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Riassunto esame Psicoterapia, prof. Lo Verso, libro consigliato Gruppoanalisi soggettuale Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di psicoterapia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente lo Verso, Gruppoanalisi soggettuale, dell'università degli Studi di Palermo - Unipa, facoltà di Scienze della formazione. Scarica il file in PDF!

Esame di Psicoterapia docente Prof. G. Lo Verso

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deprivazione materna hanno effetti neuroendocrini significativi sulle successive capacità di reagire

ad eventi stressanti). Senza relazione non è dato né sviluppo corporeo né mentale, si dà vita

umana solo in presenza del corporeo, del mentale e del relazionale. Tutto ciò è stato confermato

dal campo esperienziale della situazione psicoterapica, soprattutto dall’osservazione dei gruppi

terapeutici, in cui ogni evento psichico è realisticamente vissuto come nel corpo e viceversa, e

ancor più radicalmente, ciò può essere esteso ad ogni fatto relazionale.

CAP. 4: Adolescenza e confini psichici

Nel pensiero gruppoanalitico l’adolescenza è intasa come un momento di crescita e maturazione

psichica e sociale che conduce il soggetto a una ridefinizione delle proprie matrici identificatorie, a

un continuo processo dialettico tra l’Idem e l’Autòs, che gli consente di sviluppare un pensiero

autentico su di sé e sulle cose del mondo e di transitare dalla categoria della continuità a quella

della discontinuità. Questa transizione implica la messa in atto di un processo simbolopoietico

complesso, che consente al soggetto di giungere alla costruzione di un’identità autentica che

delinea un netto confine tra ciò che è interno e ciò che è esterno, consentendogli così di entrare in

relazione con il mondo senza il rischio di diffusione e di dispersione del sé. Il processo dialettico

che s’innesca durante l’adolescenza tra il desiderio di separazione e l’innata spinta

all’individuazione da una parte e il bisogno inconscio di avvicinamento e accadimento dall’altra,

contribuisce in maniera significativa all’elaborazione di una nuova immagine di sé. L’adolescente

può spesso trovarsi a vivere questa fase come un ritrovarsi di fronte a 2 scelte tanto radicali

quanto impraticabili: il rifiuto e l’abbandono dello spazio simbolico genitoriale o la chiusura

regressiva al suo interno. L’apertura verso i nuovi contesti sociali e l’esperienza di essere

all’interno di relazioni nuove e significative facilitano il transito e l’avvio di un percorso in cui si

sperimenta di poter crescere senza recidere i legami con un familiare a cui si sente di dover, in

qualche modo, almeno in parte, rinunciare. Quello che l’adolescenza del figlio richiede ai genitori è

l’acquisizione di una funzione di contenimento, un luogo protetto in cui attuare quel processo

simbolopoietico necessario allo sviluppo identitario del soggetto. L’adolescente deve poter

percepire il nucleo familiare come un ambito di dialogo e negoziazione tra i propri bisogni, quelli

della famiglia e le richieste del mondo sociale. L’attraversamento del confine tra familiare e sociale

può risultare difficoltoso per quegli adolescenti che intraprendono questo transito senza la

possibilità di accedere all’elaborazione di valori e codici differenti da quelli appresi all’interno del

proprio contesto familiare. Il passaggio di tale confine appare meno faticoso nel caso in cui

l’adolescente sia supportato non solo da un ambiente familiare aperto al confronto e allo scambio

con il mondo esterno, ma anche da un contesto gruppale di coetanei che sostenga e accompagni

il processo di separazione dalla famiglia e di avvicinamento al sociale. La sperimentazione di

nuove relazioni e di nuovi contesti gruppali rappresenta una sorta di “spazio transazionale” reale e

simbolico in cui, grazie all’identificazione con ruoli e funzioni diversificate, si dispiega un processo

di soggettivazione e di ricerca del senso di sé nel mondo. La possibilità, che il soggetto

adolescente si concede, di rivivere in gruppi diversi da quello familiare, esperienze e contenuti

tramandati dalla dimensione familiare-transgenerazionale rappresenta un importante punto di

forza, in quanto costituisce non solo un sostegno psicologico e sociale ma anche un

contenimento psichico per esperienze e vissuti non ancora elaborati. Il gruppo dei pari funziona

come un contenitore psichico collettivo, che consente lo sviluppo di un senso d’identità soggettiva,

che si completa quando la percezione d’essere se stessi è integrata con la percezione del

riconoscimento da parte degli altri. Ciò consente all’adolescente di vivere un’esperienza di

continuità di sé che non esige il rinnegamento dei vissuti e delle esperienze precedenti e pre-

esistenti, ma una loro riconcettualizzazione; in questo caso, continuità e discontinuità, non sono

concetti contrapposti ma interconnessi e necessari alla crescita. L’identità culturale non è stabile e

definitiva ma va considerata come l’esito di una trasformazione continua e progressiva. Tale

necessità trasformativa viene percepita in misura maggiore in adolescenza, periodo in cui il

soggetto, spinto dall’esigenza di creare un nuovo legame culturale, sente di dover lasciare

simbolicamente la propria casa e i significati condivisi per creare nuovi sbocchi, nuovi mondi e

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nuove esperienze. L’esigenza della creazione di un nuovo legame identitario con la propria cultura

d’origine si confronta oggi con uno scenario sociale caratterizzato da cambiamenti antropologici

epocali che riguardano un diverso modo di concepire il mondo, le relazioni, il corpo, il lavoro, il

rapporto con il tempo e con lo spazio. L’attuale società globale e ipertecnologica è profondamente

diversa da qualunque altra organizzazione sociale fino ad ora esistita, in quanto consente ad ogni

soggetto di recepire e inglobare modelli, codici e linguaggi provenienti da ogni parte del mondo; la

società delle comunicazioni di massa partecipa alla crescita identitaria in maniera implicita ma

trasversale e profonda, influenzando i processi di individuazione in modo apparentemente non

direttivo, tramite una presenza costante e inconscia che il soggetto non concettualizza ma

assimila. L’adolescente, quindi, si trova di trova dinanzi al non semplice compito di elaborare e

integrare i contenuti mentali sempre nuovi e spesso contraddittori provenienti dal mondo sociale e

dai mass media con quelli transgenerazionalemente e transculturalmente ereditati dalla famiglia e

dall’universo culturale di appartenenza. L’intreccio (conscio e inconscio) di questi contenuti

modifica e rende più complesso il modo in cui gli adolescenti oggi costruiscono la loro identità

sociale e individuale. È facendo riferimento a ciò che possono essere lette le nuove patologie

rispetto alle quali appare spesso insufficiente ricondurre l’eziologia esclusivamente alle matrici

relazionali familiari. L’appartenenza al diversificato mondo delle culture giovanili, la globalizzazione

del mercato dei consumi, la diffusione di Internet e dei mass media rendono possibile agli

adolescenti il riconoscersi come appartenenti ad una rete generazionale virtuale, che condivide

interessi, ideali e valori di riferimento, che può rappresentare un importante punto di riferimento

nel percorso di crescita, ma allo stesso tempo, può costituire un fattore di rischio che rimanda alla

dimensione dell’onnipotenza narcisistica, smarrimento, disidentità, omologazione, ostacolando in

tal modo i processi di individuazione, di pensiero e di nascita sociale.

CAP. 5: Pensare la psicopatologia: reti psichiche e cura relazionale

Le radici della psicopatologia

Nelle culture tradizionali, l’io è pienamente contenuto nel transpersonale etnico e familiare, in un

grande Noi collettivo che funziona da contenitore e organizzatore psichico, ma che rende difficile

un vissuto dialettico (continuità vs discontinuità), pena il rischio di impazzire. Nelle attuali culture

occidentali, invece, la patologia e la sofferenza sembrano legarsi al valore centrale, che ha

progressivamente assunto l’individuo, centralità che rischia di scotomizzare l’importanza psichica

delle relazione, la forza della famiglia allargata e della comunità. Tradizionalmente, le forme di

terapia delle culture studiate dall’etnopsicoanalisi tendono a riconnettere l’io con il “Noi

multipersonale” (antropologico, familiare o sociale). Ciò sembra utile anche nella nostra cultura,

per esempio rispetto alla psicosi, dove gran parte dell’intervento non è teso a consentire la

separazione dell’io dal Noi, ma viceversa, a riconnettere la persona alla noità passando attraverso

altre forme di noità (es. comunità o case famiglie). Nella nevrosi, invece, la gruppoanalisi, pone

l’attenzione agli aspetti interni, affettivi o cognitivi, lavorando sull’asse io-Noi con l’obiettivo di

rendere il soggetto più libero nel suo mondo relazionale, sia interno sia esterno. Questo asse io-

Noi su cui si basa il lavoro è prevalentemente interno nella nevrosi e nei lievi disturbi di

personalità, mentre diviene almeno parzialmente esterno nelle patologie più gravi.

La questione della cura

Partendo dalla constatazione che i modelli di lettura della psicopatologia sono permeati dalle

teorie e dai valori che ci orientano, riteniamo che sia un utile punto di partenza cercare di gestirli

consapevolmente nella relazione con il paziente. L’attenzione diagnostica nel lavoro psicologico-

clinico non si riduce agli obiettivi meramente classificatori, ma richiede un lavoro di elaborazione

continuo su e con il paziente, sulla storia psichica dei suoi sintomi, sulla significazione dei

problemi e, parimenti, uno sforzo continuo di comprensione del dolore, un’attenzione costante alla

relazione terapeutica e al processo di cura. Uno dei nodi centrali del lavoro psicologico clinico

riguarda l’isomorfismo tra i modelli di lettura della psicopatologia e la costruzione di dispositivi di

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cura. La gruppoanalisi soggettuale, sganciandosi da una visione individualistica della persona e

della patologia, propone una lettura relazionale della sofferenza come evento che acquista senso

solo all’interno delle relazioni familiari, istituzionali, culturali, comunitarie, ecc, in cui il paziente è

inserito. Lettura che implica, parallelamente, l’elaborazione di dispositivi di cura che tengano conto

dei molteplici piani della relazionalità e che ne facciano strumento di cambiamento. Da questo

punto di vista, l’approccio forse più semplificativo è il gruppo terapeutico. Esso si configura come

un dispositivo volto alla cura del singolo attraverso le relazioni che questi esperisce all’interno del

setting, in cui non è soltanto la relazione terapeuta-paziente a curare, ma anche le molteplici

relazioni che si sviluppano tra tutti i partecipanti. Per approfondire il discorso sulla cura è utile fare

una distinzione, transitoria e convenzionale, tra nevrosi e psicosi. Nella nevrosi spesso il paziente

è in grado di fare una domanda terapeutica autonoma e di lavorare per superare l’apparato

sintomatico che lo avvolge e lo permea; egli è altresì in grado di guardare se stesso nel rapporto

con il mondo interno e familiare. In questi casi i processi di soggettivazione, individuazione e

separazione si accompagnano a un superamento sintomatico che, in relazione alla durata e alla

profondità della terapia, può rivelarsi più o meno stabile. Inseriamo in questo gruppo anche

patologie oggi sempre più diffuse, quali attacchi di panico, i lievi disturbi bordeline di personalità, i

disturbi del comportamento alimentare, le situazioni con nuclei psicotici o narcisistici limitati e non

travolgenti la personalità, le situazioni in cui sono presenti difficoltà a vivere una vita relazionale

affettivamente coinvolta. Particolare attenzione deve essere posta alle fasi iniziali della

psicoterapia, calibrando il setting in funzione dei disturbi psicopatologici del soggetto. Nel caso

della terapia analitica di gruppo può essere necessario un lavoro preliminare di supporto e

preparazione (es. colloqui individuali o familiari) e la scelta della tipologia del gruppo va fatta

tenendo in considerazione le specifiche problematiche del soggetto (es. anoressia = gruppi

monosintomatici; bulimia = gruppi classici). La cura delle patologie più gravi e cioè dei disturbi di

personalità strutturati e delle psicosi, richiede una serie di condizioni preliminari che, se

ottemperate, consentono di perseguire miglioramenti anche significativi. Esse sono: un terapeuta

esperto che sia disponibile a mettersi in discussione, a tollerare le difficoltà e capace di coordinare

tramite scambi e supervisioni una rete curante; la tempestività del trattamento; la disponibilità della

famiglia. Gli obiettivi più importanti sono: la rivitalizzazione, l’integrazione sociale e/o lavorativa, il

contenimento farmacologico, la permanenza nel familiare e, nei casi più gravi, stabilire

connessioni (mentali e operative) tra i soggetti che da diverse prospettive dovrebbero prendersi

cura del paziente. La guarigione in questo senso, è legata ad una progettualità terapeutica

multipersonale, alla possibilità di creare contesti di cura in cui le azioni terapeutiche acquistano

significato per il soggetto sofferente, per le sue reti gruppali, familiari e sociali. Sembrano aprire

molte possibilità le esperienze di trattamenti gruppali condotti attraverso il lavoro d’integrazione

delle reti tra i curanti, che permette di calibrare variamente i tempi e i modi della cura attraverso il

contenimento/ farmacoterapia/ lavoro con le famiglie/ psicoterapia e/o i gruppi supportivo-

interpersonali, la spinta alla socializzazione, ricoveri brevi o comunitari, ecc.

CAP. 6: Il familiare nella terapia gruppoanalitica

La gruppoanalisi soggettuale guarda alla famiglia come a quella trama di significazione che, nel

tempo e attraverso le generazioni, crea i modelli mentali attraverso i quali l’individuo entra in

relazione con la realtà (sia interna sia esterna). L’interiorizzazione dei modelli di significazione (o

dei codici) propri della rete fa sì che la famiglia rappresenti per l’individuo un vero e proprio

universo identificatorio, all’interno del quale egli sviluppa la sua identità come complesso di

relazioni interiorizzate (gruppalità interne, parlanti interni o processi d’intenzionamento). “Lo

sviluppo mentale (sano o patologico) di un soggetto si struttura in relazione al campo mentale

familiare inteso come trama di pensiero collettivo È compito della matrice familiare porsi come

spazio transazionale al fine di consentire al bambino un’operazione di significazione di sé e della

propria storia familiare che non sia una “costrizione di senso”, poiché tali costrizioni, pongono

fratture potenzialmente psicopatogene che intrappolano il paziente nella rete dei significati familiari

ostacolandone il necessario processo d’individuazione (vedi Nucara, Menarini e Pontalti, cap. 2).”

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La terapia familiare visualizza bene come la relazione che una coppia di genitori ha con i propri

figli rimandi non solo all’esperienza dei genitori come figli ma anche all’esperienza dei loro genitori

(e cioè dei nonni) come genitori e come figli, nonchè alla storia come coppia genitoriale (qualità

del legame, modelli di relazione coniugale, ecc.), in una lunga catena che attraversa il tempo a

ritroso, allungandosi al di là della memoria storica. Dall’hic et nunc, quindi, la terapia familiare si

muove verso ipotesi transgenerazionali, inserendo oltre che nella teoria anche nella prassi la

storia passata della famiglia, attraverso la presenza delle 3 generazioni nel set(ting). La terapia si

pone, quindi, come luogo di comprensione e trasformazione della storia transgenerazionale e

delle trame che costituiscono l’inconscio familiare ripercuotendosi nel mondo interno di ciascuno e

nel suo mondo, apparentemente singolare e autonomo, di relazionarsi con il mondo. In molte

situazioni (stati mentali a rischio, esordi psicotici, psicoterapie con adolescenti e/o bambini) il

contesto familiare rappresenta l’assetto mentale più favorevole, talvolta unico, affinchè si possa

elaborare ciò che è accaduto. Quando la situazione clinica lo richiede, la famiglia deve poter

accompagnare il paziente nelle forme che possono aiutare la sua capacità esplorativo-

trasformativa. Se il paziente non può sostenere da solo la discontinuità con il proprio mondo

familiare poiché “con-fuso”, in tutto o in parte, con esso, è necessaria (benché complessa) la

presenza familiare nel progetto terapeutico. Il set(ting) familiare diventa, allora, quel luogo dal

quale iniziare a costruire un pensiero personale, condiviso prima con il terapeuta che fa parte

(seppur transitoriamente) del campo familiare e poi con il gruppo, come piccolo laboratorio di

relazioni sociali in discontinuità con il mondo familiare, conservando tuttavia la propria

appartenenza senza rotture e anzi, rendendo possibile dentro di sé quel movimento oscillatorio tra

appartenenza e separazione, tra continuità e discontinuità con il mondo familiare che

caratterizzerà l’attraversamento di ogni confine tra vecchio e nuovo, tra noto e ignoto (tra famiglia

e sociale). Anche nel lavoro di gruppo ci si confronta con la propria famiglia soprattutto attraverso

la possibilità di rispecchiarsi nel racconto familiare dell’altro. Guardare la propria famiglia in un

gruppo ha il vantaggio di poter vedere come in uno specchio se stessi nella relazione con il

proprio familiare: ciascuno può aiutare e sostenere reciprocamente l’altro a trovare un diverso

significato condiviso a quanto si sta elaborando insieme. Per concludere, riteniamo che il set(ting)

familiare debba accompagnare stabilmente un progetto terapeutico, soprattutto nei casi in cui il

funzionamento autonomo dell’apparato mentale della persona risulta compromesso o non ancora

compiuto.

CAP. 7: Gruppoanalisi Soggettuale e Campo Contransferale

Il campo contransferale (concetto coniato dagli studiosi del Laboratorio di gruppoanalisi di

Palermo, focalizzato sullo studio delle basi epistemico-metodologiche della psicodinamica di

gruppo) su cui si struttura il setting gruppoanalitico, tiene conto della circolarità esistente tra: a) la

psicopatologia individuale (intesa come localizzazione di un disturbo appartenente all’intero suo

sistema relazionale); b) i contenuti del testo-gruppo (ovvero le interazioni verbali, gestuali,

comportamentali, ecc, che si sviluppano tra i partecipanti); c) gli specifici processi gruppali che tali

interazioni producono (rispecchiamento, risonanza, ecc); d) le caratteristiche sociali, storico-

contestuali e culturali da cui tutto questo trae alimento. La definizione di campo contransferale

implica il collegamento di 2 termini già fortemente connotati, campo e transfert, il primo richiama la

teorizzazione percettivo-sociale di Lewin, il secondo quella psicoanalitica classica, e da un certo

punto di vista, può essere considerato come uno sviluppo teorico-applicativo del concetto di

matrice (Foulkes). Esso di differenzia dal transfert classico per alcuni aspetti fondamentali: a)

l’attenzione non è soltanto posta sul “là e allora” ma anche sul “qui ed ora”: “là e ora” diventano i

perni del campo contransferale, il gruppo analitico, infatti, attiva un transfert che non replica più

solo il passato, ma anche i rapporti attuali tra i membri della rete familiare e sociale di cui

l’individuo fa parte, i campi mentali di significato e di giudizio presenti nella cultura inconscia

comune alla sua famiglia, società, ecc., facendo reagire tutto questo all’interno della situazione

analitica gruppale con i processi tipici che si sviluppano in gruppo e che ne segnano la storia (o la

matrice dinamica). b) Il gruppo analitico si caratterizza per lo spazio concesso alla dinamica

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esplorativa rispetto a quella archeologica tipica della psicoanalisi classica, ciò significa che l’analisi

di gruppo tende ad occuparsi non tanto (o non solo) di come le persone diventano quello che

sono, ma piuttosto di come esse si modificano e di che cosa impedisce loro di modificarsi.

Accentuare la dinamica esplorativa significa che il compito del gruppo non può limitarsi al

ritrovamento di qualcosa che già esiste, ma è anzi scoperta di ciò che non è mai esistito

nell’esperienza del paziente. In questo senso l’inconscio, più che accumulo del passato e sede del

rimosso, può essere considerato il luogo del futuro: di ciò che non c’è ancora ma che attende di

palesarsi e rendersi visibile. Questa concezione dell’inconscio supera la posizione individualistica

dell’incontro come luogo dell’identificazione proiettiva; diciamo che, più di ristoricizzare, in gruppo,

è necessario parlare di nuova storicizzazione. La nuova storicizzazione e l’incontro comportano

smarrimento, condizione definita più tecnicamente, con il termine “spazio senza”. Lo spazio senza

è quel difficile momento di smarrimento e tristezza che segna la fine dell’eternità (cioè di un tempo

sempre uguale a se stesso poiché governato da un’organizzazione sintomatologica e/o

disfunzionale della personalità) e il profilarsi dell’ignoto. Ciò passa spesso attraverso il non sapere

“chi sono”, ovvero la rinuncia, nella relazione con se stesso e con l’altro, alle finzioni (maschere

profonde) legate alle incertezze narcisistiche che hanno progressivamente strutturato alcuni

(disfunzionali) funzionamenti della personalità come garanti delle conflittualità inconsce. Lo spazio

senza è il momento in cui non è ancora possibile progettare e costruire il futuro , poiché ai

sentimenti di sbigottimento e vergogna per il passato si associa ancora soltanto l’angoscia per

l’avvenire. In questa condizione è possibile che diventino più frequenti gli acting out e, durante

l’attraversamento dello spazio senza, i pazienti raggiungano quote di sofferenza e instabilità tali da

indurre a considerare tale attraversamento come uno dei momenti più critici della terapia ma

essenziale per la sua evoluzione.

Gli aspetti culturali del campo contransferale

La dimensione culturale fa parte della dinamica del campo contransferale emersa dagli studi sui

gruppi mediani e allargati. Se trascurassimo questa dimensione, diventeremmo sordi a un

accumulo di malesseri legati ai periodi più tristi della storia: i traumi di guerra, le migrazioni di

massa, i genocidi, ecc. L’intreccio tra reminiscenze individuali e dramma collettivo, sia pure in

situazioni storiche meno tragiche e marcate, richiede la realizzazione di un dispositivo tecnico che

consenta da un lato l’emergere della storia e della cultura collettiva, dall’altro, ma in seno a questa

storia, l’attenzione all’individuo, alla sua peculiare vicenda, al suo personale modo di affrontarla

psichicamente, in un rapporto tra figura-sfondo. In questo senso, la nozione di campo

contransferale, specie in setting di ampio formato, è un modo per affrontare i temi relativi alla

storia, alla cultura e alle problematiche individuali in una rappresentazione alternativa tra figura e

sfondo, in quanto non potremmo distinguere la figura se non tenessimo conto dello sfondo.

CAP. 8: Il fallimento terapeutico

Interrogarsi sull’adeguatezza dei propri strumenti e modelli, anziché attribuire difficoltà e

insuccessi ai pazienti, oltre che essere garanzia e premessa di una corretta conduzione della

relazione terapeutica, restituisce al terapeuta la responsabilità della cura intesa come attenzione

ai metodi adottati e all’efficacia dei risultati raggiunti. La possibilità di riflettere e analizzare le

ragioni di un fallimento terapeutico può essere utile per sciogliere alcuni nodi attinenti alla

strumentazione teorico-tecnica e/o affettiva del terapeuta e per aumentare la capacità di

discernere più consapevolmente quali terapie siano adatte e per quali pazienti. Nella comunità

scientifica circolano idee su ciò che può insinuare o costituire un errore:

• Lavorare con modelli privi di un’adeguata congruenza e un adeguato approfondimento del

rapporto tra teoria, oggetto e metodo, tra impianto teorico e teoria della tecnica, tra

osservatore-osservato.

• Non effettuare un’attenta analisi della domanda.

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• Non effettuare un’adeguata valutazione diagnostica, in grado di cogliere non solo le aree di

sofferenza ma anche le risorse del paziente.

• Centrare la valutazione delle potenzialità terapeutiche e trasformative del paziente

esclusivamente sul proprio modello/tecnica come unica possibilità, sottovalutando le

potenzialità terapeutiche contenute negli approcci e/o l’opportunità di un lavoro integrato.

• Effettuare interventi psicologico-clinici rispetto ai quali non si ha una specifica formazione

tecnica e/o emotiva.

• Operare in assenza di una continua elaborazione personale ma anche condivisa con altri

colleghi, sugli aspetti metodologici e processuali, sugli obiettivi e le difficoltà di ogni singola

esperienza clinica, esponendo se stessi e i pazienti a innumerevoli forme di acting e

collusioni.

• Ignorare la presenza ubiquitaria dei fatti istituzionali nella relazione psicoterapeutica e/o

nella formazione.

Per evitare l’errore bisogna tenere in considerazione una serie di accorgimenti. Anzitutto, il

problema della iatrogenia porta in primo piano la questione della competenza, è abbastanza ovvio

che lì dove si rintracciano confusione, ambiguità di setting, di ruoli e obiettivi, i dispositivi di cura si

trasformino in esperienze di sofferenza per i pazienti. Una seconda questione connessa a questa

è la valutazione che il terapeuta deve fare in itinere del suo lavoro clinico, ovvero la possibilità di

interrogarsi su se stesso o sulla relazione terapeutica. Nella pratica clinica, inoltre, è essenziale

riuscire a delineare un percorso di processualità e raccordo tra gli obiettivi, le azioni terapeutiche e

i risultati. A tal fine molto utile è il confronto intersoggettivo. Insieme a ciò non bisogna trascurare

che la valutazione del lavoro clinico è legata anche all’analisi del setting, che oggi è supportata da

strumenti qualitativi e quantitativi. Infine, si ribadisce la necessità di non contrapporre la

dimensione affettivo-soggettiva a quella tecnico-oggettiva, poiché la prima, se sola, potrebbe

risultare difficilmente comunicabile e condivisibile con la comunità scientifica, la seconda, se sola,

rimarrebbe soltanto tecnica fredda.

CAP. 9: La prospettiva gruppo analitica soggettuale sui gruppi di formazione

La prospettiva gruppoanalitica soggettuale è considerata particolarmente efficace per il lavoro di

formazione poiché si basa sulle dinamiche inerenti al rapporto individuo-gruppo-contesto.

L’attenzione a tali dinamiche è fondamentale tanto rispetto alla teoria quanto alla pratica dei gruppi

di formazione, perché guarda alla funzione fondativa del gruppo rispetto a ogni individuo, in ogni

passaggio e contesto della sua esperienza, attraverso l’esplorazione delle dinamiche psichiche

coinvolgenti le reti gruppali in cui egli è affettivamente e culturalmente immerso. Una teoria della

formazione non può prescindere dal concepire la formatività come disposizione costitutiva

dell’uomo a essere in relazione con i gruppi che lo attraverso e che egli stesso attraversa. In

questo senso, il gruppo di formazione, inteso tecnicamente come dispositivo di lavoro psicologico

finalizzato all’apprendimento, va guardato come una specifica articolazione professionale (cioè

con proprie coordinate tecnico-scientifiche) dei processi di formazione culturali e

psicoantropologici più intensi. A differenza dell’insegnamento pedagogicamente inteso, il lavoro di

formazione nella prospettiva gruppoanalitica soggettuale va nella direzione della visualizzazione,

disarticolazione e della riflessione sui segni già inscritti e codificati dall’esperienza personale dei

soggetti, poiché segni codificati (e dunque collettivamente, anche se spesso inconsapevolmente

condivisi), modellano il rapporto con la realtà. Dunque è proprio a questi codici che il modello di

formazione rivolge la sua attenzione analitica, con l’obiettivo di consentirne un’acquisizione di

consapevolezza, prima ancora di avviare un’attiva costruzione di identità. Sul versante della

ricerca-intervento, il lavoro di formazione attraverso il gruppo, interessa direttamente le relazioni

tra il soggetto, il gruppo e l’organizzazione/istituzione che ne costituisce il contesto di fondo.

L’esperienza formativa gruppoanaliticamente intesa è fondamentale poiché consente il dispiegarsi

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del transfer istituzionale, permette cioè di importare e visualizzare i processi, le relazioni e i

significati presenti nella vita professionale e organizzativa di provenienza del gruppo. Inoltre, i

partecipanti sperimentano una possibilità autentica di esperienza intersoggettiva. Affinchè ciò sia

possibile, una grande rilievo metodologico va riservato all’organizzazione e all’istituzione dello

spazio-tempo destinato al lavoro di formazione, nonché la predisposizione di un set(ting) che

tenga in considerazione: a) la durata e la periodicità del gruppo formativo consentono un lavoro di

riflessione, diagnosi ed elaborazione non episodico ed estemporaneo, con caratteristiche e

processi simili a quelli dei gruppi terapeutici; b) il periodo di rielaborazione del gruppo formativo è

intercalato da periodi più o meno lunghi di alternanza con l’attività di lavoro e di ritorno

nell’organizzazione di provenienza; c) il set(ting) formativo, così lungo e così vicino alla realtà

professionale e organizzativa, pone allo staff di conduzione la questione del mantenimento

dell’esperienza formativa, minacciata sia dai processi interni al lavoro di formazione che dalle

vicende della vita lavorativa/organizzativa; d) fa parte del set(ting) di formazione l’esplicitazione di

un programma, cioè una proposta di percorso di attraversamento di nodi o temi culturali che

riguardano l’attività lavorativa e organizzativa dei partecipanti. I gruppi formativi si differenziano in

rapporto agli obiettivi specifici dell’esperienza formativa e al senso peculiare che questa può

assumere:

• Gruppi i cui partecipanti non sono collegati a uno stesso contesto operativo, organizzativo

o professionale di appartenenza. Essi sono costituiti per svolgere una singola esperienza e

vengono sciolti una volta che questa si conclude. I partecipanti provengono da attività

professionali differenti. Questi gruppi sono quelli che si avvicinano maggiormente

all’esperienza del gruppo terapeutico e all’esperienza dei t-gruops di matrice lewiniana,

soprattutto per l’assenza a priori di un comune oggetto di lavoro o di riferimento esterno

che non sia l’esperienza formativa stessa. Essa ha il vantaggio di non avere vincoli con il

mondo esterno se non quelli interni-soggettivi di ciascuno, che rappresentano gran parte

dell’utilità di questo gruppo.

• Gruppi i cui partecipanti fanno riferimento a una specifica attività professionale, ma

appartengono a differenti organizzazioni o operano in differenti contesti. In questi tipi di

gruppi risulta centrale la questione dell’identità professionale, dell’individuazione dei

modelli culturali e dei codici professionali interiorizzati o ideali. Lavorano sul rapporto con

l’utenza, la committenza, sulla progettualità professionale-individuale in rapporto al

contesto o istituzione di provenienza, ecc.

• Gruppi collegati a uno specifico professionale operanti nella stessa organizzazione di

lavoro. Questo tipo di gruppi può essere considerato un caso particolare del precedente; in

essi però, ha più rilievo la progettualità professionale comune a tutti i problemi connessi

con il riconoscimento effettivo e simbolico del lavoro, delle competenze e delle capacità

degli operatori.

• Gruppi collegati dall’appartenenza a una stessa organizzazione i cui partecipanti

assolvono ruoli e funzioni differenziati. Si tratta di gruppi collegati, in quanto chiamati ad

assolvere un compito di lavoro primario comune. In questi gruppi è spesso difficile riuscire

ad istituire un contratto di lavoro formativo, ciò è dovuto alla difficoltà di identificazione,

riconoscimento e assunzione di elementi e obiettivi aggreganti e accomunanti sul piano

dell’organizzazione di provenienza, che si ripropongono per la stessa esperienza formativa.

L’attenzione può allora incentrarsi, da un lato, sulle modalità soggettive, personali di porsi

in rapporto ciascuno con il proprio lavoro, con i propri interlocutori reali e immaginari, con

l’organizzazione, e dall’altro, sulla possibilità di riconoscere modelli culturali prevalenti

nell’organizzazione e/o differenziati in rapporto alle singole unità operative ed esperienze

lavorative di più immediato riferimento per i singoli partecipanti.

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Prendiamo in considerazione alcune specificità del setting formativo utilizzando come

confronto il setting terapeutico:

Nel setting terapeutico l’obiettivo è orientato alla terapia-conoscenza dell’individuo

- attraverso l’esperienza di gruppo. Il principale oggetto di conoscenza e trasformazione

riguarda le matrici familiari istituite.

Nel setting formativo c’è uno spostamento di centratura. Qui infatti l’obiettivo non è la

- conoscenza- trasformazione delle gruppalità familiari interne, ma è il rapporto tra mondo

interno e lavoro. Riguarda, quindi, la specificità, il senso e le risonanze che quest’ultimo

viene ad assumere, articolandosi sul peculiare modo di essere del soggetto, con un

continuo rimando sia alle sua progettualità-identità professionale sia al modello culturale

istituito nell’organizzazione di appartenenza e/o nel gruppo professionale di riferimento. Da

questo punto di vista, occorre aggiungere che la dimensione lavorativa mobilita

profondamente le dinamiche dell’identità personale. Nel setting formativo, le dinamiche

dell’identità si sviluppano su un doppio versante: da una parte sono legate alla storia del

rapporto del soggetto con le sue origini familiari, dall’altra riguardano le relazioni in atto tra

il soggetto e gli altri presenti nel suo universo lavorativo sia in quanto modelli e/o

personaggi immaginari, sia in quanto interlocutori o coattori sociali con i quali viene

condiviso uno spazio di esperienza all’interno del quale si attivano continuamente progetti,

risorse, scambi, ecc.

Il gruppo terapeutico può essere considerato come un sistema relativamente autonomo e

- chiuso. Al suo interno, infatti, sono già potenzialmente contenuti tutti gli elementi che

contribuiranno al raggiungimento dell’obiettivo terapeutico: i disagi del paziente, il loro

mondo interno, i nodi psicopatologici, la possibilità di visualizzarli e di risoggettivarli

attraverso gli scambi con gli altri e con il terapeuta; non è essenziale ai fini della terapia il

contatto con l’esterno.

Nel setting formativo, invece, una definizione di questo genere, appare impossibile per

- diverse ragioni: in primo luogo perché i disagi e/o carenze di cui i partecipanti sono

portatori esistono solo in riferimento al lavoro e all’organizzazione/istituzione della quale

fanno parte, e inoltre perché la domanda di formazione è in parte una richiesta di crescita

cognitiva in relazione ai compiti, conoscenze e ai codici tecnici.

Nel setting formativo, rispetto a quello terapeutico, sono significativamente differenti sia le

- modalità attraverso le quali viene definito il contratto di lavoro sia i soggetti implicati.

L’esplicitazione e la formalizzazione della domanda al formatore, generalmente, avvengono

attraverso qualcuno che rappresenta, anche formalmente, l’organizzazione o chi ne abbia

la delega, ma che di solito, non è l’utente del lavoro formativo. Ciò configura

immediatamente una relazione triangolare tra conduttori, gruppo di partecipanti e

organizzazione committente.

Un ultimo aspetto di diversità tra setting terapeutico e formativo, riguarda il mantenimento

- delle regole di astinenza. Nel setting formativo, di fatti, ciò appare solo parzialmente

possibile e in ogni caso problematico in rapporto alla necessità di riferirsi al compito di

apprendimento che può necessitare anche di veri e propri momenti pedagogici e di

supervisione: in questi momenti il ruolo del formatore-conduttore è più direttivo, poiché è

suo compito fornire, almeno in parte, stimoli, contenuti e suggerire modalità di lavoro.

Inoltre, un ulteriore aspetto problematico riguarda il rapporto tra i partecipanti all’esterno dal

setting formativo, specie per coloro che appartengono e/o operano in una stessa

organizzazione di lavoro o professionale e si ritrovano a svolgere una serie di attività in

comune.

CAP. 10-16: Mafia e Psiche/ Le ricerche sullo psichismo mafioso

21

La gruppoanalisi soggettuale parla di psichismo mafioso come di una modalità distorta di

vivere la propria identità e i rapporti con il sociale tipici dell’organizzazione criminale mafiosa.

Cosa Nostra non è semplicemente un’associazione a delinquere, costituita per condurre affari

e arricchimenti illeciti, ma anche una struttura capace di garantire una forte identità agli

individui che vi appartengono. Il mafioso si autorappresenta come un uomo d’onore, colui che

viene rispettato, vive un sentimento di grandiosità per il potere di sottomettere gli altri alle

proprie leggi, nel proprio mondo interno sperimenta un onnipotente senso del sé, vivendo in

una realtà che conferma questa immagine in modo narcisistico. La mafia è paragonabile, nel

suo funzionamento, ad un sistema fondamentalista, nel senso che l’individuo non sviluppa una

reale autonomia psichica, ma prevale il senso di appartenenza ad un gruppo, fondato su

un’identità rigida e totalizzante, la vita individuale non ha nessun significato. Nello studio dello

psichismo mafioso la conoscenza del livello familiare è imprescindibile, e sono implicati diversi

livelli: 1° la famiglia come cellula organizzativa di una struttura criminale; 2° famiglia di sangue,

allargata o ristretta, con la sua storia e le sue relazioni; 3° matrice inconscia di significazione

degli eventi. Essi si sovrappongono tra loro in una complessa unità di significazione,

conferendo un aspetto caratteristico all’organizzazione mafiosa, in quanto l’identità psichica

interna e interpersonale si fonda su questa molteplicità di livelli, creando legami mentali e

relazionali fortissimi. Per un uomo d’onore, la famiglia mafiosa di cui fa parte, diventa

prioritaria rispetto alla famiglia naturale, ed è in riferimento a questo livello del familiare che il

suo comportamento acquisisce senso: saper mantenere l’ordine nella propria famiglia naturale

è condizione necessaria per acquisire e mantenere la propria credibilità nei confronti

dell’organizzazione mafiosa. La maggior parte degli uomini d’onore ha costruito la propria

famiglia seguendo strategie relazionali tipiche, caratterizzate da una rigidità e relativa

immodificabilità delle condotte per lunghi decenni. Dunque, l’identità mafiosa può essere

rappresentata come un costrutto vincolato al legame generazionale familiare. I figli maschi

vengono cresciuti in continuità con i modelli di pensiero mafioso che transgenerazionalmente

si vanno perpetuando, la cui funzione di modello spetta alle figure maschili rappresentative

della famiglia (nonno, papà, zio), che divengono personaggi idealizzati cui conformarsi per

essere accettati dalla famiglia e per aver riconosciuta un’identità in quanto persona. Senza

questo riconoscimento familiare il figlio viene marginalizzato rispetto al potere e agli affetti

familiari. Le figlie invece, vengono cresciute tradizionalmente all’interno di codici educativi

paternalistici e repressivi, volti a garantire la sacralità dell’ideale dell’onore, sia personale sia

familiare. Il padre rappresenta il pater familias, colui che garantisce il proprio potere

governando “rettamente” la famiglia e accreditandosi così nel sociale; dall’altro canto però,

sono emerse recentemente figure di padri meno definite, vittime dei mutamenti strutturali che

la stessa famiglia mafiosa sta attraversando. Per quanto riguarda la figura materna risulta

sottomessa al marito nella dimensione sociale ma dominante nel mondo degli affetti familiari e

nell’educazione dei figli; è in ogni caso una figura determinate, di fatti, la famiglia mafiosa offre

protezione in quanto esasperazione della funzione protettiva materna. Il patto simbolico su cui

si fonda l’appartenenza mafiosa è uno scambio tra protezione e accudimento (della famiglia) in

cambio di una fedeltà e obbedienza assoluta (del singolo). L’approfondimento clinico degli

psicologici di soggetti appartenenti a famiglia affiliate a Cosa Nostra è stato condotto

attraverso l’analisi empirica delle narrazioni, delle associazioni mentali e dei contenuti prodotti

da essi, analizzati grazie all’utilizzo di strumenti di analisi del testo. L’io dei soggetti intervistati

sembra costruito intorno all’identificazione con la famiglia e, per quanto riguarda gli uomini,

intorno all’appartenenza alla famiglia mafiosa. Nello specifico, nei collaboratori di giustizia le

trame di pensiero che sostengono la parola io sono associate prevalentemente alla parola

mafioso. Per questi soggetti l’esperienza della collaborazione, sul piano psichico, assume

delle caratteristiche molto differenti: chi proviene da una famiglia mafiosa vive l’esperienza

della collaborazione come un tradimento che sfocia in una crisi identitaria, tradimento non

tanto e non solo dell’organizzazione criminale, quanto alla propria cultura familiare di tutto ciò

che sino a quel momento ha dato un senso al proprio essere nel mondo; per chi, invece, non

22

proviene da una famiglia mafiosa, la scelta di collaborare assume le caratteristiche di una

rottura di legami e rapporti con un’organizzazione criminale; la crisi allora è più facilmente

elaborabile e meno profonda sul piano identitario. Per quanto riguarda le donne, la loro

identità pare strutturata attorno all’onore dei mariti, tuttavia, emerge una sofferenza psicologica

e un desiderio di cambiare il proprio sistema familiare, vissuto talvolta come asfittico e

inchiodante. Nei figli la dimensioni del noi, connotato in senso familiare, pare contrapporsi al

desiderio di svincolo ed emancipazione. Sono soprattutto i figli più grandi, già adulti, a

manifestare una consapevolezza più forte rispetto alla loro appartenenza e alla posizione dei

padri all’interno dell’organizzazione criminale; il sociale può esistere solo a partire dal

familiare. I soggetti più giovani, invece, devono affrontare il drammatico compito di scegliere

tra accettare le aspettative del proprio clan di appartenenza e, nel contempo, fare i conti con

quello nuovo che si è infiltrato anche nel suo mondo psichico, oppure, al contrario, rifiutare

nettamente quest’appartenenza, amputando una parte di sé e affrontando l’ostracismo

familiare o peggio la vendetta. Il fenomeno di soggetti appartenenti a vario titolo alle realtà

familiari mafiosi che decidevano di rivolgersi alla psicoterapia è iniziato negli anni 90’, dopo le

stragi e le forti reazioni dello stato. Da questa casistica è emerso che i periodi critici per il

manifestarsi dei disturbi psicologici sono: l’infanzia e l’età prescolare, in genere in relazione ad

avvenimenti luttuosi; il periodo adolescenziale e tardo adolescenziale, in relazione ad un

difficoltoso processo di acquisizione di un’identità. Le richieste d’aiuto provenivano

prevalentemente da donne e bambini, per l’uomo d’onore, invece, recarsi in psicoterapia

implica tradire i rigidi codici comportamentali della mafia, quali, il silenzio, il disconoscimento di

debolezze e fatti psichici, l’impossibilità di condividere con un estraneo i propri pensieri e le

cose più intime e private; ciò vale soprattutto per l’uomo di Cosa Nostra, di fatti non risulta fino

ad oggi che qualcuno facente parte di Essa abbia mai preso parte ad un colloquio

psicoterapeutico, ciò rivela uno specifico territoriale legato all’organizzazione

psicoantropologica e culturale degli appartenenti alle organizzazioni criminali. In generale, ciò

che è emerso è la frequenza di casi di pazienti con disturbi d’ansia, di personalità e di

dipendenza da sostanze; generalmente sono figli, mogli e nipoti di affiliazioni alle

organizzazioni criminali. I pazienti sembrano ricorrere a 2 modalità transferali differenti e in

parte opposte. Alcuni, contribuiscono attivamente alla costruzione di un’alleanza terapeutica

positiva e vivono un’esperienza della relazione terapeutica giocosa, confortevole e sicura. Altri,

invece, si relazionano con il terapeuta attraverso modalità di tipo evitante-controdipendente:

evitano in ogni modo di instaurare una relazione significativa con il terapeuta o una

dipendenza da lui dato che l’altro, il diverso, non appartenente alla famiglia mafiosa è

minaccioso e va dunque vanificato, oggettificato. I vissuti di deprezzamento e di incompetenza

in relazione al transfert evitante-controdipendente avvertiti dal terapeuta potrebbero riguardare

la percezione della propria impotenza rispetto al confronto con una sovraindividualità, una

potente gruppalità interna e pervasiva, di cui il clinico, riconosce la pericolosità e la resistenza

al cambiamento. Tuttavia, i terapeuti si attivano anche con modalità genitoriale-protettivo.

Contemporaneamente un parallelo filone di ricerche ha consentito di approfondire le ricadute

psichiche sui cittadini e sulla comunità dalla presenza della mafia. Gli effetti psichici prodotti

dalla criminalità organizzata riguardano sia le rappresentazioni, i vissuti e le emozioni, sia il

restringimento delle possibilità di progettazione personale e professionale nel proprio territorio.

La paura caratterizza fortemente il vissuto degli intervistati, paura che si declina in diversi

modi: per possibili ritorsioni nei confronti dei familiari, dell’attività professionale e per

l’incolumità personale. La mafia produce uno schianto psichico enorme, limitazione della

libertà, senso di fallimento, calo dell’autostima, cambiamento d’identità, rotture e

frammentazioni nelle reti sociali, impoverimento o rottura dei legami familiari.

CAP. 11: Gruppoanalisi soggettuale e beni relazionali

La gruppoanalisi si è occupata di iniziare una prima sistematizzazione epistemico-teorica della

categoria di “bene relazionale”. Esigenza che scaturiva da una risonanza tematica tra la

23

prospettiva gruppoanalitica teorica e l’attuale economia a orientamento relazionale. Varie

elaborazioni di quest’ultima segnalano, infatti, che gli esiti di uno sviluppo economico non

autodistruttivo ma ecosostenibile e civile, sono legati alla qualità delle relazioni interpersonali,

intese come beni relazionali. Lo sviluppo economico non può essere arbitrariamente pensato

e realizzato come altra cosa rispetto allo sviluppo delle persone, alla loro soggettività, al loro

reciproco riconoscer-si e fidarsi reciprocamente. Le relazioni interpersonali, che formano dei

veri e propri beni relazionali, assumono particolare importanza nel favorire l’attività economica

poiché danno luogo a diffusione di conoscenza, a funzioni di regolazione e protezione, nonché

a funzioni di coordinamento e sostegno sociale, permettendo così la cooperazione e la

reciprocità. Per la filosofia americana, i beni relazionali sono quelle esperienze umane dove è

il rapporto in sé a essere il bene. Bruni classifica i beni relazioni come un terzo genus rispetto

alle categorie di bene pubblicato e privato che hanno peculiari caratteristiche di base: Identità;

Reciprocità; Simultaneità; Motivazioni; Fatto emergente; Bene; Gratuità. Dal punto di vista

gruppoanalitico, tutte quelle relazioni che in un determinato contesto sociale consentono a 2 o

più persone di “ri-conoscersi” come soggettività autonome in interdipendenza, possono far

emergere beni relazionali. La loro emersione favorisce negli individui sia reciproco benessere

soggettivo sia capacità di ottimizzare le risorse economiche disponibili e/o orientare gli scambi

di mercato verso modalità sostenibili e reciproche piuttosto che predatorie e depauperanti.

Tale emersione, inoltre, è intimamente legata all’identità, alle motivazioni intrinseche, alle

dinamiche relazionali dei gruppi d’appartenenza (presenti e passati, interni ed esterni), alle

modalità socio- contestuali con cui entro in relazione con l’altro, alle variabili istituzionali e alle

radici storico-antropologiche del contesto d’appartenenza. Accanto ai beni relazioni troviamo i

beni posizionali. Questi conferiscono utilità per lo status che creano, per la posizione sulla

scala sociale che il loro consumo consente di occupare. Chi acquista beni posizionali, non è

affatto interessato al bene in sé, ma all’ordine con il quale arriva a possederlo rispetto agli altri.

I bene posizionali, infatti, perdono valore in seguito alla loro diffusione e fruizione

generalizzata, la soddisfazione che essi producono è temporanea perché prima o poi le

posizione conquistate saranno raggiunte anche dagli altri e la corsa per mantenere le distanze

dal resto della società dovrà riprendere. Gli effetti più vistosi della competizione posizionale

sono: da un lato il consumismo: siccome ciò che conta è il livello relativo al consumo, si tende

a consumare sempre di più; dall’altro canto la sistematica riduzione dei beni relazionali. Dal

vertice gruppoanalitico, la psicodinamica “tipo beni posizionali” richiede la presenza dell’altro,

ma il suo esserci, sia reale sia immaginario, non è affatto oggettuale bensì strumentalità. Esso

è dato sulla base dell’emozionalità posizionale ed è vissuto come (s)oggetto pericoloso

persino per la sua identità. La relazione sociale risulta quindi vissuta attraverso processi

emozionali, neoemozioni, che alimentano l’agito delle fantasie di aggressione e/o

familistico/replicante dell’estraneo. Al contrario si può intendere la psicodinamica “tipo beni

relazionali” in cui i diversi tipi di funzionamento psicodinamico sembrano associati alla

costruzione dell’identità umana gruppoanaliticamente intesa. Da questa configurazione

identitaria, dalla modalità relazionale con la quale riconosce l’esistenza dell’altro e vi

costruisce relazioni sociali, deriverebbe la possibilità di far prevalere un tipo di funzionamento

psicodinamico piuttosto che l’altro. Secondo la gruppoanalisi soggettuale, la possibilità che

emergano beni relazionali e che questi contribuiscano allo sviluppo socioeconomico in Sicilia e

in Calabria (ma non solo), è sostanzialmente inibita dal problema della negazione

dell’esistenza dell’altro come soggettività che Homo mafiosus, oeconomicus e familisticus

condividono. Nello specifico, è possibile sostenere che per l’Homo familisticus, l’altro assume i

volti del cliente da accudire, del “piccolo da far rimanere tale”, del portatore di voti, dell’alleato,

del rivale, insomma uno strumento atto a soddisfare l’egoistico familistico. Per l’homo

oeconomicus e mafiosus, invece, l’altro non ha diritto di per sé a essere pensato come

persona: più che esistere come portatore di un’esistenza e di sentimenti propri è, nel primo

caso, visto come un fedele e non pensante esecutore di consumismo; nel secondo caso,

invece, assume le sembianze di un fantoccio di guerra utile a simulare la presenza di un

24

nemico che giustifica l’opposizione di una forza sopraindividuale, un Noi supremo in cui l’io si

dissolve e si annulla totalmente. A differenza dell’homo mafiosus in quello oeconomicus è

possibile fare riferimento in modo più evidente ad un Io. L’io di homo oeconomicus si potrebbe

definire come un costrutto dimensionale che pare muoversi lungo un continuum le cui

estremità sembrano mostrare i volti e le figure del dolore mentale, ma che, per larga parte

della sua estensione, interessa un atteggiamento generalmente diffuso nella cultura

postmoderna: un’organizzazione mediamente nevrotica che fa un uso strumentale della

relazione. Entrando nel merito di questa forma normalizzata di Homo oeconomicus,

esplorandone i livelli interni, si rintracciano quasi esclusivamente atteggiamenti di “tipo bene

posizionale”. Nelle società sviluppate sembra diffusa una profonda paura dell’altri e ciò

potrebbe essere legato al fatto che la complessificazione del sistema economico ha coinciso

con una riduzione degli spazi di disimpegno relazionale, rendendo impossibile abituarsi

all’incontro con la differenze; il contatto autentico è sbarrato dall’impossibilità di fidarsi e di

scambiarsi sostegno reciproco. Pertanto la diffidenza che impregna le maglie relazionali

difficilmente consente di vedere l’altro come una risorsa, il quale, piuttosto, sembra essere

tenuto a bada dalle distanze oggettivanti della corsa ai consumi (atteggiamento posizionale).

Beni relazionali e gruppalità

Secondo la gruppoanalisi 3 format gruppali, seppur con obiettivi diversi, condividono la

possibilità di far emergere beni relazionali: gruppi di elaborazione clinico-sociale; gruppi del

microcredito; gruppi di acquisto solidale (GAS). Il gruppo clinico-sociale è un gruppo a

conduzione psicodinamica che consente l’emersione di memorie, vissuti, emozioni,

associazioni su un particolare tema che non è rigidamente precostituito, il che favorisce

l’associazione di contenuti mentali diversi di persone diverse. Utilizza la relazione per produrre

dati e considera la visibilità e l’esposizione personale come elementi centrali. L’obiettivo di

fondo è la cura dei legami, il poterli pensare, ricapitolare, esplorare, fino a sollecitarne di nuovi,

poiché lo sviluppo di un territorio dipende dalla qualità delle relazioni che vi si instaurano.

Proprio per il suo intrinseco potere trasformativo, il suo essere luogo di reciprocità e grazie alle

particolari dinamiche psicorelazionali che vi si sviluppano è potenzialmente in grado di far

emergere beni relazionali che incidono sul funzionamento economico e sociale. Il microcredito

è uno strumento di sviluppo del potenziale delle persone socialmente marginali e di recupero

delle fasce deboli della popolazione. Attraverso piccoli prestiti concessi sulla fiducia, si dà la

possibilità alle persone di recuperare la capacità di provvedere a sé, sia economicamente sia

dal punto di vista delle relazioni sociali e personali. Il gruppo del microcredito è caratterizzato

dalla cooperazione e reciprocità cioè da modalità relazionali dalle quali emergono beni

relazionali. I gruppi di acquisto solidale promuovono la riscoperta dei prodotti tipici, l’incontro

diretto con i piccoli produttori, la gruppalità dell’acquisto e della fruizione dei prodotti,

comunione di spesa, ecc. Producono beni relazionali perché instaurano occasioni d’incontro

da cui è possibile trarre soddisfazione emozionale e fondano contesti di pensiero critico,

congiunto e partecipato sui consumi che, in questo modo, si sostanziano di una storia

relazionale e guadagnano in sostenibilità. Il loro progetto sociale non consiste nel

demonizzare l’acquisto e il consumo di merci ma nei tentavi di trovare una formula alternativa

che umanizzi il commercio e di conseguenza l’economia migliorando la qualità della vita del

singolo e della comunità. Per questo si oppongono all’impostazione dei tempi e dei modi del

consumo spersonificante dell’homo oeconomicus.

CAP. 12: Narrazione transpersonale: il ruolo della fiaba

La gruppoanalisi soggettuale ha proposto una riflessione attinente al rapporto tra

transpersonale e antropologia, con particolare riferimento alla fiaba e all’immaginazione in

quanto, rispettivamente, produzione collettiva e funzione peculiare della specie sapiens

fortemente collegate alla trasmissione transgenerazionale e all’attività amtropopoietica.

L’immaginazione, oltre a formare immagini, è in grado di “tra-sformare” le copie pragmatiche

25

date dalla percezione e quindi di costruire continuamente nuove immagini mentali. Questo

dinamismo riformatore è alla base della vita psichica e, da un certo punto di vista, si può dire

che la stessa filogenesi è profondamente legata alla funzione antropopoietica umana. Ciò per

2 motivi: perché l’immaginazione è stata una delle prime forme di comunicazione (basti

pensare che prima delle parole con cui nominare le cose esistevano le idee sotto forma di

immagini mnesiche a esse legate); perché l’immaginazione è anche trasformazione. Inoltre,

l’immaginazione è un repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è stato, né forse

mai sarà, un mondo mai saturabile di immagini che svolge una funzione dunque paragonabile

a quella del sonno. Come i sogni per l’individuo, le fiabe per la collettività sono fondamentali,

poiché sono il modo in cui si possono anticipare e accompagnare le trasformazioni. La fiaba

pone all’uomo questioni essenziali ed esistenziali, è dotata di un nucleo centrale attorno al

quale ruotano dei personaggi, le cui difficoltà non sono immediatamente visibili e seguono

delle metamorfosi. In ogni fiaba il bene e il male s’incarnano nelle azioni o nei personaggi, essi

sono ambivalenti: non buoni e cattivi nello stesso tempo. Gli opposti caratteri vengono

affiancati così da permettere al bambino di comprenderne facilmente la differenza. Gran parte

degli studi psicoanalitici, considera le fiabe come le rappresentazioni di una realtà inconscia;

da questo punto di vista, si può affermare che l’interesse manifestato da un bambino per una

fiaba in particolare, nasce dal profondo legame tra un problema interno che il bambino sente

di dover affrontare e un problema simile presentato dalla fiaba, ma soprattutto dalla possibilità

di stabilire un’intimità e condivisione emotiva con l’adulto a proposito dei temi che stanno a

cuore al bambino e che, simbolicamente, vengono trattati dalla fiaba. Essa, inoltre, è anche un

ottimo esempio di matrice transgenerazionale insatura: ogni narratore può variare la trama

(opera delle modifiche che ritiene più opportune per il suo pubblico) e questa possibilità non

ne depaupera il valore intrinseco ma lo arricchisce, rendendola fruibile e condivisibile da molti

altri ascoltatori. Questa è la ragione per cui è affascinante ascoltare un narratore: perché è

come mettersi in contatto con l’esperienza emotiva collettiva (desideri, paure, angosce, ecc)

transpersonalmente e transgenerazionalemente trasmessa. In passato, era il narratore a

garantire le condizioni (il calar della sera, raccogliersi attorno al narratore, il silenzio e l’attesa

dell’inizio del racconto) possibili per la formazione del set(ting) della fiaba o contesto

relazionale, all’interno del quale vi era la possibilità di esprimere, connettendoli ai contenuti

simbolici, i bisogni, i desideri e le paure degli ascoltatori. Oggi, invece, la postmodernità ha

cambiato gli elementi del set(ting) della fiaba, le sue funzioni, la sua esistenza stessa e, non

ultimo, il suo essere strumento depositario-trasmettitore del transpersonale. L’atto di leggere

una fiaba ad un bambino, piuttosto che raccontarla, di fatti, rischia di corroderne le sue

caratteristiche fondamentali, quali la sua capacità di trasformarsi, di adattarsi alle esigenze

emotive del qui ed ora in cui viene letta e la capacità di sopravvivere al di là del tempo. Ancora

più drastico è il salto dalla dimensione relazionale a quella solitaria sotteso al guardare le fiabe

in TV, specie se ciò si verifica spesso all’interno del mènage familiare, poiché implica: la

mancanza di condivisione emotiva, enfatizza la condizione di solitudine e il rischio che il

legame emotivo venga rimpiazzato con le modalità relazionali non autentiche trasmesse dai

reality, talk show, ecc. Per concludere, non bisogna dimenticare, l’impatto nefasto che la

“civiltà delle immagini” potrebbe avere, a lungo andare, sull’immaginario, che rischia di

diventare un immaginario adesivo, passivo, identico per tutti e omologante. Raccontare le

fiabe, oggi, sarebbe un buon antidoto contro tutto questo.

CAP. 13: Il Mediterraneo: una metafora per la gruppoanalisi soggettuale

Il mar Mediterraneo, per le sue caratteristiche morfologiche, climatiche e storiche, per la sua

storia, la letterature e i miti, consente un’efficace traduzione in immagini di alcuni dei concetti

chiave della gruppoanalisi: la sistematizzazione dei livelli del transpersonale, gli

approfondimenti relativi al livello trans generazionale e alle possibili configurazioni della

matrice familiare, le riflessioni attinenti alla fondazione e dispersione dell’identità,

considerazioni tecniche relative alla gestione dei gruppi terapeutici e alla cura relazionale.

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DETTAGLI
Esame: Psicoterapia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Psicologia clinica
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cuccichiara di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicoterapia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Lo Verso Girolamo.

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