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Il sistema mimetico

Introduzione

Il sistema mimetico è uno strumento concettuale che va inteso in una duplice accezione:

  • Copia, imitazione, riproduzione (a partire da un ideale modello originale)
  • Finzione, inganno, sotterfugio

Ognuno di essi serve come serbatoio simbolico di senso e di significato esistenziale da contrapporre alla paura della finitudine. Se la morte venisse considerata negli ambiti “normali” della vita di tutti i giorni, cioè se venisse lasciata penetrare senza quei filtri che la tengono lontana dai discorsi e dalle pratiche quotidiane, la nostra visione del mondo muterebbe al punto di dare alla realtà una concezione assurda. Le diverse culture, oltre ad aver costruito gli “strumenti” essenziali per garantire la sopravvivenza e la perpetuazione del genere umano, sono anche state il risultato di quella sorta di “autoinganno”, ovvero un’Illusione collettiva di cui gli uomini avevano bisogno per potersi affermare come specie, derivante dal bisogno di immortalità. Tale atteggiamento si è sempre manifestato attraverso delle forme che potremmo definire di tipo magico-religioso ed uno di tipo razional-scientifico.

Nel primo viene riconosciuto che l’uomo è sempre (o quasi) per sua natura immortale e che se ciò non appare evidente è solo per ignoranza, mancanza di fede o di volontà di sottomettersi ad una qualche dottrina di derivazione sacra o trascendente di tipo prescrittivo. Infatti se l’uomo rispetta tutte le prescrizioni di derivazione trascendente non è destinato a finire. In questo caso si parla di immortalità assegnata.

Il secondo modello, invece, una volta accertato che l’uomo è destinato alla morte, propone un razionale contrappunto derivato dalla legge del progresso. Se l’uomo si sottomette ai dettami di tale fede, sarà in grado di posticipare sempre più il momento della sua morte, a meno che non intervengano degli imprevisti, come ad esempio un incidente o una malattia. In tal caso di parla di immortalità acquisita.

La più efficace delle strategie che l’uomo occidentale moderno ha via via elaborato per tenere ai margini la morte è la Routine, strategia strettamente connessa alla prosperità materiale prodotta dal modello consumistico. È l’immergersi in questo insieme di oggetti materiali e immateriali che ci tranquillizza. Se però accade che questi margini si frantumino, magari con uno sguardo preoccupato di un medico, un dolore inspiegabile razionalmente o, ancora peggio, con una morte improvvisa di un altro significativo, la nostra visione della vita viene profondamente sconvolta.

Capitolo 1

1. Mimesis e verità: Platone e il mito della caverna

Molti studiosi hanno provato a ricostruire la storia di tutti i grandi movimenti artistici, culturali, filosofici o scientifici come “variazioni su uno stesso tema”. Migliaia di titoli di opere filosofiche potrebbero essere intitolate Variazioni su Platone ed è per questo che si può tener presente la mitica metafora della Caverna per individuare un esempio che possa sintetizzare gli elementi di uno dei primi Sistemi Mimetici creati in Occidente. Jorion ha recentemente ricordato che le origini del concetto di verità si possono far risalire alla Grecia del IV sec a.C., mentre il concetto di realtà (oggettiva) è stato invece elaborato nell’Europa del XVI secolo. L’uno discende dall’altro: a partire dal momento in cui si impone l’idea di una verità dire la verità rinvia alla descrizione della realtà in quanto tale. Platone e Aristotele sono coloro che impongono la verità come mezzo per superare le obiezioni scettiche dei loro avversari sofisti, opponendo l’esistenza di un mondo più reale del mondo sensibile a quello rispetto al quale i sofisti riuscivano a dimostrare trattarsi di un mondo illusorio.

Nel corso del XVI e del XVII sec., una generazione di giovani come Copernico, Keplero e Galileo, inventerà il concetto di realtà oggettiva. A partire da allora tutti i tipi di prova tendenti a legittimare lo statuto di verità di un dato sapere, in rapporto alla realtà, cominceranno ad assumere le caratteristiche di una dimostrazione matematica. Le innovazioni continue che si sono succedute nel corso degli ultimi decenni in campo scientifico e tecnologico, hanno creato una situazione in cui le forme di conoscenza tradizionali, connesse a narrazioni di carattere mitologico o religioso sono abolite a favore di un modello di conoscenza basato sull’analisi della realtà di tipo fisico, chimico o biologico. Al contempo il mondo attuale ha visto la definitiva consacrazione delle immagini e dei simulacri a spese della realtà vissuta.

Si realizza così un “capovolgimento” dell’ontologia fondamentale che aveva dominato la storia del pensiero a partire da Platone fino a Einstein, in cui il mondo visibile e le immagini sotto forma di ombre, riflessi, sogni, disegni, dipinti e fotografie non sono più, come nella caverna di Platone, lo specchio di idee intellegibili a cui viene conferita una consistenza apparente, ma dei simulacri che producono una realtà virtuale più vera della realtà attuale. Ma la scienza moderna ci suggerisce l’idea che, a dispetto delle immagini e dei simulacri che ci circondano, il fondamento della nostra realtà abbia delle solide strutturazioni razionali e che non viviamo affatto incatenati al fondo di una caverna movimentata dalla presenza di ombre inconsistenti.

2. Lo statuto mimetico e la contrapposizione aristotelica

Platone aveva svalutato la poesia in quanto fuorviante imitazione delle cose sensibili che allontana dalla realtà e perciò non ha alcun valore di vera conoscenza. Aristotele non si preoccupa di criticare e confutare questa prospettiva, infatti anche per lui la poesia è imitazione (mìmesis) della realtà sensibile o della natura, ma poiché questa è una realtà a tutti gli effetti la poesia resta legata soprattutto all’idea secondo cui l’imitazione produce una vera conoscenza di ciò che imita. Inoltre Platone non vedeva la poesia come un’arte con le sue regole, cioè una techne, al contrario Aristotele sosteneva che lo fosse. I platonici sentono che le classi, gli ordini e i generi sono realtà; gli aristotelici, invece, le considerano delle semplici generalizzazioni; per questi, il linguaggio non è altro che un approssimativo gioco di simboli; per quelli è la mappa dell’universo.

La nostra visione del mondo, erede del Rinascimento, il cui modello scientifico è basato sull’empirismo e sulle generalizzazioni, tende a svalutare Platone. Nonostante ciò il suo modello permane in una sorta di sottofondo mitico. Quanto all’arte, è noto l’antagonismo di Platone nei confronti di essa: in effetti la bellezza non deriverebbe dall’arte ma dalla saggezza. Se però ci soffermiamo con maggiore attenzione a considerare lo statuto platonico della mìmesis è possibile notare che in realtà lui cerchi non di svalutare l’arte ma di sottolinearne l’apparenza illusoria. Egli cerca di salvare i prodotti sensibili delle idee intellegibili ma condanna la sterile autoproduzione di simulacri.

3. L’umanesimo e la svolta rinascimentale

La cultura della quale l’Occidente deriva le sue caratteristiche peculiari, l’Umanesimo è oggi in via di rapida estinzione. La sua ambizione era quella di trovare un ordine terreno in cui prevalessero libertà e felicità, senza alcun sostegno trascendentale o sovrannaturale; un ordine interamente umano. Pico della Mirandola affermò: “Possiamo diventare tutto ciò che vogliamo”. Sarà attraverso questa idea che i fondatori dell’Umanesimo sosterranno il loro assioma fondante secondo il quale l’umanità può diventare onnipotente a patto che la sua volontà sia abbastanza forte. Essa può creare se stessa, diventando al contempo creatrice e creatura.

Tuttavia l’Umanesimo ha bisogno anche di un’etica, un assioma morale per stabilire con fermezza le sue fondamenta. Tale assioma è dato dall’ethos umanistico al quale obbedisce la categoria del gentiluomo: l’Onore. Questo diviene un valore immortale, senza nessun altro fondamento trascendentale. Per comprendere il significato della difficoltà di consacrare l’Onore dobbiamo riferirci al più grande tra gli artisti-scrittori dell’epoca: William Shakespeare e alla sua opera Giulio Cesare. In quest’opera, lo scopo di Giulio Cesare è quello di onorare il nome di Bruto, il quale è ritratto come l’esempio più alto di uomo d’onore, che vuole imporre la virtù sulla legge e sulla tradizione attraverso un atto di volontà individuale. Qui c’è l’impronta del “possiamo diventare ciò che vogliamo”. Bruto sceglie l’onore come suo Dio, obbedisce a un codice superiore e vuole fare di esso il principio centrale che determini il comportamento umano.

4. Tre esempi: Velazquez, Shakespeare e Cervantes

  • Las Meninas può essere considerato uno dei dipinti più importanti di tutta la storia dell’arte occidentale. In primo piano ci sono cinque figure umane e un cane. Al centro è dipinta l’infanta Margarita, principessa dell’età di cinque anni. Sulla destra sono raffigurate due nane di corte, una serva e un maggiordomo. Sulla sinistra c’è Velazquez stesso mentre regge in mano una tavolozza e un pennello. Vicino alla porta aperta c’è uno specchio che riflette le figure del re e della regina. Velazquez li sta ritraendo: è questo il quadro nel quadro.

    Due aspetti del quadro compromettono però la figura e l’autorità del Re. Il primo, è rappresentato dalla porta aperta sullo sfondo, che spezza il circolo chiuso del comando e dell’autorità regale: c’è una via d’uscita e infatti il ciambellano è stato capace di mettere un piede fuori dalla stanza dell’autorità e rappresenta il Libero arbitrio. Il secondo è legato all’artista stesso: sta lavorando ed è in piedi di fronte alla sua tela, più grande di quella reale. È evidentemente fuori dalla gerarchia. Si tratta indubbiamente della prima rappresentazione diretta dell’artista come uomo eccezionale. Il libero individuo alla conquista del mondo, uno sviluppo del “posso diventare tutto ciò che voglio”. Il suo rivoluzionario messaggio è “siamo tutti uguali”.

  • Dal quadro nel quadro passiamo con Shakespeare al teatro nel teatro. La seconda scena del terzo atto di Amleto, in cui degli attori propongono uno spettacolo, consigliati da Amleto, rappresenta uno degli esempi più celebri della storia del metateatro. Tale tecnica viene utilizzata per destare l’attenzione dello spettatore coinvolgendolo nei giochi multilinguistici e polisemantici dell’evento teatrale. Il soliloquio di Amleto essere o non essere, è la rappresentazione per eccellenza di un uomo-individuo moderno: ipersensibile, introspettivo e solitario. Il dramma affronta il problema del significato della vita in un mondo privo di religione.

    È il libero arbitrio il tema centrale, ma questo viene rovesciato in modo geniale rispetto al caso di Bruto: la libertà è di non fare ciò che si dovrebbe, in questo caso vendicarsi. Amleto, secondo il suo senso del dovere, deve vendicare l’assassinio di suo padre uccidendo lo zio. La libertà di scegliere se fare o non fare il suo dovere porta Amleto a macerarsi nella depressione. Una delle ragioni che gli impediscono di scegliere di compiere il suo dovere morale è il fatto di aver conosciuto la morte: non c’è nulla al di là e al di sopra della morte, lo stato del mondo dipende solo dal suo Io.

  • Il Don Chisciotte è senza dubbio uno dei più importanti libri della storia della letteratura mondiale. Il protagonista, Alonso Quijano, è talmente appassionato alla lettura dei suoi libri di cavalleria, da finire per immedesimarsi nelle storie che legge fino a perdere il senno. Siamo qui di fronte ad un’opera in cui per la prima volta una storia di finzione entra a far parte della narrazione nella narrazione. Posseduto dalla follia della lettura egli vorrebbe trasformare in realtà ciò che ha letto.

    Il mondo reale rifiuta la sua interpretazione e lo “bastona”. Malgrado le contraddizioni, lui insiste nel vedere giganti laddove ci sono soltanto mulini a vento. Li vede perché i suoi libri gli dicono di vederli. C’è però un momento in cui egli scopre di essere a sua volta divenuto oggetto di una lettura. È il momento in cui un personaggio letterario, Don Chisciotte, entra in una stamperia a Barcellona per dire al mondo che lui, l’autentico Don Chisciotte, non è il falso della versione data dalle stampe da Avellaneda. A Barcellona egli osserva un cartello con su scritto “qui si stampano libri”. Entra e osserva il lavoro di stampa, modifica e corregge le stampe e finisce col mandare in stampa il suo stesso romanzo: l’ingegnoso Hidalgo Don Chisciotte dalla Mancia, in cui si narrano solo le avventure che lui e Sancio si sono detti, segreti che ora la stampa e la lettura rendono pubblici. È la morte della scolastica, nasce il libero arbitrio.

5. L’umanesimo in questione: un sistema mimetico implosivo

Verso la fine del XVII secolo, l’Umanesimo attraversa un dramma che va in scena su diversi palcoscenici. Dapprima si assiste al tentativo di integrare il Rinascimento e la Riforma Protestante attraverso un ideale composito del gentiluomo e del puritano, quella che da Caroll viene definita fusione borghese. Il punto d’appoggio puritano della cultura borghese trae la sua forza dal nucleo di sacralità che innesta nelle pratiche quotidiane della casa e del lavoro.

Quando la stessa fusione borghese inizia a sfaldarsi, c’è un ultimo tentativo di ravvivare l’Umanesimo da parte di due scuole opposte: l’Illuminismo (che punta alla deificazione della Ragione) e il Romanticismo (che cerca di attribuire uno stato di sacralità alla Passione). La cultura borghese non può ammettere che i desideri dell’Io siano quelli che sono e introduce una versione volgarizzata del calvinismo per giustificarli come fini spirituali. L’argomentazione è che il successo nel mondo è il segno dell’approvazione di Dio.

Entra in gioco la cosiddetta metafisica umanistica che si incarna nei concetti di Volontà e Ragione: Dio decide il corso degli eventi ma lascia agli uomini la libertà di cercare – attraverso la Volontà – la propria gloria. L’ego, provvisto di volontà, usando la sua facoltà suprema, la Ragione, può creare un mondo in cui l’individuo è migliore e più felice. E qui entra in gioco un altro assioma umanistico: la fede nel progresso: la borghesia costruisce un mondo solido, destinato a durare nel tempo e i suoi membri lavorano in modo infaticabile per legittimare il loro diritto di appartenenza.

A causa dell’insicurezza sociale, la borghesia si attacca con ansiosa devozione alla creazione culturale – il giusto comportamento – e diventa più attenta alle maniere rispetto a chi ha ricevuto un’educazione aristocratica. Il gentiluomo viene dunque ridefinito secondo un’accezione meno aristocratica, viene data una maggior attenzione alla coltivazione del sé e l’istruzione viene trasformata nella chiave per la creazione di una casta privilegiata.

6. L’umanesimo tra ragione e passione

Nel corso del XVIII secolo, l’Umanesimo sferra i suoi ultimi attacchi tentando di autonomizzarsi. Il movimento di battaglia di chiama Illuminismo. I legami con il Cristianesimo vengono recisi. La Ragione può essere autosufficiente: dove c’è la verità, non c’è bisogno di religione né di morale. L’emblema di questa età della ragione è Isaac Newton. La ragione e il libero arbitrio si collocano all’estremità opposta rispetto alla fede.

Ciò che Lutero non aveva previsto era però che la ragione e il libero arbitrio avrebbero, nella pratica, prodotto il motore a vapore, la penicillina, innovazioni varie che associate alla progressiva sconfitta delle malattie, finiranno per svalutare la fede. Se da una parte il faro è Newton, c’è un’altra figura che aprirà la strada alla metafisica: Cartesio. Egli farà della ragione il dio dominante della cultura secolare occidentale. Per lui la ragione è tutto. Egli si pone la domanda: Come posso sapere che esisto? Ne segue il primo principio della filosofia: penso, dunque esisto.

Il colpo decisivo viene dato dall’irrompere della Storia che sostituisce il Mito. Una volta che il passato diventa storia razionale, la cultura cristiana perde i suoi baluardi principali. Per Cartesio l’Io umanistico non è sufficiente. Il fondamento dell’Io penso inaugura un umanesimo radicale e razionalista che porterà all’Illuminismo. Il suo più grande lascito sarà la Scienza, e in particolare la scienza medica. Ma il suo difetto è che sarà portatrice di una mentalità ristretta che si barricherà dietro un intellettualismo arido e astratto. Dalle sue fila nascerà quasi da subito la prima reazione contraria: il Romanticismo. Il suo dio alternativo è la Passione. Laddove l’Illuminismo è ragione, luce, ottimismo, il Romanticismo è emozione, oscurità e pessimismo.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sabrina.onorato di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Comunicazione e Processi Culturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Napoli Federico II o del prof Pecchinenda Gianfranco.
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