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Epistemologia, psicologia clinica e complessità

Per epistemologia si intende quella conoscenza che si rivolge a se stessa: che studia la propria genesi, che allargandosi e decentrandosi slitta dallo studio delle conoscenze acquisite allo studio che mette in relazione tali conoscenze con le loro radici e matrici. Una costante per l'uomo sembra essere la necessità di trovare l'origine della realtà: qualcosa a partire dalla quale ogni cosa possa essere compresa, alla quale tutto possa essere ricondotto, nella quale la mutevolezza, l'incertezza, l'accidentalità del mondo possa ritrovare un senso, una ricomposizione, una spiegazione ultima. L'individuazione del principio primo è basata sulla convinzione che esiste una verità nascosta nelle cose e che questa verità può essere svelata e fissata con certezza una volta per tutte.

L'esigenza della scoperta della verità e l'immediata evidenza delle capacità predittive e concretamente adattabili delle scoperte scientifiche hanno avuto come correlato la convinzione che l’essere umano avesse finalmente trovato il modo per ottenere la verità vera e verificata nascosta delle cose. Il metodo sperimentale risulta in tal senso l'unico strumento in grado di produrre conoscenza; e la scienza, basata sul metodo sperimentale, si propone come luogo di conquista della verità. I procedimenti su cui poggia il metodo sperimentale sono: la riduzione, la disgiunzione, la quantificazione, la ripetibilità degli eventi. L'oggettività del metodo è garantita dalla separazione tra l'osservatore e la cosa osservata: l'osservatore può porsi idealmente fuori del fenomeno che osserva e scoprire le leggi che lo regolano. Il laboratorio è il luogo privilegiato nel quale un'osservazione può avvenire correttamente, si tratta però di un'impostazione ingenua che, traslata sul piano della psicologia clinica, può diventare persino controproducente in termini sia conoscitivi sia professionali.

Le contraddizioni prodotte da alcune scoperte proprio nell’ambito della scienza sperimentale, unitamente all’ampliarsi della tensione verso la scientificità in campi diversi della ricerca e alle difficoltà relative all'irriducibilità degli oggetti di studio di queste discipline all’interno di canoni strettamente sperimentali se non a costo di un eccessivo impoverimento della possibilità di comprensione, hanno reso necessario una revisione dei principi classici del metodo sperimentale, l'introduzione di nuovi parametri di interpretazione del reale e anche l'introduzione di nuovi approcci metodologici per l'organizzazione della ricerca scientifica.

Vi è difficoltà di semplificare scomponendo e sommando gli oggetti dell'analisi, poiché è proprio la loro relazione con l'altro a definirli. Il principio della necessità di esplicitare le relazioni sostituisce quindi i principi su cui poggiava il metodo sperimentale. I pregiudizi non sono necessariamente immotivati e menzogneri, tali cioè da deformare la realtà, tutt'altro: la storicità della nostra esperienza fa sì che proprio i pregiudizi costituiscono la direzione iniziale di tutta la nostra capacità di esperienza. L'adeguatezza dei nostri modi di pensare e dei nostri linguaggi non riflette una struttura della realtà che avremmo colto sub specie aeternitatis, da un punto di vista assoluto; essa è sempre un’adeguatezza, condizionata dalla storicità dell'osservatore, dal suo orizzonte e costruita dai particolari fini e modelli dell'osservatore stesso, come pure dai particolari tagli metodologici che egli adopera per accostarsi alla realtà.

L'interpretazione si configura come un'attività di selezione ed elaborazione dell'informazione che paziente e terapeuta si scambiano reciprocamente, sia pure a livelli diversi di consapevolezza; ciò implica per il terapeuta una costante attenzione alla rivisitazione delle sue stesse ipotesi sia sulla base dei modelli teorici adottati sia sulla parte dei continui feedback forniti da paziente. D'altra parte oggi sappiamo che il filo conduttore che lega il racconto delle riflessioni in analisi va ricercato nell'esigenza di quel paziente di comunicare qualcosa a quell'analista in quello specifico momento o contesto relazionale, in questo senso anche le cosiddette libere associazioni non sono poi così tanto libere, dal momento che il loro flusso è inevitabilmente sensibile agli interventi dell'analista o, ancora più semplicemente, al fatto che l'analista sia lì nella stanza insieme al paziente.

Mettendo in risalto l'operazione cognitiva fondamentale che un nuovo osservatore segue, l'operazione di distinzione, sostengono l'idea che tutto ciò che è detto è detto da un osservatore. L'operazione di distinzione dall'osservatore specifica un'unità come entità distinta da uno sfondo e uno sfondo come il dominio dal quale un'entità è differenziata. L'operazione di distinzione si presenta, quindi, come il risultato di una transazione tra l'osservatore e il mondo osservato. Operazione questa che si inscrive in una data cultura, la quale fornisce i paradigmi che consentono e impongono la distinzione.

Ecco allora che gli aspetti individuali, storici in senso ampio, le precondizioni inerenti a ogni punto di vista, i pregiudizi non appaiono come zavorra, come ostacolo da neutralizzare in una progressiva purificazione dell'attività intellettuale. Questi aspetti, queste precondizioni, queste limitazioni risultano le vere e irriducibili matrici costruttive della conoscenza di ogni cambiamento e di ogni dialogo intersoggettivo. Così se un tempo i criteri della scientificità erano attenti alle strategie di neutralizzazione del soggetto, oggi vi è proprio l'inclusione dell'osservatore nelle proprie osservazioni. Diventare consapevole di tutto questo non può che condurre ad assumere un atteggiamento più cosciente nei confronti della scienza e delle sue conquiste e a porre maggiore attenzione a ciò che guida la propria ricerca e la propria prassi.

Distinzione terminologica e concettuale

  • Set: L'organizzazione strutturale, il contesto organizzativo della situazione terapeutica in cui entrano in gioco fattori quali il numero dei componenti, la presenza o meno dei tavoli o di osservatori, la sede, la durata, la residenzialità, il contratto. La situazione terapeutica è definita da condizioni formali specifiche, che non sono altro rispetto a ciò che in essa potrà essere prodotto e che aprono processi specifici a esse legati.
  • Setting: L'impianto teorico-tecnico-personale del terapeuta, che sottosta alla creazione della situazione stessa, la base indispensabile per la sua creazione, la precondizione perché questa possa essere concepita, fondata, pensata. L'insieme dei presupposti, degli organizzatori che definiscono la piena stabilità dell'esperienza; l'insieme dei vincoli e delle possibilità di pensiero rispetto a cui la produzione di senso può andare costruendosi. È un impianto complesso, nel quale sono riconoscibili principi teorici, affermazione, dati oggettivabili, ma anche pensieri in fieri, emozioni, valori.
  • Set(ting): Il campo esperienziale specifico, il luogo della concreta esperienza terapeutica, che si definisce in rapporto a un intreccio inseparabile tra i fattori organizzativo-procedurali e la variabile pensiero del terapeuta, proprio per sottolineare l’intreccio e l'inseparabilità, se non per comodità osservativa di questi due aspetti, abbiamo suggerito la formulazione di set(ting). È un organizzatore psichico di carattere transpersonale, campo mentale condiviso che consente di pensare i fenomeni e i sintomi e di dare significato a essi, e di creare nuove connessioni e relazioni. In esso si vanno giocando due storie, quella originaria di ciascuno e quella della relazione in atto. Il gruppo inteso come set(ting) è una rete di comunicazione fondata da chi lo ha progettato e che via via si costruisce e si auto-organizza come una matrice unitaria di cui gli individui sono i punti nodali.

Nel campo gruppale sono attivamente compresenti gli universi mentali storico-soggettivi di tutti i partecipanti, conduttori compresi, e quanto gli accadimenti psichici non avvengono solo come fatto interno agli individui, ma anche nello spazio relazionale esistente tra di essi, in quello che nel tempo diventa un sistema sovraordinato a essi.

Lo sforzo è quello di guardare un fenomeno cercando di coglierne quanto più possibile la complessità e la composizione, le variabili di influenzamento, mantenendo nello stesso tempo un'attenzione al vertice stesso dell'osservazione. Questo come dicevano nella consapevolezza che nell’osservatore siamo servi di numerosi padroni: la cultura in cui viviamo, le nostre emozioni, la nostra storia, la teoria e i modelli che utilizziamo: non possiamo che osservare con gli occhi di chi ci ha insegnato a farlo, e talvolta, quando ci riesce, mescolando a questo la nostra esperienza e rielaborazione. Sembra centrale, allora, essere consapevole dello sguardo con cui osserviamo e organizziamo l'esperienza, e ci sembra essenziale, in altre parole, la consapevolezza del come se. L'ipotesi che si è fatta strada, è che il set(ting) possa essere il luogo della possibilità della valutazione scientifica del lavoro clinico, e forse, in senso più ampio, della possibilità di impostare scientificamente il lavoro stesso: il campo esperienziale che il set(ting) definisce può essere sottoposto a osservazione e valutazione grazie all'esplicitazione delle variabili che lo costituiscono e delle relazioni che essi hanno tra loro e con il contesto con cui sono in rapporto.

Gruppoanalisi soggettuale e teoria del self

La gruppoanalisi soggettuale ha incluso al suo interno contributi provenienti da altre discipline: studi antropologici ed etnopsicoanalitici, l'ermeneutica metodologica, le teorie dei sistemi, le più recenti acquisizioni della biologia e della ricerca neuroscientifica, la lettura dell'impatto che i sistemi economici hanno sul benessere psichico. La relazione, dunque sia essa considerata in termini di interiorizzazione dei modelli di significazione propri della rete familiare all'interno della quale l'individuo sviluppa la sua identità come complesso di riferimenti affettivi interiorizzati, oppure in termini reali-interpersonale poiché, come già notava Foulkes, è essenziale un'adeguata attenzione anche ai processi dinamici della famiglia reale, e in genere, della situazione sociale, in cui il paziente è inserito, costituisce l'epicentro di tutto l’impianto metapsicologico del gruppoanalisi soggettuale.

Il concetto di neotenia della specie sapiens, infatti, ci informa di una particolare condizione biopsichica della specie umana, in funzione della quale la dimensione biologica e quella culturale sembrano compenetrarsi reciprocamente, saldamente, fino a sfumare l'una nell'altra, delineando, in questa labilità di confini che si butta alle spalle vecchie e inservibili dicotomie, le modalità specificatamente umane di essere nel mondo. Il concetto di neotenia nasce in campo biologico e si riferisce a un processo evolutivo verso una nuova specie mediante il mantenimento di stadi primitivi larvali. Darwin interpreta il fenomeno della neotenia come una possibile spiegazione dell'evoluzione da una specie a un'altra, e anche come una possibilità di rendere conto di salti e/o lacune rintracciabili nell'evoluzione dei gruppi maggiori.

Vi è la presenza di un'ampia gamma di caratteri originari non specializzati nell'organismo umano, tali da rendere l'uomo non specificatamente adatto ad alcun ambiente naturale. La deficienza organica è una condizione fetale divenuta permanente, infatti, i primitivismi, che sono stadi di transizione comuni a tutti i primati, nell'uomo divengono fissati e stabilizzati. Così, se una delle caratteristiche essenziali della specie umana è il carattere fetale delle sue forme, è possibile definire l’uomo come l'unico mammifero superiore embrionico.

Lo studio della condizione neotenica nella specie sapiens si fonda essenzialmente su quattro ordini di fattori: l'aspetto fisico morfologico; il generale ritardamento dello sviluppo umano; la massima plasticità e ricettività delle strutture cerebrali; la necessità e la centralità del nucleo antropologico familiare. Tutto questo ci permette di fissare in modo chiaro l'inestricabile intreccio tra natura e cultura ha proposto dello sviluppo della mente umana. La caratteristica fondamentale dell'uomo rispetto agli altri animali è la mancanza di specializzazione evolutiva, ragion per cui egli trova dinanzi a sé un compito, ovvero la sua esistenza diventa il suo proprio compito e la sua impresa; e per quest'impresa è necessario che siano mobilitate tutte le capacità dell'uomo, e da lui stesso. L'uomo non è costituito una volta per tutte significa che egli dispone delle sue proprie predisposizioni e doti per esistere, egli assume un comportamento nei suoi propri confronti, per necessità vitale, come nessun altro animale fa.

Grazie alla cosiddetta legge della zona, secondo cui il pensiero, la rappresentazione, l'immaginazione riposano, per così dire, su una vasta struttura di funzioni sensomotorie, dalle quali acquisiscono dinamica e agevolezza. Con la categoria dell’esonero, ci si riferisce al fatto che tutte le funzioni superiori dell'uomo si sono sviluppate grazie al costituirsi di schemi stabili e basilari o abitudini di fondo che esonerano l’energia in essi originariamente impiegata, liberandola per prestazioni di ordine superiore. Le ragioni del comportamento di attaccamento vanno ricercate in quel bisogno primario del bambino, biologicamente determinato, che è il bisogno di garanzia della propria sopravvivenza. Le risposte comportamentali come piangere, tendere le braccia, aggrapparsi, seguire, sorridere, localizzare mostrano il ruolo attivo da parte del bambino nel tentare di garantirsi la vicinanza dei caregiver e dunque la propria sopravvivenza, nel cucciolo dell'uomo esiste una motivazione primaria innata al contatto sociale.

L'indispensabile presenza dell'altro per la sopravvivenza psichica e biologica del se, fa riferimento ai primitivismi e alla condizione neotenica da un lato, e la motivazione primaria al contatto sociale dell’altro. Esiste un modo specificatamente umano di aprirsi e di adattarsi al mondo, veicolato da una serie di aspetti biologico-genetici e culturali insieme. Contestando la distinzione tra individuo e gruppo Foulkes pone i presupposti di quella che oggi chiamiamo Gruppoanalisi. L’intreccio teorico che tenta Foulkes (tra Freud ed Elias) è veramente difficile: Freud, infatti, affronta lo sviluppo dell’individuo in chiave biologica (procedendo, nelle sue analisi, sempre dall’individuo al sociale). Elias, invece, parte dal sociale per arrivare all’individuo … secondo lui, infatti, è il sociale che forma l’individuo (non trovandosi fuori di lui ma già dentro) sedimentandosi nella struttura dell’esperienza.

In Freud, infatti, la società nasce dal conflitto pulsionale e dalla sublimazione che ne risulta, finché (alla risoluzione del complesso d’Edipo) la società penetra nell’individuo sotto forma di Super-Io, e sarà proprio il Super-Io a modulare la sua relazione con il sociale. Elias invece usa la nozione di “costrizione” per descrivere la situazione in cui esistono dei vincoli sociali che determinato ciò che gli individui possono o non possono fare, essere e pensare. Per cerare di superare il contrasto tra l’uno e l’altro Foulkes ricorre alla nozione gestaltica di figura sfondo, mettendo ora l’attenzione sull’individuo ora sul gruppo. Secondo Foulkes non esiste un individuo separato dal sociale né al di fuori di esso. Quest’idea, dell’Inglese era destinata a sovvertire una serie di dicotomie, per esempio quella tra: individuo/gruppo, interno/esterno, natura/cultura, ecc.

Ma, piuttosto che sovvertirle, ci rimane incagliata. Il sociale non è soltanto fuori ma anche dentro, e fin dall'origine. Permea l'individuo, anche su ciò che essa è realmente. Biologicamente l'individualità di ciascun individuo è garantita dall'esistenza di un corredo genetico di antigeni di istocompatibilità che impediscono il trapianto di parti altrui da un individuo ad un altro, l'identità psicologica è il risultato dell'aver assunto parti psicologiche altrui nel proprio se, o meglio in quella che prima ancora di divenire il proprio se possiamo descrivere come la natura disposizione ad apprendere tratti mentali, affettivi e comportamentali del proprio ambiente sociale originario. Le peculiarità del processo di identificazione fanno si che gli introietti psichici, non perdono le loro caratteristiche originarie. Tale processo di identificazione comporta quindi, un ribaltamento dell'evidenza fenomenica tale per cui non è più un individuo a formare il gruppo, ma è l'individuo a essere formato dal gruppo. Ecco perché non possiamo più parlare di individualità ma di gruppalità interne; l’alterità a fondamento dell'identità è ciò che caratterizza la prospettiva gruppoanalitica soggettuale. L'identità si compone di relazioni interiorizzate che, nel loro complesso, costituiscono una gruppalità interna.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/03 Psicometria

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher caranzame di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicoterapia relazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università della Sicilia Centrale "KORE" di Enna o del prof Lo Verso Girolamo.
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