agli ateniesi; così egli rispose: «Non sarebbe meglio che studiasse il

modo per non renderli affatto?».

la terza notizia curiosa che si rammenta è quando decise di tagliare la coda così bella al suo

cane e disse: «É proprio questo che io desidero. Infatti voglio che gli ateniesi,

chiacchierando di questo incidente, non abbiano a dire di me cose peggiori».

c) riguardo il suo piacere per lo scandalo nel campo delle relazioni amorose con le donne:

la prima storiella che si ricorda (e questa è un vero e proprio pettegolezzo) è quando, ancora

giovane, era stato sull'Ellesponto con suo zio: là lui e lo zio sposarono la stessa donna,

nacque una figlia senza sapere di chi fosse, ed entrambi dovettero in seguito dividersene i

favori.

il secondo episodio che si commemora concerne il suo matrimonio con Ipparete, figlia di

Ipponico, uomo perbene e molto ricco, con una dote di dieci talenti: in primo luogo

cominciò col prendere a schiaffi il suocero a seguito di una scommessa e fu perdonato; in

secondo luogo, quando nacque il primo bambino, avrebbe preteso altri dieci talenti,

sostenendo che così era stato pattuito nel caso fossero nati dei figli; infine, tradì più volte la

moglie con delle cortigiane: la donna si rifugiò così a casa del fratello e, vedendo Alcibiade

noncurante, chiese la separazione; stava appunto depositando presso l'arconte la domanda

di divorzio, quando lui le si gettò sopra afferrandola e portandola di forza a casa. Quel suo

atto di violenza non fu giudicato né illecito né inumano, in quanto la legge imponeva alla

donna che voleva il divorzio di presentarsi personalmente in tribunale di modo che il marito

potesse intervenire e trattenerla.

la terza notizia curiosa che si rammenta è quando, dopo la conquista della colonia spartana

di Melo da parte dell'ateniese Nicia nel 416 a.C., prese per sé una donna di quella

popolazione ed ebbe da lei un figlio che allevò: gli Ateniesi considerarono questo fatto

come un gesto di bontà, anche se tutti sapevano che era proprio lui il principale

responsabile del massacro dei Meli, in quanto aveva appoggiato l'uccisione degli uomini e la

riduzione in schiavitù delle donne e dei bambini.

sappiamo inoltre che, esiliato a Sparta, approfittò del fatto che il suo re Agide II fosse

impegnato con l'esercito per sedurne la moglie Timea e avere da lei un bambino di nome

Leotichide, la quale, travolta dalla passione, chiamava "Alcibiade" quando nessuno poteva

udirla. Egli si vantava di aver agito così perchè i suoi discendenti un giorno avessero potuto

divenire re di Sparta.

Senofonte nelle sue "Elleniche" racconta che però questo figlio, quando fu il momento di

diventare re, si scontrò con coloro che gli rimproverarono la nascita illegittima e dovette

così lasciare il posto allo zio Agesilao II.

si racconta poi che, esiliato per la seconda volta, si trovò con una cortigiana di nome

Timandra in un villaggio della Frigia e che là una notte ebbe in sogno una visione: gli

sembrava di indossare la veste della donna, mentre ella, tenendo fra le braccia la sua testa,

gli truccava il viso. Gli assassini entrarono in azione dando fuoco alla sua casa; Alcibiade

ebbe però la forza di difendersi e si buttò fuori armato di pugnale; al suo apparire i barbari

si volsero in fuga colpendolo da lontano con frecce e giavellotti. Caduto, Timandra lo coprì

con le sue vesti e con quello che disponeva gli diede un'accurata sepoltura. Ma chi lo

assassinò? Probabilmente non i suoi avversari politici, ma i fratelli di costei, che non

tollerarono che una donna di illustri natali stesse con lui.

d) Alcibiade, però, praticava anche l'altro amore, e riguardo il suo piacere per lo scandalo nelle

relazioni amorose con gli uomini:

la prima storiella che si ricorda ha come protagonista Anito: un giorno diede un pranzo in

cui invitò l'amato Alcibiade; egli però rifiutò, si ubriacò in casa propria e poi andò da lui con

un corteo di gente in baldoria, ordinando ai suoi servi di portar via la metà del vasellame

d'oro e d'argento. L'uomo non si lamentò e anzi disse: «Si è comportato con correttezza e

amabilità perchè, pur potendo prendere tutto, ci ha lasciato la metà».

L'aneddoto rivela le conseguenze della remissività cui può condurre l'amore, ma rivela

altrettanto i modi insolenti a cui poteva ricorrere Alcibiade verso coloro che dominava.

il secondo episodio che si commemora è quando un meteco vendette tutti i suoi beni per

offrirne il ricavato ad Alcibiade, di cui si era innamorato: egli lo invitò a pranzo, gli rese il

suo oro e gli consigliò di andare a trafficare per una certa carica il giorno seguente. Gli

uomini che occupavano questa carica e si trovavano in difficoltà nei loro conti offrirono al

meteco del denaro per ottenere la sua rinuncia; così Alcibiade spinse l'uomo a trattare e

costui ripartì arricchito di un talento (molto di più di quello che all'origine avesse offerto ad

Alcibiade).

Questo aneddoto mostra la gioia di Alcibiade nel giocare un tiro mancino a danno degli

altri.

la terza notizia curiosa che si rammenta è quando, da ragazzino, un giorno scomparve: si

pensò a intraprendere delle ricerche ufficiali, ma Pericle rifiutò, visto che, se fosse morto, il

proclama pubblico avrebbe subito diffuso la notizia. Alcibiade, infatti, era presso

Democrate, uno dei suoi amanti (έρεσταί), e il suo tutore giudicò che era preferibile evitare

di attirare l'attenzione e di comprometterlo in tal modo.

Eppure dobbiamo ricordare due episodi che hanno richiamato l'attenzione fin dall'antichità, collocabili

entrambi attorno al 416 a.C. nel pieno della sua attività politica:

1. il primo episodio riguarda i suoi rapporti amorosi con Socrate: Socrate amava Alcibiade e

Alcibiade amava Socrate, e questo costituiva una prova tangibile della disposizione naturale del

nostro personaggio alla virtù; Socrate, infatti, quando lo trovava pieno di lussuria e di vanità, lo

forgiava con la parola e lo rendeva umile e docile, mostrandogli quante e quali fossero le sue

mancanze e imperfezioni rispetto alla virtù.

Nell' "Alcibiade I" Socrate dice di essere stato il primo ad averlo amato e il solo a non averlo

abbandonato; nel "Gorgia" Socrate dice di avere due amori: «Alcibiade, figlio di Clinia, e la

filosofia»; nel "Simposio" maestro e allievo si scambiano battute come due innamorati e

Alcibiade decide che sarà lui stesso a fare l'elogio del suo precettore: egli associa il suo aspetto

esteriore e interiore a certe raffigurazioni scultoree dei sileni, che, una volta aperte, svelano al

loro interno un'immagine divina.

Non riusciamo a ben definire cosa provava Socrate per il suo discepolo; l'unico dato certo è che

il filosofo pensava non tanto all'unione dei corpi, quanto a una relazione di carattere spirituale.

Ciò si può vedere per esempio in un passo molto bello di Eschine di Sfetto, oratore e filosofo

greco del V-IV secolo a.C. conosciuto anche come Eschine Socratico, in cui Socrate paragona la

propria esperienza nei confronti di Alcibiade a quella delle baccanti, dicendo: «Le baccanti,

quando sono possedute dal dio, attingono latte e miele da pozzi dove altre non possono

attingere neppure acqua. E così anch'io, non avendo idea di che cosa insegnargli per essere utile,

nondimeno ho pensato che, frequentandolo, avrei potuto migliorarlo con il mio amore».

Diversamente dalla passione che si può denunciare subito leggendo il passo, arrivati in fondo al

brano si può capire come l'amore di Socrate per Alcibiade consista invece nell'attingere latte e

miele da un'anima, proprio come fanno le baccanti.

Nel "Simposio" Platone racconta poi che Alcibiade capiva che in Socrate c'era qualcosa che

mancava a sé stesso e che pensava che fosse sufficiente solo concedersi a lui come avrebbe fatto

con qualsiasi altro: così manda via la servitù per rimanere da solo con lui, ma niente; allora lo

invita ad andare in palestra con lui, senza che nessuno li veda, ma niente; infine lo invita a

cenare insieme e lo obbliga a restare anche dopo cena: il risultato è che i due finiscono distesi

sotto la stessa coperta senza che succeda altro che un nobilissimo dibattito sulla bellezza

interiore e la bellezza esteriore. Sembra quasi che l'amore abbia cambiato faccia, tanto che di sé

stesso dice: «Quando lo ascolto, molto più che ai coribanti il cuore mi palpita e mi sgorgano le

lacrime per effetto dei suoi discorsi. I simulacri al suo interno una volta li vidi e mi parvero così

divini e aurei e bellissimi e meravigliosi, che diventava necessario fare in breve ciò che Socrate

comandava».

2. il secondo episodio riguarda i Giochi Olimpici: quando, infatti, si voleva far parlare di sé e

attirare l'attenzione degli altri, uno dei mezzi era quello di conseguire delle vittorie ai Grandi

Giochi, e chi non era sportivo, poteva impegnare i propri cavalli nella corsa dei carri,

procurandosi così un'immensa notorietà (un po' come qualcuno che oggi dirigesse e allenasse

una squadra di calcio); e così fece Alcibiade, che concorse ai giochi olimpici con ben sette carri,

vincendo il primo premio, il secondo e il terzo o il quarto. Euripide scrisse per lui addirittura

un'ode, che recitava: «Te canterò, o figlio di Clinia. Vincere è bello, ma bellissimo - e a nessun

altro dei Greci toccò - è conquistare il primo premio correndo con il cocchio e anche il secondo

e il terzo e per due volte uscirne senza fatica incoronato d'ulivo e dall'araldo farsi proclamare

vincitore» (cap. 11). I festeggiamenti che ne seguirono furono grandiosi: le diverse città greche

lo colmarono di onori, lui stesso offrì una processione a Olimpia, per la quale fu autorizzato a

prendere in prestito i vasi d'oro della città che gli stranieri credettero addirittura di sua

appartenenza, e tutti gli autori da quel momento vi fecero allusione (si pensi alle due pitture di

Aglaofonte, nipote di Polignoto, o alla scultura di Firomaco, nelle quali Alcibiade è presentato

alla guida di una quadriga (il siceliota Timeo di Tauromenio, in particolare, riporta che fra la fine

del IV secolo a.C. e l'inizio del III si fosse diffusa la tradizione secondo cui un antico oracolo

aveva imposto ai Romani di erigere statue al più saggio e al più valoroso fra i Greci ed essi

avevano scelto Pitagora e lo stesso Alcibiade); a tal riguardo dobbiamo, però, ricordare che alla

iniziale propensione favorevole, fece seguito un raffreddamento legato all'effetto traumatico del

trattamento di Melo che tanta eco ha lasciato nelle "Troiane", rappresentate per la prima volta

nel 415 a.C.).

Sempre nell'ambito dei Grandi Giochi rientra un altro episodio che ebbe come protagonista

Diomede, un amico di Alcibiade: questo Diomede venne a sapere che ad Argo era in vendita un

carro di proprietà dello stato, e così chiese ad Alcibiade, che là godeva di molta influenza, di

acquistarlo per conto suo; egli lo comprò ma poi se ne appropriò, iscrivendolo a una gara come

se fosse stato di sua proprietà. Ne seguì un processo, a cui dovette partecipare il figlio di

Alcibiade e di cui parla Isocrate nel De bigis. ↓

Da questo si può capire come far parlare di sé possa essere utile

e come il prestigio possa condurre al potere; ma, d'altro canto,

se poi vi si mescolano gli scandali, tutto può essere

compromesso da diffidenza e rancori. Scosso dalla sua

condotta, un vasto strato di Atene giurò ad Alcibiade aperto

odio nel sospetto che ambisse alla tirannide e, toccato dal

ricordo dei suoi costumi molesti, trasmise ad altri il compito di

reggere lo stato. I suoi scandali, dunque, acquistarono peso solo

nel momento in cui si intrecciarono con un'azione politica.

PRIMA PAUSA. ALCIBIADE TRA DUE FORME DI VITA

In luce di quanto detto finora l' "Alcibiade I" di Platone si pone una domanda: Socrate avrebbe potuto

aprire gli occhi ad Alcibiade prima di entrare in politica? Certo, ma lui, diversamente da quanto si era

proposto di fare, non pensò mai alle lezioni del suo maestro, il quale lo pose, ancora giovane, di fronte

a due scelte: la filosofia e il successo immediato. Alcibiade ignorò la filosofia e optò subito per il

successo, non adottando assolutamente i criteri dettati dalla giustizia e usando, anzi, tutti i mezzi per

servire i suoi fini personali (giungendo, come sappiamo, al fallimento).

Eschine di Sfetto ci trasmette addirittura un'immagine che mostra Socrate che umilia Alcibiade e che,

confrontandolo con Temistocle, gli fa vedere quanto sia indegno del modello e ignorante: a quel punto

Alcibiade china la testa sopra le ginocchia di Socrate e si mette a piangere, pauroso di non essersi

preparato adeguatamente per affrontare la carriera tanto sognata. Questo scoraggiamento però non

dura molto ed è come un lampo di luce che suggerisce ciò che sarebbe potuto essere.

CAPITOLO TERZO. L'ENTRATA IN POLITICA: LA GUERRA DEL PELOPONNESO

Tucidide e Plutarco presentano nelle loro opere la figura di Alcibiade, evidenziandone in primis

l'ambizione e la brama di gloria che lo accompagneranno in tutti i suoi importanti interventi, sia

nell'alleanza con Argo, sia nella spedizione in Sicilia, sia nell'azione in Asia Minore: «l'ambizione di cui

andava superbo e la sua brama di gloria lo indussero ad affrontare grandi imprese prima del tempo,

facendogli credere che appena si fosse dato alla politica non solo avrebbe oscurato la fama degli altri

strateghi e degli altri oratori, ma avrebbe anche superato la potenza e la gloria di Pericle».

Ma come utilizzò questa ambizione? Alcibiade doveva consolidare la propria posizione ad Atene e

conquistarvi il potere: la città al tempo viveva in un regime di democrazia e tutti i cittadini potevano

prendere la parola all'Assemblea; ma, se si voleva essere influenti, bisognava esercitare una carica.

Bisogna ricordare che ad Atene tutte le cariche erano estratte a sorte, collegiali e non rinnovabili, per

evitare l'ascendente dei singoli e la formazione di un "personale politico". C'era, però, un'eccezione: la

più alta magistratura, dato che comportava responsabilità militari, era elettiva e rinnovabile, e procedeva

secondo determinati legami politici fondati sull'amicizia e secondo delle correnti predominanti (non

certo secondo l'appartenenza a un preciso partito, visto che i partiti non esistevano!): tale magistratura

era quella che esercitavano i dieci strateghi, eletti per alzata di mano per la durata di un anno, che erano

i veri capi della democrazia (Pericle, per esempio, aveva guidato la città nelle vesti di stratego ed era

stato rieletto a questa carica ben quindici volte con il consenso del popolo, mantenendo il proprio

governo dal 443/442 al 429).

La I fase: la guerra archidamica (431-421 a.C.)

La democratica Atene e la lega delio-attica erano in guerra contro l'oligarchica Sparta e la lega del

Peloponneso dal 431 a.C.: da una parte, la lega delio-attica, istituita nel 478/477 a.C., era un’alleanza

militare difensiva nata dalla volontà di continuare la guerra contro la Persia, condivisa dagli Ateniesi,

dagli Ioni, dall’Asia e dall’Ellesponto; i suoi alleati dovevano contribuire con uomini o navi, e chi non

poteva doveva dare un tributo in dracme; naturalmente col tempo chi pagava in denaro si trovò a dover

perdere molta della propria autonomia, divenendo spesso suddito (ύπήκος). Dall'altra parte, la lega del

Peloponneso, sorta nella seconda metà del 500, era anch'essa un’alleanza militare difensiva, ma era

costituita sulla base di alleanze bilaterali di carattere paritario: i membri della lega erano, cioè, autonomi,

non erano sottoposti a tributi, erano tenuti a fornire contingenti militari e accettavano il comando in

guerra di Sparta che a sua volta si impegnava a soccorrerli in caso di aggressione; essa comprendeva

tutti i popoli del Peloponneso, compresa Corinto, eccezion fatta per gli argivi e gli achei, che avevano

stretto alleanze su entrambi i fronti.

La guerra del Peloponneso, cominciata sotto il comando di Pericle, aveva occupato tutti gli anni della

giovinezza di Alcibiade. Nel "Simposio" Alcibiade racconta come avesse preso parte con Socrate alla

battaglia di Potidéa, una delle battaglie più importanti per le quali si scatenò la guerra: Potidéa era una

colonia di Corinto nella penisola Calcidica, alla quale gli Ateniesi ordinarono di consegnare ostaggi e di

non accogliere più i magistrati che annualmente le venivano inviati dalla madrepatria; la città, però,

rifiutò la richiesta di Atene e venne posta sotto assedio per circa un anno. In questa battaglia del 431

a.C. la vita di Alcibiade fu salvata da Socrate, un favore che egli gli ricambiò nella battaglia di Delio in

Beozia nel 424 a.C.

Per circa dieci anni Atene e Sparta combatterono un po' dappertutto nel mondo greco: i peloponnesiaci

avevano a più riprese invaso l'Attica e gli ateniesi aveva conquistato Pilo.

La guerra civile regnava ormai in diverse città, quando finalmente nacque in entrambe un desiderio di

pace: il 421 fu l'anno della pace. La pace di Nicia, dal nome del generale ateniese che la siglò, fu

desiderata da entrambe le parti: essa fu più che altro una “pausa di riflessione”, in quanto firmata solo

da Atene e da Sparta, e non dalle spartane Tebe e Corinto. La pace affermava di nuovo la logica del

bipolarismo, con il quale gli Spartani intendevano evitare che Argo e altri stati peloponnesiaci si

volgessero contro di loro, e si proponeva di rimettere le cose nello stato originale: Sparta, cioè, avrebbe

dovuto restituire Anfipoli, mentre le città calcidesi sarebbero rimaste autonome; invece Atene avrebbe

dovuto riconsegnare Pilo e gli spartiati che aveva catturato, ovvero i cittadini spartani di pieno diritto

(lo stato di cittadinanza dipendeva dall’essere figli maschi di cittadini, dall’aver raggiunto i trent’anni

d’età e dall’essere capaci di dare la quota per la partecipazione ai pasti in comune (συσσιτία); inoltre,

dovevano possedere un appezzamento di terreno (κλήρος) e dovevano essere educati a vita all’άγωγή).

Ma si verificarono problemi di reciproche restituzioni, le cui complicazioni derivarono soprattutto dal

fatto che gli alleati di Sparta erano scontenti (qualcuno addirittura aveva rifiutato di votare per la pace).

Inoltre, il trattato prevedeva possibili modifiche se accettate congiuntamente da Sparta e Atene, ma non

menzionava per questa clausola gli alleati, che quindi si offesero: ciò ebbe come conseguenza il fatto

che essi cominciarono a pensare di unirsi per opporsi a Sparta, e questo sarebbe stato pericoloso più

che mai a causa di Argo.

L'alleanza con Argo

Argo non aveva preso parte alla lega del Peloponneso, ma aveva firmato con Sparta una pace

trentennale che, essendo stata stipulata nel 451, si concludeva appunto nel 421. La città si trovava così a

poter scegliere: poteva avvicinarsi sia ad Atene che a Sparta, o raggruppare intorno a sé gli alleati

spartani scontenti dei trattati a cui si era giunti.

In questa situazione che cosa doveva fare Atene? Secondo Nicia, doveva accordarsi con Sparta;

Alcibiade, per parte sua, dichiarò fin dall'inizio che Sparta non era sicura e giocò così con grande

determinazione la carta dell'alleanza con Argo.

L'alleanza con Argo era una magnifica idea, in quanto essa sarebbe stata l'alleata ideale per poter

fronteggiare Sparta in pieno Peloponneso; inoltre, con il programma argivo era connesso quello di

un'espansione ateniese nel Peloponneso, con l'obiettivo di controllare il golfo di Corinto (raggiunto poi

nel 419 a.C.) e forse con la speranza di isolare Corinto e di staccarla da Sparta.

I primi segni di malcontento iniziarono a farsi sentire tra gli alleati di Sparta e avevano in poco tempo

avvicinato ad Argo le città di Mantinea e di Elide. A causa dei conflitti sulle restituzioni, nacquero

difficoltà tra Sparta e Atene, e Alcibiade decise di propria iniziativa di intervenire: egli offrì finalmente la

propria alleanza ad Argo, Mantinea ed Elide, ed essi accettarono dicendo che «i legami antichi di

amicizia, il regime democratico simile al proprio, la solida potenza della sua marina facevano di Atene

una sicurezza ai loro occhi». A questa alleanza Corinto non si unì.

La primavera successiva (siamo nel 420 a.C.) Alcibiade fu nominato stratego e subito stringe una

quadruplice alleanza tra Atene, Argo, Mantinea e gli Elei.

Lo stratagemma

Tucidide riporta nella sua opera un episodio piuttosto sconcertante risalente all'epoca dell'alleanza fra

Atene e Argo: racconta che, quando gli abitanti argivi avevano inviato i loro ambasciatori ad Atene,

contemporaneamente arrivò ad Argo un'ambasciata di spartiati con pieni poteri per impedire

l'avvicinamento tra le due città e per regolare al meglio alcuni problemi di restituzione importanti per

Atene. Alcibiade si spaventò e subito architettò uno stratagemma: giurò agli ambasciatori la sua fede e li

fece certi che, se avessero saputo astenersi dall'affermare davanti alla moltitudine la questione dei loro

pieni poteri, per merito suo Pilo sarebbe stata resa.

Che bizzarro consiglio! E ancora più stranamente gli spartani accettarono! Ma come, Alcibiade dà agli

spartiati un consiglio assurdo e loro lo ascoltano? Alcibiade non era mai stato dalla loro parte! Anzi, gli

spartiati non solo non diffidarono, ma sembra pure che in seguito non avessero conservato alcun

rancore verso di lui. Inoltre, quando egli dovrà poco dopo fuggire da Atene, troverà rifugio proprio a

Sparta presso un certo Endio, con cui era legato da vincoli di ospitalità (suo padre si chiamava proprio

Alcibiade), che era uno degli ambasciatori raggirati a propria insaputa in occasione dello stratagemma

per l'alleanza con Argo; Endio era stato eforo, ovvero uno di quegli alti magistrati che avevano il

compito di controllare i re.

Si deve riconoscere che questi fatti provocano ovviamente un certo disagio: alcuni storici si sono chiesti

se Tucidide non avesse un po' fallato le cose e così lo corressero, supponendo che in realtà gli spartani

non avessero avuto i pieni poteri e che Alcibiade li avesse soltanto forzati ad ammetterlo

pubblicamente. Certo, l'antipatia di Tucidide nei confronti di Alcibiade può giustificare alcuni suoi passi

oscuri, ma non autorizza certo a mettere in dubbio la sua veridicità. In effetti, gli spartani desideravano

ardentemente la restituzione di Pilo, e quando si desidera qualcosa, può capitare che si segua un

consiglio azzardato e ci si lasci ingannare. Questo racconto, dunque, non è da scartare perché

inverosimile, ma è da tenere perchè mostra di che cosa fosse capace Alcibiade.

L'ostracismo: Iperbolo

Dopo alcuni insuccessi ad Atene si diffuse il malcontento e nel 418 a.C. Alcibiade non venne rieletto

stratego (mentre Nicia lo era). Nello stesso anno si combatté a Mantinea e gli spartani vinsero.

Il disaccordo fra Nicia e Alcibiade e l'incertezza di Atene che dava ascolto ora all'uno e ora all'altro

divennero pian piano motivo di debolezza; anche Argo non fu più stabile, tant'è che abbandonò

l'alleanza con Elide, Mantinea e Atene e si alleò con Sparta, rovesciando la democrazia e instaurando

l'oligarchia. Ma molto rapidamente fu re-instaurata la democrazia e a partire dalla fine del 417 a.C. tra

Atene e Argo venne siglato un nuovo trattato che prevedeva la fedeltà argiva fino alla fine della guerra:

le cose si ristabilirono, sebbene le divisioni interne alle due città rendessero le loro azioni in politica

estera deboli e incerte.

Questa situazione intrigata fra Nicia e Alcibiade rappresentò all'epoca una tipica occasione di

ostracismo, in quanto, se si allontanava uno dei due, l'altro rimaneva con le mani libere. Pare che nella

primavera del 417 un mercante di lampade ateniese di nome Iperbolo, di cui fa menzione anche

Tucidide come di uomo malvagio, fece accettare l'idea di procedere a un ostracismo. Ma chi sarebbe

stato cacciato fra Nicia e Alcibiade? Alcibiade si mise d'accordo con Nicia! Ciascuno dei due uomini agì

presso i propri amici e il giorno del voto la vittima designata fu proprio Iperbolo, che fu così cacciato

dalla città (416 a.C.). Plutarco a tal proposito dice: «Iperbolo mai se lo sarebbe aspettato. Infatti di solito

nessun cittadino dappoco e di oscura fama incorreva in quella punizione».

CAPITOLO IV. IL "GRANDE DISEGNO"

La II fase: dalla pace di Nicia alla spedizione in Sicilia (418-413 a.C.)

La spedizione contro Melo

Nel 416 a.C. l'Atene di Nicia aveva chiesto all’isola di Melo di aderire alla lega delio-attica,

sottomettendosi così alla dominazione ateniese. I meli però rifiutarono, perché erano una colonia

spartana e perché erano indipendenti da 800 anni, e offrirono ad Atene la loro neutralità nella guerra e

la possibilità di intrecciare rapporti di amicizia. Gli ateniesi, temendo che un atteggiamento troppo

morbido verso Melo potesse dare un’impressione di debolezza alle πόλεις alleate e nemiche, decisero di

attaccare l’isola: gli uomini furono uccisi, le donne e i bambini furono venduti come schiavi e gli ateniesi

stessi si stabilirono nel territorio. La spedizione contro l'isoletta di Melo fu poco comprensibile e

assolutamente gratuita, in quanto, come spiega Tucidide, «gli abitanti non erano per nulla disposti a

inchinarsi alla grandezza di Atene, tant'é che nelle fasi iniziali del conflitto si mantennero in sapiente

equilibrio tra gli stati in lotta». Ma gli ateniesi attaccarono comunque l'isola in quanto, secondo la loro

opinione, "era minaccia più pericolosa la loro amicizia che il loro odio aperto, in quanto la prima

avrebbe proposto agli occhi degli altri loro sudditi un esempio di fiacchezza, mentre il rancore avrebbe

rievocato sempre la loro potenza".

La spedizione in Sicilia

Alla fine del 416 a.C. prese forma nella mente di Alcibiade la spedizione contro la Sicilia,

contrariamente a quello che il suo tutore Pericle quindic'anni prima pensava e contro quello che Nicia

voleva:

- Pericle proponeva un piano difensivo per la conduzione del conflitto, che prevedeva la rinuncia

all'espansione e la gestione di una guerra di logoramento e non di confronto diretto;

- Nicia, da parte sua, era ben certo che Atene commetteva uno sproposito nel buttarsi in

un'avventura così grandiosa: secondo lui, infatti, la pace era malsicura ed era assurdo lasciare in

Grecia tanti nemici e andare a cercarne altri; che Siracusa regnasse in Sicilia non rappresentava

assolutamente un pericolo per Atene, la quale faceva meglio a consolidare l'impero là dov'era

debole e a recuperare le forze messe a dura prova dalla guerra e dall'epidemia;

- per Alcibiade, invece, la conquista della Sicilia significava fondi inesauribili per i salari (essa,

infatti, era padrona del commercio del grano), ma soprattutto maggiore ammirazione e

maggiore gloria: secondo lui, Atene, forte dell'alleanza con Argo e dei barbari che avrebbe

trovato laggiù, non aveva nulla da temere dai sicelioti così instabili; inoltre, secondo Alcibiade

Atene non poteva far altro che intervenire, vista l'esistenza stessa dell'impero («per uno stato la

rinunzia a una politica attiva significa il rapido deterioramento di ogni sua fibra» afferma il

nostro personaggio) (ricordiamo che a monte di questo sguardo costantemente volto a

Occidente stava l'evocazione di antichi legami e diritti fatta da Temistocle prima della II guerra

persiana con Salamina, 481 a.C., quando aveva minacciato gli spartani che, se li avessero

abbandonati di fronte alla flotta persiana, gli ateniesi sarebbero emigrati proprio in Magna

Grecia).

Ma il "grande disegno" di Alcibiade non era solo quello di soggiogare la Sicilia, ma anche quello

di estendere il dominio all'Italia e mettere poi alla prova Cartagine e la Libia (si racconta che

molti giovani, seduti nelle palestre e nei luoghi pubblici, disegnavano per terra la forma dell'isola

e la posizione geografica di Cartagine e della Libia); se il progetto fosse stato coronato, si

sarebbe invaso il Peloponneso, forti dei popoli assoggettati fino al quel momento, di modo che

tutto il Mediterraneo fosse potuto diventare ateniese. La tradizione racconta che sia Socrate che

l'astrologo Metone non si aspettassero niente di buono per Atene da quella impresa: Socrate, a

quanto pare, era stato avvertito dal suo genio (il famoso δαίµων) che lo preavvertiva con i suoi

consigli, mentre Metone finse di essere pazzo, bruciò la sua casa e chiese ai magistrati, a

compensazione del sinistro subito, che suo figlio venisse esentato dal partecipare alla

spedizione.

L'attenzione che Atene riservava alla Sicilia non era, a dire il vero, una novità: infatti, già Temistocle alla

fine del VI secolo a.C. aveva avviato una politica di espansione marittima in Sicilia per instaurarvi dei

legami, già Pericle nel V secolo a.C. concluse alleanze nell'isola, come per esempio con le città di

Segesta e Leontini, e già nel 427 a.C. si era verificata la cosiddetta “prima spedizione”, durante la quale

gli ateniesi erano stati chiamati dai leontini che si trovavano in difficoltà con Siracusa: in questa prima

spedizione gli Ateniesi si stanziarono a Reggio alleandosi con Messina; l'anno successivo, su richiesta

degli alleati, Atene inviò d'aiuto 40 navi, alcune delle quali furono trattenute altrove, permettendo così ai

siracusani di riprendere l'offensiva. Ben presto, tutte le città siciliane in disaccordo le une con le altre

tennero un grande congresso a Gela, nel sud dell'isola, dove il rappresentate Ermocrate si adoperò per

riunire le parti, visto che, secondo lui, le guerre in cui tutti si dilaniavano rischiavano di fare solo il gioco

degli ateniesi. E riuscì nel suo intento.

E fu questa salda unione che Atene trascurò nel 415 a.C.: nella "seconda spedizione", se così si può ben

definire, Segesta richiese l’aiuto di Atene contro Siracusa, e Atene accettò; Alcibiade venne nominato

stratego con pieni poteri (αύτοκράτωρ) insieme al timoroso e prudente Nicia e al coraggioso Lamaco e

vennero allestite una flotta di 134 triremi, più due grandi navi giunte da Rodi, e una forza di 5.100 opliti

e 1.300 fra arcieri, frombolieri e fanti leggeri. Nicia aveva detto che l'impresa si prospettava difficile, che

le città della Sicilia erano forti, che la distanza era grande e che servivano forze considerevoli, ma

invano: le sue parole non scoraggiarono gli ateniesi ma, anzi, li entusiasmarono ancora di più.

CAPITOLO V. GLI "AFFARI"

La mutilazione delle Erme e i Misteri Eleusini

Ma il giorno prima che le navi salpassero, vi erano donne che portavano in giro dappertutto immagini

raffiguranti dei morti, simulando cerimonie di sepoltura e cantando inni funebri. Allora dunque vi fu

l'oscuro episodio della mutilazione delle Erme, di cui trattarono Plutarco, Tucidide e Andocide (siamo

nell'estate del 415 a.C.): si trattava di colonnine di pietra di base quadrangolare raffiguranti la testa e

l'organo genitale del dio Ermes, collocate ai crocevia delle strade e sulle soglie delle abitazioni private e

dei santuari; avevano valore religioso, in quanto invocavano la protezione del dio.

L’episodio, a detta di Tucidide, fu accolto con stupore: il fatto che le Erme fosse state mutilate tutte

quante lasciava immaginare che ci fosse sotto un obiettivo ben preciso, forse un complotto, non certo

l'azione di giovani ubriachi che avevano compiuto una bravata; la paura più grande era quella di vedere

uomini riuniti in eterìe riportare la città di Atene a un regime meno democratico o addirittura tirannico.

D'altra parte, però, l'evidenza dei fatti non venne mai a sostegno dell'idea che si aspirasse davvero alla

tirannide, e ciò che si riconobbe fu un segno infausto per la partenza; al tempo, infatti, si teneva conto

di tutti i segni che potevano indicare la volontà divina, da un terremoto fino al volo degli uccelli o

addirittura a uno starnuto.

Tra tutti questi dubbi e sospetti la cosa certa era che la città, nel momento in cui intraprendeva la

spedizione più considerevole, si trovò di colpo destabilizzata. E ciò non era un caso: gli autori

dell'attentato, infatti, avevano voluto colpire proprio questo progetto e fermare ogni cosa con il

disordine che avrebbero fatto nascere. E ci riuscirono. Vennero così aperte due indagini: una per

cercare i colpevoli del gesto con ricompensa dell'eventuale spia e una per sollecitare eventuali denunce

(si parla di είσαγγελία per indicare quell'azione giuridica che permetteva a qualsiasi persona di chiamare

in giudizio chiunque fosse sospettato di agire contro la democrazia).

Tra le persone incolpate vi fu anche Alcibiade, accusato da un oratore di parte popolare di nome

Androcle di aver commissionato il crimine delle Erme e da uno schiavo di nome Andromaco di aver

addirittura profanato i Misteri Eleusini nell'abitazione privata di Pulizione, assumendo in questa

circostanza il compito dello ierofante, del somma sacerdote. Alcibiade chiese di essere giudicato prima

della partenza della spedizione, per potersi allontanare discolpato, ma la sua richiesta fu rifiutata.

Fortunatamente, poco prima di salpare, venne da un meteco di nome Teucro un'altra denuncia a

riguardo: per le Erme essa incriminava ben diciotto persone e per i misteri undici, ma il nome di

Alcibiade non c'era né in un caso né nell'altro. Queste notizie lo rassicurarono certamente.

La partenza

Una volta partiti e una volta raggiunta l'Italia meridionale, i successi tardarono a venire: in primo luogo

alcune navi procedettero fino a Reggio Calabria, che però non le accolse dichiarando la sua intenzione

di rimanere neutrale, e in secondo luogo una nave inviata a Segesta ritornò con la cattiva notizia che il

denaro su cui si faceva affidamento e che i suoi abitanti avevano mostrato ad Atene in realtà non c'era.

Che cosa fare, dunque, in queste condizioni? Nicia era dell'avviso di andare fino a Selinunte e là si

sarebbe presa una decisione sul da farsi in base alla loro possibilità o meno di contribuire

finanziariamente e, se davvero non possedevano nulla, si sarebbe rientrati ad Atene; Alcibiade, invece,

voleva intraprendere un'azione diplomatica presso tutte le città della Sicilia, eccezion fatta per Selinunte

e Siracusa, e poi, una volta ottenuto il loro aiuto, attaccare finalmente Siracusa; Lamaco, per parte sua,

avrebbe voluto attaccare subito Siracusa, ma accettò l'idea di Alcibiade.

Ma l'idea di Alcibiade non era facile da realizzarsi: Messina rifiuta di accogliere le truppe, a Nasso

possono entrare, Catania inizialmente rifiuta ma poi è costretta ad allearsi, Camarina è d'accordo ma è

disposta ad accogliere solo un vascello, e così via. Erano certo piccoli successi, ma accompagnati da

gran malcontento.


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Tonnina

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DETTAGLI
Esame: Storia greca
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Verona - Univr
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tonnina di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Verona - Univr o del prof Prandi Luisa.

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