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Inquadramento della mafia in psicoterapia

Testo di G. Lo Verso. Nel suo studio, l'autore esamina la psicologia del fenomeno mafioso. L'occasione fu lo studio delle perizie del caso Vitale, uno dei primi pentiti di mafia dei tempi moderni. Le conclusioni cui approdai e che mi colpì molto furono che Vitale diceva la verità e che fu dichiarato pazzo. Era pazzo ma diceva la verità. E, difatti, quando Tommaso Buscetta molti anni dopo disse le stesse cose su come era fatta Cosa Nostra, Vitale fu ucciso da Cosa Nostra. Le numerose perizie psichiatriche si potevano dividere in due gruppi: alcune dicevano che era incapace di intendere e di volere ed era inattendibile, altre che aveva seri problemi psichiatrici, ma era attendibile. Prevalsero, in quella cultura, i primi. Vitale venne dichiarato inattendibile e Cosa Nostra guadagnò molti anni di invisibilità. È interessante ricordare quanto scriveva Caleca e cioè che la grande novità, allora, è stata Falcone, ossia uno Stato interessato ad ascoltare e quindi a combattere la mafia. Non Buscetta, poi che c’erano stati già dei collaboratori in passato ma non erano stati ascoltati.

Il metodo Falcone

Giovanni Falcone era persona informata di psicologia e psicoterapia. Sua prima moglie era una psicologa con cui visse molti anni. Buscetta non parlò mai nemmeno sotto le torture della polizia militare brasiliana. Parlò con Falcone perché si fidava di lui e lo stimava. Uno sbirro verace che capiva che aveva a che fare con un orgoglioso generale che si riteneva un uomo d'onore e non con un delinquente qualsiasi da minacciare e maltrattare. Entrambi erano cresciuti nel centro storico di Palermo (come Borsellino), e Falcone capiva bene, quindi, con chi aveva a che fare, cosa che non sempre accade nella politica e nelle istituzioni. In sostanza, Falcone capiva, come si fa in psicoterapia analitica, che il punto di vista dell'altro può essere folle e sintomatico, ma per lui la verità è la sua identità, senza la quale impazzisce.

Approfondendo lo studio, pubblicai un primo lavoro su Psicoterapia e scienze umane. Poi cominciai ad approfondire quanto emergeva in termini di antropo-psichismo mafioso insieme a giudici e avvocati molto attenti, interessati e capaci di approfondimento. Ovviamente, le cose non accadono per caso. Nel 1992 vi furono le stragi in cui morirono Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e quanti erano con loro.

Un approfondimento

Sembra, da varie ricerche sui sopravvissuti dei lager e dei gulag, e in genere delle persone recluse in prigioni totalitarie (anche psicologiche) che la cosa più atroce per le vittime è l'essere non visti, ridotti a cose. C'è anche il racconto terribile di uno scienziato polacco che, sospettato di doppio gioco, ha avuto l'umiliazione continuata per anni del suo girare per il gulag e non essere "visto", guardato, salutato dalle guardie e dai prigionieri. L'atroce realizzazione continuava il dolore di quest'uomo nel sentirsi disprezzato anche tornando nella sua città, dove alcuni non lo salutavano o trattavano con freddezza o dicevano cose orrende di lui senza nemmeno forse sapere il perché. Il messaggio era comunque "tu non sei, o, se sei, sei un orrore da far sparire, a cui negare diritti di cittadinanza e di lavoro e soprattutto, parola e saluto".

Un altro forte esempio di questo orrore è nella fantascienza. In un famoso racconto, un giovane viene condannato poiché aveva parlato con uno storico che ipotizzava un possibile rapporto tra un mercante straniero e una donna appartenente alle famiglie del potere locale. Accusato di tradimento oggettivo, venne condannato a essere un "non visto" dai cittadini che incontrava. Non a caso, il mondo mafioso ha strumentalizzato il detto siciliano "essere nuddu ammiscatu cu nenti" (essere nessuno o nulla), come insulto per il mafioso non solo. La strumentalizzazione del detto riguarda un sistema totalitario e totalizzante che non riguarda solo le mafie, ma i fondamentalismi religiosi, razzisti, ideologici (nazionalismi e stalinismi, per esempio).

Psicoterapia e mafia

Nel intraprenderemo questi studi e mi sentii, inoltre, estremamente influenzato da un interesse clinico e scientifico di studioso e professionista della psicoterapia da sempre attento al rapporto tra gruppi interni e mondi antropo-familiari. In particolare, avevo già approfondito a lungo la terapia analitica di gruppo collegata alla modellistica della Gruppoanalisi soggettuale. Questa modellistica ci aprì possibilità nello studiare la psiche mafiosa, poiché essa approfondisce il rapporto tra mondo interno e il campo psichico familiare con la sua storia e il suo sfondo antropologico. Credo che fenomeni che sovrappongono cultura, famiglia e individuo, quali quelli della psicologia mafiosa, siano difficili da cogliere per la loro peculiarità e ampiezza, soprattutto se si mantiene un vertice psicoanalitico di altri tempi. Ritengo che oggetti di studio di questo tipo non si possano adeguatamente studiare con modelli riduttivistici, siano, per esempio, quelli fortemente individualistici incentrati soltanto sull'intra-psichico o sulla relazione madre-bambino o sui processi metacognitivi, o quelli che guardano solo alle interazioni familiari. Una realtà complessa richiede per definizione strumenti di studio complessi che guardino ampiamente ma non genericamente, che siano consapevoli della necessità dell'esistenza di altri sguardi per essa, nel nostro caso, politici, economici, giuridici, storici, sociologici, ecc. Con l'uso di modelli esclusivamente intrapsichici e individualistici o socio-interattivi, si possono cogliere solo pezzetti di queste realtà e non spiegare, per esempio, la sostanziale omologazione identitaria dei membri di Cosa Nostra tra di loro.

Oppure, come la cultura mafiosa e Cosa Nostra riescano a costruire dei robot che sono impastati di un fondamentalismo (in senso psichico) che ne fa dei terminatori capaci di uccidere senza provare emozione o fare un pensiero sull'omicidio, prima, durante, né dopo. A questo punto, sapendo di questo mio lavoro, una serie di giovani colleghi, specializzandi in gruppoanalisi, e non solo, miei ex allievi di psicologia clinica o psichiatri cominciarono a contattarmi. Tra il 1994 e il 1995, infatti, con il vasto fenomeno dei collaboratori di giustizia e la dura reazione dello Stato, si aprirono grandi crepe nel monolite mafioso con crisi di molti che si riverberarono sulle famiglie di Cosa Nostra. Molti figli adolescenti cominciarono a essere portati dalle madri ai servizi pubblici di salute mentale. Avevano solitamente seri problemi di identità, ansia, tossicodipendenza, panico, che si manifestavano, soprattutto, in termini di sconvolgimento emotivo, disturbi di personalità, e altre problematiche di natura psicologica. Nelle famiglie allargate, c'erano conflitti, tensioni, violenze, e, soprattutto, sconvolgimento per la presenza in esse di membri che collaboravano con la giustizia. Il fenomeno aveva valenza storica. Fino a quel momento era impensabile che appartenenti a famiglie di mafia chiedessero un aiuto alla psicoterapia, scienza della comunicazione e relazione, e, quindi, anti-omertosa (e culturalmente anti-mafiosa) per definizione. Nessun mafioso Doc ha mai pensato ad attività, tuttavia, si è rivolto, in Italia, direttamente a uno psicoterapeuta per un intervento che lo riguardasse.

Nei servizi di salute mentale, i casi vengono spesso affidati ai giovani psicoterapeuti in tirocinio. A lavorare con figli di mafiosi i giovani erano, ovviamente, in difficoltà e spaventati. A parte le solite difficoltà, quella clinica e quella di lavorare con una psicologia così particolare e nuova, vi era la difficoltà di fare un lavoro di psicoterapia analitica in presenza di potenziali, pesanti, elementi di realtà. Per esempio, in questo mondo l'espressione "se mio padre sa che vengo qua ci ammazza" non può essere trattata esclusivamente come fantasia paranoidea da elaborare.

Costituii un particolare gruppo di ricerca, elaborazione, supervisione, supporto che durò qualche anno. In parallelo e successivamente, colleghi psichiatri e psicoterapeuti mi contattarono per parlare delle esperienze che andavano facendo. In seguito alla pubblicazione di questi dati, capitò un'esperienza particolare per chi come gli psicoterapeuti fa un mestiere che di solito è sostanzialmente riservato. Era, uscito il film "Terapia e pallottole" e la stampa internazionale si interessò al fatto che real analisti che per una sfortunata contingenza (vivere in Sicilia e poter raccogliere direttamente dati) studiavano la mafia. Questo fenomeno interessò, e continua a interessare, la grande stampa italiana e internazionale occidentale. Insieme a molti colleghi, magistrati, intellettuali ecc., mi ispirai a una continua rielaborazione dei dati e delle interpretazioni che andavamo facendo. Gli sguardi esterni ci aiutarono a superare i limiti della nostra modellistica di lettura che, per quanto il più possibile laica, empirica, era pur sempre uno sguardo comunque limitato per un fenomeno così grande e complesso. Ci ha colpito come l'interesse per queste ricerche si sia rivolto alla gran parte in Italia e all'estero, anche se abbiamo avuto più simpatie e consensi dei cittadini che supporti concreti da parte dei poteri.

Mafia in psicoterapia (nel privato)

Nel presente volume, l'obiettivo di raccogliere e sistematizzare quanto fatto da noi sul tema specifico della psicoterapia. Il nostro gruppo di ricerca non ha mai visto, né sentito dire, di un mafioso in servizio attivo in psicoterapia. L'ampia ricerca sulle mafie e individui da noi realizzata o trattata con tutti gli psicoterapeuti di Campania, Calabria e Sicilia, ha fatto emergere solo tre casi di mafiosi in psicoterapia (di cui, due di camorra). E non siamo riusciti a capire se fossero mafiosi in crisi o no. Il mafioso Doc viene da una famiglia di mafia ed ha un training mafioso che, in un certo senso, inizia molto prima della sua nascita. Egli non ha un'identità soggettiva. È una non persona e, in quanto tale, non può vivere conflitti interiori che lo possano portare in psicoterapia.

I mafiosi con cui noi abbiamo parlato sono, soprattutto, i collaboranti di giustizia, cioè persone che hanno rotto con Cosa Nostra e vivono fortissimi e drammatici conflitti interiori. Questa esperienza ci ha mostrato come queste persone avrebbero bisogno di sostegno psicologico, se si vuole che resistano e non impazziscano, e di una terapia analitica espressiva se si vuole aiutare un processo trasformativo. I numerosi casi con cui abbiamo lavorato, riguardano, come già detto, figli, mogli, amanti, parenti di uomini d'onore; o persone organiche all'organizzazione. La psicopatologia è presente in questo mondo, la forma principale che essa assume è il non esserci; il non avere identità soggettiva, ma solo emozioni primitive e dilaganti; paura, odio, onnipotenza e potere. Psicopatologia è anche quella che inducono nel mondo in cui vivono: paura, paranoia, umiliazione, sottosviluppo sociale e uccisione della libertà di scelta e di vivere. Follia, poi, è quella di coloro i quali, compresi politici potenti, di fatto sottovalutano questi mondi, o incoscientemente colludono con essi, e/o pensano si possa conviverci.

Riporto qui alcuni casi che possono dare un'idea del lavoro fatto. Precetto che solo in alcuni è stato possibile strutturare un set(ting) di terapia analitica e svolgere un lavoro completo e sistematico. Negli altri casi si è fatto un lavoro terapeutico utile per sopravvivere, ma parziale.

Pasquale

Proveniva da una famiglia mafiosa del centro Sicilia. Feci con lui un discreto lavoro durato abbastanza a lungo. Negli ultimi tempi della terapia lui si era inserito in un gruppo terapeutico e si poneva ossessivamente un arrabbiato interrogativo: "Ma perché noi (la famiglia mafiosa) paghiamo e loro (i potenti politici) no?". In realtà, portando questo caso in una co-visione con esperti colleghi vennero fuori le grandi difficoltà sessuali di Pasquale e l'interrogativo sul perché lui si dichiarava simile a Berlusconi, esaltandosi e disperandosi. Berlusconi e la mafia avevano in comune, nel vissuto di Pasquale, il super citato motto "cummanari è mugghi di futtiri". Il mafioso Doc non conosce il piacere, non gusta il buon cibo, gli abiti, i lussi. Non conosce, insomma, l'eros, lo scambio relazionale, la copartnerità e la complicità sessuale con le donne. Lo stesso sembrava a lui e agli altri membri del gruppo terapeutico Berlusconi con i rapporti a pagamento con ragazze che tengono lontani i rapporti reali. Insomma, anche qui il gioco del potere che tiene lontano lo scambio relazionale. Una forma di esaltazione narcisistica che cela enormi debolezze e un'illusione di dominio.

Salvino

Segnalo il fatto che spesso le tematiche socio-culturali e l'attualità risuonano fortemente in psicoterapia, ancor di più se di gruppo. Se poi si parla di mafia, va detto che il campo psichico è spesso riempito dalle tematiche antropo-sociali, giornalistiche ecc., e che con questo il clinico deve fare i conti al fine di procedere professionalmente nel lavoro di cura. Per esempio, a Palermo, nei gruppi che si sono tenuti nei giorni dell'anniversario della morte di Falcone, ciò risuonava fortemente.

Salvino era un uomo di una quarantalina d'anni, molto mite, ansioso, spaventato dalla sua malattia e dell'auto-danneggiamento ad essa legati. Aveva perso e ritrovato più volte il lavoro. Viveva in un grosso paese della provincia e la mafia era entrata nella sua vita in una maniera quasi paradossale. Doveva, in effetti, vendere la piccola azienda di famiglia, ma essendo lui confuso, lo zio molto anziano aveva preso in mano la cosa. Ciò, da un lato, lo faceva sentire umiliato, dall'altro lo spaventava. Lui, infatti, avrebbe voluto dare tutto gratis ai potenziali acquirenti, pur di liberarsi dalla paura che loro, presunti mafiosi, gli facessero del male. Ovviamente, gli acquirenti se ne approfittarono, pur non avendo forse nulla a che fare con la mafia, cosa che pian piano emerse dai colloqui. Ma era un caso dove emergeva chiaramente il ruolo oniroide e simbolico della mafia in Sicilia.

Giovanni

Giovanni era nipote di un commissario ucciso da Cosa Nostra. Quando lui era bambino, i suoi genitori evitavano di parlare di ciò che era accaduto allo zio. Tuttavia, in famiglia, l'angoscia, il terrore e la mafia creavano un forte campo psichico inconscio di topo trans generazionale molto problematico. Tutto ciò produceva somatizzazioni, panico, disturbi alimentari, impotenza, sensi di colpa, ecc. Il mio paziente era sopravvissuto al terribile e negato dolore e terrore della famiglia grazie alla possibilità che questa e il volontariato sociale gli avevano donato di essere all'interno di reti vive e vivide.

Giovanni iniziò a stare molto meglio dopo poco tempo. Tuttavia, non riuscì mai a fare un percorso analitico strutturato e sistematico e ad andare fino in fondo. Felice di poter vivere e amare, non osava sfidare troppo la storia trans personale che aveva dentro. Vittime di mafia e persone di ambienti mafiosi hanno avuto nella nostra esperienza, questo in comune: non poter portare il lavoro di terapia analitica fino in fondo.

Guido

Guido apparteneva a uno scenario di normale famiglia di lavoratori che però riforniva alcuni grossi ristoranti gestiti dalla mafia o da persone che avevano rapporti con essa. Era in imbarazzo poiché in famiglia si girava dall'altra parte, non volevano sapere da dove veniva il denaro che ricevevano per poter vivere. Lui, invece, voleva schierarsi contro la mafia, e via via lo fece. Questo si inseriva nel suo problema di accettare e di essere come i familiari o essere diverso da loro pur avendo molti e buoni legami con essi. La logica familiare era "qui si fa così perché è normale ed è immotivato porsi problemi". In realtà, la famiglia era dentro un contesto economico più o meno inquinato, cosa però non accettabile per lui, per i suoi ideali anti-mafiosi, anche se nel suo mondo ciò sembrava normale.

Pietro

Pietro era un uomo di 40 anni, sposato e con figli, ma donnaiolo accanito, addetto alla sicurezza e buttafuori di una grande discoteca. Era stato più volte arrestato per rissa, ma oggi era un uomo diverso. Via via il vissuto ansioso legato alla sua aggressività era emerso e lo aveva portato ad avere paura di tutto e, soprattutto, della mafia e della polizia. I boss del quartiere, infatti, entravano gratis, portavano altra gente, si sedevano nel migliore tavolino, e così via. Lui avrebbe dovuto buttarli fuori ma la paura era grande e stava tutto il giorno ad ossessionarsi per i timori e la paura del licenziamento. Nel contempo, aveva anche paura di essere arrestato per favoritismo (i mafiosi non pagavano). Fortissima era in Pietro l'ambivalenza, inizialmente inosservata, tra l'odio per la mafia e la violenza e la rabbia per i poliziotti che lo avevano in gioventù maltrattato. La sua rabbia per la politica corrotta era grande. Aveva sviluppato una fortissima sindrome ansiosa e passava la vita cercando rassicurazioni sia rispetto alla mafia che rispetto alle forze dell'ordine. Aveva vissuto come esaltazioni narcisistiche rispetto al femminile ripartivo e gratificante. Aveva avuto rapporti con donne belle e importanti, e questo lo aiutava a sopravvivere, ma per lui era terrificante poter avere una reale situazione relazionale e paritaria con una donna. Ci riuscì dopo anni di terapia. Era terrorizzato dall'idea di potersi fidare di qualcuno. Era insomma la personificazione di quella realtà paranoide che è la cultura mafiosa. Interessante il fatto che fosse consapevole di vivere in una realtà antropologicamente bloccata. Quando un mafioso chiede qualcosa, magari piccola, come si può dire no, visto che hai una grande paura? Cadeva, quindi, come molti in Sicilia, nella collusione e mandava, per timore, messaggi di rispetto che conferivano ai mafiosi il loro potere e a lui il conflittuale legame sottomesso.

Giovanna

Giovanna era figlia di un magistrato che si occupava di mafia. Era a sua volta madre ma, essendo separata, viveva con i genitori. Vivendo con il padre, si trovò a vivere con le armi in una atmosfera di incomprensibile paura. Il padre viveva sotto scorta e lei chiedeva sempre con le lacrime agli occhi al terapeuta ma lei lo sa che io potrei...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AleCas di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicoterapia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof Lo Verso Girolamo.
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