Sunto di sociologia dei processi culturali e comunicativi
Prof. Carzo - Libro consigliato
Globalità virtuale e realtà locale – Carzo, Cava, Salvo
Prima parte – La postmodernità come atteggiamento
Il basso continuo della modernità
Rifkin traccia il passaggio dalla old economy, fondata sulla logica dell’accumulazione del capitale e la massimizzazione del profitto, alla new economy, basata su conoscenza e accesso all’info. Nascerebbe così l’uomo proteiforme, che mette in atto un continuo processo di ristrutturazione di conoscenza e relazioni sociali. Egli basa l’agire sociale sulle opportunità che gli si presentano e deve reinventare la propria identità in un continuum relazionale, dove tempo e spazio sono estremamente dilatati o compressi.
Contrapposizione con era postmoderna che si baserebbe sull’assoluta libertà dell’individuo. Ad un rapporto di coppia basato sulla tradizione sociale, si sostituisce un rapporto in cui la donna acquista più coscienza di sé, divenendo padrona della propria storia. Si vive in una dimensione quotidiana, dell’oggi, con una progettualità che regredisce verso il presente. Ecco la ricerca minuziosa del dettaglio nell’organizzazione dei matrimoni. Le grandi narrazioni della modernità che davano senso all’agire collettivo, lasciano il posto a brevi racconti di vita individuale che danno significato alla multiforme quotidianità (zapping).
Alla dissoluzione dei tradizionali ruoli sociali segue la dissoluzione del tradizionale modello di famiglia, dove i ruoli legati al genere si sovrappongono. Emerge la crescente volontà degli individui di riaffermare la propria identità all’interno della società a scapito della tradizione matrimoniale e della sua indissolubilità. Nella postmodernità è impossibile immaginare un uomo che veda la propria realtà se non attraverso la propria cultura. Una figura fondamentale nell’immaginario collettivo è quella di genere. L’immaginario di uomini e donne si confonde di fronte alle immagini dai molteplici profili tratteggiate dal piccolo schermo, ma si può intravedere un’elaborazione della soggettività sulla base dell’interazione tra globale e locale.
Le identità diventano multiple, trasformandosi a volte in ibridazioni, i consumi determinanti e centrali per il soggetto della società postmoderna e hanno valore sociale e culturale. Si riferiscono a beni immateriali principalmente. Nella società moderna si vuole comunicare la propria identità adottando determinate pratiche di consumo, nella post no. Ma le scelte individuali seguono sempre un percorso dotato di senso sociale non immediatamente visibile. Il sociologo francese Mauss fu il primo ad attribuire valore sociale agli oggetti: solo perché la cultura di riferimento e il corpo sociale glielo attribuisce.
Il metodo che vede il consumo come fatto sociale totale avvantaggia la ricerca sociologica per due ragioni: i fatti che riguardano il consumo se inseriti in prospettiva più universale, acquistano un significato molto più pregnante di quello che altri approcci possono dare; si conoscerebbe più facilmente il dato concreto all’interno della situazione che lo ha prodotto. Il consumo come fatto sociale totale deve essere considerato come uno dei momenti fondamentali delle diverse dimensioni sotto i quali il reale si presenta all’osservatore: sincronica, diacronica e fisiopsicologia.
La mediazione tra individuale e sociale passa attraverso il simbolo, di cui il significato è determinato dal significante. Il consumo non può essere compreso senza considerare le funzioni che svolge e gli aspetti che ha dentro la struttura sociale. Non è altro che un linguaggio adottato per far conoscere i propri sé in una società postmoderna dove il consumatore ha personalità multiforme. L’altro generalizzato a cui fa riferimento l’approccio interazionistico non è sempre rappresentato da un’individualità; la letteratura postmoderna ci suggerisce un Alter virtuale, multiforme e complesso. Adottare una pluralità di stili di consumo comporta la capacità di adattamento della propria identità secondo il frame di riferimento. Il soggetto è impegnato a dimenarsi tra essere e apparire, che ne condiziona la sopravvivenza come essere sociale.
Dalle origini dell’immaginario alla sua evoluzione mediale
Ormai nelle scienze sociali il termine immaginario viene utilizzato come espressione neutra: indica una costruzione sociale che scaturisce dall’interazione degli attori, volta a definire le proprie aspettative, identità, ruoli. Col progredire della civilizzazione, l’immaginario diventa sempre più ampio. È l’equivalente dell’ideologia dominante in un dato momento, intesa come visione del mondo e discorso sulle idee. È recepita come naturale e in grado di giustificare tutte le nostre interpretazioni. Nella memoria sociale risiede l’immaginario culturale di una determinata società e l’insieme delle narrazioni e delle pratiche discorsive. Rappresenta la linea continua che connette scelte ed esperienze passate al presente, proiettandole al futuro.
I popoli nomadi che diventavano sedentari, apprendevano nella ricostruzione comune del passato, cosa e come ricordare o dimenticare: azione sociale che consentivano di plasmare precise rappresentazioni. Con la costruzione del limes, il confine tra il territorio proprio e quello altrui, si costruivano identità, culture ed anche potere. La conferma dello spazio indicava la conoscenza dei propri confini e quindi l’appartenenza. L’immaginario crea attese e le soddisfa ogni volta che un evento riproduce e ricalca ciò che l’immaginario ha prodotto. È necessario per la condizione umana. La proiezione e l’identificazione con l’immaginario, consentono l’integrazione ed il consenso dei soggetti attorno a determinati valori.
Le caratteristiche dell’immaginario sono: devono essere verosimili, semplici, coerenti con la struttura di altri immaginari coesistenti all’interno della struttura culturale di quel gruppo. L’immaginario può essere definito come un insieme di segni particolari che rinviano, sotto certi aspetti o tratti distintivi, a qualcosa d’altro, che si presume sia reale o naturale. Il verosimile è quindi una rappresentazione analogica del vero rispetto a certi aspetti: la scelta di un’analogia può mettere in rilievo questo o quell’aspetto del modello stesso. L’immaginario verosimile, come insieme di pratiche discorsive spesso si avvicina in sistema mitico, che è sempre raccontato e ricorda il distacco dell’uomo dalla natura.
Gli attori sociali pretenderebbero verosimiglianza con il racconto del vero e quando questa appare coerente, si potrà dire che la rappresentazione è reale e la narrazione è credibile: coerenza narrativa. La semplicità è fondamentale perché un immaginario venga utilizzato da molti: il racconto mitico deve essere spiegato a tutti i soggetti che fanno parte del gruppo sociale a qualsiasi livello culturale essi appartengano. La coerenza invece deve essere posta in relazione anche all’esterno del singolo immaginario in modo che questo abbia rapporto di non contraddizione con gli altri.
Lotman propone il termine semiosfera per definire l’ambiente segnico in analogia col concetto di biosfera. La semiosfera è sempre circoscritto rispetto allo spazio che la circonda, è una moltitudine di semplici significati, che organizzati diventano un insieme semiotico. Il limen diventa un sistema di mediazione tra semiosfere dalle differenti connotazioni, ma anche un luogo di crisi in cui si risistematizza la produzione di senso. In un saggio di Durkheim e Mauss emerge che l’immaginario è un ordine strutturato per l’integrazione sociale, è il repertorio di rappresentazioni condivise e riconosciute. Di recente invece ha acquisito rilevanza la sfera della vita quotidiana, incentrata sul soggetto e sulla sua organizzazione del rapporto con la società.
Per Berger e Luckmann invece la realtà sociale possiede una componente oggettiva, che si costruisce attraverso i processi di istituzionalizzazione, mentre le istituzioni nascono dalle consuetudini con qui vengono cristallizzate le azioni. Gli attori sociali e le istituzioni interagiscono, dialetticamente: da un lato la società è un prodotto umano, dall’altra l’uomo è prodotto sociale. Il rappresentare la realtà è un tentativo di dare una descrizione precisa e ben comprensibile di un’immagine della società: la vita stessa è una grande rappresentazione. L’individuo è il prodotto di tutto ciò che ha salvato in memoria ed è nell’immaginario che confluiscono le narrazioni collettive fondate appunto sulla memoria.
Da un lato le immagini veicolate dai media consentono di leggere la realtà, dall’altro vengono interpretate a seconda della loro appartenenza a particolari relazioni sociali. I nuovi ambienti costellati di immagini mediali fanno sì che ciascuno condivida con tutti l’accesso alla pluridimensionale realtà mediale. La libertà individuale dell’attore entra in contatto con quest’immaginario mediale, costruendo un rapporto di interazione tra cultura locale in cui è inserito e cultura mediale con cui si rapporta. I produttori mediali rivestono un ruolo determinante nella creazione dei mondi simbolici: producono una sorta di senso comune, un insieme di presupposti sui quali si edifica ogni rappresentazione possibile.
Oggi la cultura è riproducibile su ampia scala grazie a libri, dischi, film, ecc. Anche i media contribuiscono a definire e creare gran parte del nostro mondo circostante, fornendo i frames che concorrono a strutturare la nostra conoscenza della realtà. I media si sono sostituiti alle narrazioni dei media, semantizzando la verosimiglianza della realtà. Con la nascita dei Grandi Sistemi di Comunicazione, il simulacro da immagine diventa spettro, rinviando a se stesso e non alla realtà. I media da un lato attingono dalla realtà modelli di vita, dall’altra li reinterpretano per offrirli al pubblico come letture del sociale.
I media offrono tramite storie e narrazioni, la rappresentazione del mondo di ogni attore-spettatore: esso sceglie che ruolo assegnarsi. L’immaginario mediale non è altro che l’archivio in cui vanno a depositarsi tutte le immagini vissute attraverso i media, un po’ come youtube, dove sono gli attori mediali a “trasmettere” (broadcast yourself). Morin parla della cultura di massa come un’industria che ha l’obiettivo di vendere l’immaginario, che non è altro rispetto alla quotidianità abbellita dai media. I media creano suggestioni intorno alle vie percorribili per la costruzione delle identità individuali e collettive. Lo spettatore si serve liberamente delle immagini messe in scena dai media, per elaborare dei contenuti da condividere nello spazio sociale.
Nel passaggio dalla modernità alla postmodernità la percezione dell’immaterialità dei prodotti mediali risulta più evidente, grazie soprattutto alla tv che ridisegna la vita dell’uomo. Grazie ad essa, molti italiani impareranno a leggere e scrivere o a parlare l’italiano. Dagli anni 70 si genera la tv di flusso, con uno stile di programmazione che mescola i vari generi: c’è prossimità tra emittente e telespettatore che viene coinvolto sempre più nella conversazione televisiva.
Solidità liquida: l'immaginario della postmodernità
L’immaginario non scompare mai, muta il modo di ricorrere alle immagini che costruiscono il noi sociale. Nella postmodernità la novità consisterebbe nel bilanciamento tra ciò che permette il riconoscimento di Sé nell’altro e ciò che manca al proprio sé e che l’altro completa. Secondo Maffesoli, la società postmoderna è sempre più caratterizzata dallo sfasamento tra sociale razionalizzato e formale ed una socialità a dominanza empatiche che genera tribù, policulturalismo. Il significato sociale del locale è connotato.
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Sociologia dei processi culturali e comunicativi - globalità virtuale e realtà locale
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