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agisce per mezzo della volontà la quale è autonoma, cioè libera (libero

arbitrio). La libertà è la condizione della legge morale, la coscienza è

impossibile senza libero arbitrio, che rappresenta il solo principio dell’etica; il

motivo per obbedire alla legge morale non è l’egoismo, cioè il piacere, ma la

riverenza, il rispetto per l’autorità della legge morale. Il punto fondamentale è

che nella realtà la ragione non determina la volontà. Con la fine

dell’illuminismo si ha l’inizio di una nuova fase dell’umanesimo in cui la

ragione sopravvive ma senza onore diventando malvagia. L’indebolimento

dell’autorità libera due tipi di forze: il rancore, che emerge quando gli dei

falliscono; e il caos che rappresenta la pretesa liberale di poter vivere

secondo la ragione e il libero arbitrio. Carroll propone uno schema sintetico

per valutare le modalità principali attraverso cui l’umanesimo riceve il suo

smantella mento finale. Questo schema è suddiviso in tre momenti: una

prima fase che ha come protagonisti Marx e Darwin. Marx capisce che l’unica

forma culturale con una sua forza è la borghesia e per questo decide di

annientarla con il rancore. Per Darwin è la natura che comanda attraverso il

meccanismo della selezione naturale, qui non c’è più spazio per il libero

arbitrio, né per la dignità o la morale. Questo no solo abbatte l’umanesimo ma

anche la religione in quanto l’umanità non ha origini divine poiché secondo

Darwin l’uomo discende dalla scimmia non da Adamo. La seconda fase è

quella del contrattacco nichilistico dinamico, cui protagonista fu Friedrich

Nietzsche. Egli rappresenta l’ultimo dei veri filosofi umanistici , egli sa

benissimo che è arrivata la fine di questo filone culturale e per questo cerca

almeno di salvare l’Ordine. Infine, abbiamo la terza fase cui rappresentante fu

Sigmund Freud che tenta di riconciliare la Ragione e il Sentimento.

L’inventore della Psicoanalisi è realista sulla natura del sentimento, di cui

vede la base istintuale nell’inconscio, spinto da forze demoniache che

Nietzsche chiamava dionisiache. La civiltà, la morale sono ciò che provoca la

malattia, la nevrosi: la cura per Freud è la conoscenza.

CAPITOLO II

Nel corso degli anni lo studio la conoscenza ha subito innumerevoli

cambiamenti con la diffusione delle nuove tecnologie digitali. La sociologia

della conoscenza ha il compito di individuare i presupposti che conducono gli

esseri umani ad assumere una determinata posizione epistemologica

piuttosto che un’altra. La capacità di conoscere è strettamente legata alla

capacità pensare, la quale è connessa alla parola. Parlare significa costruire

dei rapporti, creare dei legami tra gli individui appartenenti ad una comunità e

tra gli individui e il loro essere interiore. Il linguista Claude Hagège spiega nel

suo saggio come le lingue fossero già diverse nel momento in cui

comparvero i primi miti e le prime religioni, ovvero le narrazioni antiche

attraverso le quali la realtà è stata elaborata e poi trasmessa agli uomini.

Un’importante riflessione sta nel fatto che molto spesso determinate lingue

prendono il sopravvento su altre portandole anche a scomparire, esempio è

la lingua inglese che oggi giorno minaccia molte altre lingue. La storia della

comunicazione moderna si fa risalire al secolo dei lumi e successivamente al

XIX secolo cui idea si basa su lo sviluppo dei media e della libertà di

comunicazione che rappresentano le condizioni essenziale del progresso

dell’intera società. In seguito si è sviluppata una corrente di pensiero di

impostazione utopistica che ha fatto della comunicazione l’asse centrale della

riorganizzazione della società. Uno dei testi di maggiore importanza di

quest’ultima corrente di pensiero è quello di Philippe Breton “l’utopia della

comunicazione”, qui la nostra società viene legata allo sviluppo continuo dei

mezzi di comunicazione, cioè essa vive attraverso il continuo sviluppo dei

mezzi di comunicazione. Egli si chiede come la società della comunicazione

sia giunta a sostituire quelle che l’hanno preceduta. La comunicazione e le

sue tecnologie sono aspetti costituitivi dell’umanità e per quanto primitivo

fosse, l’uomo della preistoria dedicava una buona parte delle sue energie non

solo a comunicare, ma anche a riflettere su come far funzionare la

comunicazione. Secondo Breton tre grandi tappe ne hanno segnato lo

sviluppo che coinvolge tutta la società: la prima tappa si colloca con la

nascita della cibernetica, cui obiettivo è la costruzione di un campo

interdisciplinare che unifichi, sotto lo stesso nome, un insieme di fenomeni già

noti nei campi della neurofisiologia, della telefonia, della matematica, della

fisica e dell’antropologia; tutto ciò ha portato alla nascita della nuova nozione

di comunicazione. L’uso di questa nozione continuava a svilupparsi e ad

arricchirsi ad esempio con la teoria dell’informazione di Shannon, che diviene

la seconda tappa fondamentale per l’epistemologia contemporanea,

risolvendo i fenomeni in reti di relazioni. L’immediato dopoguerra rappresenta

la terza e ultima fase che si compie in un rapporto diretto con l’evoluzione

della società occidentale, segnata dal secondo conflitto mondiale. Qui tutto

viene messo in discussione. Breton pone l’attenzione sulle relazioni esistenti

tra i fenomeni non come un aspetto tra gli altri, ma come integralmente

costitutive della modalità d’esistenza dei fenomeni stessi. Wiener spiega che

la comunicazione deve diventare un valore centrale, per evitare l’anomia. Ciò

contrappone l’informazione all’entropia, partendo dalla constatazione che tutti

i sistemi chiusi sono minacciati proprio dall’entropia. L’opposto dell’entropia è

l’informazione vivente che circola e rende aperti i sistemi. Tuttavia dobbiamo

notare come dietro l’informazione/comunicazione e entropia si presentano

molte contraddizioni, infatti se la stessa informazione diventa merce,

l’entropia contro la quale sembra combattere si sviluppa in modo devastante.

Stiamo, così, assistendo allo sviluppo di un fenomeno che conduce allo

spostamento e all’assorbimento della parte essenziale delle attività umane

all’interno del mondo dei media: la comunicazione non è più fatta per l’uomo,

ma l’uomo è fatto per la comunicazione. In tutti gli ambiti della vita sociale,

l’informazione ha sostituito la parola a causa di un determinato uso della

matematica e del trattamento digitale dei dati che rendono possibile la

statistica e il computer. In un primo momento il termine parola veniva definito

come un concetto, disegno schizzo, successivamente, e ancora oggi, questo

assume il significato di ciò che si porta a conoscenza di un pubblico.

L’informatica, che rappresenta la scienza dell’insieme di tecniche

automatizzate relative all’informazione, si basa sull’idea secondo la quale

sarebbe possibile trasmettere delle informazioni in modo assolutamente

oggettivo, negando così in partenza il valore antropologico del linguaggio.

L’analisi matematica o meglio l’analisi numerica viene utilizzata come modello

per la soluzione di varie problematiche diventando così una vera e propria

cultura, quella della conoscenza digitale. Secondo il filosofo francese Roland

Gori oggi è essenziale comprendere l’unione tra l’economia, le neuroscienze

e la psicologia dei comportamenti decisionali che danno vita ad una nuova

figura antropologica di un mondo e di un uomo digitali, che portano

alla’allontanamento dalle società della parola. Il computer non è soltanto

l’affascinante e meraviglioso strumento che permette delle scoperte, ma esso

è anche la matrice formale che le determina: il linguaggio può essere

compreso da una macchina poiché è stato ridefinito attraverso segni

dell’analisi numerica. La sociologia ha come oggetto di studio la società,

essa rappresenta la disciplina che si avvale di quei settori del sapere che

indagano su oggetti di studio simili come l’antropologia, la psicologia, la

biologia, le scienze politiche ed economiche; cioè tutte quelle discipline che

hanno come fondamento l’analisi del logos. Nel greco antico i verbi parlare,

dire, raccontare si riferiscono al sostantivo logos. La forza che, sempre

secondo i greci, si contrappone al logos, cioè alla parte razionale dell’uomo, è

rappresentato dal pathos, che indica tutti gli istinti irrazionali che legano

l’uomo alla natura animale e gli impediscono di innalzarsi al livello divino. La

sociologia della conoscenza pone particolar importanza all’alternarsi

dell’utilizzo di alcuni approcci che fanno riferimento a paradigmi scientifici-

argomentativi o di tipo letterario. Il pensiero narrativo serve a rendere

compatibile lo scenario dell’azione (ciò che accade e a chi) e lo scenario della

coscienza ( ciò che il narratore e i personaggi pensano, provano,

percepiscono, ovvero i contenuti cognitivi ed emotivi dell’esperienza).

Friedrich Schiller aveva suddiviso i poeti in due categorie: gli ingenui che

sarebbero coloro che scrivono in modo quasi inconsapevole attraverso un

impulso istintivo che non considerano eventuali critiche o conseguenze

sociali del loro operare , e che si sentono ispirati da dio, dalla natura stessa o

da qualche entità minore ma non meno straordinaria; e i sentimentali che

scrivono in modo assolutamente consapevole, attenti ai metodi e alle

tecniche da utilizzare, angosciati dalle possibili conseguenze del prodotto del

loro ingegno, essi si ritengono semplicemente geniali, ingegnosi, e si

preoccupano di mettere tale capacità al servizio della società in cui vivono e

delle conseguenze che il loro agire potrebbe avere sulla realtà in cui operano.

Nel sistema mimetico gli uomini hanno tra i loro bisogni antropologici

fondamentali, quello di elaborare schemi o modelli di condotta utili ad

orientare il loro comportamento individuale e collettivo. Secondo Erik Kandel

gli artisti e gli scienziati sono riduzionisti, ma hanno modi diversi di conoscere

e dare un senso al modo: infatti gli scienziati si basano su misurazioni o

valutazioni oggettive, cioè creano modelli elementari del mondo che possono

essere controllati e riformulati; mentre gli artisti creano impressioni soggettive

della realtà ambigua che incontrano nella vita quotidiana. Creare modelli è

una della funzioni del cervello umano che rende possibile la creazione di

un’opera da parte di un’artista o di una ricreazione da parte dello spettatore.

L’arte ci aiuta a indovinare i comportamenti degli altri e a conoscerci a noi

stessi, il che presuppone un grande vantaggio di fronte alle specie meno

coscienti di se stesse. Semir Zeki, pioniere della neuro-estetica, ci ricorda che

la funzione principale del cervello è acquisire nove conoscenze sul mondo:

l’arte estende le funzioni del cervello più direttamente di altri processi di

acquisizione della conoscenza. Esistono alcuni tipi di conoscenza, come

l’espressione del viso o l’interazione di un gruppo sociale, che possono

essere acquisiti attraverso la visione. Poiché la visione è un processo attivo,

l’arte incoraggia anche l’esplorazione attive e creativa del mondo. Un punto

fondamentale da ricordare è che tutta la nostra conoscenza è di tipo

congetturale. Nella nostra storia evolutiva il nostro cervello si è sviluppato

rendendoci esperti nel generare conoscenze di carattere congetturale sempre

più affidabili. L’arte ha rappresentato lo strumento evolutivo necessario di cui

l’uomo si è dotato per generare e gestire la conoscenza congetturale. La

narrazione è il metodo con cui è possibile creare una realtà o un mondo

possibile e non necessariamente certo, oggettivo e verificabile

empiricamente. La ricerca contemporanea evidenzia una ricerca orientata

non più verso un’analisi descrittiva e formalizzata di determinati modi

dell’essere, ma verso un’analisi narrativa delle intenzioni dell’essere

nell’ambito di una realtà da coniugare al congiuntivo, ovvero a quel modo

grammaticale le cui forme vengono usate per denotare un’azione o uno stato

così come vengono pensati (e non come un fatto) e perciò è usato per

esprimere un desiderio, un ordine, un’esortazione, oppure un evento

contingente, ipotetico o previsto. Uno dei modi attraverso i quali è possibile

analizzare la questione del rapporto tra realtà e finzione è quello di tornare

ancora una volta alla posizione dell’uomo dal punto di vista della sua

costituzione organica e bio-antropologica. Il sociologo olandese Johan

Huizinga ha esteso l’analisi del nostro comportamento attraverso

l’atteggiamento ludico. La fase ludica dell’uomo può durare per tutta la loro

esistenza, è attraverso il gioco che il bambino impara a comportarsi da

adulto. Anche Josè Ortega y Gasset attribuisce al comportamento ludico un

ruolo fondamentale per la costruzione antropologica dell’essere umano; il

gioco viene visto come un modo per allontanarsi, sottrarsi dalla realtà per

rifugiarsi in un altro mondo irreale o di fantasia. La realtà in cui ci ritroviamo

quotidianamente a vivere viene definito da lui “circostanza”, poiché la vita è

dover essere, che lo voglia o no, sulla base di circostanze determinate. Il

punto essenziale è che la vita non è statica e predefinita, essa porta l’uomo a

dover continuamente scegliere quale azioni compiere e in che modo. Poiché

l’uomo è prigioniero delle sue circostanze in un mondo che non ha potuto

scegliere e che lo obbliga a sé, così egli è costretto a trascenderlo. La

creazione di altri mondi fittizi attraverso l’arte risponde a questo bisogno

dell’uomo di poter avere la possibilità di scegliere una realtà in cui

sospendere momentaneamente la vita. Attraverso il romanzo, per esempio,

veniamo distratti dalla nostra realtà quotidiana e veniamo trasportati in un

mondo immaginario del romanzo. Dobbiamo sottolineare che il

coinvolgimento e la distrazione dalla realtà è legato alla variabile dell’età:

poiché il bimbo gioca, mentre un uomo adulto gioca a giocare, quindi vi è un

modo diverso di vedere il bambino e l’uomo adulto nel mondo fittizio. Il nostro

senso pratico ci indica in modo naturale che dobbiamo comportarci come se

la realtà della nostra mente corrisponda alla vera realtà: il come se ci fa

comprendere che se la fiction assomiglia alla vita quotidiana è perché la vita

quotidiana è anch’essa una fiction. Le fiction ci attraggono molto no perché

sono pieni di menzogne, ma perché anche quelle menzogne appartengono

alla realtà. La menzogna è nata dalla necessità di dire la cosa che non è,

nella nostra grammatica tutte le proposizioni che iniziano con “se” indicano

una possibile menzogna. La letteratura ha qualcosa da insegnare su molte

delle questioni su cui le diverse discipline scientifiche si dibattano da sempre.

Per le scienze sociali i modelli tratti dalla letteratura sono infiniti e possono

essere fatti risalire alle origini stesse del dibattito metodologico emerso al loro

interno. L’esempio migliore è quello di Balzac che aveva trattato tre grandi

questioni che sono state analizzate soltanto negli anni 60 del Novecento dalle

scienze sociali: la marginalità, l’oppressione delle donne, la gioventù. Il critico

e il romanziere inglese David Lodge in un suo recente saggio analizzò il

problema della coscienza in letteratura partendo dall’analisi proposte dagli

scienziati Daniel Dennett e Francis Crick: il primo ritiene che per

comprendere la coscienza umana possa essere sufficiente pensare al

funzionamento di una macchina virtuale implementata sull’architettura

parallela di un cervello, tale macchina virtuale che rappresenta la coscienza

svolge funzioni di sostegno necessarie all’hardware biologico sul quale gira; il

secondo sostiene invece che ognuno di noi è il risultato del comportamento di

un vasto assemblaggio di cellule nervose e delle molecole loro associate,

cioè noi rappresenteremo un pacchetto di neuroni. Lodge mette in evidenza

la sfida che i nuovi studi scientifici sulla coscienza che si basavano sull’idea

di una natura umana custodita nella tradizione religiosa giudaico-cristiana. La

cosa più interessante è che si trovano straordinarie e ineguagliabili

descrizioni dei qualia (essi sono nella filosofia della mente gli aspetti

qualitativi delle esperienze coscienti, cioè i modi in cui le cose ci sembrano)

anche nella narrativa di prosa, che fa largo uso di metafore e similitudini

come strumento fondamentale per riprodurre i qualia (il bianco è biancore, il

freddo è spettacoloso, la strada è azzittita). Ian Watt in uno dei suoi lavori si

dedica all’analisi della delicata questione dell’affermarsi dell’idea del realismo

in letteratura. Il modo narrativo tipico del romanzo deve essere considerato

come la somma delle tecniche letterarie attraverso cui l’imitazione della vita

umana del romanzo segue le procedure adottate dal realismo filosofico nei

suoi tentativi di accertare e comunicare la verità e il rapporto con la realtà. Il

termine realismo in filosofia è utilizzato diversamente da quello utilizzato nel

senso comune: il realismo dei filosofi si basa sull’idea che le vere realtà sono

quelle universali, le classi o le astrazioni e non gli oggetti concreti e particolari

che si possono percepire con i sensi. C’è stato un forte dibattito sul realismo

in quanto fenomeno storicamente circoscritto e un’idea di realismo in quanto

modalità del fare artistico o poetico, che possiamo definire mimesis. Questo

concetto si riferisce, secondo Platone e Aristotele alla funzione antropologica

primaria dell’essere umano, però né Platone, né Aristotele riusciranno però a

fornirci una definizione univoca e definitiva del concetto. Pavel sostiene che

secondo la dottrina classica il realismo, inteso come tecnica di attenta

descrizione dei dettagli fisici e sensoriali, era diventato il metodo preferito per

le opere con soggetti sempre più seri e si è estesa all’insieme della

letteratura. Punto essenziale per Pavel è la centralità che assume nella

produzione letteraria l’individuo: il suo rapporto con le norme, il suo desiderio

di abitare e inserirsi dal mondo, dalla realtà della vita quotidiana, l’analisi

dettagliata della sua interiorità. Resta tuttavia il fatto che negli ultimi due

secoli la mimesis e la narrativa occidentali hanno acquisito, attraverso

l’affermazione del romanzo, uno statuto del tutto nuovo ed originale, segno di

una metamorfosi tellurica dei rapporti fra letteratura e verità, fra mimasis e

verità, che ha avuto luogo alle soglie dell’epoca moderna.

CAPITOLO III

Il sociologo Lewin Coser nella sua opera sul rapporto tra sociologi e

letteratura, afferma che da parte dei sociologi viene dato poca attenzione alle

opere letterarie e su questo punto si sofferma sottolineando che la letteratura

deve essere invece considerata una fondamentale testimonianza sociale di

carattere sia morale che storica: va considerata in particolare per la capacità

di produrre l’immaginazione creativa. Nel corso degli ultimi due secoli con la

nascita del romanzo e successivamente del cinema si è andata a crea re una

nuova forma-trama che porterà con sé un immaginario, una visione del

mondo di cui è possibile isolare ed analizzare alcuni elementi costitutivi,

come se fossero dei sostituti funzionali dei vecchi miti. I grandi romanzi e i

grandi film che si affermano negli ultimi due secoli non raccontano soltanto

delle storie, ma scolpiscono il volto della società fornendo uno stile un modo

di essere che lo rappresenterà in tutto il mondo. Ciò che le grandi narrazioni, i

grandi libri e le grandi opere cinematografiche riescono a fare è prendere,

sistematizzare, attualizzare o ricreare, applicando una forma-trama originale,

quelli che possiamo considerare dei semi immortali. Ogni epoca ha bisogno

di modelli o schemi narrativi che è possibile rilevare attraverso l’esistenza di

forme-trama di tipo più generico, che fanno riferimento a un gran numero di

miti di origini ed epoche diverse, e di tipo più particolare, legati ad un mito

specifico. Per quanto riguarda i primi possiamo trovare due schemi di

riferimento: le odisee e le iliadi. L’odissea può essere vista come una delle

storie orizzontali, una sorta di viaggio, un itinerario, un cammino in cui il

personaggio che avanza non torna mai indietro e ha una meta ben

determinata verso cui muovere con decisione; mentre l’iliade può essere

considerata come elle storie verticali, degli itinerari che vengono percorsi,

senza necessariamente prevedere un fine preciso, avanti e indietro e in cui è

previsto il ritorno a un determinato punto di partenza. Mentre per gli schemi

particolari li ritroviamo sia adattati a opere letterarie o cinematografiche,

ovvero storie che utilizzano la matrice mitica pur senza richiamarsi al mito.

Una delle analisi principali di Pavel si basa sull’osservazione secondo cui il

romanzo moderno più che rifiutare la tendenze antiche abbia invece sempre

tentato di riprenderlo e continuarlo, nella speranza di ritrovare un luogo

plausibile per la manifestazione di quelle stesse idealizzazioni. Pavel analizza

i modi attraverso i quali i generi narrativi premoderni hanno elaborato i loro

modelli della perfezione umana (l’ideale) mettendoli in relazione con i tentativi

moderni di rappresentare il loro inserimento di tali modelli ideali del mondo

dell’esperienza quotidiana. La tesi di Pavel ha messo in evidenza il fatto che

l’idealismo egualitario del XVIII secolo e il realismo sociale del XIX avevano

continuato ad essere sotterraneamente irrigati dai modelli formali dei vecchi

romanzi idealisti, così come il modernismo che non aveva mai abbandonato

la lezione apportata dal realismo. Quello che Pavel vuole mettere in evidenza

come il romanzo ha sempre continuato ad influenzare le pratiche successive,

senza però che le diverse influenze venissero fatte notare. Le innovazioni

nelle tecniche del romanzo sono influenzate anche dall’evoluzione della

struttura sociale e anche con la sovrastruttura religiosa e intellettuale. I

romanzi e tutti gli altri tipi di opere non descrivono la realtà ma la reinventano

continuamente al fine di poterla comprendere al meglio, per Pavel l’opera

narrativa propone un’ipotesi sostanziale sulla natura e l’organizzazione del

mondo umano. Questo perché ogni epoca possiede una sorta di

immaginazione antropologica dominante. Pavel sostiene che esiste una

solida stabilità che accompagna i temi principali dell’antropologia del

romanzo. Nella fase del periodo assiale ci sarà la comparsa di un genere di

letteratura il cui metodo narrativo contiene un fine e delle costanti che

diventeranno universali. Il fine è quello di spiegare e giustificare l’ordine del

cosmo in cui gli uomini si trovano a dover vivere, spiegare vuol dire fornire

delle conoscenze relative alla genesi e al divenire del cosmo, accompagnate

a delle conoscenze di carattere orientativo sullo spazio e sui luoghi in cui lo

stesso cosmo è collocato. Definiamo cosmografia il disegno o la descrizione

del mondo come si presenta attualmente nella sua struttura, nell’eventuale

divisione in livelli, regioni, ecc. Con il termine cosmogonia si intende la

narrazione dell’apparire delle cose o il racconto della cosmo genesi, cioè

spiega il mondo così com’è immaginato o concepito in un dato momento da

un determinato gruppo. Cosmologico è un discorso espresso e non espresso,

come l’esperienza, in cui ciò che fa si che il mondo sia mondo non è

presupposto, ma al contrario diventa implicitamente o esplicitamente un

problema. Secondo Pavel le costanti principali dell’antropologia del romanzo

sono: la frattura tra il personaggio e un mondo ostile; l’irriducibilità del

protagonista alle contingenze del suo destino; il ruolo salvifico dell’uomo. Il

romanzo è il primo genere che giunge a concepire l’universo in quanto unità

che trascende la molteplicità delle comunità umane. Le scoperte e la

riorganizzazione del mondo ha dato luogo nell’immaginario antropologico pre-

moderno a tre figure distinte: l’eremita, il popolo eletto e la coppia

predestinata. L’eremita rappresenta il primo tentativo di far accettare alla

comunità umana l’esteriorità del divino e al contemplo, l’ esistenza di un tipo

di individuo che scoprendo un ideale più alto osa liberarsi da questi ultimi per

perseguirlo. Nel caso del popolo eletto la divinità garantisce alla vita

comunitaria una coesione senza pari: questo popolo appoggia Abramo e la

sua scelta. Il sacrificio del suo unico figlio Isacco assume la forma della

rinuncia ascetica, grazie alla quale l’uomo fuori dal mondo, rinunciando al

diritto alla discendenza ed abbandonandosi completamente al suo Dio

accetta una norma infinitamente più alta di quella che governa il mondo. Un

altro esempio dell’alleanza tra gli uomini e la divinità è la coppia scelta dagli

dei e predestinata alla felicità, topos elaborato e sviluppato dal romanzo

ellenistico. La coppia predestinata riamane estranea la mondo che la

circonda e soltanto l’amore corrisposto guida la vita dei giovani protagonisti

aiutandoli a superare una serie di ostacoli che rappresentano l’ingiustizia del

mondo terreno; una volta sconfitte le avversità la storia si conclude sempre

con le nozze sacre. La modernità occidentale, secondo Pavel, apre la strada

a tre figure del nuovo immaginario antropologico: il dualismo, il contratto

sociale e la bella anima innamorata. Il dualismo fu il tentativo di affermare

l’esteriorità dello spirito umano e del mondo senza che la figura di un Dio

trascendente fosse indispensabile a realizzarla. Per distaccarsi dalla società

olistica che lo circonda l’eremita si era alleato con la potenza divina. Nella

concezione olistica i bisogni dell’uomo venivano ignorati o generalmente

subordinati all’interesse generale mentre la concezione individualistica

ignorava o almeno posponeva ai bisogni dell’individuo le necessità della

collettività. Mentre il dualismo garantì allo spirito fuori dal mondo la sua

autonomia intellettuale, le teorie del contratto sociale resero superato il

concetto di alleanza collettiva con la divinità e fecero dipendere l’esistenza

della comunità umana da un insieme di decisioni prese dagli individui.

Distinguendo lo stato di natura dallo stato sociale e descrivendo la

fondazione di quest’ultimo attraverso la forma del contratto, i fautori del

pensiero politico moderno affermarono il primato dell’individuo su una società

che lo incorporava senza privarlo dei suoi diritti naturali. Il romanzo del XVIII

secolo elaborò una nuova espressione della perfezione umana:m la bella

anima innamorata che rappresentava un punto di partenza di una nuova

visione della coppia. Il romanzo abbandonò il metodo ideografico e

concentrandosi sul rapporto dell’anima esemplare con il mondo, insistette

sulla prospettiva soggettiva e sulla specificità dell’ambientazione materiale e

sociale. Con il tempo il romanzo ha ideato nuove condizioni nel rapporto

dell’individuo con l’universo: il radicamento, la comunità e l’amore

impossibile. Per quanto riguarda il radicamento esso fu una risposta al

dualismo, di cui tentò di moderare il carattere radicale. Qui l’individuo è tenuto

a rinunciare al privilegio della singolarità, per sottomettersi ad una legge che

regola da tempo l’ambiente nel quale è nato, il radicamento limita la libertà di

movimento consentita all’individuo. Quanto alla comunità si afferma come

uno stato di fatto opposto al sogno del contratto sociale. Secondo la

tradizione gli uomini sono quello che sono grazie agli usi e ai costumi, alle

abitudini e alle istituzioni attraverso le quali sono nati e cresciuti. Ma ciò che

rischia di contraddire la volontà della comunità è la passione amorosa: è

inevitabile che questa passione porti il contrasto tra la felicità individuale e

l’infelicità sociale e di conseguenza l’adulterio diventa in questo periodo uno

dei temi più utilizzati nei romanzi. Tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo

però lo statuto dell’uomo cambia radicalmente infatti egli cessa di essere

considerato il “sovrano del sapere”, cioè colui che occupa il centro della

scena, per acquisire una posizione alquanto ambigua: egli infatti diventerà

oggetto di un certo ambito di conoscenza e allo stesso tempo il soggetto che

conosce, cioè non rappresenterà più un soggetto esterno alla natura, ma

diventerà egli stesso un oggetto tra gli altri. Marx, Durkheim, Freud,

Saussure, finiranno per porre un paradigma che successivamente verrà

utilizzato anche da molti altri scienziati caratterizzando una fase storica in cui

l’antropologia assumerà tre tratti caratterizzanti:

Diversamente dall’uomo aristotelico e da quello cartesiano, l’uomo

a) strutturale non possiede alcuna essenza;

Diversamente dall’uomo aristotelico, l’uomo strutturale non è un essere

b) naturale;

Diversamente dall’uomo cartesiano, l’uomo strutturale non è in grado di

c) determinare autonomamente i propri pensieri e la propria volontà.

Col tempo le scienze umani e sociali non studieranno l’uomo in generale, ma

di volta in volta prenderanno in considerazione una parte della sua umanità

come per esempio i fatti sociali, le culture, l’evoluzioni delle società, il

linguaggio, ecc.

Secondo Pavel si sono sviluppate nuove rappresentazioni cosmologiche e

dell’immaginario antropologico che si sono concretizzati nei seguenti temi:

l’abolizione dei legami, la comunità problematica e l’apoteosi di Narciso. La

rappresentazioni dell’abolizione dei legami aveva l’ambizione di sostituire

l’ideale della naturalizzazione dell’uomo, qui l’individuo cominciava ora ad

essere concepito indipendentemente da tutto ciò che lo circondava. I rapporti

dell’uomo sono considerati solo attraverso le sue scelte. L’accesso alla vita

sociale diventa una missione faticosa da compiere e il rifiuto del mondo

sociale e delle sue convenzioni non viene rappresentato come un gesto

drammatico, ma come un diritto elementare di ogni persona. È per questo

che molto spesso i protagonisti dei romanzi del XX secolo soffrono, essi

fanno parte di una comunità inaccessibile, essi si impegnano a favore di un

partito, di un gruppo, di una causa, di uno stile di vita. Come Narciso,

l’individuo trova la vera felicità nella contemplazione del suo viso e nella

soddisfazione delle proprie pulsioni. Avendo perso il desiderio di guardarsi

intorno, si contempla, si ascolta, agisce senza pensare, spinto dalle sue

pulsioni, che non vuole né sa controllare. Hanif Kureishi nel suo romanzo “il

corpo” presenta il caso di un anziano signore che riceve, da parte di un suo

coetaneo che già aveva goduto dei benefici dell’operazione, la sorprendente

proposta di poter acquisire il corpo di un giovane e calarvi dentro il proprio

cervello. Il protagonista accetta la proposta, ma solo come una sorta di prova

a tempo, non prima cioè di aver patteggiato la possibilità di riprendersi

indietro il vecchio corpo alla scadenza di un periodo di prova della durata di

sei mesi. Tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo ha origine una

nuova sensibilità e un nuovo modo di pensare l’uomo, la società e l’intero

cosmo. Dopo la Fede, anche la Ragione cessa di poter essere considerata

garante e punto di riferimento di ogni Sistema Mimetico. In questo periodo si

sviluppa l’idea che la vita è una lotta contro la morte, una continua agonia di

cui molti sono consapevoli: da qui l’idea che la morte sia il fulcro del

sentimento dell’Assurdo. Renè Marill Alberes notò che a partire dal secondo

dopoguerra si è sviluppato un nuovo modello di individuo che egli definiva

braccato, perseguitato e in qualche modo assediato dagli altri, dalla società

dal mondo intero. Il mito dell’essere braccato, dell’uomo perseguitato non va

visto soltanto come una moda letteraria ma è considerato come un

indicatore-chiave relativo ai movimenti inconsci e ineluttabili dell’evoluzione

delle idee e della sensibilità di fine- inizio secolo. Uno dei punti chiave

individuati da Alberes riguarda il fatto che la crisi di riferimenti certi come

quelli di personalità, volontà. Ragione, onore, unicità, autonomia

accompagnati dalla progressiva scomparsa di un universo sacro di

riferimento, sembrerebbe aver suscitato una crisi dei fondamenti

dell’immagine dell’uomo moderno di derivazione umanistica. Molto importante

per comprendere meglio il Sistema Mimetico è l’opera di Franz Kafka “la

tana” che narra non tanto una storia, quanto una descrizione della nostra

esistenza, dei nostri sforzi per costruire un mondo razionale e ordinato che ci

consenta di proteggerci dall’inquietante irrazionalità di cui sono portatori gli

altri esseri o la natura stessa. Tali sforzi piuttosto che donarci la libertà

sperata finiscono inesorabilmente per costringerci ancora di più in una gabbia

(la tana) che noi stessi ci costruiamo con immensa fatica. Kafka ci offre una

straordinaria descrizione del nostro abituale modo di agire e di pensare:

crediamo di tenere a bada le nostre angosce attraverso calcoli e progetti i

quali non fanno altro che perpetuarli (immortalarli). La tana invece di renderci

più liberi ci incatena sempre di più e come racconta il narratore dell’opera di

Kafka noi continuiamo a costruire la nostra tana non per piacere o per

necessità logica, ma perché dobbiamo continuare a farlo. Verso la fine del

racconto il narratore comincia a sentire dei rumori nella sua tana. Comincia

così ad andare alla ricerca delle cause di tali rumori: in una prima ipotesi si

fanno risalire questi rumori agli animaletti che vivono nella tana; in un’ipotesi

successiva il narratore comincia a pensare che si tratti di un’unica e

pericolosa bestia che intende penetrare nella tana per ucciderlo. Così il

mondo esterno comincia ad attaccarlo; dopo aver lavorato tanto per la

costruzione di una tana sicura, adesso passerà a cercare di calcolare i

possibili movimenti del nemico al fine di potergli resistere: ma la protezione

della tana non ha fatto altro che ingannarlo e invece di renderla più sicura,

l’ha indebolita. Kafka viene considerato il maestro dell’assurdo, un attento

analista dell’oscuro; secondo Fabrice Midal egli cerca in realtà di mostrarci

che cos’è la speranza: non l’attesa di un futuro idealizzato, ma la ricerca di

ciò che è possibile nel presente. Nadja di Andrè Breton è un racconto

autobiografico dall’ambizione romanzesca, racconta la relazione del narratore

con una malata mentale la cui ingenuità impregnata di poesia evoca il

meraviglioso nascosto nelle cose. Per Breton l’arte, l’ispirazione, anche la

malattia mentale rappresentano uno strumento di liberazione per le anime

legate al mondo materiale. Un altro autore che ha portato una nuova visione

del Sistema Mimetico fu nel Novecento Luigi Pirandello, secondo cui il fittizio

prevale sulla realtà poiché la natura del fittizio è del tutto ideale, esso non è

più tributario né dell’imperfezione né della menzogna inerenti alla realtà

empirica. L’uomo pirandelliano è falso, incompleto e diviso. Quest’epoca è

ossessionata dalla mancanza di sincerità e dalla falsità, al peccato si

sostituisce la menzogna, al peccatore subentra il commediante. L’essenza

dell’opera di Pirandello sta nel fatto che l’uomo viene visto come imprigionato

nella menzogna e la sua vita consisterebbe nella lotta continua lotta per

liberarsene: qui vi è l’idea che tra gli uomini ci sia un malinteso di fondo, e

questo malinteso sarà il centro di tutta la sua opera. Nei suoi racconti e nei

suoi romanzi il raggiungimento del benessere e della felicità non è possibile a

causa di qualche malinteso, quindi la fiducia, l’amore, l’amicizia non possono

realizzarsi a causa di questo malinteso. Il romanzo Il fu Mattia Pascal di

Pirandello è un’opera scritta in prima persona: il racconto della propria vita da

parte del protagonista e delle vicende che l’hanno condotto ad essere il fu di

se stesso. Mattia è narratore in prima persona delle proprie vicende e spesso

il suo punto sugli eventi è soggettivo e parziale, tanto da farci seriamente

dubitare della sua attendibilità, qui vengono mescolati elementi teatrali a una

sintassi vicina all’oralità, per restituire l’immagine della frantumazione

dell’identità contemporanea. Per quanto riguarda, invece, l’opera Enrico IV, il

protagonista Enrico è un alienato messo al margine della società dei suoi

simili, di cui subisce la diversità. Egli è innamorato di Matilde che è un amore

strumentale, egli vede il matrimonio come il passaporto, se non per la

normalità, almeno per la conformità. Matilde però esita non perché non

ricambi il suo amore o perché non lo stimi, ma perché non è disposta ad

affrontare il rischio di avvallare le qualità di lui contro tutti gli altri, che lo

chiamavano pazzo anche prima che lo fosse. Enrico diventa pazzo quanto

Belcredi, suo rivale in amore, punse il cavallo per farlo imbizzarrire e che nel

finale catartico viene punto a sua volta, trafitto senza speranza, lui

spadaccino temutissimo dalla spada acuta e vendicativa della follia, nella

quale Enrico si rifugia definitivamente. Emmanuel Bove nella sua opera Mes

Amis tratta la storia di un reduce della Grande Guerra che, rientrato a Parigi,

e senza più legami prova inutilmente a crearsi delle relazioni di amicizia che


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sabrinamontano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei processi culturali e comunicativi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Pecchinenda Gianfranco.

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