Natura e obiettivi della psicologia sociale
Di che cosa si occupa la psicologia sociale
La psicologia sociale venne definita come il tentativo di comprendere e spiegare come pensieri, sentimenti e azioni degli individui sono influenzati dalla presenza reale, immaginata o implicita di altri umani. Con presenza implicita ci si riferisce alle attività che un individuo attua in ragione del suo stato sociale. (Allport.)
Questa è una definizione individualistica che prende l'individuo come punto centrale di osservazione ed esamina le conseguenze delle relazioni sociali, del suo pensiero, del suo modo di essere ed agire. La dimensione sociale può condizionare la dimensione individuale.
La psicologia sociale si identifica con un sub-disciplina della psicologia e, assumendo l'individuo come centrale, la si distinguerebbe da discipline quali l'antropologia e la sociologia. Bisogna però considerare la presenza implicita degli altri, quindi ruoli sociali e appartenenze culturali, con cui l'individuo si confronta quotidianamente.
Quale ruolo per la dimensione sociale
C'è dibattito sul ruolo della dimensione sociale: è da considerare come uno dei fattori possibili di condizionamento dei processi psicologici o è l'elemento costitutivo fondamentale della mente umana.
Nell'ottica individualistica e di sub-disciplina della psicologia, la psicologia sociale si distacca dalle discipline di derivazione sociologica. Se invece si pone l'accento sui processi sociali, diventa indipendente dalla psicologia e rischia di confondersi con le discipline sociologiche.
Si distinguono due forme: la psicologia sociale psicologica pensata come sub-disciplina della psicologia e con focus di indagine i processi mentali individuali; la psicologia sociale sociologica come sub-disciplina della sociologia e con focus i processi sociali. La differenza più importante è come i fenomeni vengono trattati e studiati.
Il termine psicologia sociale compare per la prima volta negli USA nel 1908 con due volumi considerati l'inizio ufficiale della disciplina. Uno era di W. McDougall che imposta la disciplina da un punto di vista individuale, concentrandosi sulle emozioni, gli istinti e la suggestionabilità delle persone. L'altro era di E. Ross che pensa all'agire della folla, alla diffusione delle abitudini e delle convenzioni, all'opinione pubblica e alla conflittualità sociale.
Qualche tentativo di definizione
Entrambe le forme di psicologia sociale sono subordinate a una disciplina generale che fornisce modelli interpretativi da applicare in campi specifici. C'è il rischio di incorrere nel riduzionismo psicologistico, ovvero spiegare fenomeni complessi in termini di fenomeni elementari. Altro rischio è il determinismo socio-culturale, ovvero l'idea che l'individuo con le sue motivazioni, intenzioni e disposizioni sia determinato esclusivamente dal suo modo di essere e dalle condizioni esterne.
Si può quindi pensare alla psicologia sociale come allo studio delle dimensioni sociali della mente umana, ovvero gli aspetti individuali della vita psicologica e il livello sociale inteso come interazione tra esseri umani. Bisogna elaborare un modello che si possa applicare in campi diversi: ad esempio le tematiche della percezione, della memoria o delle emozioni sono argomento anche della psicologia generale che le studia in termini funzionali, mentre la psicologia sociale li studia come processi di interazione nel contesto socio-culturale.
Ogni schema concettuale può essere analizzato alla luce dei comportamenti umani: unendo il livello psicologico ad altri livelli interpretativi si ha una conoscenza più approfondita ed efficace del comportamento stesso.
È il riferimento alla mente che caratterizza la psicologia sociale come principio organizzatore dei vissuti, delle esperienze e delle intenzioni delle persone. L'origine sociale distingue la psicologia sociale da quella generale perché la sociale comprende i contenuti mentali a partire dalle dinamiche sociale di cui l'individuo è partecipe.
Si accentuano due tematiche: la comunicazione come luogo di effettiva costruzione della struttura sociale della mente e la cultura come sedimento di tale costruzione collettiva e dei significati condivisi.
Uno sguardo alla storia e alle grandi teorie
Durante il Novecento si sono sviluppati dei modelli teorici del comportamento umano. Sono modelli generali che hanno dato vita a sistemi teorici complessi ed articolati ma che hanno tutti alla base una specifica e semplice idea della natura umana e delle motivazioni del comportamento.
La base biologica del comportamento
Una prima risposta all'origine del comportamento è in relazione alle caratteristiche e alla biologia umana di derivazione darwiniana. L'evoluzione di Darwin passò dalla biologia alla psicologia dove si concluse che comportamenti, motivazioni e disposizioni personali fossero soggetti allo stesso processo di selezione per adattamento che governa le caratteristiche fisiche e funzionali. Grande successo ebbe questa teoria tra gli orientamenti psicometrici, quelli che puntano a misurare le potenzialità intellettive e ad evidenziarne l'ereditarietà con una relazione con le razze umane.
Il darwinismo sociale estendeva ed applicava il principio della sopravvivenza del più adatto nel campo sociale: la selezione per adattamento spiega gli alti livelli di competizione tra individui e gruppi. C'è anche un approccio funzionalista che valorizza il ruolo di ogni oggetto di studio al fine dell'equilibrio e dello sviluppo del sistema.
Recentemente la sociobiologia e l'etologia umana, basandosi sui progressi delle scienze sociali e delle biologia evolutiva, hanno proposto modelli complessi e integrati per spiegare l'agire umano. La psicologia evoluzionista esamina i diversi processi psicologici come risultato della selezione naturale e in funzione della loro utilità per risolvere i problemi di adattamento.
Verso questi orientamenti si sono fatte obiezioni anche pesanti contro la natura eccessivamente deterministica. Non è plausibile ipotizzare che solo fattori evolutivi influenzino l'agire umano: è un'ipersemplificazione delle ragioni umane che vorrebbe tutti i comportamenti ricondotti a poche motivazioni di sopravvivenza. Questa visione è ottimale per spiegare il conservatorismo socio-politico: sono inevitabili guerre, violenze e disuguaglianze.
L'errore, tra la spiegazione psicologica e quella socio-economica-culturale, è spiegare tutti i comportamenti umani solo con cause biologiche. Ma è anche sbagliato non conoscere la funzionalità del passato evolutivo sul comportamento.
Il ruolo delle dinamiche inconsce
S. Freud, con la psicanalisi, spiegò l'individuo, le sue relazioni e la società in riferimento a dinamiche inconsce. Il comportamento umano è riducibile a processi che avvengono sotto la consapevolezza degli individui in una costante lotta tra pulsioni e vincoli del mondo esterno. L'esito di questo conflitto si determina sin da bambini con la strutturazione che alcune figure, quali i genitori, riescono ad impartire. La personalità e il modo di essere dell'individuo adottano dei meccanismi di difesa che si riversano nell'agire quotidiano.
La psicanalisi nasce come terapia per poi diventare una delle principali modalità interpretative del comportamento umano, con la nascita di filoni interni. Ad esempio la riflessione, anche con riferimenti politici, alla connessione tra repressione sessuale, il sistema socio-economico e la società di massa che realizza una società più giusta e meno repressiva. Ci sono anche i filoni di psicanalisi culturalista e interpersonale che analizzano gli aspetti relazionali e la dimensione comunicativa della personalità dell'individuo.
La psicanalisi ha toccato anche altre scienze umane come l'antropologia che ha studiato il ruolo della cultura, le modalità di organizzazione sociale nella strutturazione della personalità dell'individuo. Nei sistemi si può riconoscere una personalità di base coerente con le esigenze funzionali del sistema stesso.
Il comportamento come reazione agli stimoli
Negli USA si sviluppò il comportamentismo che fonde vari spunti di varie discipline sviluppatesi tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento: la teoria e la pratica di matrice positivista, l'evoluzionismo, le recenti scoperte di psicofisiologia, il funzionalismo per ambiti quali il valore adattativo del comportamento, il pragmatismo e il peculiare carattere della società USA.
Qualificando la psicologia come scienza naturale, il comportamentismo si basa solo su dati empirici osservabili: il comportamento può essere spiegato come reazione agli stimoli dell'ambiente. Questi stimoli si distinguono in antecedenti all'azione, ovvero l'oggetto rispetto al quale l'organismo è chiamato ad agire; e in conseguenti all'azione, ovvero le reazioni che l'individuo ottiene dall'ambiente come risposta alla propria azione. Le reazioni sono definite rinforzi. A seconda del valore positivo o negativo dei rinforzi, aumenta o diminuisce la probabilità di ripetizione di uno specifico comportamento.
Anche nel comportamentismo si svilupparono diversi approcci fino alla dissoluzione della corrente negli anni '50. Il dibattito verteva sulla radicalità con cui considerare la connessione tra Stimolo e Risposta: per l'ala radicale, questo è inutile dato che i costrutti mentali non possono essere indagati con metodi scientifici. La mente venne definita una scatola nera dove non si può guardare dentro anche perché questa conoscenza non interessava dato che si possono vedere, prevedere e comprendere le manifestazioni esterne.
Il modello fu soggetto a revisioni: non studiare il comportamento a livello molecolare, con riferimento ai singoli atti in cui si può scomporre un comportamento, ma studiarlo a livello molare con insieme integrato di comportamenti. Tra Stimolo è Risposta si frappone l'Organismo, trasformando il modello S-R in S-O-R. Viene anche riconosciuto che il rapporto S-R può essere mediato da mappe cognitive.
La prospettiva cognitiva
Dagli anni '50 nasce l'approccio cognitivo che parte dall'idea che il comportamento dell'individuo possa essere interpretato solo con la comprensione dei processi di funzionamento della mente umana. Gli stimoli dal mondo esterno diventano informazioni che la mente elabora con regole precise per rendere il più efficiente possibile il rendimento del sistema cognitivo.
Il problema fondamentale è la conoscenza del mondo: ci si rapporta con gli elementi del mondo esterno in relazione a come le sue caratteristiche vengono percepite, memorizzate, messe in rapporto e rielaborate. Il problema quindi verte sullo scarto tra le caratteristiche oggettive del mondo e la sua rappresentazione mentale.
L'approccio cognitivo si concentra sulle specificità operative dei processi mentali fondate sulla necessità di ottenere il massimo con il minimo sforzo. Si sono sviluppati modelli teorici e ricerche empiriche con ricadute anche in altri settori delle scienze umane. Sono stati illustrati anche gli errori sistematici e i limiti di tale approccio: una parte considerevole dei risultati riguardano gli errori sistematici, detti bias.
La psicologia sociale ha preso da questo approccio il settore della cognizione sociale che si occupa delle modalità con cui si realizza la conoscenza degli altri e del mondo sociale. Ne fanno parte: la percezione di persone in particolare per i processi di integrazione dei diversi elementi di conoscenza; gli stereotipi ovvero stabili aspettative e credenze nei confronti delle persone in funzione del gruppo sociale; gli schemi, predefinite strutture di conoscenza.
I risultati dell'approccio cognitivo hanno aumentato le potenzialità di comprensione del comportamento umano ma, conosciuti i suoi limiti, non ha più un ruolo egemonico. Questo approccio ha dei limiti: il rapporto meccanico e deterministico tra gli elementi del mondo esterno e le azioni dell'individuo che, anche se amplia il ruolo di mediazione dei processi mentali, non va oltre lo schema di stimolo e risposta.
Altro problema è la tendenza conservatrice: i processi cognitivi sono mossi dal risparmio di risorse cognitive e quindi le informazioni si armonizzano con quelle già possedute e le diverse modalità di organizzazione della conoscenza si stabiliscono per ripetersi all'infinito. Ma il problema più sentito dalla psicologia sociale è l'approccio individualistico: da un lato il soggetto e dall'altra il mondo esterno. L'individuo è, in realtà, inserito in un contesto di relazioni sociali.
La prospettiva gestaltista
Nei primi decenni del Novecento, dal positivismo derivarono due posizioni: l'idea che si possa avere una conoscenza diretta e completa sia della realtà esterna che del mondo psicologico interno; tale conoscenza può avvenire solo se si scompone la realtà complessa in unità semplici. Le caratteristiche delle entità complesse derivano dalla sommatoria delle caratteristiche e dal funzionamento dei loro elementi costitutivi.
A questa linea aderisce l'approccio biologico-evolutivo; la ricerca introspettiva di W. Wundt che trasformò la psicologia in una scienza sperimentale. Wundt scompose i fatti psichici in elementi costitutivi più semplici e assunse come oggetto di studio la rappresentazione che le persone fanno della realtà esterna: lo sforzo è conoscere lo scarto tra come il mondo è e come lo si conosce.
Negli stessi anni però si afferma un movimento alternativo: il movimento gestaltista. L'idea è che la conoscenza degli oggetti fisici, degli eventi psicologici, delle persone, dei fatti sociali deriva dalla percezione unitaria. I gestaltisti presero una posizione fenomenologica: la conoscenza parte dal mondo in cui il mondo ci appare e dal mondo in cui se ne fa esperienza.
Questo movimento si sviluppò a Berlino ma verso metà degli anni '20 i suoi rappresentati dovettero migrare negli USA, fatto che sarà fondamentale per lo sviluppo della psicologia. Per Cartwright il vero fondatore della psicologia è Hitler: senza la guerra e le leggi razziali, la disciplina non sarebbe mai arrivata negli USA.
Kurt Lewin fu membro dell'Istituto di Psicologia di Berlino, emigrò per sfuggire alle persecuzioni: negli USA si dedicò ad applicare il gestaltismo alla comprensione dei fatti sociali. Introdusse il costrutto di campo, l'idea che qualsiasi fenomeno possa essere compreso come effetto di una molteplicità di fattori interdipendenti che si influenzano a vicenda. In questo senso viene concepito il rapporto tra l'individuo e l'ambiente.
Con spazio di vita indica il sistema dinamico in cui persona e ambiente sono legati: l'ambiente è dove vive la persona e di cui la persona è specifica rappresentazione. Con zona di frontiera indica il territorio di confine in cui i fatti dell'ambiente sono tradotti in eventi dotati di senso e di importanza per l'individuo, che li introduce nel suo spazio vitale.
Marrow sostiene che nessun intervento può raggiungere uno scopo se non ha alle spalle un'efficace teoria e una continua sperimentazione reale: questo ha portato alla ricerca-azione o ricerca-intervento. Questa teoria si applica nella dinamica di gruppo, nel conflitto sociale, nell'influenza del potere.
Il sociale nella mente: gli orientamenti costruzionisti, interazionisti e culturalisti
È in riferimento al concetto di mente che, per la comprensione dei processi mentali, è necessaria l'integrazione tra l'individuo e le sue relazioni sociali. Il concetto di mente è stato usato negli anni '60 dell'Ottocento da Wundt nel primo laboratorio di psicologia sperimentale per indagare la natura sociale e culturalmente fondata dei processi mentali. Questo programma venne chiamato Völkerpspychologie la cui migliore traduzione sarebbe psicologia sociale. Wundt sosteneva che si potevano studiare a livello individuale sono processi psicologici elementare, mentre quelli complessi andavano inseriti nelle relazioni sociali.
Il mondo come costruzione condivisa e negoziata
La psicologia aiuta a capire lo scarto tra come si realizza la conoscenza del mondo e il mondo come è oggettivamente. Conoscendo tale scarto, si può giungere alla conoscenza piena ed oggettiva del mondo. Nel tempo e con varie correnti filosofiche, c'è stata un'alternanza tra la maggiore o la minore possibilità di conoscere il mondo e del ruolo nella costruzione della mente.
Il dibattito è tra l'ideale conoscitivo delle scienze naturali con leggi sempre valide e la convinzione che il soggetto della psicologia non è sempre indipendente dall'oggetto della conoscenza.
Il processo di assegnazione di significato è un'impresa collettiva che l'individuo attua in costante contatto con i suoi simili. La dimensione sociale è un elemento costitutivo della mente umana che risulta strutturata in funzione di dinamiche di confronto sociale. Questa è una reazione contro il crescente individualismo della psicologia.
Mead, ad inizio Novecento, elaborò delle riflessioni confluite nel interazionismo simbolico: analizzò la mente come processo sociale, in quanto si struttura come un incessante scambio di simboli ed è il risultato dell'interazione con i propri simili mediata dal linguaggio.
Il tema dell'attribuzione di significato è la ragione più solida a sostegno della natura sociale della mente umana. Il problema della conoscenza del mondo è fondata sull'attribuzione di significati agli eventi che è un processo sociale che presuppone sempre un altro con cui si condivide e negozia il significato.
Il problema della natura sociale della mente umana è un aspetto per diversi motivi qualificante. Primo perché l'attività di rappresentazione del mondo si svolge con simboli e quindi è significativa; secondo per...
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