Sunto di sociologia dei processi culturali e comunicativi
Il testo "Il diritto va in scena" di Domenico Carzo si focalizza su diversi aspetti della sociologia, in particolare sulla rappresentazione sociale e sui processi culturali e comunicativi.
Cap. 1 - Senso comune e realtà sociale: tecniche e modalità di rappresentazione
Per senso comune si intende una cultura condivisa, fatta di consuetudini, usi e costumi tacitamente accettati. Non sarebbe altro che una rappresentazione sociale fortemente stereotipizzata che orienta l'agire sociale degli individui nelle relazioni da essi stessi poste in essere. Secondo Schutz, in relazione al concetto di senso comune, si operano due grandi generalizzazioni: la presenza di possibili percezioni soggettive da parte degli attori sociali di una stessa comunità socio-culturale, e l'idealizzazione della coerenza nell'attribuire significati.
Secondo Parsons, l'universalità del diritto si oppone all'esistenza di particolari consuetudini che solo in quel sistema socio-culturale possono funzionare, poiché al costume e alla cultura locale fanno riferimento. Nonostante siano accomunate dalla logica della sanzione come ovvia conseguenza di una trasgressione, le norme sociali si distinguono da quelle giuridiche poiché assumono significato a seconda del contesto in cui si sono istituzionalizzate.
La condivisione, come la relatività culturale, sono elementi fondanti del senso comune e della conoscenza, quindi il senso comune è cultura e conoscenza. L'organizzazione della conoscenza segue un doppio processo: costruzione e interpretazione della realtà. Il modello di Stuart Hall "encoding–decoding" riflette su come la codificazione è legata all'esperienza dei soggetti, mentre la decodifica non è altro che l'interpretazione della realtà sociale. Il soggetto costruisce un universo di significati legato al contesto culturale in cui è inserito, la cui codificazione è legata all'esperienza cumulativa dei soggetti che interagiscono tra loro.
Il senso comune si costruisce sulla base di relazioni e interazioni tra soggetti, e quindi sulla base delle loro esperienze relazionali. Per Jedlowski, il senso comune è il modo di interpretare e rappresentarsi la realtà per un determinato gruppo sociale. Egli vede il senso comune come memoria sociale, processo cumulativo di costruzione della realtà attraverso l'esperienza. Se è vero che è una rappresentazione della realtà sociale, è ammissibile che sia costituito da un nucleo più solido e difficilmente modificabile, e che attorno ad esso si strutturi la parte di sovrainterpretazioni o sottointerpretazioni più soggetta a modificazioni dettate da tempo e contesto in cui esso vive. È in continuo divenire e proprio in base a ciò, Jedlowski parla di senso comune come costruzione sociale.
Osservare la realtà guardando ad usi e costumi vuol dire costruire nuovi significati reinterpretando continuamente la scena sociale. Secondo gli autori postmoderni, la crisi e il conseguente indebolimento dei legami affettivi, la fine della tangibile possibilità di progettare la propria vita a tempo indeterminato, l'incertezza del divenire, obbligano l'attore sociale contemporaneo a gestire faticosamente la costruzione della propria identità sociale. Più complesso è il sistema sociale di riferimento, più frammentate le identità sociali e più articolato si presenta il senso comune. L'uomo postmoderno è proteiforme, si muove tra il bisogno di riconoscimento sociale attraverso il rispetto e l'assimilazione piena del senso comune, e il desiderio di differenziazione sociale, di rendere fugace e molteplice la propria forma identitaria.
Ciò porta alla tensione dialettica tra ricostruzione di senso comune e l'attaccamento a norme sociali inadatte al mutamento sociale. L'individuo si muove quindi tra libertà di scelta rispetto a molteplici possibilità e ricerca della conformità che possa realizzare integrazione sociale. Il sistema complesso dei media ripropone la molteplicità e diversità del sistema socio-culturale, di cui gli attori sociali sono i primi protagonisti. I media sono una finestra alla quale ci si affaccia per osservare il senso comune di altri gruppi con forme di specificità culturale diverse da quella da noi accettata.
Il senso comune dei pubblici viene rappresentato tramite molteplicità ed articolazione dell'offerta mediale e spesso funge da catalizzatore nella formalizzazione e cristallizzazione delle norme consuetudinarie. La differenziazione dei pubblici può dar vita a diverse cerchie sociali la cui percezione del senso comune varia al variare delle scelte di consumo mediale. I media possono orientare i propri contenuti sulla base degli input ricevuti dal sistema sociale. Diversi sono gli esempi di rappresentazione del diritto tramite tv, come il processo Cusani nel celebre programma Un giorno in pretura, in onda su Rai3 nel '94. È emerso come fosse l'opinione pubblica italiana a giudicare dal punto di vista morale la propria classe dirigente.
Dal punto di vista sociologico, il caso Cusani rappresenta un singolare esempio di mediatizzazione del diritto: sono personaggi della vita politica italiana che assumono ruoli morali o amorali e come tali vengono interpretati dal pubblico. A seconda del rapporto tra testo mediale e lettore vi sarà totale accettazione, completo rifiuto o rinegoziazione tra realtà mediale proposta e realtà sociale a cui si appartiene: ciò fornirà produzione di nuovi significati, nuove norme sociali, che dinanzi ad un mutamento culturale perseguono una formalizzazione. La percezione del diritto in tv può risultare distorta a causa dell'immaginario collettivo lontano dalla realtà. Se è vero che i media hanno un importante ruolo di mediazione tra soggetto e rappresentazione del diritto, è altrettanto vero che guidano la costruzione di un immaginario relativo al mondo della legge. Si crea la necessità di regolare il rapporto tra coscienza collettiva e coscienza individuale (Durkheim, 1971).
Cap. 2 - Le dinamiche processuali come linguaggio televisivo. Il caso italiano
Il processo è una rappresentazione drammatica. Secondo Vincenzo Tomeo, il mutamento tra opera letteraria e prodotto cinematografico è dovuto alla diversità funzionale: i fini, il rapporto funzionale che lega quei fini, gli strumenti espressivi ed il pubblico cui si rivolgono. Il film è prodotto dell'industria culturale di largo consumo, ma si alimenta continuamente dalle opere letterarie: basti pensare al western, al cui centro ci sono il problema della legge e l'uomo della legge, lo sceriffo, che assume spesso il ruolo del giudice.
Tomeo fa riferimento al genere giudiziario nel cinema italiano. Film come "In nome della legge", "Processo alla città" e "Un giorno in pretura", sotto prospettive e con risultati diversi, toccano il rapporto tra cittadino e legge, tra società e legge. I primi presentano il giudice con problemi e conflitti che riguardano il suo ruolo senza che la vicenda del privato interferisca con la funzione sociale; l'ultimo mette in luce un divario tra funzione pubblica e vita privata.
La tv è lo spazio mediale privilegiato e la rappresentazione tv del diritto è interpretazione degli eventi stessi. Secondo Debord lo spettacolo è il cuore dell'irrealismo della società reale. Da qui lo spettacolo diventa la forza alla base della costruzione di ogni relazione sociale e instaura un sistema che si fonda sul potere delle immagini. Gli avvocati sono visti come piccoli eroi tv, ma mentre all'inizio sono soprattutto avvocati della difesa, col passare del tempo le serie raccontano le contraddizioni del sistema, la legge non è infallibile e la verità non sempre emerge.
Perry Mason, avvocato penalista protagonista di intrighi che si originano da un omicidio e vengono risolti in tribunale, appare per la prima volta in tv italiana il 3 settembre 1959. È coadiuvato dalla segretaria Della Street, dall'investigatore privato Paul Drake e dal procuratore distrettuale Hamilton Burger. Lo spettatore è coinvolto dalla trama e per la prima volta entra in contatto con le formule dei tribunali americani. Alla prima parte dedicata all'azione segue il racconto del processo e la soluzione del caso. Il protagonista interpretato da Raymond Burr è carismatico. 9 serie dal '57 all'87 più repliche da fine anni '80.
Si raccontava una legge sempre in grado di smascherare la violenza e l'illegalità. La promessa del trionfo della razionalità e della giustizia, legata alla verità vera, è alla base del patto comunicativo che lega questa serie al suo pubblico, la certezza del lieto fine rende rassicurante la suspense che garantisce il coinvolgimento nella trama. Si dà un'immagine del sistema giuridico americano narrativizzato, che da una parte esalta la macchina narrativa, con la necessità dell'uso del dibattimento, dall'altra non perde mai di vista l'autorità morale che dovrebbe animare ogni interazione che si svolge in uno scenario normativo. L'intreccio investigativo si esprime per la prima volta...
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