Capitolo 1: La famiglia dalla prospettiva psicoanalitica
L’individuo non può essere isolato dal suo contesto, che ne determina i diversi aspetti personologici, e dunque le interazioni familiari costituiscono il contesto primario in cui si struttura l’individualità attraverso uno scambio continuo con il sistema sociale e culturale di appartenenza.
1.1 I contributi della psicologia dinamica
La psicoanalisi costituisce un terreno fertile per lo sviluppo della terapia familiare. Due fondamentali ipotesi sono alla base della psicoanalisi freudiana: il principio del determinismo psichico e l’assunto che non tutti i processi psichici avvengono a livello consapevole. I fenomeni psichici si configurano come il risultato di forze tra loro antagoniste (prospettiva dinamica); tali forze possiedono una dimensione quantitativa definita pulsione (prospettiva economica); per la comprensione di tale conflitto, Freud postulò l’esistenza di sistemi nell’apparato psichico con funzioni differenti (prospettiva topologica).
Freud rintracciava nel complesso di Edipo il processo che è alla base della costruzione personologica del soggetto, con un evidente richiamo alle dinamiche familiari. Nel 1939 invece Hartmann, esponente della psicologia psicoanalitica dell’Io, si concentra sui meccanismi interattivi che s’instaurano tra individuo e ambiente e che hanno l’obiettivo di rendere funzionale l’adattamento del soggetto rispetto alle norme sociali e culturali del contesto di appartenenza. Se secondo Freud, il conflitto intrapsichico è il risultato di forze psichiche antagoniste: Es, Io e Super Io, dove, in quest’ultimo si andavano a collocare le richieste ambientali; Hartmann, invece, sposta il focus d’osservazione sul conflitto tra l’individuo e l’ambiente.
Hartmann pone al centro dei suoi interessi lo sviluppo normale e l’influenza dell’ambiente e delle prime relazioni sulla formazione e il funzionamento dell’Io e Super Io. Secondo lo studioso, infatti, l’Io è strettamente connesso al rapporto con la realtà, in quanto organo specializzato di adattamento all’ambiente. Postula, inoltre, una capacità innata del bambino di adattamento ad un “ambiente medio prevedibile”.
Melanie Klein e la teoria delle relazioni oggettuali
La Klein definisce la mente come mondo interno, un contenitore di oggetti, di entità percepite come dinamicamente concrete. In questo contenitore s’introducono entità recepite secondo i connotati prevalenti del mondo interno, cosicché l’oggetto esterno, in base a com’è soggettivamente percepito, acquisisce caratteristiche diverse da come effettivamente è. A tal proposito, la nozione di “equazione simbolica” indica il regolare meccanismo attraverso il quale le figure dei genitori o dei fratelli, o parti del proprio corpo o dei propri genitori, sono identificate con altri oggetti o funzioni del mondo esterno. L’equiparazione è resa possibile dal fatto che entrambi gli oggetti (esterni e interni) sono investiti secondo la medesima modalità affettiva (libidica o aggressiva).
Se per Freud e Hartmann, la scarica della tensione libidica o aggressiva costituiva lo scopo principale nella vita dell’infante, secondo la Klein le pulsioni che emergono nella relazione madre-bambino assumono un significato all’interno del contesto relazionale in cui si attivano. Si assiste ad una transizione dal modello pulsionale a quello oggettuale e relazionale: l’oggetto assume quella funzione motivazionale riservata alle pulsioni.
Bolby e la teoria dell'attaccamento
La teoria dell’attaccamento di Bolby rappresenta il primo tentativo di mettere in discussione la posizione freudiana riguardo le motivazioni che spingono gli essere umani a legarsi tra di loro. Infatti, tale teoria propose una visione alternativa secondo la quale, l’essere umano manifesterebbe una predisposizione innata a sviluppare legami significativi con figure genitoriali primarie, non collegata alla gratificazione del proprio piacere o a desideri di carattere sessuale, ma finalizzate a garantire la sicurezza e la protezione nelle situazioni di pericolo.
Secondo lo studioso, all’interno dell’individuo è presente sin dalla nascita un sistema motivazionale a base innata, sistema dell’attaccamento, che ha lo scopo di mantenere in equilibrio le condizioni interne della sicurezza con le condizioni esterne, considerando, in quest’ottica, la personalità come un continuo processo di interazione tra organismo e ambiente. Questo comportamento di attaccamento rimane attivo lungo tutto il ciclo vitale e il soggetto svilupperà, lungo la sua esistenza, legami affettivi fondati sul modello relazionale esperito nei primi anni di vita con il proprio care-giver.
Bolby indicò, con il nome di Modelli Operativi Interni (MOI), le rappresentazioni interne di se stessi, delle proprie figure di attaccamento e del mondo, come pure delle relazioni che le legano, che sono utilizzati per rapportarsi con il mondo. Le esperienze passate possono, in questo modo, essere conservate nel tempo e utilizzate come guida, generando aspettative e influenzando i comportamenti futuri. I modelli operativi interni si pongono come schemi o filtri nei processi di elaborazione dell’informazione e influenzano l’utilizzo delle capacità cognitive; una volta formatasi, si mantengono relativamente stabili nel corso dello sviluppo rimanendo attivi per tutta la vita. Infatti, anche gli adulti sviluppano legami significativi che hanno tutte le caratteristiche della relazione di attaccamento infantili, ma presentano alcune differenze: se nell’infanzia le relazioni di attaccamento sono necessariamente asimmetriche, nell’età adulta le relazioni d’attaccamento sono maggiormente basate sulla reciprocità (rapporti di amicizia, di coppia o della relazione che il giovane adulto ha con i propri genitori).
I precursori della psicologia relazionale
Secondo la prospettiva interpersonale, tra l’organismo e l’ambiente viene a stabilirsi un processo circolare-interpersonale nel quale l’uno tende a portare cambiamenti nell’altro. L’uomo è un essere sociale che cresce nell’interazione con il gruppo in cui vive: la sua esistenza assume significato attraverso le trame relazionali che coinvolgono l’individuo e le persone che lo circondano, influenzando il suo modo di essere e comportarsi.
Sullivan, rappresentante principale del modello interpersonale, attribuisce un ruolo fondamentale all’esperienza soggettiva nel superare le difficoltà nello svolgimento dei compiti evolutivi, che possono avere origine sia nella costruzione biologica del soggetto, sia nell’ambiente sociale in senso lato o nell’ambito più ristretto delle relazioni familiari. Sullivan, inoltre, ritiene che le esperienze di vita di tipo traumatico nella prima infanzia sono considerate cause primarie di certe mancanze delle capacità adattive dimostrate dalle persone nel corso della propria vita: le successive crisi evolutive possono a loro volta concorrere a minare ulteriormente le funzioni regolative degli affetti nell’organizzazione del comportamento, sino ad una rottura con la realtà. Questa spaccatura assume la funzione di ultima barriera difensiva, per preservare nella fantasia quella possibilità di adattamento che la persona non riesce a rendere concreta nella vita quotidiana. Centrale nel lavoro di Sullivan, è la nozione di “campo relazionale”, secondo cui la personalità del soggetto è la risultante dell’interazione tra i campi di forza interpersonali, non solo reali ma anche immaginati e interiorizzati. Il contesto sociale e culturale in cui l’individuo è inserito, dunque, svolge un ruolo decisivo nell’influenzare le origini, lo sviluppo e le differenti traiettorie assunte dalla struttura personologica.
Il paradigma relazionale, che deriva dalla teoria interpersonale, è fondato sull’idea che sono le relazioni ad essere centrali, sostenendo che se gli individui definiscono le relazioni, anche le relazioni definiscono gli individui.
Capitolo 2: Gli sviluppi del paradigma familiare
Le teorie dei sistemi rappresentano una svolta nello studio e nell’intervento sulla famiglia, dando origine a due principali quadri concettuali di riferimento per lo studio del funzionamento familiare. Il primo, definito “ecologico” (che trova riferimento nella scuola di Palo Alto), ha configurato la famiglia come un sistema e ha focalizzato l’attenzione sugli scambi interattivo-comunicativi che la caratterizzano. Il secondo quadro concettuale è, invece, quello “sociologico” in cui il sistema familiare viene concepito come mediatore aperto e flessibile.
Negli ultimi anni, questa dicotomia è stata superata a favore di una prospettiva “psicosociale” che può essere sintetizzata sulla base di 5 punti:
- La famiglia è un microsistema sociale in evoluzione;
- Essa è ritenuta capace di far fronte agli eventi stressogeni prevedibili e imprevedibili che incontra nel suo percorso di crescita;
- Il ciclo di vita della famiglia può essere suddiviso in fasi connotate da specifiche proprietà;
- I processi messi in atto dalla famiglia nei momenti di transizione sono fondamentali per comprendere il funzionamento familiare e i punti di forza e criticità della famiglia;
- I legami familiari devono essere considerati a partire da una prospettiva multigenerazionale;
2.1 La teoria dei sistemi nello studio delle interazioni familiari
Von Bertalanffy è il fondatore della teoria generale dei sistemi, secondo la quale ogni organismo può essere considerato un sistema e quindi una totalità composta da parti interagenti tra di loro e tendenti a un equilibrio omeostatico. Tra le parti del sistema sussiste un rapporto di tipo circolare cosicché il cambiamento di una di queste parti provoca una modifica delle altre e dell’intero sistema: in questi termini un fenomeno può essere compreso solo nella sua globalità. La comprensione di un problema, dunque, non può prescindere dall’interazione che si struttura tra le singole unità che lo compongono. Se la teoria generale dei sistemi si è occupata di concettualizzare i sistemi da un punto di vista strutturale, è la cibernetica che analizza gli stessi in una prospettiva processuale. Il fondatore della cibernetica è Weiner, che mette in evidenza l’importanza dei processi di retroazione positiva (quando l’informazione aumenta la possibilità di cambiamento del sistema dal proprio stato iniziale) e retroazione negativa (quando l’informazione tende a riportare il sistema al suo stato iniziale diminuendo la componente di cambiamento). All’interno del sistema familiare, ciò significa che l’informazione comunicata da un membro della famiglia corrisponde ad un messaggio di ritorno da parte degli altri, risposta che tende sempre a modificare il comportamento dell’emittente.
L’introduzione delle prospettive sistemico-cibernetiche allo studio della famiglia si deve al gruppo di Palo Alto in California, secondo il quale, ogni volta che una persona comunica con l’altro individuo genera una rappresentazione di se stessa e dell’altro, oltre alla tipologia di relazione esistente tra loro. La famiglia è considerata un sistema aperto (e non in equilibrio), caratterizzata da tre principi fondamentali:
- Totalità: spiega che un cambiamento di un membro della famiglia in risposta a stimoli endogeni o esogeni influenza necessariamente gli altri membri e il sistema familiare stesso. Collegata a quella della totalità vi è la proprietà della non-sommatività, per cui la famiglia non è costituita dalla somma degli individui che ne fanno parte, ma dalla loro interazione reciproca;
- Equifinalità: riguarda lo stato finale del sistema, che non è determinato tanto dalle condizioni iniziali, quanto dalla natura dei parametri del sistema stesso. L’azione di ogni membro provoca, ed è a sua volta, l’effetto di un complesso e reciproco processo d’influenzamento. La condotta di ogni membro della famiglia dipende e influenza, quello degli altri membri, all’interno di una fitta trama relazionale;
- Omeostasi evolutiva: i movimenti di ristrutturazione e di conservazione dell’identità, messi in atto dalla famiglia per adeguare l’organizzazione ai vari cambiamenti ai quali va incontro. Un sistema aperto, infatti, se da un lato è caratterizzato dalla tendenza all’omeostasi, dall’altro è contraddistinto a una propensione al cambiamento. La retroazione positiva indica, dunque, la tendenza del sistema a cambiare, ovvero a ricalibrare, le reazioni secondo diverse modalità; la retroazione negativa caratterizza l’omeostasi del sistema e gioca un ruolo fondamentale, nel raggiungimento e mantenimento della stabilità del sistema stesso.
Bronfenbrenner ha sintetizzato questi concetti nel modello ecologico dello sviluppo, ponendo l’accento sull’importanza dell’ambiente sociale allargato. Secondo l’autore, l’individuo è immerso all’interno di una rete di contesti relazionali rilevanti che sperimenta direttamente o indirettamente. L’ambiente ecologico, il contesto evolutivo dell’individuo, è descritto attraverso un sistema di strutture concentriche, l’una inclusa nell’altra:
- Microsistema: è il sistema adiacente all’individuo, definito come l’insieme degli individui con i quali il soggetto stabilisce relazioni personali intime, in un ambiente in cui i singoli intrattengono interazioni faccia a faccia;
- Mesosistema: indica le interazioni tra due o più contesti ambientali, in cui il soggetto partecipa direttamente e attivamente;
- Esosistema: si riferisce a due o più contesti ambientali, in cui l’individuo non agisce direttamente, ma che hanno esiti sul micro e mesosistema;
- Macrosistema: è il sistema che comprende i diversi sistemi, includendo culture, norme e rappresentazioni sociali.
2.2 Il ciclo di vita della famiglia
Negli anni Ottanta inizia a prendere forma una concezione evolutiva del funzionamento familiare, che analizza non più la famiglia problematica ma quella funzionale. Sono due gli orientamenti che si sviluppano dalla comprensione della capacità della famiglia di adattarsi: la “theory of family development”, che si concentra sui principali cambiamenti che attraversano la famiglia e la “theory of family stress”, maggiormente interessata ai mutamenti imprevisti all’interno della famiglia. Questi percorsi di osservazione, inizialmente divergenti con il tempo, condurranno all’individuazione del concetto di “ciclo di vita della famiglia”, che è strettamente connesso al processo continuo di costruzione identitaria dell’individuo. Tale orientamento tenta di individuare i processi che attraversano la famiglia dalla nascita alla morte. La novità sta nel fatto che la nozione di “stadio di sviluppo” non è più applicata ai singoli membri, ma alla famiglia nel suo insieme. Tra i contributi più importanti ricordiamo quelli di Hill e Duvall e quelli di Carter e McGoldrick.
Hill e Duvall definirono la famiglia come l’insieme di cicli individuali, nonostante fosse evidenziata la presenza di un’interdipendenza tra i diversi membri. La Duvall presentò una suddivisione del ciclo di vita della famiglia in otto stadi:
- Formazione della coppia;
- Famiglia con figli (0-2 anni);
- Famiglia con figli in età prescolare;
- Famiglia con figli in età scolare;
- Famiglia con figli adolescenti;
- Famiglia trampolino di lancio;
- Famiglia in fase di pensionamento;
- Famiglia anziana.
Hill evidenzia, inoltre, l’interdipendenza intergenerazionale, sia di tipo orizzontale che di tipo verticale, l’età e i ruoli dei differenti membri del gruppo parentale.
All’interno del modello evolutivo familiare, si colloca anche il paradigma di Carter e McGoldrinck. Secondo le autrici, la famiglia è più della somma delle sue parti e il ciclo di vita della famiglia è il contesto principale per lo sviluppo dei suoi membri. Inoltre, la famiglia è ritenuta essere l’unità di base dello sviluppo emozionale, le cui fasi e il cui corso possono essere identificati e previsti. La loro idea di famiglia è che essa comprenda l’intero sistema emozionale in almeno tre generazioni. L’intero sviluppo avviene, dunque, su due dimensioni: verticale (trasmissione intergenerazionale di modalità relazionali) e orizzontale (capacità di far fronte agli eventi stressanti più o meno prevedibili rispetto alle varie fasi del ciclo di vita). Secondo le autrici, il ciclo di vita familiare può essere suddiviso in 6 stadi:
- Giovane adulto senza legami;
- Formazione della coppia;
- Nascita del primo figlio e famiglia con bambini piccoli;
- Famiglia con adolescenti;
- Famiglia in cui i figli adulti escono di casa;
- Famiglia nell’età anziana.
Ogni fase è caratterizzata da peculiari compiti di sviluppo che implicano una riorganizzazione del legame di coppia, delle interazioni genitori-figli e del rapporto con la famiglia d’origine. La soluzione di tali compiti di sviluppo determina il transito alla fase successiva.
Al fine di colmare alcuni limiti del precedente modello viene elaborata la “teoria dello stress familiare”, secondo la quale, la famiglia di fronte ad un evento stressante cerca di organizzare un nuovo adattamento che prevede una fase di disorganizzazione, una fase di esplosione e infine il raggiungimento di un nuovo equilibrio nell’organizzazione del sistema. Il suo punto di forza è la concezione della famiglia come gruppo, con le risorse e le abilità adattative in senso attivo, per far fronte agli eventi critici. Gli eventi stressanti, infatti, non devono necessariamente essere letti come negativi, anzi potrebbero configurarsi come un’esperienza che rinsalda. L’aspetto critico di un evento, la sua natura e importanza sono cruciali per il percorso evolutivo della famiglia.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame psicoterapia di gruppo, Prof. Marco Caccioppo, libro consigliato: "La prossimità a distanza" di Cac…
-
Riassunto esame Elementi di psicoterapia della famiglia, Prof. Cacioppo Marco, libro consigliato La terapia familia…
-
Riassunto esame Psicologia Dinamica, prof. Cacioppo, libro consigliato Psicologia Dinamica, De Coro Ortu
-
Riassunto esame Modelli di psicoterapia, Prof. Giannini Marco, libro consigliato Storia Critica della Psicoterapia,…