Sicurezza urbana e percezione pubblica
Il tema della sicurezza urbana è divenuto un issue rilevante nell’opinione pubblica. L’occasione per affrontare il tema è stata offerta grazie a due ricerche, condotte tra il 2009 e il 2010. Queste sono state guidate da Battistelli, dall’unità di ricerca Sicurezza & Partecipazione, per conto della Regione Lazio.
Ricerche sulla sicurezza urbana nel Lazio
La prima ricerca, coordinata da Giuseppe Ricotta, è stata realizzata attraverso un’indagine su Frosinone, Latina, Rieti, Viterbo e Roma. La seconda, coordinata da Maria Grazia Galantino, ha analizzato gli interventi degli Enti locali del Lazio in tema di sicurezza urbana.
Evoluzione del discorso sulla sicurezza
Con l’avvento della Seconda Repubblica, la micro-criminalità, il degrado urbano e la domanda di sicurezza da parte dei cittadini occupano spazi sempre più rilevanti sia nei discorsi politici che nei mezzi di comunicazione di massa. Dopo lo scandalo Tangentopoli, al governo sono salite forze politiche dai tratti populisti, come Forza Italia e Lega Nord, che sul tema della sicurezza hanno costruito un cavallo di battaglia. Un'altra novità è rappresentata dal nuovo protagonismo dei sindaci, che, specie nel centro-nord, chiedono interventi maggiori al governo centrale.
I temi connessi alla sicurezza si sono imposti nel paese con un relativo ritardo, dovuto in parte al terrorismo degli anni ’70 e alla mafia. È possibile tematizzare la centralità della sicurezza e della sua percezione da parte dei cittadini alla luce del mutamento sociale verso una seconda modernità. Anthony Giddens sottolinea come si sta attraversando una fase di universalizzazione del processo di modernizzazione, che ha portato alla “disaggregazione” (disembedding) dei rapporti sociali. Beck ha interpretato l’emergere della società del rischio come conseguenza dei processi di de-tradizionalizzazione e individualizzazione. Furedi parla di cultura della paura, come metafora culturale tramite cui comunicare un crescente disagio circa il nostro posto nel mondo. Bauman definisce la società odierna come quella dell’incertezza e distingue tra tre tipi di insicurezza: la security (sicurezza esistenziale), la certainty (la certezza dei valori) e la safety (l’incolumità personale).
Implicazioni sociali e teorie sulla sicurezza
Lo strato sociale, procurando all’individuo protezioni collettive consistenti, ha agito come un potente fattore di individualizzazione, liberandolo dalla dipendenza nei confronti delle comunità intermedie che lo proteggevano in precedenza. Il problema, secondo Castel, è che a partire dagli anni ’70 sono entrate in crisi la crescita economica, la fiducia nel progresso e la stessa legittimazione dei collettivi di protezione. L’indebolimento delle coperture classiche e un generalizzato sentimento di impotenza di fronte ai rischi inediti inscritti nel processo di sviluppo della modernità provocano nei cittadini occidentali una frustrazione sicuritaria.
Analizzando le trasformazioni avvenute nel settore penale e culturale degli Stati Uniti e Gran Bretagna negli ultimi 30 anni, Garland ha individuato una sindrome sociale del crimine caratterizzante le società tardo-moderne, che hanno a loro volta portato alla convinzione dell’inadeguatezza e dell’inefficacia della giustizia penale, connessa al declino dell’ideale riabilitativo. Di qui la diffusione di comportamenti e strategie difensive privati.
Teorie criminologiche e politiche di sicurezza
Wilson e Kelling hanno teorizzato la broken windows theory; Battistelli ha proposto una classificazione dell’insicurezza in base alla genesi (interna/esterna) e al carattere (intenzionale/non intenzionale), generando i rischi, i pericoli e le minacce. In Italia, i tassi di criminalità sono aumentati a partire dagli anni ’70 in misura costante fino ai ’90 e successivamente hanno registrato un andamento più complesso (calo degli omicidi, ma aumento dei reati predatori). Tuttavia, l’Istat ha sottolineato l’aumento del senso di insicurezza dei cittadini rispetto al periodo 1997-8.
Va sottolineata la distinzione tra fear of crime, la paura personale della criminalità, e concern about crime, la preoccupazione sociale per la criminalità. Nella maggior parte delle indagini, spesso le domande non tengono conto dell’intervento di altri fattori non connessi alla criminalità ma che contribuiscono ad accrescerla (es. paura del buio, delle auto, dei cani): le considerazioni sulla fear of crime richiedono domande ad hoc, in grado di rilevare l’effettivo sentimento di paura in relazione a una percepita minaccia.
Cause della paura del crimine
Miceli, Roccato e Rosato hanno presentato una rassegna sintetica sulle cause della paura del crimine, a partire da alcuni studi fatti in America, Gran Bretagna e Francia: la diffusione del micro-crimine, le inciviltà, il risiedere in alcune aree urbane, l’essere donne e avere uno status socio-economico basso. Sabbadini e Muratore hanno rilevato come il senso di insicurezza cresca in associazione al genere, all’età, allo status sociale, alla città di residenza e al degrado. Secondo queste interpretazioni, il senso di sicurezza non è legato tanto alla probabilità di diventare vittime di reato quanto alle conseguenze maggiormente negative che tali eventi potrebbero comportare.
Il contesto urbano e il concetto di periferia
Secondo Simmel, il contatto costante e ravvicinato con sconosciuti è una motivazione fondante del sentimento di maggiore insicurezza dell’idealtipo urbano e sociale, rispetto a quello rurale e comunitario in Italia. La città contemporanea presenta elementi nuovi, che possono essere letti come l’esito della radicalizzazione dei processi di modernizzazione. Quello di periferia è un concetto di complessa definizione: si fa quindi riferimento al concetto di periferia sociale per indicare quelle parti di città ubicate all’esterno che ospitano popolazioni in condizione di minore reddito e disagio. Wilson e Kelling propongono la categoria di disorderly people; se la marginalità è provocata a livello sociale, vanno ritenuti illegittimi gli interventi a tolleranza zero.
Politiche della sicurezza
Le politiche della sicurezza che si sono sviluppate negli ultimi trent’anni affondano le loro radici nella crisi del welfare statale come principio regolatore della società. Nel settore della sicurezza e del controllo, le critiche allo stato sociale si appuntano sui costi delle politiche sociali, la difficile misurabilità dei loro effetti e l’approccio paternalistico che le caratterizzerebbe. Già a partire dagli anni ’80, l’obiettivo della riabilitazione che aveva informato i sistemi penali del XX secolo perde la sua pretesa ideale di fronte a dati empirici che mostrano effetti dubbi in termini di contenimento della criminalità. Si assiste pertanto a una svolta neo-punitiva.
In questo contesto, è il fenomeno stesso della criminalità ad assumere un nuovo significato: l’attenzione si sposta sui fattori individuali, legati alla personalità, alla cultura o alla morale antisociale dei soggetti (“si diventa criminali perché si è mentalmente e moralmente depravati”). Emerge un nuovo modello di intervento pubblico basato su un controllo contenitivo o punitivo, caratterizzato dal progressivo impoverimento della protezione sociale e delle risorse destinate alle fasce di popolazione più deboli. Le politiche neoliberiste sono caratterizzate da una forte connotazione morale, che auspicano il ritorno a una società più incentrata su valori tradizionali, più ordinata, più disciplinata e controllata (Garland). Allo stesso tempo, non si può derubricare la preoccupazione dei cittadini a mera costruzione mediatica.
Strategie di policy per la sicurezza
Garland distingue inoltre tra le policy adattive (A), che rappresentano una risposta pragmatica al problema della criminalità e che ha portato a nuovi strumenti e misure di intervento, e svolta preventiva. La prima innovazione riguarda il fatto che il problema della sicurezza fuoriesce dall’ambito della criminalità per essere compreso all’interno della vita nella città. In tal modo, la prevenzione non può più riguardare esclusivamente il crimine, ma deve necessariamente rivolgersi a uno spettro più ampio di fenomeni (come le inciviltà, assenza di servizi alla persona).
In secondo luogo, al tradizionale centralismo si sostituisce un approccio basato sulla sussidiarietà che vede il governo locale protagonista delle politiche di intervento. In terzo luogo, mutano i luoghi della formazione e dell’implementazione delle politiche della sicurezza. Con la svolta preventiva, il livello locale, proprio perché nelle periferie i cambiamenti globali si fanno locali, acquista una nuova centralità fino ad acquisire in molti paesi il ruolo di innovatore di policy in questo settore. Alla strategia adattiva si contrappone quella non adattiva (B), meno...
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