Sunto di storia dell'arte contemporanea
Prof. Contessi, libro consigliato Lo spettacolo dell'Architettura. Profilo dell'archistar, Autore G. Lo Ricco, S. Micheli.
Archistar©: la costruzione del mito
Archistar©: architetto la cui attività non è solamente incentrata sulla progettazione di edifici, ma anche sulla divulgazione della propria immagine. Figura chiave dello star system architettonico.
Star system architettonico: sistema di produzione globale, basato sul lancio pubblicitario di personaggi appartenenti al mondo dell’architettura come autentiche star, attraverso efficaci sistemi di divulgazione. Ambito elitario e oligarchico.
Per diventare Archistar© non basta essere architetti geniali o trovare un committente in grado di finanziare progetti senza intromettersi: è necessario un attento lavoro di immagine, che porti l’architetto ad essere riconosciuto dal grande pubblico. Nello star system, l’immagine gioca un ruolo fondamentale: la star è creata ad hoc, in base alle figure che il pubblico vuole vedere; lo stesso avviene nel campo dell’architettura.
Le star sono, dunque, il prodotto, il pubblico il consumatore. Gli artisti piacciono al grande pubblico proprio perché sono star. Presenzialismo, riconoscibilità e conoscenze sono caratteristiche che contribuiscono alla creazione della figura dell’archistar©. In passato l’interesse ricadeva esclusivamente sull’opera, quindi la biografia di un autore era utile solo al fine di approfondire lo studio dell’opera stessa. Quando l’opera passa in secondo piano e viene esaminata solamente come frutto dell’ingegno dell’autore, che diventa quindi l’oggetto di attenzione primaria, avviene uno squilibrio. L’opera diventa, così, funzione dell’autore.
Autorialismo: «L’autorialismo è un particolare investimento sulla funzione autore che fa sì che un’opera d’arte non possa esistere se non prodotto di un autore.»
Le star amano stare tra di loro: Johnson è amico di Warhol, ad esempio. Per farsi conoscere dalle masse, le star utilizzano i media: non c’è mezzo migliore che comparire sulle riviste, di qualsiasi genere siano; al contrario le riviste specializzate, le gallerie e i musei non forniscono una possibilità ampia di promozione.
Anche gli architetti sono sempre più interessati alla fama e alla notorietà: che lo vogliano o meno, essere star è necessario per far conoscere le proprie opere a livello internazionale. A differenza delle star di altri settori, progettare un edificio richiede tempi lunghi: l’architetto deve quindi colmare questo periodo di silenzio, molto più delle altre star che hanno possibilità di proporsi continuamente. Altra differenza tra star e archistar© è data dal fatto che l’architetto, parallelamente alla progettazione, deve promuovere la propria immagine come veicolo di diffusione del proprio operato. Ogni archistar© promuove se stessa in base alle proprie caratteristiche individuali.
Le archistar©, per rendersi riconoscibili, esibiscono caratteri distintivi che catalizzano l’attenzione e si imprimono indelebilmente nella memoria dell’osservatore. Il discorso è differente per quegli architetti che sono stati coinvolti passivamente nello star system, non avendo alcuna intenzione di autopubblicizzarsi o di automitizzarsi. Entrano così in gioco i mass media che, sempre alla ricerca di nuovi volti da pubblicizzare, intuiscono e sfruttano il potere mediatico di architetti esterni allo star system. Per fare ciò, scattano fotografie da pubblicare su riviste o manifesti.
Architetti come Toyo Ito, non hanno deciso di loro spontanea volontà di diventare archistar©, qualcun altro lo ha deciso per loro, portandoli al vertice della notorietà. Ad un certo punto l’architetto cessa di essere tale e compare alle masse come persona, con la propria vita privata. Inizia così ad essere una attenzione per la loro vita, come accade per le star.
Rem Koolhaas: autore stratega
Rem Koolhaas è considerato da molti un profeta, al pari dei colleghi Wright e Le Corbusier, per la sua volontà di interpretare il mondo per poterlo migliorare dal punto di vista architettonico. Si tratta di un vero e proprio professionista dell’architettura, dotato di una grande abilità e di un metodo di indagine all’avanguardia. È diverso da qualsiasi altro architetto europeo: è uno spirito libero, non etichettabile con nessuno stile.
Premiato ed elogiato da numerose riviste, scelto da importanti committenti, Koolhaas non si distingue solamente per i suoi progetti, ma per la sua arguzia nell’intuire problematiche e nel trovarne la soluzione adeguata. Apparentemente, sembra non sfruttare il momento. L’architetto sembra essere restio a comparire in pubblico, a rilasciare interviste o a comparire sulle riviste; eppure i suoi progetti, i suoi libri e le sue idee sono famosissimi.
Analizzando il personaggio approfonditamente, si può affermare che ha svolto un’azione di autopromozione con i suoi libri. Nel 1978 esordisce con “Delirious New York. Un manifesto retroattivo per Manhattan”, un testo che mette in crisi i metodi interpretativi della condizione urbana. Nel 1995 l’architetto pubblica “S,M,L,XL”, libro rivoluzionario sia per i contenuti proposti che per l’impaginazione; attraverso questo testo l’architetto acquisisce fama mondiale. Non si tratta di un testo teorico, ma una rappresentazione dei progetti dello studio OMA, classificati per grandezza.
Le Corbusier, personaggio che di certo non agiva nella penombra, prima di lui aveva realizzato una monografia sulla propria opera. “S,M,L,XL” non si presenta apertamente come una monografia: a prima vista appare una raccolta di testi completata da foto simboliche e progetti. Questo libro è per Rem Koolhaas più importante di qualsiasi opera abbia costruito: i libri hanno provato fin dalla storia di essere più importanti degli edifici. All’interno del libro sono presenti svariate immagini di Koolhaas: foto studiate per dare l’immagine di un architetto mondiale, in contatto con colleghi e culture extraeuropee.
Il libro si presenta come una sorta di Bibbia, al cui interno si può trovare la risposta ad ogni tipo di quesito; la copertina, rivestita in argento, sembra invitare il lettore alla scoperta del contenuto, anche perché né la copertina né il titolo fanno intuire di che argomento tratti. Anche per il libro seguente, Mutations, la copertina ha il compito di attirare l’attenzione, senza però esplicitare il contenuto. Inoltre, c’è un altro punto fondamentale: il libro S,M,L,XL, nonostante il grande successo riscosso, era stato prodotto in edizione limitata e non era stato mandato in ristampa.
Ciò fa supporre che la lunga attesa sia stata programmata per poter poi divulgare meglio Mutations. Il ragionamento che sta dietro a questa iniziativa è semplice: dopo aver atteso per anni il libro di Koolhaas diventato un mito, anche un altro, molto simile per dimensione ed impaginazione, avrebbe soddisfatto il desiderio di possedere un libro dell’architetto olandese. Il testo S,M,L,XL è tanto importante da essere citato e ripreso in opere di altri architetti, inoltre ha grande importanza in questo libro l’attenzione data alla grafica; Koolhaas aveva infatti ingaggiato un designer perché lavorasse a tempo pieno all’impaginazione del testo.
Quando il presente è già memoria
Koolhaas, a differenza di alcuni suoi colleghi, non rivela mai se l’artefice della sua fama sia lui stesso o se siano i media a divulgare la sua immagine. Sta di fatto che il suo volto è ben noto, tanto quanto la semplicità del suo look. I suoi progetti, apprezzati dalle riviste specialistiche, compaiono anche su quotidiani e magazine divulgativi. La rivista “El Croquis” pubblica nel 1996 un numero dedicato all’architetto olandese, replicando nel 1998 con una edizione aggiornata. In quest’ultimo numero compare in copertina una immagine smarginata dell’architetto. Singolare è il fatto che una rivista di architettura riporti in prima pagina il volto dell’architetto piuttosto che una delle sue opere.
La foto, in bianco e nero, illuminata da luce perpendicolare, dà importanza allo sguardo, coinvolgendo emotivamente il lettore e imprimendo l’immagine nella loro memoria; i lettori ricordano il viso dell’architetto, poiché danno più importanza al progettista che al progetto. Lo scopo di questa monografia è quello di mettere a nudo l’architetto non solo dal punto di vista progettuale, ma anche, e soprattutto, dal punto di vista personale. Sebbene Koolhaas sia un architetto attivo, è già storia, poiché ha già lasciato un segno nel futuro.
Frank Owen Gehry: l'architetto iconoclasta
Le origini
Frank Owen Gehry nasce a Toronto nel 1929 e nel 1947 si trasferisce a Los Angeles. La gioventù e la formazione dell’architetto sono state caratterizzate da una serie di crisi riguardanti la sua identità politica, storica e architettonica. Grazie alla sollecitazione di diversi insegnanti, Gehry decide di intraprendere gli studi di architettura, durante i quali il giovane architetto recupera pochi stimoli e molto conformismo. Dopo aver abbandonato Harvard, Gehry entra nello studio di Victor Gruen, da cui ricava molti stimoli; nonostante ciò, l’architetto non si sente soddisfatto a pieno del suo lavoro e dei colleghi che non comprendono le sue idee.
Negli anni Sessanta, l’architetto viaggia in Europa per osservare i capolavori dell’architettura, tra cui le opere di Le Corbusier. Tornato da questa esperienza, fonda un suo studio a Los Angeles. Mettendo a confronto le opere di Gehry di quel periodo, ci si accorge che sono profondamente diverse le une dalle altre, tanto da non sembrare frutto di una stessa persona. Le architetture di Gehry rappresentavano a pieno la sua personalità tormentata e la sua mancanza di equilibrio interiore. A risolvere questa situazione è Milton Wexler, psicologo che gioca un ruolo fondamentale nell’evoluzione dell’architetto.
Affiancato da questo dottore, Gehry inizia una lunga psicoterapia che lo aiuta a scoprire e capire il suo genio creativo, nonché a sfidare il mondo intero. Nel 1978, dopo due anni di matrimonio, completa la casa comprata con la moglie, casa destinata a diventare il manifesto della sua creatività unica. Gehry, trasformando l’anonima abitazione borghese, si trova catapultato al centro dell’attenzione del pubblico e della critica: aveva innescato il giusto meccanismo per rendere pubblica la sua creatività e conquistare il prestigio tanto agognato. Dopo anni di lavori di grandi dimensioni, è il lavoro svolto su una piccola casa a rendere l’architetto un personaggio pubblico, mettendo in luce le sue capacità creative.
L’obiettivo di Gehry è stupire, far notare la sua diversità, sovvertendo le regole. Da quel momento in poi, la capacità di ideare forme del tutto personali e riconoscibili diventa la sua carta vincente, nonché un mezzo per riscattare le delusioni del periodo accademico.
Il paladino della libertà espressiva
Una delle caratteristiche di Gehry è il suo abbigliamento buffo, carico di ironia nei confronti della storia dell’architettura. Solo osservando con più attenzione si riconosce il volto dell’architetto, sovrastato da uno strano cappello che ricorda quello di un giullare. Non si tratta di un gioco, ma di una azione di redenzione: vuole liberare il mondo dalle convenzioni.
Gehry combatte contro la banalità del quotidiano, contro il già visto, tagliando il legame con la tradizione che impedisce la libera espressività. Durante questa performance (Il corso del coltello, messa in scena a Venezia nel 1985), l’architetto si mostra come colui che con le sue azioni e creazioni vuole scuotere il mondo: tutti devono vedere il tormento interiore che ha condotto l’artista alla scoperta del proprio estro creativo.
Nel ritratto dell’artista, tutto ne sottolinea lo stato d’animo tormentato: dai capelli spettinati allo sguardo sofferente. Grazie alla psicoterapia, Gehry ritrova in un ritorno alla sua infanzia, spunti che lo portano a rinnovare l’espressione architettonica. Importante il ricordo del pesce, che la nonna comprava al giovedì quando l’architetto era bambino, poiché rappresenta il simbolo della ricerca di nuove forme e la liberazione dalle regole dell’uomo. Gehry esce così dal buio rinforzato e in grado di portare al mondo la sua nuova creatività.
La metamorfosi
La rinascita spirituale dell’architetto si riflette anche nel suo aspetto, non più segnato dal tormento, ma più sollevato e rilassato: ora è finalmente libero di dare sfogo alla sua creatività. Nel 1989 Gehry vince l’ambito Premio Pritzker che lo consacra ufficialmente tra i premiati dell’architettura: finalmente vedono in lui, genio disadattato fino a quel momento, la sua capacità creativa. Interessante il fatto che il premio di quell’anno era una moneta con incise sopra tre parole “firmness”, “delight”, “commodity”, principi regolatori dell’architettura tradizionale, che Gehry sfida apertamente.
Dal momento in cui ottiene il Pritzker, Gehry si trova all’apice della popolarità: ora tutto il mondo è a conoscenza del valore dell’estetica da lui proposta. Tutto ciò che circonda l’uomo può trasformarsi in architettura e Gehry sottolinea che si tratta di operazioni artistiche, già sperimentate da numerosi esperti del settore. Gehry cerca con la sua architettura di liberare il mondo dall’ordinarietà, per continuare le sperimentazioni avviate dagli altri artisti a lui contemporanei.
Scordati gli anni di tormento, l’architetto si presenta non solo come tale, ma anche come imprenditore.
Frank Lloyd Wright alla conquista dell'immagine
Wright scrive una autobiografia, che prende i tratti di autoesaltazione. I toni in cui è narrata ricordano le atmosfere di un film western, in cui Wright, l’eroe che sfida le contingenza della vita, non esce mai sconfitto. L’architetto ha scelto di proposito di usare questo tono impetuoso nel narrare la propria vita; all’interno della biografia molti avvenimenti sono stati modificati o omessi, con l’intento di mettere in luce soprattutto i successi dell’architetto, tralasciando gli insuccessi.
Da questo testo emerge la figura del Wright combattente, ma anche quella del Wright profeta, fino ad arrivare al Wright come intermediario tra Natura e Dio e l’Umanità; in questo modo, l’architetto si eleva al di sopra della volgare massa, che non conosce altro che l’oblio. Tutta la parte progettuale e organizzativa, ruota intorno a lui. A Taliesin (una sorta di scuola-comunità in cui si insegna ai giovani a vivere secondo sani principi e in funzione dell’architettura; ai giovani sono richieste doti per poter incrementare la loro qualità di vita, regole che in verità sono rigide regole imposte da Wright) non esiste gerarchia: c’era Wright e gli altri.
Nelle immagini che abbiamo di Wright all’interno della comunità, qualsiasi attività stia svolgendo, lui è sempre in posizione aristocratica rispetto ai suoi discepoli. Per Wright avevano grande importanza il senso estetico e l’abbigliamento: in una raffigurazione viene rappresentato dal basso verso l’alto, con lo sguardo rivolto al basso, che sottolinea il suo intento di salvare l’umanità; Wright non è solo architetto, ma è anche un condottiero, ed è abbigliato come tale, eccezion fatta per la cravatta. Questa foto costituisce una immagine costruita che mitizza il soggetto rendendolo sovraumano.
Wright indossa solitamente cravatta e cappello, cosa che gli conferisce un aspetto preciso e aristocratico. L’architetto è fondamentalmente un attore di se stesso, della sua vita e della sua attività.
Il più grande architetto del mondo
Wright non nasconde il fatto di considerarsi il miglior architetto mai esistito, nel fare ciò non esita a farsi beffe dei colleghi: da Mies a Johnson (il quale di certo aveva contribuito alla costruzione della fama dell’architetto), senza risparmiare Le Corbusier, suo odiato nemico. Questa autocelebrazione non è dovuta solamente alla presunzione e ambizione dell’architetto: con un tale atteggiamento si autopuntava su di sé i riflettori.
Wright era un personaggio che amava attorniarsi di oggetti di lusso: macchine, abiti di alta sartoria e oggetti d’arte, che lo portarono ad accumulare un gran numero di debiti nel corso della sua vita. Suscitò scandalo anche per la sua vita privata: ebbe ben quattro matrimoni. Tanto era conosciuto, i suoi scandali privati catturavano l’interesse pubblico.
Wright fece un uso esemplare della stampa: riuscì sempre a servirsene come un mezzo di autopromozione. Le fotografie che comparivano sui giornali, apparentemente spontanee, erano studiate e calcolate. Inoltre, l’architetto era restio dal farsi ritrarre con personaggi più famosi di lui: preferiva farsi ritrarre da solo (nella veste di eroe) o con gli allievi della comunità (nel ruolo di predicatore con i discepoli) o con la moglie (nei panni del re con la propria regina).
Generalmente, preferiva farsi raffigurare da solo, ma spesso compariva con i suoi committenti, i quali erano uomini particolarmente benestanti e ciò conferiva lui un alto grado di considerazione. Quando era accusato di qualcosa, subito scriveva lettere ai giornali, con il chiaro intento di rendersi noto al maggior numero di persone possibili, in particolar modo nel periodo in cui le commissioni scarseggiavano. Basti pensare alla sua autobiografia, pubblicata proprio in un periodo di crisi economica, per riportare all’apice la sua immagine.
I valori di un’autobiografia
Per poter trattare dell’autobiografia di Wright...
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