Estratto del documento

Gruppoanalisi soggettuale

Testo di G. Lo Verso e M. Di Blasi

Epistemologia, psicologia clinica e complessità

Epistemologia della complessità, psicologia dinamica, clinica e gruppoanalisi soggettuale

Negli ultimi decenni, la psicologia dinamica e clinica sono andate incontro a una profonda trasformazione dei propri apparati teorici e metodologici. Una trasformazione che si è espressa in elaborazioni volte al superamento dei modelli individualistici, delle dicotomie mente/corpo, natura/cultura, biologico/psichico e nella ricerca di un approccio scientifico rigoroso ma rispettoso della complessità dell'umano. Punto di partenza di questo percorso è la presentazione dell'ampia cornice epistemologica, all'interno della quale le trasformazioni che la ricerca dinamico-clinica ha compiuto si riconnettono a un più generale movimento del pensiero dei nostri tempi, rendendo più facile cogliere il senso dei complessi avanzamenti realizzati.

L'inquadramento epistemologico rende inoltre più chiara l'idea che il lavoro di riflessione e riformulazione necessita di consapevolezza e metodo. Pertanto, stando al "telaio della complessità", dipaneremo i criteri classici d'interpretazione del reale, della conoscenza della scientificità e introdurremo questioni ampie come l'idea di una realtà complessa, in continua trasformazione; la problematica dell'intersoggettività quale parametro di verità nei percorsi di conoscenza; nonché l'intimo rapporto tra l'osservatore e il suo campo d'osservazione. È la proposta di un pensiero che, a partire dalla confluenza di saperi e ambiti di ricerca diversi, genera una radicale trasformazione della visione del mondo e del modo in cui l'uomo concepisce il suo rapporto di conoscenza con esso. Un pensiero che si articola in stretto confronto con la ricerca filosofica, con la riflessione epistemologica e in particolar modo con l'epistemologia della complessità.

Inquadramenti e trasformazioni epistemologici

La nostra riflessione ha inizio a partire dalla definizione della psicologia clinica come scienza, ovvero come modalità di approccio conoscitivo e trasformativo scientifico alla realtà psichica. Questo è, in realtà, un problema con cui la psicologia clinica si confronta fin dalla sua costituzione come disciplina autonoma. Nella sua riflessione sui parametri del procedere scientifico l'epistemologia della complessità ha messo in luce quale vasto insieme di principi, relazioni e indicazioni metodologiche sottostia a un'apparentemente neutra definizione di scientificità, e quale profonda influenza tale insieme eserciti sul modo stesso di concepire la ricerca.

Essa ha altresì portato in evidenza lo stretto intreccio tra i più generali principi di pensabilità del mondo e gli strumenti e i metodi deputati a organizzarne la conoscenza. Ciò che ne è risultato è che oggi qualunque percorso di ricerca che si proponga nei termini di indagine scientifica della realtà non può fare a meno di esplicitare a quali principi e metodi si riferisca, ovvero entro quali coordinate scientifiche si sviluppi. È diventato chiaro, inoltre, come quelle che potrebbero apparire soltanto "questioni di carattere squisitamente teorico" abbiano invece un profondo riverbero sul modo in cui interveniamo sulle cose e sul tipo di trasformazioni che proviamo ad avviare: proprio tali "questioni teoriche", infatti, dispongono la prassi, orientando le nostre concezioni, i nostri atteggiamenti, e i metodi e gli strumenti che ci diamo nella "messa in questione del mondo".

Approfondiremo quindi la questione epistemologia dapprima in termini generali, sul problema della conoscenza e di quella sua particolare forma che è la conoscenza scientifica; successivamente discuteremo alcuni punti cardine dell'epistemologia della complessità, come chiave di lettura per un rinnovato approccio all'interpretazione della realtà.

La problematica della conoscenza

Partiamo dalle più generali definizioni di epistemologia: epistemologia come "teoria della conoscenza" ed epistemologia come "riflessione intorno ai principi e al metodo della conoscenza scientifica". Come teoria della conoscenza l'epistemologia ha origini molto antiche. Fin dall'inizio quasi tutti gli impianti filosofici hanno espresso una propria teoria della conoscenza e domande quali: che cosa è possibile conoscere, in che modo conosciamo, attraverso quali strumenti, sono state centrali nella storia del pensiero filosofico.

Come riflessione intorno ai principi e al metodo della conoscenza scientifica, invece, l'epistemologia ha origini più recenti: essa nasce agli inizi del 900 come filosofia della scienza, come pensiero critico sulla scienza e sulle sue possibilità di conoscenza. Nell'accezione più ampia, dunque, con il termine epistemologia facciamo riferimento a quella conoscenza che si rivolge a se stessa, che studia la propria genesi.

Oggetti dell'indagine epistemologica intesa come riflessione sulla conoscenza scientifica sono temi quali: che cos'è la scienza, che cos'è la scientificità, quali sono i suoi parametri, che cosa distingue ciò che è scientifico da ciò che non lo è, come evolve la scienza ecc. Interrogativi, questi, che a loro volta rimandano ad altri interrogativi fondamentali circa il carattere di verità della conoscenza scientifica, la relazione tra conoscenza e realtà, la funzione dell'interpretazione, il ruolo dell'osservatore ecc. Questi sono i problemi classici dell'epistemologia.

Anche la psicologia clinica ha incontrato questi stessi problemi, i quali hanno aperto ambiti di riflessione che hanno trasformato profondamente l'approccio al problema della conoscenza, ma più radicalmente la concezione del mondo e la concezione che l'uomo ha di se stesso nel mondo. Proponiamo adesso una sintesi dell'approccio che la tradizione filosofica e scientifica occidentale ha assunto nei confronti del problema della conoscenza.

Il problema della verità

A qualsiasi civiltà e cultura appartenga, una costante per l'uomo sembra esser la necessità di trovare l'origine della realtà: qualcosa a partire dalla quale ogni cosa possa essere compresa, alla quale tutto possa essere ricondotto e nella quale l'incertezza, l'accidentalità del mondo possano ritrovare un senso, una spiegazione ultima. L'individuazione del principio primo è stato certamente il filo conduttore che, attraverso i secoli, ha guidato la speculazione filosofica.

Ad animare tale modo di procedere del pensiero possiamo rintracciare un'idea conduttrice di fondo, ovvero la convinzione che dovesse esistere una verità nascosta nelle cose e che questa verità potesse essere svelata e fissata con certezza una volta per tutte. Ma come trovare la verità nascosta nelle cose? Alcune caratteristiche delle modalità tramite cui viene condotta questa ricerca sembrano essere state costanti. Tra queste, il privilegio accordato al pensiero razionale come unico strumento in grado di permettere una conoscenza certa, di garantire all'uomo la comprensione dei principi e dei modi che regolano la realtà; la focalizzazione dell'attenzione sugli aspetti di ordine, ripetizione e regolarità, come aspetti fondanti l'organizzazione del mondo e dell'esperienza.

Nel complesso, possiamo considerare tali caratteristiche come criteri ispiratori di fondo della tradizione filosofica occidentale, criteri che hanno trovato la loro espressione più compiuta nel pensiero scientifico.

Il costituirsi della scienza

Come è noto, il pensiero scientifico nasce nel XVII secolo quando, con Galileo, viene elaborato il metodo sperimentale e la ricerca sulle leggi della natura trova una propria autonomia. La conseguenza fu la convinzione che l'essere umano avesse finalmente trovato il modo per ottenere la verità vera e verificata nascosta nelle cose. Il metodo sperimentale era diventato così il Metodo, l'unico strumento in grado di produrre conoscenza; e la scienza, basata sul metodo sperimentale, si era proposta come luogo di conquista della verità.

Ma vediamo, con Morin, quali sono gli elementi che hanno rappresentato i punti di forza del metodo sperimentale. Morin indica 4 elementi che possono essere individuati come procedimenti su cui poggia il metodo sperimentale: la riduzione, la disgiunzione, la quantificazione, la ripetibilità degli eventi. La riduzione è il procedimento che poggia sul principio per cui la conoscenza degli insiemi o sistemi deriva dalla conoscenza delle parti semplici, o unità elementari, che li costituiscono; la disgiunzione isola gli oggetti gli uni dagli altri, e anche dal loro ambiente e dal loro osservatore; la quantificazione è il procedimento regolato dal principio della necessità della matematizzazione e della formalizzazione dei dati e dei rapporti tra i dati; la ripetibilità, infine, è legata al principio della generalizzazione, secondo cui può essere accordata dignità scientifica soltanto a ciò che presenta ripetibilità "date certe condizioni".

L'oggettività del metodo è garantita dalla separazione tra l'osservatore e la cosa osservata: l'osservatore può porsi idealmente fuori dal fenomeno che osserva e scoprire le leggi che lo regolano. Il laboratorio è il luogo privilegiato nel quale l'osservazione può avvenire correttamente.

Elementi di crisi all'interno del pensiero scientifico classico e indizi di una trasformazione complessa

Le contraddizioni prodotte da alcune scoperte proprio nell'ambito della scienza sperimentale, unitamente all'ampliarsi della tensione verso al scientificità in campi diversi della ricerca (dall'antropologia alla sociologia alla psicologia ecc), e poi ancora allo sviluppo di scienze quali l'ecologia, l'etologia, hanno reso necessaria una revisione dei principi classici del metodo sperimentale. La riflessione epistemologia che ha introdotto il paradigma della complessità si è fatta carico di articolare questa trasformazione. Vediamo quindi quali sono i punti chiave intorno ai quali ha ruotato la trasformazione epistemologica dei nostri tempi.

  • La perdita dell'illusione che la conoscenza scientifica fosse una conoscenza cumulativa di verità. Si afferma, invece, l'ipotesi che la conoscenza scientifica proceda per eliminazione di errori, e non per accrescimento di verità.
  • La scientificità non appare più come la pura trasparenza di leggi di natura: essa porta con sé un universo di teorie, idee e paradigmi che si inscrivono nella cultura, nella storia e nella società.
  • L'identificazione tra dati e fatti entra in crisi: i dati non esistono in quanto tali, ma sono il risultato di un particolare modo di segmentare la realtà, che trova la sua giustificazione in una particolare visione del mondo.
  • Il soggetto viene reimmesso nella conoscenza scientifica, l'osservatore viene reintrodotto nell'osservazione: in quanto portatore o interprete di una teoria, l'osservatore crea il campo dell'osservazione ed è dunque profondamente implicato in esso. Egli inoltre, modifica il sistema stesso e dunque il campo dell'osservazione.
  • Il modello semplificatore di spiegazione basato sulla riduzione, la disgiunzione, la matematizzazione e la ripetibilità ha mostrato i suoi limiti, mentre ha acquistato sempre più rilievo la necessità di cogliere la complessità dei fenomeni, esplicitando le relazioni che li definiscono.

Va segnalata con chiarezza la difficoltà di semplificare scomponendo e isolando gli oggetti dell'analisi, poiché invece è proprio la loro relazione con "dell'altro" a definirli. Al fine di rimarcarne l'importanza, potremmo concludere riformulando il principio della relatività nel modo seguente: principio della necessità di esplicitare le relazioni; il che va nella direzione esattamente opposta rispetto ai principi (per es. di riduzione e di disgiunzione) su cui poggiava il metodo sperimentale. Ma come si è prodotta una tale trasformazione? La revisione dei criteri di intelligibilità previsti dalla scienza classica e l'introduzione di nuovi principi, sintetizzati nel paradigma della complessità, costituiscono la struttura portante di una nuova architettura del pensiero.

Sulle tracce della complessità: rivisitando la scientificità e la clinica

Utilizzando come punto di partenza la tavola dei principi di intelligibilità, proveremo adesso a entrare nel dettaglio delle decostruzioni e delle ricostruzioni proposte dal paradigma della complessità. I nuclei transdisciplinari che ci sembra utile individuare sono tre: l'idea di realtà (cosmologica/individuale); le problematiche relative alle possibilità di conoscenza, con particolare riferimento all'osservazione e al rapporto osservatore-osservato; le modalità dell'osservazione e la "strumentazione" concettuale e metodologica che essa utilizza.

L'idea di realtà

Alcuni principi espressi dal paradigma di complessità come: l'importanza e l'inseparabile complementarità del singolare dal particolare rispetto al principio di universalità; la necessità di riconoscere l'importanza della storia e dell'evento per comprendere i fenomeni; l'impossibilità di trattare in termini definitori la problematica dell'organizzazione e dell'auto-organizzazione; l'utilità di ricorrere a un principio di causalità complessa, ovvero d'introdurre un criterio di considerazione dei fenomeni che integri gli avvenimenti aleatori nella ricerca dell'intelligibilità ecc., ci informano dell'emergere di una nuova visione del mondo. Tale visione può essere descritta come il passaggio da un'idea di realtà sostanzialmente unitaria, integrata, retta da un ordine univoco e atemporale, una realtà in sé compiuta, data una volta per tutte e per questo esprimibile in leggi anonime, impersonali e supreme, a un'idea di realtà in un continuo farsi, in un continuo movimento di riorganizzazione.

Ma, in termini epistemologici (ovvero nei termini dei principi e dei nuclei concettuali intorno a cui si organizza una conoscenza), su che cosa poggia questa nuova visione del mondo? Morin identifica nei concetti di ordine, disordine, sistema e organizzazione i punti cardine del mutamento paradigmatico che negli ultimi decenni ha coinvolto tutti gli ambiti del sapere e, non ultimo, l'ambito della psicologia clinica. Sostanzialmente Morin propone una rivisitazione delle nozioni di ordine e disordine, tale per cui l'idea di ordine non va più identificata con quella di una legge anonima, impersonale, suprema e reggente ogni cosa nell'universo, poiché la stabilità, la costanza, la ripetizione e la regolarità assumono configurazioni peculiari e transitorie. Allo stesso modo, la nozione di disordine viene allargata a comprendere, oltre all'idea di alea, anche quella di agitazione, dispersione, perturbazione, che ne ammettono le potenzialità creative e produttive.

Il sistema è definito da Morin come una unità macrounità complessa, regolata da particolari modalità di rapporto del tutto e delle parti, ragion multiplex, per cui esso è, al tempo stesso, produttore di unità e di diversità. Ciò che definisce il sistema è la sua organizzazione. È questa, infatti, che, regolando le interazioni all'interno del sistema forma, mantiene, protegge, regola e rigenera il sistema stesso. L'organizzazione, quindi, produce ordine ma non può essere ridotta all'ordine. Essa crea contemporaneamente ordine e disordine ed è in rapporto continuo con l'ambiente esterno al sistema, che fornisce anch'esso potenziale organizzativo e, dunque, potenziale disordine. Questi concetti appena richiamati costituiscono i punti cardine della trasformazione epistemologica dei nostri tempi e guidano a una nuova visione del mondo: la realtà è interpretabile come sistema e come insieme di sistemi che interagiscono, carambolano e mutano tra le polarità di ordine, disordine organizzazione. Tale gioco produce stabilità e mutamento. La realtà, dunque, non è data una volta per tutte, ma è un sistema in evoluzione, caratterizzato da particolari vincoli e da particolari interazioni, all'interno di una particolare organizzazione, che con il concorso del disordine, del casuale, dell'evento costantemente si riorganizza e si trasforma.

L'osservazione e il rapporto osservatore-osservato

Siamo, a questo punto, di fronte a un problema fondamentale e a domande del tipo: che cosa viene colto dall'osservazione? In altre parole: il sistema (la realtà) è una categoria fisica che s'impone naturalmente alla percezione dell'osservatore, oppure è una categoria mentale, un modello ideale, una proiezione dell'osservatore? Nella proposta di Morin, il sistema è un concetto a doppia entrata: fisico alla base, psichico al vertice. Da ciò si deduce che esso è physis-psiche; un principio d'arte (di diagnostica); un principio di riflessione critica (sulla relatività delle nozioni del sistema) e un principio di incertezza. Il paradigma della complessità fissa alcuni principi rispetto alla questione dell'osservazione. Vediamoli sistematicamente:

  • Principio di relazione tra l'osservatore/concettore e l'oggetto osservato/concepito.
  • Principio di introduzione del dispositivo di osservazione o di sperimentazione (apparato, griglia) e, attraverso questo, dell'osservatore/concettore in ogni osservazione o sperimentazione fisica.
  • Necessità d'introdurre il soggetto umano in ogni studio sociologico o antropologico.
  • Necessità (e possibilità) di...
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AleCas di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicoterapia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof Lo Verso Girolamo.
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