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Riassunto esame Psicoterapia, prof. Lo Verso, libro consigliato La mafia in psicoterapia Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di psicoterapia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente lo Verso La mafia in psicoterapia, dell'università degli Studi di Palermo - Unipa, facoltà di Scienze della formazione. Scarica il file in PDF!

Esame di Psicoterapia docente Prof. G. Lo Verso

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ESTRATTO DOCUMENTO

Ci è stato spesso chiesto, soprattutto all’estero, se la mafia è essa stessa una psicopatologia. La

risposta è sì e no. No perché i mafiosi finché sono inquadrati dentro cosa nostra sono

perfettamente in equilibrio, tutt’altro che matti, almeno nel senso comune e sintomatologico della

psichiatria. Per altri aspetti legati all’identità, alle relazioni, ai processi di pensiero su di sé: la mafia

è psicopatologia. La mafia produce spersonalizzazione nei suoi membri, angoscia e paranoia nei

territori dove opera, crollo della stima di sé, ansia e paura nelle sue vittime e impossibilità di

sviluppo psicosociale e politico-economico.

Commercianti

I gruppi clinico-sociali fatti con membri di Libero Futuro (Addio Pizzo) portano a sottolineare le

difficoltà, anche psichiche, in cui si trova chi desidera o deve portare aventi un’attività economica

in Sicilia. Proviamo ad immaginare cosa sia il dovere, ogni mese, consegnare una parte del frutto

del proprio lavoro a dei ricattatori e pensiamo all’ansia, alla paura, alla rabbia di chi lo deve fare.

Cosa nostra lavora abilmente sull’immaginario, inducendo timore anche non intervenendo

direttamente, ma riempiendo della sua terrifica presenza l’immaginario collettivo di che ha attività

economiche in Sicilia, e ormai in buona parte d’Italia. Un altro aspetto della sofferenza è quando i

commercianti si sentono (o sono) isolati e tenuti alla larga dagli altri commercianti o dai familiari

che temono per sé. I costi psichici sono:

Disturbi d’ansia costanti e generalizzati e che sfiorano il panico;

- Prevalenza del pensiero paranoideo e vissuti persecutori;

- Sfiducia depressiva nei confronti del mondo, del sociale, della politica, delle istituzioni.

-

Le continue pressioni psicologiche inferte dalla mafia hanno significative e inevitabili ricadute sul

piano familiare, sociale, sul benessere psico-fisico oltre che sul piano economico. Ciò produce

confusione, calo dell’autostima, cambiamento dell’identità e frammentazioni delle reti sociali, le

quali risultano povere e smagliate. Emerge una rinuncia psichica ai legami forti, quando invece

questo svolge una funzione protettiva dal rischio psicopatologico e favorisce l’utilizzo delle risorse

personali disponibili per affrontare le difficoltà della vita. La vita mentale sana è tale non perché

indenne dalla sofferenza e da stati di disagio, ma perché è dotata di fattori protettivi che

costituiscono le risorse in grado di ricondurre costantemente all’equilibrio. Ai fini della salute

mentale è basilare tanto la tenuta dei legami forti, quanto la buona lega e costruzione dei legami

deboli fra pari e ancor meglio fra estranei.

Magistrati e forze dell’ordine

Hanno anch’essi una frequente esperienza di sofferenza psichica. I magistrati per di più soffrono

per non essersi sentiti appoggiati dal potere politico, che in parte li ha attaccati in ogni modo

appena c’è stato il rischio che emergesse il rapporto mafia-politica. Ciò accade anche quando

sottovalutano il loro lavoro, che è stato aggredito cercando tenacemente di bloccare le

intercettazioni. Quando fu catturato Riina la cultura mafio-politica criticò i poliziotti della catturandi

perché festeggiò. Ma, forse non sanno o non vogliono sapere cosa voglia dire vivere

nell’anonimato (indossando cappucci), nella frustrazione continua, nel timore di esser uccisi.

Pensiamo anche alle devastazioni psichiche conseguenti alla perdita di un membro della squadra,

amici e colleghi.

I mafiosi, i collaboranti

Può sembrare strano includere tra le vittime della mafia i mafiosi stessi. Quale patologia psichica è

presente in uomini che uccidevano vis a vis e a freddo, che non solo non provavano alcunché, ma

non hanno nemmeno su di questo un ricordo, una fantasia o dei sogni, neanche truccati e latenti?

Per quanto ne sappiamo è un annichilimento della soggettività ineguagliabile. È ovvio che il

mafioso è in primo luogo vittima di se stesso e della totale identificazione con il mondo della mafia.

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Immaginiamo cosa possa essere per uomini siffatti iniziare ad avere dei dubbi, a non sapere chi si

è, a interrogarsi, a sentirsi totalmente soli nella disidentità. Quando un mafioso collaborante

cominciò a descrivere la sua vita attuale, gli intervistatori furono presi da un nodo alla gola. Il

senso di solitudine era infatti infinito e assoluto. Il senso di vuoto e di annichilimento che

comunicava era così grande che il modo in cui disse “però ho un cane” risuona ancora oggi nella

mente con enorme tristezza.

I sensi di colpa sembrano essere pervasivi e si sviluppano su due fronti: da una parte il senso di

colpa è generato dal desiderio di tradire l’organizzazione, di libertà, di tradire i codici

d’appartenenza e cioè l’intera storia transgenerazionale del soggetto. Dall’altra parte però significa

anche lo svelamento del segreto, un tabù che non può essere trasgredito nel mondo mafioso.

Per un giovane mafioso l’affiliazione ufficiale alla famiglia mafiosa rappresenta il coronamento di

un percorso già iniziato da bambino, e infatti l’appartenenza a cosa nostra era già presente nel

mondo delle idee e dei valori condivisi con la famiglia mafiosa. Per questi motivi nel momento in

cui questi soggetti decidono di rompere i rapporti con la famiglia mafiosa vivono un forte senso di

smarrimento, tanto da parlare di “spazio senza” per indicare quei momenti in cui il vecchio non c’è

più e il nuovo non c’è ancora.

Donne

In passato un’analisi errata faceva ritenere che le donne di mafia non sapessero nulla di ciò che

accadeva e della mafia. In realtà, sono ben consapevoli di chi siano i loro uomini e che cosa

facciano, anche se è probabile che non conoscano i dettagli e non partecipano alle decisioni.

Anche per loro il potere è tutto. Hanno il potere di essere l’onnipotente “moglie di” che ha tutto,

che tutti ossequiano e rispettano. La sofferenza psichica nasce dal vivere in mondi dove morte e

carcere sono sempre vicini, dal non conoscere alcuna identità o esperienza femminile che non sia

la maternità come possesso. Le dimensioni della soggettività e relazionalità, sono quasi

inesistenti. Estremamente ambivalente è il vissuto delle figlie femmine. Nella psicologia di queste

ragazze si può far rientrare il massiccio meccanismo di negazione per il quale i padri, indicati dalla

stampa come efferati assassini, sono invece genitori attenti e premurosi. Sta cambiando il ruolo

delle donne di mafia? L’assenza dei mariti le ha spesso costrette ad assumere decisioni e

iniziative, anche ufficialmente. Particolarmente sconvolti appaiono i nuclei familiari dei collaboranti

di giustizia. Per queste donne entra in crisi il loro ruolo/status, l’identità soggettiva e la possibilità di

progettare un futuro.

Cittadini, politici

La diffusa pratica del pizzo non invoglia certo a lavorare per lo sviluppo. Tutto ciò ha di fatto

condannato al sottosviluppo intere regioni e per qualche aspetto tutta l’Italia. Più ambivalente è la

situazione di chi si occupa di politica e amministrazione in Sicilia. Una buon parte degli

amministratori sono stati collusi, alcuni sono realmente eroi (Rosario Gallo sindaco di Palma di

Montechiaro, oppure Iannazzo e Cipriani a Corleone, la cosiddetta stagione dei sindaci). Molti

amministratori si svegliano con l’angoscia di essere uccisi dalla mafia o arrestati per complicità.

Sino ad arrivare a situazioni creativa, come a Corleone dove i consiglieri (maggioranza e

opposizione), quando si trattava di votare cose che possono interessare la mafia, restavano tutti

compatti in modo da non isolare e mettere in pericolo nessuno. Questa cosa dell’isolamento torna

e ha una grande valenza. Tutto porta alla conclusione che la mafia si può superare, anche

psicologicamente, se si è fuori dall’isolamento.

LA RICERCA PSICOTERAPEUTICA SULLA MAFIA (LA STORIA)

Dividiamo il periodo nelle quattro seguenti tappe di conoscenza:

Dal 1994 al 1998;

1. 5

Dal 1999 al 2003;

2. Dal 2004 al 2008;

3. Cosa accade dal 2009 in poi.

4.

Fase I (1994-1998)

Gli anni della prima fase erano stati segnati dalle stragi del biennio terribilis del 1992-1993. Le

stragi di Capaci e via D’Amelio sono state un punto di non ritorno. Il clima di quegli anni era

caratterizzato dalla forte preoccupazione per l’azione spettacolarmente violenta di cosa nostra e

nel contempo da una grande rabbia e desiderio di riscatto. Vi fu una grande risposta civile. Nasce

il comitato dei lenzuoli, le iniziative antimafia e la promozione di interventi nelle scuole si

moltiplicano, l’azione repressiva dello Stato comincia a dare i suoi frutti. Viene arrestato Totò Riina

e introdotto il regime di carcere duro (il 41 bis). A seguito degli arresti, per la prima volta, molti

uomini d’onore decidono di collaborare con la giustizia. Ciò ha consentito di guardare all’interno

della mafia. Il lavoro di ricerca riguardava inizialmente il modo in cui i membri delle famiglie

mafiose vivevano la loro appartenenza alla famiglia biologia e a quella acquisita e la

sovrapposizione psichica tra di esse. L’ipotesi di ricerca era che l’appartenenza a una famiglia

mafiosa genera una matrice di pensiero che impedisce il processo di soggettivazione. Tale ipotesi

è stata ampiamente confermata.

Fase II (1999-2003)

Nel 1999 venne approvata la legge “fondo di solidarietà” per le vittime della mafia. In seguito, non

casualmente, si verificherà una progressiva desensibilizzazione del potere politico alle tematiche

mafiose, poiché in quegli anni la mafia esce dalla fase “stragista” per utilizzare strategie meno

eclatanti di infiltrazione con la politica, gli amministratori locali, l’imprenditoria e i contesti in cui si

muovono forti flussi economici. La mafia ritorna nel silenzio perché ne ha bisogno, per

mimetizzarsi. Piero Grasso in quella fase pronuncia parole che risuonano oggi come una profezia:

‹Sarà sempre più difficile identificare i nuovi mafiosi, poiché essi si mimetizzeranno nelle pieghe

della società pulita. Si rafforzerà ancora di più la cosiddetta borghesia mafiosa. Non a caso il

fenomeno dei colletti bianchi si amplierà a dismisura e il confine tra mafia, politica, professioni,

illegalità economiche diventerà sempre più liquido›.

Si è lavorato molto rispetto all’esplorazione dei vissuti dei soggetti che abitano contesti territoriali

difficili. Si è anche ipotizzata l’esistenza di quelli che sono stati definiti “elementi di trasposizione”,

ossia dimensioni relazionali fortemente caratterizzate da codici mafiosi. Dalle interviste cliniche dei

collaboranti di giustizia emerge un universo psichico dominato dall’organizzazione criminale; un

vissuto simbolico profondamente attraversato da dimensioni mortifere e onnipotenti. L’onnipotenza

cela una dipendenza totale, anche psicologica, dei membri dall’organizzazione e

contemporaneamente di impotenza. La forza tanto palesata, anche attraverso atti di violenza,

nasconde una fragilità psicologica enorme di questi uomini e di tutto il tessuto familiare mafioso. Si

è confermata una forte sofferenza psichica di molti figli i mafiosi. A differenza dei figli più giovani in

cui la dimensione sociale sembra più significativa sia sul piano relazionale sia sul versante ludico-

ricreativo e supportivo, i figli più grandi di queste famiglie possono pensare al sociale solo

basandosi sul familiare. I giovani adolescenti non riescono ad accettare le responsabilità dei loro

padri e il coinvolgimento delle loro famiglie all’interno dell’universo mafioso. Fanno farte di una

cultura giovanile, ma allo stesso tempo appartengono ad un nucleo familiare che propone valori

opposti a quelli del sociale. Il transito dall’appartenenza familiare a quella sociale è reso

difficoltoso, nonostante sia una tappa decisiva nel processo di costruzione della propria identità.

I magistrati sembrano utilizzare prevalentemente meccanismi di razionalizzazione per evitare di

entrare a contatto con emozioni forti, che rappresentano comprensibilmente qualcosa di

pericoloso perché in grado di condizionare la propria vita professionale e personale. La donne

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10 mesi fa


DETTAGLI
Esame: Psicoterapia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Psicologia clinica
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cuccichiara di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicoterapia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Lo Verso Girolamo.

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