Cap 1 natura e obiettivi della psicologia sociale
Di che si occupa la psicologia sociale
La dimensione sociale è concepita come una delle possibili variabili in grado di condizionare lo sviluppo e l’azione dell’individuo. Questa accentuazione della dimensione individuale costituirebbe la ragion d’essere della psicologia complessivamente intesa, disciplina generale nella quale la psicologia sociale si collocherebbe come un ambito sub-disciplinare. Proprio l’assunzione dell’individuo come focus di indagine distinguerebbe la psicologia sociale dalla sociologia o antropologia.
È opportuno distinguere due diverse forme di psicologia sociale: una psicologia sociale della psicologia avente come focus d’indagine i processi mentali individuali, e una psicologia sociale della sociologia considerata come sub-disciplina della sociologia avente come focus d’indagine i processi sociali. Ad esempio, un tema come il Sè può essere concettualizzato come l’esito di percorsi personali e privati oppure come il risultato di una continua interazione con gli altri.
In entrambi i casi, la psicologia sociale si trova ad essere subordinata alla psicologia oppure alla sociologia. Come conseguenza si rischia di correre in due rischi: da un lato quello del riduzionismo psicologistico, cioè spiegare fenomeni complessi in termini di processi psicologici elementari; dall’altro il rischio del determinismo socio-culturale, cioè che l’individuo è determinato nel suo modo di essere e nelle sue azioni dalle condizioni esterne nelle quali vive. In entrambi i casi si viene a perdere un territorio di estremo interesse, vale a dire l’intersezione tra le due dimensioni.
Si può dunque pensare alla psicologia sociale come allo studio delle modalità di articolazione tra gli aspetti individuali della vita psicologica e il livello della vita sociale, inteso in termini di interazione tra le persone. Negli ultimi anni si sono affermate, nell’ambito della psicologia sociale, due tematiche strettamente legate tra loro: la comunicazione, intesa come luogo di effettiva costruzione della struttura sociale della mente, e la cultura, intesa come sedimento di tale costruzione collettiva della conoscenza.
Uno sguardo alla storia e alle grandi teorie
Le scienze umane hanno dato alla domanda sull’origine del comportamento una prima importante risposta che fa riferimento alle caratteristiche e alle dotazioni biologiche degli esseri umani, che derivano dal lungo passato evolutivo della specie. Sarebbe un errore tentare di spiegare l’intera gamma del comportamento umano riferendosi esclusivamente alle cause di tipo biologico; ma sarebbe un errore altrettanto grave non riconoscere la funzionalità delle motivazioni di quel tipo, e la forza che a loro deriva dal nostro lungo passato evolutivo.
L’esistenza e le modalità di funzionamento di quelle caratteristiche specificamente umane che sono il linguaggio, la capacità simbolica e la capacità di produrre cultura, fanno sì che il mondo umano non possa in alcun modo essere interpretato in chiave deterministica e con riferimento alle sole motivazioni di base relative alla sopravvivenza.
Un altro grande orientamento teorico che ha prodotto importanti risposte alla domanda sulla natura degli esseri umani e sulle cause del loro comportamento è quello della psicoanalisi. L’orientamento psicoanalitico tende a spiegare tanto l’individuo quanto le relazioni interpersonali e la società nel suo complesso, facendo riferimento prevalentemente a dinamiche inconsce. Freud ha evidenziato come il comportamento dell’individuo sia riconducibile all’esito di processi che si svolgono al di sotto del livello di consapevolezza degli individui.
In questo mondo inconscio si svolge una lotta costante tra le pulsioni e i vincoli che il mondo esterno pone alla realizzazione di tali pulsioni, primo fra tutti l’esistenza di altre persone. L’esito di tale lotta ottiene di strutturare la personalità e il modo di essere dell’individuo. L’approccio psicoanalitico alla spiegazione dell’essere umano e della società è diventato un punto di riferimento per le scienze umane, con la creazione di interessanti territori di collaborazione interdisciplinare.
Ad esempio, il filone detto di cultura e personalità o più in generale di antropologia psicologica, che si occupa di riconoscere in ciascun sistema socio-culturale l’esistenza di una “personalità di base” coerente con le esigenze funzionali del sistema stesso.
Secondo la teoria del comportamentismo, la psicologia doveva qualificarsi a pieno titolo come una scienza naturale, riferendosi ai soli dati direttamente osservabili ed empiricamente rilevabili, che sono appunto i comportamenti. Come per gli animali, anche per gli esseri umani il comportamento può essere spiegato come reazione agli stimoli che provengono dall’ambiente.
Gli stimoli possono essere distinti fra quelli antecedenti all’azione e quelli conseguenti all’azione. Le reazioni che l’individuo ottiene dall’ambiente in risposta alla sua azione vengono definiti rinforzi. A seconda del valore positivo o negativo di tali rinforzi (vantaggi o svantaggi, successi o insuccessi) aumenta o diminuisce la probabilità di ripetizione di uno specifico comportamento, e si realizza in pratica l’apprendimento dei comportamenti più vantaggiosi per l’organismo.
Sono state avanzate, all’interno dello stesso campo comportamentista, importanti proposte di revisione del modello. L’idea che Stimolo e Risposta possano frapporsi, con funzione di mediazione, delle “variabili intervenienti” relative all’organismo che agisce (abitudini, preferenze, intenzioni), così il modello teorico si trasforma da S-R a S-O-R, dove O rappresenta appunto l’organismo con la sua più o meno ampia potenzialità di variegare il rapporto tra Stimolo e Risposta.
A partire dalla metà degli anni ’50 del Novecento prende corpo quello che è diventato negli ultimi decenni l’orientamento prevalente della psicologia, vale a dire l’approccio cognitivo. Il punto di partenza è l’idea che il comportamento dell’individuo possa essere efficacemente interpretato solo partendo dalla comprensione dei processi di funzionamento della mente umana. Gli stimoli provenienti dal mondo esterno vengono concettualizzati in termini di “informazione”, che la mente elabora secondo regole precise, finalizzate a rendere quanto più efficace possibile il rendimento del sistema cognitivo. Il problema fondamentale, per la comprensione del comportamento umano, è dunque quello della conoscenza del mondo.
Sono state analizzate diverse fasi del percorso di trattamento delle informazioni: la percezione; la memoria; i processi decisionali e la soluzione di problemi, ponendo attenzione all’interazione tra livelli di elaborazione più consapevoli ed espliciti e livelli invece più inconsapevoli e automatici. Si può ben dire che una parte consistente dei risultati dell’approccio cognitivo ha riguardato proprio gli errori o distorsioni sistematiche (detti bias) nei quali i processi cognitivi abitualmente incorrono.
Sul versante specifico della psicologia sociale l’approccio cognitivo si è tradotto nel vasto settore della cognizione sociale; hanno assunto così importanza notevole alcune tematiche come: la percezione di persone; gli stereotipi, insieme strutturati e tendenzialmente stabili di aspettative e credenze nei confronti delle persone in funzione del gruppo sociale al quale appartengono; le attribuzioni causali, che ci orientano nel giudicare gli eventi come dovuti a cause interne od esterne; gli schemi, intesi come forme predefinite di strutturazione della conoscenza, che ci guidano nella raccolta e nell’elaborazione delle informazioni; le euristiche di giudizio, che si configurano come scorciatoie di pensiero che ci consentono di arrivare alla soluzione di problemi in modo rapido e soddisfacente pur in assenza di dati e risorse sufficienti.
L’aspetto problematico della prospettiva cognitiva è che dal punto di vista della psicologia sociale si tratta di un approccio decisamente individualistico.
Il movimento gestaltista si è affermato in un primo tempo con gli studi sulla percezione. L’idea di fondo è che la conoscenza, tanto degli oggetti fisici quanto degli eventi psicologici, delle persone o dei fatti sociali, non avviene per sommatoria di elementi, bensì come percezione di un tutto unitario, le cui caratteristiche e proprietà non possono derivarsi dalle caratteristiche dei singoli elementi, bensì dal modo in cui gli stessi sono organizzati.
Il sociale nella mente: gli orientamenti ostruzionisti, interazionisti e culturalisti
Wundt, dopo aver impiegato molti anni nello studio dei processi mentali al livello individuale, ritenne necessario avviare un vasto programma di ricerca, volto a indagare la natura sociale e culturalmente fondata dei processi mentali. Tale programma fu denominato “psicologia dei popoli”. Wundt era convinto che si potessero studiare al livello individuale e con tecniche sperimentali solo i processi psicologici elementari, mentre per i processi mentali superiori occorresse tener conto del contesto storico e culturale.
Una delle caratteristiche qualificanti del contributo che la psicologia può dare alla comprensione del comportamento umano è l’attenzione per come si realizza la conoscenza e la sottolineatura delle possibili differenze tra le caratteristiche oggettive del mondo e il modo in cui esso viene percepito e rappresentato dagli esseri umani. Le diverse teorie si distinguono tuttavia tra loro nella valutazione dell’entità di tale scarto.
Nel caso della conoscenza del mondo umano, il soggetto conoscente non può mai considerarsi del tutto indipendente dall’oggetto di conoscenza, essendo egli stesso parte del mondo che si propone di conoscere. Ciò significa che la conoscenza del mondo umano può essere considerata non come un avvicinamento a una “verità” del mondo, quanto piuttosto come un incessante processo di organizzazione, interpretazione e assegnazione di significato agli elementi costitutivi della realtà.
A tale consapevolezza del carattere costruttivo e storicamente definito della conoscenza, occorre aggiungere un’altra considerazione: la convinzione che il processo di assegnazione di significato non avviene come un’impresa individuale, che si risolve in un rapporto tra il soggetto conoscente e il suo oggetto di conoscenza, bensì sempre come un’impresa collettiva.
È proprio il tema dell’attribuzione di significato che rappresenta la ragione più solida a sostegno dell’idea di una natura essenzialmente sociale della mente umana. Nel momento in cui si pone il problema della conoscenza del mondo come punto di partenza imprescindibile per la comprensione del comportamento umano, si constata facilmente che tale conoscenza del mondo, per gli esseri umani, è fondata sull’attribuzione di significati agli eventi, il che è un processo inevitabilmente sociale, in quanto presuppone sempre un altro con il quale il significato stesso è condiviso e negoziato.
Posto che la conoscenza del mondo è un’impresa collettiva, che il cervello umano è specificamente predisposto a questo scopo, ne discende l’assoluta centralità del tema della comunicazione per la comprensione tanto dei processi psicologici quanto del comportamento umano. Se l’altro è un indispensabile partner di conoscenza, allora l’oggetto più autentico della psicologia sociale diventa il modo in cui gli individui si scambiano informazioni sul mondo.
Per la psicologia sociale l’interesse per la comunicazione come oggetto specifico della propria indagine si è sviluppato insieme alla consapevolezza della natura socialmente costruita dei processi mentali; essa è stata infatti largamente presente in quelle che possiamo considerare le fasi fondative della disciplina, per cedere il passo a modelli teorici di stampo più individualistico, e riprendere poi spazio e importanza in anni recenti.
Con un’analisi di grande acutezza e intuendo nel contempo le nuove opportunità della nascente società della comunicazione di massa, Tarde mette in evidenza che per la comprensione dei fenomeni sociali è indispensabile conoscere il modo in cui gli esseri umani si trasmettono l’un l’altro le idee sul mondo.
A partire dagli anni ’80 del Novecento si è andato consolidando uno specifico settore che ha preso il nome di psicologia culturale.
La psicologia culturale
Rispetto ad altri filoni di studio che pure valorizzano a fondo il ruolo dell’ambiente sociale, questo approccio si distingue per almeno due punti:
- Il primo punto è l’idea che i processi psicologici siano non solo fortemente influenzati, ma addirittura di fatto strutturati dalle interazioni sociali, e in particolare dalla cultura, intesa come insieme di significati condivisi, tramite i quali le persone si rapportano al mondo;
- Il secondo punto è che la cultura, intesa come complesso di risorse per l’azione e di percorsi di produzione di senso operati da uno specifico gruppo umano in uno specifico contesto storico, non va intesa come un insieme statico e definito di strumenti, bensì come un processo di continua verifica e riadattamento di quegli strumenti nell’arena della pratica quotidiana, in incessante negoziazione con gli altri.
Date queste premesse, la psicologia culturale si distingue dalla psicologia detta cross-culturale, la quale, pur considerando cruciale il ruolo che la cultura svolge nel determinare l’esito dei processi psicologici, tuttavia tende comunque a considerare tali processi nella loro essenza universale, rispetto alla quale la cultura agisce come variabile esterna.
Cap 2 dalla percezione del mondo alla comprensione di sé
Lo studio di percezione e sensazione si sviluppa in tutti i principali ambiti psicologici. Fondamentale è la distinzione tra sensazione, intesa come stimolazione degli organi di senso periferici, e percezione, intesa come processo centrale di trasformazione e integrazione degli stimoli sensoriali.
Gestalt, approccio ecologico e “New look”
Le Gestalt percettive
La Gestalttheorie (Teoria della Forma) è nata ai primi del Novecento nella scuola di Berlino da Wertheimer, Kohler, Koffka. Tale teoria sottolinea l’importanza non solo della quantità della stimolazione ma anche della sua qualità psicologica. Oltre ad essere usato per designare il prodotto di un processo di organizzazione, il termine Gestalt viene usato anche per indicare le proprietà strutturali del processo stesso.
Esistono due idee fondamentali per la Gestalt:
- Gli stimoli ambientali, lungi dall’essere sommati tra loro, vengono percepiti sotto forma di strutture organizzate in modo non casuale;
- Le proprietà del tutto non sono equivalenti al risultato della somma delle proprietà delle parti, la proprietà di una parte dipende dal tutto nel quale è inserita.
Possiamo così affermare che di una melodia si percepisce l’insieme organizzato e non una serie di toni giustapposti, e che le proprietà percettive di una singola nota cambiano se essa è inserita in un accordo maggiore o minore.
In ambito percettivo, esistono cinque criteri di raggruppamento identificati dalla Gestalt:
- Vicinanza;
- Somiglianza;
- Simmetria;
- Continuità;
- Chiusura.
A questi principi si aggiunge la tendenza a percepire gli stimoli secondo la cosiddetta organizzazione figura-sfondo: si è portati cioè a percepire i più diversi oggetti come elementi in rilievo rispetto a sfondi più o meno uniformi (un esempio classico è quello dei due volti di profilo che delineano una coppa).
L’approccio ecologico
Questa prospettiva assume che gli stimoli ambientali siano di per sé fonti sufficientemente ricche di informazioni. L’elaborazione sarebbe guidata dai dati raccolti nell’ambiente (data-driven): l’intervento individuale nella percezione non sarebbe di tipo inferenziale ma sarebbe limitato alla capacità di riconoscere e raccogliere le informazioni già presenti nell’ambiente.
Fondamentale per questa impostazione è il concetto di affordances: le informazioni disponibili nell’oggetto percepito, la possibilità offerte dal contesto in cui ci muoviamo. Per Gibson le qualità che percepiamo servono per adattare l’organismo all’ambiente; questo si attua in due modi:
- Un adattamento funzionale alla sopravvivenza della specie. Secondo tale accezione i sistemi sensoriali sarebbero in grado di cogliere proprietà invarianti di ordine superiore e possibilità comportamentali utili per la sopravvivenza;
- Un adattamento funzionale per il raggiungimento degli obiettivi individuali. Secondo tale accezione con l’apprendimento impariamo a riconoscere e a discriminare più sottilmente tra le informazioni presenti, e quindi a identificare nuove possibilità disponibili nell’ambiente.
Due esempi classici ci consentono di identificare la ricchezza delle informazioni presenti nell’ambiente e la capacità di cogliere tali informazioni complesse sin dai primi mesi di vita:
- Il gradiente tissurale: è una tipica configurazione complessa presente negli ambienti quotidiani: le superfici che si allontanano sono rappresentabili su uno spazio bidimensionale come una serie di oggetti la cui grandezza media decresce dal basso verso l’alto; tale organizzazione è tipica.
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