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indurre nello stesso intensi sentimenti di vergogna con il conseguente evitamento di tali esperienze.

- Bowlby: nell’ambito della teoria dell’attaccamento sottolinea come i bambini le cui madri tendono a rifiutare i

loro segnali di attaccamento, sviluppano un pattern di attaccamento insicuro di tipo evitante che minimizza

l’espressione delle emozioni negative, escludendo dalla propria esperienza cosciente emozioni fondamentali

come la rabbia.

- Bion: parla di reverie materna per indicare la capacità della madre, attraverso le sue fantasie, di

trasformare le emozioni negative proiettate su di lei dal neonato , restituendogliele trasformate e

permettendogli in questo modo di interiorizzare le proprie capacità mentalizzanti. Il mancato esercizio da

parte della madre della reverie nei confronti del bambino può provocare in quest’ultimo l’identificazione con

un oggetto “repulsivo” che “sistematicamente fraintende” piuttosto che con un oggetto “accogliente e

comprensivo”.

- Bollas: riprende l’azione trasformativa svolta dalla madre nei confronti del bambino.

RESPONSIVITÀ E COMUNICAZIONE GENITORE – BAMBINO: UN COSTRUTTO COMPLESSO:

L’interazione intercorrente tra madre e bambino nel primo anno di vita appare complessa e volta a differenti

finalità.

Tra queste le principali sono:

a) regolazione delle emozioni da parte della madre, a cui consegue il sentimento di sicurezza da parte del

bambino

b) rispecchiamento emotivo materno, a cui si correla il sentimento del bambino di essere riconosciuto.

Una delle finalità della relazione madre – bambino sembra anche quella di stabilire connessioni affettive che

svolgano una funzione organizzante rispetto al bambino, espandendo i suoi stati mentali e costituendo le

basi per la sua individualità.

Hobson formula alcune ipotesi a partire dall’osservazione dell’autismo infantile: considerando i bambini affetti

da autismo egli evidenzia come in tali bambini non sia intaccata la capacità di costruire legami di

attaccamento rispetto ai genitori, ma la capacità di entrare in relazione (relatedness) e comunicare con i

propri partner condividendo significati e stati affettivi.

CAPITOLO 3: TRAIETTORIE DELLO SVILUPPO SOCIOEMOTIVO E INDICATORI DI RISCHIO:

CURE GENITORIALI PRECOCI, ATTACCAMENTO E SVILUPPO SOCIOEMOTIVO:

Negli ultimi anni, alcuni progetti longitudinali che hanno seguito lo sviluppo del bambino dalla prima infanzia

fino all’età adulta, sono stati completati e questo ha permesso di iniziare a costruire una mappa più

dettagliata dello sviluppo delle competenze sociali, emotive e relazionali e dei fattori più significativi che lo

determinano.

Tra questi, i più rilevanti sono i progetti longitudinali di Stroufe e colleghi, che indagano l’impatto esercitato

sull’evoluzione dei legami di attaccamento dalle modalità di parenting esercitate da genitori e caregiver sia

nelle fasi precoci che nelle tappe successive, evidenziando in tali fasi indicatori di rischio rispetto a un buon

adattamento o all’emergenza di segni psicopatologici.

I vari studi aprono prospettive differenti:

a) da un lato alcuni studi evidenziano l’esistenza nel soggetto in evoluzione capacità di resilience, che gli

permettono di affrontare condizioni traumatiche, riorganizzandole in una trama sicura (es. soggetti sicuri

guadagnati, che pur avendo vissuto esperienze infantili particolarmente difficili sono in grado poi di narrarle

in modo coerente ed obiettivo)

b) dall’altro lato, altri studi relativi al disturbo dell’attaccamento di tipo disinibito presente con frequenza nei

bambini che hanno vissuto un periodo di istituzionalizzazione nella prima infanzia, evidenziano come tale

esperienza, centrata sulla mancanza di un caregiver stabile di riferimento e sul dover interagire con

caregiver multipli, determini in loro una socievoleza diffusa rispetto ad adulti estranei o poco conosciuti, che

testimonia una difficoltà nella qualità dei loro primi incontri intersoggettivi a intrattenere relazioni profonde e

intime. Tale tendenza tende a persistere anche in età adulta, anche a seguito dell’adozione.

CURE GENITORIALI PRECOCI, ATTACCAMENTO E SVILUPPO SOCIOEMOTIVO:

Tra gli studi longitudinali rilevanti troviamo quello di Stroufe e colleghi intitolato “Minnesota Study of Risk and

Adaptation from Birth to Adulthood”, che ha seguito un gruppo di 180 bambini a rischio a causa della povertà

delle condizioni socioeconomiche dei genitori.

A partire dai risultati di questa ricerca, Stroufe delinea un modello evolutivo che, avendo come cardini la

teoria dell’attaccamento (Bowlby) e quella transazionale dello sviluppo (Sameroff e Emde), indaga l’impatto

delle prime esperienze relazionali e di attaccamento sul successivo sviluppo socioemotivo e della personalità

del bambino, considerato nelle sue diverse articolazioni e nelle diverse fasi evolutive, dall’età prescolare e

scolare a quella adolescenziale fino alla prima età adulta.

Queste variabili appaiono costituite:

a) da una parte, dalla qualità delle cure materne valutate fino ai 4 anni di vita: Stroufe studia in particolare la

capacità di scaffolding della madre nei confronti del bambino e la capacità di supportare l’autonomia del

bambino.

b) dall’altra dalla qualità dell’attaccamento del bambino alla madre considerato nel secondo anno di vita.

Per quanto riguarda l’attaccamento, in questo studio, l’attaccamento sicuro valutato a 12 mesi del bambino si

è rivelato predittivo nell’età prescolare rispetto all’adeguatezza di una serie di funzioni psicologiche

importanti per lo sviluppo della personalità, tra cui confidenza e fiducia in se stessi, autostima, regolazione

emotiva, capacità di relazioni sociali con adulti e pari.

Questa influenza sembra esercitare un impatto a lungo termine non solo nell’età prescolare, ma anche nella

media infanzia e nell’adolescenza fino all’età adulta, ma solo se combinata con altre variabili (es. variabili

relazionali costituite dalla qualità complessiva delle cure genitoriali fino a 4 anni insieme alle competenze

sociali e di autorganizzazione che il bambino che il bambino ha sviluppato nelle prime fasi).

Sulla base di questi dati di ricerca, sembra infatti che le cure materne e i pattern di attaccamento considerati

nei primi due anni di vita sono determinanti per l’acquisizione di competenze di autonomia e di

autorganizzazione e per le relazioni sociali con i pari fino ai 3 anni. Questi pattern socio-relazionali e di

organizzazione del sé che si strutturano tra il secondo e il terzo anno di vita influenzano a loro volta, insieme

alle cure genitoriali, l’adeguatezza dello sviluppo socio-emotivo successivo, determinando inoltre la qualità

delle amicizie nella media infanzia e nella preadolescenza e poi anche altre competenze sociali

nell’adolescenza e nell’età adulta.

Ci sono altri fattori che influenzano lo sviluppo successivo del bambino, tra cui:

- eventi stressanti o traumatici in famiglia

- modificazione dello status socioeconomico

- modificazioni del supporto coniugale e delle reti di supporto familiari ed extrafamiliari

Un altro punto cruciale di questo studio riguarda la possibilità di considerare l’attaccamento sicuro come

fattore di resilience rispetto alla comparsa di comportamenti disadattivi dopo i 5 anni.

In altre parole, il bambino sicuro, secondo questo studio, a fronte di eventi stressanti intervenienti, si

dimostra più in grado di fronteggiarli, senza sviluppare disturbi di tipo internalizzante o esternalizzante, come

invece accade più frequentemente al bambino con attaccamento insicuro.

Inoltre, se questi disturbi compaiono, i bambini sicuri dimostrano, rispetto a quelli insicuri, una maggiore

capacità di recuperare (recovery) dopo un tempo sufficientemente breve i precedenti pattern adattivi.

Quindi la capacità di resilience e di recovery emergono nell’ambito delle relazioni precoci maturate con i

caregiver.

Un terzo punto di questo studio riguarda l’aspetto di rischio insito nei vari tipi di attaccamento insicuro

rispetto allo sviluppo di disturbi psicopatologici nel corso del ciclo di vita. L’attaccamento insicuro infatti, se

combinato con altri fattori (es. assenza di supporto alla madre, eventi stressanti nella vita dei genitori,

depressione della madre), risulta un fattore di rischio per esiti psicopatologici.

L’attaccamento insicuro ambivalente, se combinato ad altri fattori di rischio, predispone al rischio di problemi

internalizzanti (es. ansia e depressione), mentre l’attaccamento insicuro evitante a problemi esternalizzanti

(es. aggressività e disturbi della condotta).

L’attaccamento disorganizzato invece, che implica una rottura nelle strategie di adattamento del bambino nei

confronti di un caregiver sperimentato cronicamente non responsivo o intrusivo e ostile, è predittivo, anche in

assenza di altri fattori di rischio, di patologie di tipo dissociativo, oltre che esternalizzante, che possono

manifestarsi anche tardivamente nel corso dell’adolescenza.

Da uno studio longitudinale di Grossmann e Waters, emerge che la qualità dell’attaccamento in età

adolescenziale e adulta, così come quella relativa alla rappresentazione delle relazioni sentimentali, appare

invece correlata a variabili connesse in primo luogo ad aspetti specifici delle modalità di cura esercitate da

entrambi i genitori sia nella prima sia nella media infanzia. Tra questi aspetti troviamo la sensibilità e la

supportività esercitate dal genitore insieme alla sua scarsa attitudine al rifiuto e alla sua capacità di

condividere il gioco con il proprio figlio.

In uno studio di Main, Hess e Kaplan emerge una tendenza alla stabilità dell’attaccamento dall’infanzia, alla

media infanzia, fino all’età adulta in un campione a basso rischio.

In questo studio si rileva tuttavia come, da una parte, in relazione ad eventi negativi intervenienti, la qualità

dell’attaccamento subisce delle modifiche e, dall’altra, l’attaccamento disorganizzato valutato nella prima

infanzia tenda a trasformarsi in attaccamento insicuro distanziante nel corso dello sviluppo, con un’evidente

modificazione dell’organizzazione difensiva del soggetto.

Inoltre è importante sottolineare che la qualità dell’attaccamento nel corso dell’adolescenza si rivela

suscettibile di maggiori fluttuazioni rispetto alle altre fasi evolutive, anche per le contemporanee modificazioni

della sensibilità del genitore, in particolare della madre, rispetto al figlio adolescente.

La madre infatti può riscontrare maggiori difficoltà rispetto alle fasi precedenti, perché deve risultare

supportiva nei confronti del figlio e nel contempo lasciarli la giusta autonomia.

Anche altri fattori contribuiscono a determinare il tipo di attaccamento nel corso dell’adolescenza, tra cui

l’amicizia con i pari e le esperienze con gli insegnanti nella media infanzia (Aikins, Howes e Hamilton).

Un altro studio longitudinale della Feldman mostra l’importanza delle cure genitoriali.

Lo studio, che considera un gruppo di soggetti dal primo anno di vita fino alla prima adolescenza (13 anni),

analizza l’impatto delle modalità interattive intercorrenti tra madre e figlio valutate in diverse fasi (3 e 9 mesi,

2, e 16 anni), sul loro adattamento socio-emotivo nell’adolescenza.

I risultati suggeriscono che aspetti cruciali della competenza materna (es. sensibilità, non intrusività) si

mantengono stabili nel corso dello sviluppo, a differenza del coinvolgimento sociale da parte del bambino nei

confronti della madre.

Sempre secondo tale studio, la stabilità della sensibilità materna e della reciprocità diadica madre – bambino

appaiono le variabili relazionali più rilevanti rispetto alla qualità dell’adattamento socio – emotivo del soggetto

valutato nell’adolescenza.

Quindi si può dedurre che, senza interventi specifici, interazioni non adattive in et precoce tra madre e

bambino tendono a stabilizzarsi anche nell’età successiva, contribuendo a influenzare lo sviluppo del

bambino in modo continuo. Da qui emerge l’importanza di interventi preventivi che possano interrompere

tale tendenza.

EMOZIONI E INTERAZIONI NELLA RELAZIONE GENITORE – BAMBINO: INDICATORI DI RISCHIO

PRECOCI:

Studi recenti hanno utilizzato come output i punteggi riportati dai bambini, considerati in diverse fasce d’età,

rispetto al Child Behavioral Checklist somministrato ai genitori, un questionario self – report volto a valutare

eventuali problematiche emotive e comportamentali del bambino.

Dai risultati emerge che l’ostilità e/o l’intrusività materna nel primo anno di vita sono predittive di

comportamenti esternalizzanti da parte del bambino a 2 anni di vita. Questo dato è confermato anche per

quanto riguarda la sensibilità paterna, che, se carente nel secondo semestre di vita, si rivela predittiva di

comportamenti esternalizzanti nel bambino di 8 anni.

Altri studi evidenziano come l’incremento di comportamenti aggressivi osservato in bambini di 17 mesi sia

accompagnato da un aumento delle modalità di controllo e di punizione fisica esercitate dalla madre nello

steso periodo.

Allo stesso tempo studi precedenti avevano evidenziato come l’ostilità del comportamento delle madri nel

corso del primo anno di vita fosse correlato alla comparsa precoce di comportamenti aggressivi nei loro figli.

La sensibilità materna valutata nel secondo semestre del primo anno di vita del bambino sembra d’altra

parte predire a 2 anni una maggiore resilience di quest’ultimo, valutata come capacità di esprimere emozioni

positive e di adattamento a fronte dell’esecuzione di compiti frustranti.

Secondo altri studi, i comportamenti esternalizzanti dei bambini valutati tra i 4 e i 5 anni appaiono associati al

loro tipo di attaccamento alla madre a 15 mesi, con maggiori comportamenti esternalizzanti rilevati nei

bambini insicuri. Inoltre lo studio rivela che se la qualità delle cure materne si modifica tra i 15 e i 54 mesi,

nel senso del suo impoverimento, i comportamenti esternalizzanti dei bambini insicuri tendono ad aumentare

a differenza di quelli dei bambini sicuri delineandosi l’attaccamento sicuro un fattore in grado di proteggere il

bambino dalla trascuratezza materna “tardiva” rispetto al manifestarsi di problematiche esternalizzanti.

Appare quindi evidente che la comunicazione affettiva tra genitore e bambino nei primi anni di vita, giochi un

ruolo significativo rispetto allo sviluppo socio-emotivo del bambino e agli aspetti di rischio psicopatologico

eventualmente emergenti.

A tal proposito è stato evidenziato come l’emozionalità negativa espressa dal bambino nel primo anno di vita

nei confronti del caregiver non sia predittiva di problematiche successive, a differenza di quella materna che

appare invece correlata all’emergenza di problematiche esternalizzanti e internalizzanti nei bambini stessi,

soprattutto se mediata dalla bassa espressione di emozioni positive da parte delle madri.

EMOZIONI POSITIVE E RESILIENCE:

Oltre alla responsività del caregiver rispetto alle emozioni negative espresse dal bambino, svolgono un ruolo

importante le emozioni positive sia nell’età infantile che in quella adulta nei confronti di condizioni avverse.

Per quanto riguarda l’età infantile, Emde evidenzia l’importanza della condivisione delle emozioni positive tra

bambino e genitore per la strutturazione dei primi nuclei del Sé infantile.

A tal proposito, studi recenti hanno evidenziato come la responsività delle madri verso le emozioni dei figli, in

particolare verso quelle positive, contribuisca ad aumentare in questi ultimi l’espressione delle emozioni

positive e la diminuzione di quelle negative. È stato rilevato che la sensibilità materna sperimentata nel primo

anno di vita da parte del bambino ne aumenta la capacità di resilience emotiva nelle fasi successive,

concepita come capacità di generare emozioni positive e di recuperare rapidamente rispetto alle emozioni

negative.

Il ruolo svolto dalle emozioni positive è stato studiato in modo approfondito negli ultimi anni nel campo della

psicologia da Fredrickson e colleghi, i quali hanno formulato una teoria relativa alle emozioni positive (The

Broaden – and – build Theory of Positive Emotions). È stato evidenziato come soggetti adulti che hanno

sperimentato per un periodo prolungato emozioni positive nel corso della loro vita quotidiana rilevino più

capacità di fronteggiare condizioni di stress elevato, mostrandosi maggiormente in grado di affrontare il

disagio e di ripristinare il livello emotivo positivo temporaneamente perduto.

Gli autori ipotizzano che tale capacità si colleghi alla disponibilità presente in questi soggetti di un processo

di attivazione automatica delle emozioni positive operante al di fuori della coscienza e mobilitato da

condizioni stressanti. Tale disponibilità sarebbe costruita in relazione alla capacità maturata dal soggetto di

regolare e mantenere le emozioni positive, godendone l’esperienza.

La possibilità di sperimentare emozioni positive unita alla capacità di regolare adeguatamente si delinea

dunque come una condizione cruciale su cui si fonda la resilienza del soggetto rispetto a condizioni avverse,

ma anche il suo benessere emotivo e la sua soddisfazione di vita.

IL SEGNO DELLE ESPERIENZE PRECOCI: CAMBIAMENTO O DESTINO:

Secondo il modello transazionale di Stroufe, l’individuo è concepito come un sistema vivente in continua

interazione con l’ambiente: il soggetto costruisce pattern di adattamento individuali sulla base

dell’interiorizzazione delle esperienze relazionali che vive precocemente. Questi pattern a loro volta

influenzano le competenze socio-emotive che egli sviluppa nelle fasi successive, come la competenza con i

pari e le relazioni sentimentali e di amicizia.

In quest’ottica le esperienze relazionali precoci, codificate in modelli operativi di attaccamento, costituiscono

il cuore della personalità del soggetto.

Questi schemi relazionali vengono codificati durante la prima infanzia a livello di memoria procedurale, una

memoria di tipo preverbale e non consapevole.

Seguendo tale modello, nel caso di deviazione di queste traiettorie, dovute ad esempio ad eventi negativi

intervenienti, il soggetto tenderà comunque a ripristinare le più precoci modalità relazionali sulle cui basi

sono state costruite le sue competenze socio-emotive.

Tuttavia altri ricercatori, osservando i dati longitudinali a disposizione, hanno parlato di lawful discontinuity.

Secondo loro, la stabilità delle modalità relazionali ed emotive del soggetto sarebbe apparente in quanto

ascrivibile principalmente alla stabilità delle relazioni genitoriali che il bambino sperimenta nel corso del suo

sviluppo.

Se invece la qualità delle cure e delle interazioni tra genitore e bambino si modifica, allora le competenze e

le modalità di attaccamento del bambino subiscono anch’esse delle modifiche, mostrandosi influenzate non

dalle relazioni precedenti ma da quelle in atto al momento della loro valutazione.

Tuttavia, bisogna ricordare che le stesse modalità di parenting del genitore tendono a mantenersi stabili dalla

prima infanzia del figlio fino all’adolescenza.

Le esperienze precoci di accudimento sembrano inoltre giocare un ruolo importante nel determinare le

modalità di parenting del genitore, seguendo una legge di trasmissione intergenerazionale. In altre parole, la

relazione diadica vissuta dalla bambina nella prima infanzia con la propria madre tende a riattivarsi con

modalità analoghe una volta che la bambina è divenuta lei stessa madre a fronte dei bisogni espressi dal

proprio figlio.

NEL SEGNO DELLA DISCONTINUITÀ: LA CAPACITÀ DI “RESILIENCE”:

Vengono definiti sicuri “guadagnati” quei soggetti che vengono valutati sicuri con l’AAI, anche se riportano

esperienze infantili difficili. Questi soggetti infatti, pur avendo vissuto vicende avverse nel corso dell’infanzia,

sono in grado di narrare tali esperienze in modo obiettivo, senza mostrare troppo coinvolgimento o eccessivo

distanziamento.

Inoltre questi soggetti, pur presentando secondo alcuni una tendenza a sviluppare nel corso della vita adulta

stati depressivi in misura maggiore rispetto ai sicuri “continui”, appaiono in grado di attivare nei confronti dei

propri figli modalità di parenting sensibili anche in condizioni di stress elevato e di intrattenere relazioni

sentimentali soddisfacenti al pari dei sicuri “continui”.

Sono ancora in corso ricerche sui fattori che possono aver contribuito a modificare i modelli di attaccamento

infantili, trasformandoli da insicuri a sicuri. Tuttavia, alcuni ricercatori ipotizzano che uno dei fattori di

maggiore importanza nel determinare la trasformazione dei pattern di attaccamento sia l’incontro con adulti

significativi con cui il bambino possa aver sperimentato relazioni soddisfacenti e, almeno parzialmente,

continuative.

Questo riconduce al tema della resilienza, ovvero la capacità del soggetto di superare condizioni avverse

senza esserne sopraffatto.

Alcune ricerche hanno messo in luce l’esistenza di fattori protettivi in grado di facilitare nei soggetti “resilienti”

l’adattamento positivo a circostanze sfavorevoli.

Tra i fattori di protezione compaiono:

- alcune caratteristiche individuali dei bambini: tra cui gli aspetti temperamentali, le competenze cognitive,

l’autostima, l’autoregolazione

- caratteristiche relazionali costituite da almeno una figura genitoriale favorevole o da figure di adulti

supportivi incontrate nel corso dello sviluppo.

- fattori contesuali, riguardanti la qualità dell’istruzione e le reti di sostegno disponibile

- la possibilità di cambiamenti positivi che il soggetto può effettuare durante alcuni “snodi” evolutivi.

In quest’ottica, la resilience si configura come un processo dinamico modificabile nel corso dello sviluppo.

NEL SEGNO DELLA CONTINUITÀ: L’ATTACCAMENTO DISINIBITO:

Da alcune ricerche è emerso che i bambini ricoverati in istituto nei primi anni di vita presentassero una

percentuale elevata di attaccamenti atipici rispetto a quelli presenti nella popolazione normale. Questa

modalità di attaccamento è stata definita disturbo reattivo dell’attaccamento (RAD). Rispetto a questo

disturbo sono stati differenziati due sottotipi:

a) il disturbo dell’attaccamento ritirato ed emozionalmente inibito: caratterizzato da ipervigilanza e

preoccupazione unitamente alla difficoltà a utilizzare il caregiver come figura che consola e protegge.

b) disinibito con socievolezza indiscriminata: contraddistinto da un’eccessiva familiarità dimostrata nei

confronti di adulti sconosciuti o marginalmente conosciuti e dalla difficoltà a formare un attaccamento di tipo

selettivo verso figure specifiche.

Secondo i risultati di ricerca, nei bambini, una volta adottati o posti in affido, i segni del disturbo reattivo

dell’attaccamento inibito diminuiscono significativamente, mentre rimangono persistenti quello relativo

all’attaccamento disinibito i cui marker prevalenti appaiono la ricerca di contatto fisico e la familiarità

dimostrata verso adulti sconosciuti o scarsamente conosciuti, riassumibili in un atteggiamento

iperamichevole verso partner non familiari.

Ciò che appare intaccata dall’aver sperimentato relazioni precoci sfavorevoli non sembra la capacità di

formare nuovi legami di attaccamento, ma semmai quella, di matrice intersoggettiva, di intrattenere relazioni

sociali selettive con una valenza intima e approfondita. A questo proposito, alcuni ricercatori hanno proposto

di concepire solo il disturbo inibito come vero e proprio disturbo dell’attaccamento e di considerare invece

quello disinibito come un disturbo connesso alle diminuite capacità del soggetto di intrattenere relazioni

sociali selettive e intime.

CAPITOLO 4: ATTACCAMENTO, INTERAZIONI MADRE – BAMBINO E RISCHIO PSICOPATOLOGICO:

UNO STUDIO LONGITUDINALE:

è stato progettato un piano longitudinale suddiviso in due fasi (0 – 3 anni e 6 – 8 anni), volto ad approfondire

il ruolo svolto da alcune variabili precoci, costituite da una parte dall’attaccamento infantile e materno e

dall’altra dagli stili di interazione di madre e bambino valutati nel corso del primo anno di vita.

LO STUDIO 0 – 3 ANNI:

Nella prima fase, lo studio ha preso in esame lo sviluppo della relazione madre – bambino e il formarsi del

relativo legame di attaccamento, seguendo un gruppo di coppie madre – bambino nei primi tre anni di vita di

quest’ultimo.

Gli obiettivi in questa prima fase sono stati:

a) analizzare i modelli operativi interni di attaccamento delle madri e gli stili interattivi di madri e bambini

considerati a 3, 6 e 9 mesi di vita del bambino.

b) evidenziare la relazione di tali variabili con i pattern di attaccamento misurati nel bambino nel secondo

anno di vita.

c) evidenziare la possibile relazione di tutte le variabili considerate con eventuali disturbi dello sviluppo

valutati nel corso del terzo anno di vita del bambino.

Alla ricerca hanno partecipato 34 coppie madre – bambino tratte da una popolazione non a rischio. Le madri

avevano avuto tutte una gravidanza a termine e godevano di una relazione stabile con il loro partner. La loro

età era compresa tra i 28 e i 40 anni e il ceto socioeconomico era medio e medio – alto.

I bambini erano senza problemi organici alla nascita e il loro sviluppo cognitivo e motorio risultava nella

norma nelle misurazioni effettuate con le Scale Bayley a 5 e a 10 mesi, per quanto riguarda sia il punteggio

motorio sia quello cognitivo.

Nel corso della ricerca sono state valutate queste variabili:

1) a 3 mesi del bambino: i modelli operativi interni di attaccamento della madre con l’AAI

2) a 3, 6 e 9 mesi: gli stili interattivi di madre e bambino con il Care – Index.

3) dai 14 ai 16 mesi: i pattern di attaccamento del bambino con la Strange Situation

4) a 5 e 10 mesi: il livello di sviluppo sensomotorio e mentale del bambino con le Scale Bayley

5) tra i 24 e i 36 mesi: la presenza di eventuali disturbi nello sviluppo attraverso il sistema di classificazione

DC: 0 – 3.

Suddividendo gli stili della madre nelle categorie sensibile e non sensibile (comprendente lo stile controllante

e non responsivo) e del bambino nelle categorie cooperativo e non cooperativo (comprendente gli stili

difficile, passivo, compulsivo), le analisi dei dati relativi alle 34 coppie madre – bambino, seguite

longitudinalmente nei primi 3 anni di vita hanno evidenziato prima di tutto un’associazione significativa tra lo

stile interattivo materno e quello del bambino a 3, 6 e 9 mesi.

Infatti:

- lo stile interattivo sensibile delle madri è apparso associato con lo stile interattivo cooperativo dei bambini.

- lo stile interattivo non sensibile delle madri è apparso associato con lo stile interattivo non cooperativo dei

bambini.

Quindi i dati evidenziano il precoce adattamento reciproco che si instaura tra madre e bambino nel corso del

primo anno di vita sul versante sia dell’adeguatezza che del rischio.

Per quanto riguarda i modelli di attaccamento di madri e bambini misurati, rispettivamente, utilizzando l’AAI a

3 mesi e la Strange Situation a 14 mesi di vita del bambino, l’analisi dei dati ha mostrato un’associazione

significativa tra i modelli, suddivisi in sicuri ed insicuri, di madri e bambini, confermando l’ipotesi della

trasmissione intergenerazionale dei modelli di attaccamento formulata nelle precedenti ricerche.

I dati hanno anche messo in evidenza come i pattern di attaccamento dei bambini (sicuri/insicuri) siano

significativamente associati agli stili interattivi delle loro madri (sensibili/non sensibili) a 9 mesi.

Al contrario, gli stili interattivi adottati dai bambini nei confronti delle madri durante il primo anno di vita

(cooperativi/non cooperativi) non avevano alcuna associazione significativa con i loro pattern di

attaccamento.

Questo indica che la responsività materna ha maggior peso rispetto allo stile di interazione infantile nella

formazione dei legami di attaccamento.

Inoltre si è evidenziato che i pattern di attaccamento sicuri e insicuri dei bambini appaiono associati alla

stabilità della qualità degli stili interattivi delle madri valutata a 3, 6 e 9 mesi.

Infatti, si è delineata un’associazione significativa tra lo stile interattivo della madre che nel corso delle tre

interazioni rimane sempre sensibile o sempre non sensibile e il futuro pattern di attaccamento del bambino:

le madri sempre sensibili tendono ad avere bambini sicuri, mentre quelle sempre non sensibili bambini

insicuri.

L’instabilità della sensibilità materna non è invece risultata associata a specifici pattern di attaccamento.

Questo dato implica l’importanza di monitorare la responsività della madre a più riprese nel corso del primo

anno di vita del bambino.

Infine l’analisi ha evidenziato un’associazione significativa tra i pattern di attaccamento dei bambini e la

presenza di problematiche cliniche o subcliniche nella relazione madre – bambino rilevate dopo il secondo

anno di vita con la scala di valutazione globale della relazione genitore – figlio PIR – GAS relativa alla

classificazione DC: 0-3.

Infatti, i bambini con attaccamento insicuro presentavano in misura significativamente maggiore

problematiche riguardanti la relazione con la madre dopo il secondo anno di vita rispetto a quelli sicuri.

In sintesi:

I dati emersi appaiono significativi per l’individuazione di indicatori di rischio precoci, che si possono

evidenziare:

a) nella qualità dei modelli di attaccamento materno: c’è associazione significativa tra i modelli di

attaccamento materni insicuri e quelli infantili

b) negli stili interattivi materni nel primo anno di vita: c’è associazione tra stabilità della sensibilità/insensibilità

materna e qualità dell’attaccamento infantile

c) nei pattern di attaccamento dei bambini: c’è associazione tra insicurezza dei pattern di attaccamento e

presenza di problematiche cliniche o subcliniche relative alla relazione, valutate nel bambino dopo i 2 anni.

LO STUDIO 6 – 8 ANNI:

In una seconda fase dello studio le indagini si sono svolte a 6 e 8 anni con lo stesso gruppo di diadi madre –

bambino considerate nella fase precedente 0-3.

L’obiettivo della studio è stato:

1) valutare la relazione tra le variabili considerate nello studio 0-3 e la qualità dell’attaccamento del bambino

e la presenza di eventuali problematiche emotive e comportamentali a 6 anni.

2) esaminare la relazione tra le stesse variabili 0-3 e la qualità delle interazioni madre – bambino a 8 anni

considerate unitamente alla competenza emotiva del bambino misurata nello stesso periodo.

Le variabili 0-3 considerate erano:

a) attaccamento materno e infantile valutati con l’AAI e la Strange Situation

b) stili di interazione madre – bambino a 3, 6 e 9 mesi valutati con il Care Index.

Le variabili utilizzate a 6 anni erano:

a) attaccamento del bambino valutato attraverso il Separation Anxiety Test (SAT).

b) eventuali problematiche emotive e comportamentali del bambino esaminate con la Child Behaviour

Checklist (CBCL).

Le variabili utilizzate a 8 anni erano:

a) qualità dell’interazione tra madre e bambino con l’EAS.

b) livello di competenza emotiva del bambino con il test di comprensione emotiva (TEC)

Le analisi dei dati relativi agli 8 anni sono ancora in corso di completamento.

Per quanto riguarda gli stili, sono state mantenute le dicotomie della mamma sensibile/non sensibile

(controllante, non responsivo), e del bambino cooperativo/non cooperativo (passivo, difficile, compulsivo).

Considerando la relazione tra questi stili e i punteggi alle scale CBCL dei bambini a 6 anni, sono emerse

associazioni significative rispetto a tali punteggi per quanto riguarda gli stili di madre e bambino rilevati a 6 e

9 mesi.

In particolare, alle madri valutate come non sensibili nell’interazione con il loro bambino a 6 mesi

corrispondono bambini che a 6 anni hanno punteggi più elevati nella scala Esternalizzazione e nella relativa

sottoscala Comportamento aggressivo, rispetto ai bambini con madri valutate come sensibili a 6 mesi di vita.

I bambini valutati come non cooperativi a 6 mesi durante l’interazione diadica con la madre a 6 anni

presentano punteggi più elevati rispetto ai bambini valutati come cooperativi nella scala Internalizzazione (e

nella relativa sottoscala Lamentele somatiche), in quella Esternalizzazione (e nelle relative scale

Comportamento delinquenziale e Comportamento aggressivo) e nella scala Problemi totali (e nella

sottoscala Problemi di attenzione).

Per quanto riguarda la valutazione degli stili interattivi a 9 mesi, alle madri classificate come non sensibili si

accompagnano bambini che a 6 anni presentano alti punteggi nelle scale Internalizzazione (e nelle relative

sottoscale Ansia/depressione e Lamentele somatiche), Esternalizzazione (e nella sottoscala Comportamento

aggressivo) e Problemi totali (e nella sottoscala Problemi sociali) rispetto ai bambini con madri sensibili a 9

mesi.

I bambini valutati come non cooperativi durante l’interazione con la madre a 9 mesi presentano punteggi più

alti rispetto ai bambini classificati come cooperativi in alcune scale della CBCL a 6 anni, in particolare nella

scala Internalizzazione, e nelle relative sottoscale Ansia/depressione e Lamentele somatiche, e in quella

Problemi totali.

Per quanto riguarda le variabili costituite dai modelli di attaccamento materno, valutati tramite l’AAI, e i

pattern di attaccamento infantili, esaminati tramite la Strange Situation, non sono invece emerse differenze

tra i punteggi ottenuti alla CBCL a 6 anni dai bambini sicuri rispetto ai bambini insicuri e tra quelli ottenuti dai

bambini con madri sicure e dai bambini con madri insicure.

In sintesi: le variabili relative ai primi 14 mesi di vita che nello studio appaiono maggiormente correlate

all’emergere di indicatori di rischio rispetto a possibili problematiche emotivo – comportamentali a 6 anni

appaiono quelle attinenti agli stili interattivi materni e infantili valutati a 6 e 9 mesi.

Nello specifico, lo stile materno non sensibile (madri controllanti e non responsive) sembra facilitare nei figli

l’emergenza di punteggi più elevati, rispetto ai figli di madri sensibili, relativamente alle scale riferite a

problematiche internalizzanti ed esternalizzanti.

Anche lo stile non cooperativo del bambino sembra incidere sugli stessi aspetti, influenzando a 6 mesi i

punteggi relativi alle scale riguardanti problematiche esternalizzanti e internalizzanti e a 9 mesi quelli relativi

a problematiche internalizzanti.

Quindi tutti questi risultati mostrano l’importanza del ruolo svolto dalle interazioni precoci madre – bambino

sul successivo sviluppo di possibili rischi evolutivi di tipo sia esternalizzante che internalizzante.

CARLO E CECILIA: TRASMISSIONE E STABILITÀ DELL’ATTACCAMENTO INSICURO:

Madre Cecilia:

- attaccamento preoccupato con aspetti di passività (E1 secondo la classificazione AAI) nei confronti delle

figure di attaccamento.

- Tendenza alla disorganizzazione rispetto ai lutti subiti.

- dipendenza significativa dalla figura materna, descritta come ansiosa e controllante

- aspetti di role – reversing nei confronti di entrambi i genitori

 Gli stili di interazione mamma – bambino valutati nel corso del primo anno di vita con il Care – Index si

delineano con punteggi prevalenti di non responsività per quanto riguarda la madre, mentre il bambino si

delinea prevalentemente passivo e scarsamente cooperativo nell’interazione con la madre.

 Dalla Strange Situation svolta a 14 mesi di vita del bambino, emerge un attaccamento disorganizzato e

come seconda classificazione insicuro-ambivalente.

 La valutazione dell’attaccamento di Carlo a 6 anni, svolta con il SAT, conferma la disorganizzazione

riscontrata nei confronti della madre a 14 mesi

 Emergono inoltre punteggi elevati alle scale CBCL dell’Esternalizzazione e delle sottoscale

Ansia/depressione relative a problemi internalizzanti, nonché alla scala Problemi sociali.

 In sintesi: la mancata responsività materna durante il primo anno di vita, intesa anche come difficoltà della

madre a regolare le emozioni del figlio, unita alle scarse capacità cooperative e responsive del bambino,

sembra aver favorito la formazione in Carlo di un pattern di attaccamento disorganizzato con aspetti di

ambivalenza, ostacolando in lui lo sviluppo della capacità di esprimere in modo equilibrato le emozioni legate

all’attaccamento e incidendo sull’organizzazione delle sue capacità di regolazione emotiva.

MARTA E GINEVRA: ATTACCAMENTO, REGOLAZIONE EMOTIVA E INDICATORI DI RISCHIO:

Madre Marta:

- soffre (a 3 mesi di vita della bambina) di stati d’ansia e racconta di sentire scarso sostegno da parte dei

familiari e del marito rispetto alle cure della bambina.

- per quanto risulta lo stato della mente rispetto all’attaccamento, essa risulta moderatamente distanziante

(DS3), con una parziale negazione delle emozioni ed esperienze negative vissute nel corso dell’infanzia.

- Marta raffigura il rapporto con la madre come positivo anche se in modo generico e in relazione soprattutto

alle cure materiali.

- a partire dai 6 anni Marta ha sperimentato la depressione della propria madre che ne ha sofferto per lunghi

periodi. Marta racconta di averla vissuta senza particolari drammi, anche se in alcuni momenti dell’intervista

rivela un livello di preoccupazione elevato che si manifestava con episodi notturni di malessere acuto e

paura rispetto alla possibile morte dei propri genitori.

 A 3 mesi, gli stili di interazione di madre e bambina valutati con il Care Index appaiono complessivamente

adeguati. A 6 mesi lo stile della madre assume aspetti prevalentemente controllanti, volti a limitare le

iniziative della bambina e il suo interesse per gli oggetti, mentre quello della bambina si adegua in modo

compiacente agli interventi della madre. A 9 mesi madre e bambina sono complessivamente poco interattive.

 A 16 mesi, l’attaccamento di Ginevra alla madre risulta di tipo moderatamente evitante (A2) in modo

speculare a quello moderatamente distanziante della madre.

 A 6 anni, l’attaccamento di Ginevra valutato con il SAT risulta nuovamente evitante, con risposte

caratterizzate da distanziamento dalle emozioni alla visione delle vignette raffiguranti la separazione dai

genitori, ed espressione di eccessiva fiducia rispetto alla propria capacità di fronteggiarle.

 per quanto riguarda la competenza emotiva valutata con il TEC, Ginevra si colloca al di sotto della media

rispetto all’età, evidenziando difficoltà nella regolazione delle esperienze emotive.

 Le interazioni di gioco di Ginevra con la madre valutate con le scale EAS a 8 anni, evidenziano, dal punto

di vista della madre una scarsa capacità di quest’ultima di sintonizzarsi con la bambina anche a livello di

condivisione di emozioni positive, nonché un’eccessiva intrusività, e, dal punto di vista della bambina, uno

scarsissimo coinvolgimento attivo rispetto alla madre e una bassa adesione alle sue proposte.

 Lo stato della madre insicuro distanziante rispetto all’attaccamento appare correlato al pattern di

attaccamento della bambina a 16 mesi, che risulta, in modo speculare, insicuro evitante.

CAPITOLO 5: LE RAPPRESENTAZIONI GENITORIALI DALLA GRAVIDANZA ALLA NASCITA DEL

BAMBINO:

L’esperienza della gravidanza, nella donna, comporta sostanziali modificazioni del suo mondo interno

attraverso un processo di riorganizzazione finalizzato alla costruzione del nuovo ruolo materno (capacità di

prendersi cura, di proteggere, di entrare in sintonia e di rispondere ai momenti di difficoltà del nascituro).

Questo processo si configura in una doppia direzione:

a) regressiva: volta alla rielaborazione delle relazioni con le figure genitoriali, in particolare con quella

materna (il riferimento alla figura materna consente la riattivazione e l’utilizzo delle esperienze infantili che la

donna ha vissuto con la propria madre e il completamento dei processi identificatori con quest’ultima), ma

anche con quella paterna (in termini sia dell’accudimento sperimentato sia delle prime fantasie legate alla

maternità da parte della bambina).

b) progressiva: volta alla costruzione di una nuova identità facilitata dalle fantasie e immagini del futuro

bambino attivate dalla gravidanza.

 la gravidanza rappresenta un periodo di “ponte” tra passato e futuro, tra noto e ignoto.

 La riattivazione di tutte le identificazioni con le figure parentali diventa dunque durante la gravidanza un

processo centrale e in parte inconsapevole, funzionale all’acquisizione delle competenze parentali da parte

della futura mamma.

Nell’ambito della teoria dell’attaccamento, George e Solomon hanno evidenziato che i futuri genitori tendono

a riprodurre le proprie esperienze di attaccamento rispetto alle figure genitoriali.

Queste modalità rappresentative permettono ai genitori di costruire un sistema di caregiving in grado di

fornire protezione al figlio, integrando in un senso trasformativo le proprie esperienze infantili relative

all’accudimento e all’attaccamento, e le emozioni collegate.

I sistemi di caregiving appaiono correlati sia con i modelli operativi di attaccamento dei genitori stessi verso i

propri genitori (evidenziabili con l’AAI  Adult Attachment Interview), sia con i pattern di attaccamento dei figli

(misurati con la Strange Situation).

Nel periodo transitorio della gravidanza la donna, sulla base di questi processi, inizia a costruire delle

rappresentazioni di se stessa come madre e contemporaneamente del futuro bambino.

Queste rappresentazioni non hanno contenuti realistici ma sono il frutto delle proprie esperienze infantili e

delle fantasie più attuali riguardo il futuro bambino e se stessa come madre.

La qualità delle fantasie della donna riguardo al bambino nel corso della gravidanza costituisce un

importante indicatore sia del suo investimento affettivo sul futuro bambino, sia della sua capacità di “tenerlo

in mente” costituendo uno spazio mentale a lui dedicato.

Le rappresentazioni materne rimangono attive nel periodo dopo la nascita, guidando le modalità con cui la

madre interagisce con il bambino e influenzando i suoi stati emotivi.

 Siccome esiste una continuità tra le caratteristiche del mondo rappresentazionale del genitore e il sistema

di cure che egli mette in atto nell’interazione con il bambino, lo studio delle rappresentazioni materne attuato

durante la gravidanza può svolgere un ruolo fondamentale nella comprensione della futura relazione madre

– bambino e rivelarsi particolarmente utile nei casi di condizioni problematiche per lo sviluppo della

genitorialità.

Situazioni a rischio possono essere:

a) la donna in gravidanza non ha costruito uno “spazio mentale” né per il bambino né per sé in quanto

madre.

b) la madre dopo il parto non è in grado di sviluppare rappresentazioni flessibili e coerenti che organizzano le

sue interazioni con il bambino sulla base delle sue caratteristiche reali, ma attribuisce in modo rigido

immagini e rappresentazioni al bambino stesso sovrapponendole alla sua individualità emergente.

 A questo proposito sono stati svolti vari studi con l’obiettivo di indagare la qualità delle rappresentazioni

materne e paterne durante la gravidanza.

Gli strumenti di valutazione delle rappresentazioni genitoriali (interviste e questionari) sono risultati

particolarmente utili nella progettazione di interventi preventivi volti a favorire il miglioramento delle

competenze genitoriali e a ridurre eventuali fattori di rischio insiti nella relazione madre – bambino.

LA VALUTAZIONE DEI MODELLI OPERATIVI INTERNI DI ATTACCAMENTO: L’ ”ADULT ATTACHMENT

INTERVIEW”:

Negli anni ’80, nell’ambito della teoria dell’attaccamento, il focus della ricerca si è spostato dallo studio dei

comportamenti di attaccamento messi in atto nella relazione adulto – bambino, all’analisi delle

rappresentazioni relative alle prime esperienze infantili di attaccamento da parte dell’adulto.

Per valutare i modelli operativi interni di attaccamento dei genitori, Mary Main ha introdotto l’Adult

Attachment Interview, un’intervista che, attraverso uno specifico protocollo e un correlato sistema di codifica,

permette di indagare in soggetti adulti gli “stati della mente circa l’attaccamento”.

Attraverso l’AAI è diventato possibile studiare la relazione tra i modelli di attaccamento dei genitori, in

particolare della madre, e il tipo di attaccamento di quest’ultimo misurato dai 12 ai 18 mesi grazie alla

Strange Situation.

 si è dimostrata così l’esistenza di una relazione significativa tra i modelli di attaccamento dei genitori e

quelli dei loro figli, formulando l’ipotesi di una trasmissione intergenerazionale di tali modelli.

Le aree indagate dall’intervista riguardano:

1) le esperienze vissute dal soggetto nell’infanzia rispetto alle principali figure di attaccamento e i sentimenti

relativi a tali esperienze.

2) la capacità del soggetto di comprendere tali vicende e le figure di attaccamento in esse implicate, nonché

la successiva evoluzione della relazione con tali figure.

3) l’indagine su eventuali eventi di lutto o traumatici vissuti dall’intervistato.

4) l’indagine sui sentimenti e aspirazioni rivolte al figlio (reale o immaginato, se non ancora genitore).

L’intervista viene poi codificata tramite scale con punteggi da 1 a 9 che valutano:

a) la probabile esperienza di accudimento infantile narrata (amorevolezza, rifiuto, persistente coinvolgimento

con inversione di ruoli, trascuratezza, spinta alla riuscita).

b) lo stato attuale della mente circa le figure di attaccamento dell’infanzia e più ampiamente circa

l’attaccamento (idealizzazione, presenza di rabbia coinvolgente, svalutazione  riguardo alle figure genitoriali;

insistenza sulla mancanza di ricordi infantili, monitoraggio metacognitivo delle esperienze narrate, passività

del discorso (es. vaghezza, prolissità), mancata risoluzione di lutti e traumi subiti, coerenza del trascritto e

della mente in relazione all’attaccamento  riguardo all’attaccamento in generale).

Risulta inoltre importante il modo in cui il soggetto narra all’intervistatore le proprie esperienze di

attaccamento, piuttosto che la qualità di tali esperienze.

Un criterio per valutare la coerenza del discorso e della mente circa le esperienze di attaccamento è

costituito dalla capacità dell’intervistato di attenersi alle massime conversazionali definite da Grice:

1) qualità: sii veritiero e fornisci prove per ciò che dici

2) quantità: sii succinto ma completo

3) relazione: sii pertinente rispetto all’argomento in oggetto

4) modo: sii chiaro ed ordinato.

Il sistema di codifica prevede che ogni soggetto intervistato venga assegnato a una delle cinque categorie

previste:

Modelli di attaccamento adulto:

1) attaccamento sicuro/autonomo (F): Implica una narrazione coerente, obiettiva e ricca di ricordi delle esperienze di

attaccamento, sia positive che negative, insieme a una loro complessiva valorizzazione.

Le scale correlate sono quelle della coerenza del trascritto, della coerenza della mente e il monitoraggio metacognitivo.

Nelle interviste possono essere presenti aspetti residuali, ma non prevalenti, di preoccupazione verso le figure di

attaccamento o di distanziamento rispetto a queste ultime.

Una categoria aggiuntiva è quella denominata “sicuro guadagnato” e si ha nel caso dello sviluppo di una

rappresentazione sicura autonoma a fronte di esperienze di accudimento inadeguato ricevute nel corso dell’infanzia da

parte delle figure di riferimento.

Si parla invece di attaccamento “continuo” nel caso in cui i punteggi della scala di amorevolezza siano elevati,

evidenziando esperienze di attaccamento positive nel corso dell’infanzia.

2) attaccamento distanziante (DS): implica una narrazione incoerente delle esperienze di attaccamento, con la presenza

di processi di idealizzazione verso le figure di attaccamento, contraddistinta da descrizioni genericamente positive di

queste ultime non supportate e/o contraddette da episodi specifici, difficoltà a ricordare e sottovalutazione di tali

esperienze.

Tra le scale associate di norma all’attaccamento distanziante troviamo quella dell’idealizzazione della/e figura/e di

attaccamento primaria/e, quella relativa all’insistenza sulla mancanza di ricordi nell’infanzia, quella implicante la

svalutazione delle relazioni di attaccamento.

3) attaccamento preoccupato (E): contraddistinto da narrazioni incoerenti caratterizzate da vaghezza e prolissità unite

alla persistenza di sentimenti di preoccupazione, rabbia o passività verso le figure di attaccamento, valutate in modo

oscillatorio come buone e cattive.

Tra le scale associate di norma all’attaccamento preoccupato troviamo la rabbia attuale verso la/le figura/e di

attaccamento e la passività e la vaghezza nel discorso.

4) attaccamento irrisolto/disorganizzato/disorientato (U/D): caratterizzato dalla mancata elaborazione di episodi

traumatici o di lutto testimoniata da errori nel monitoraggio del discorso e del ragionamento e dall’incoerenza della

narrazione. La mancata risoluzione si esprime nel caso del lutto, ad esempio con sentimenti di aver provocato la morte

dell’altro in assenza di una responsabilità concreta, disorientamento temporale, spaziale o confusionale tra sé e la

persona morta. Nel caso dell’abuso indici di mancata risoluzione possono essere invece: diniego dell’esperienza di

abuso, della sua natura o intensità, sentire di essersi meritati o essere responsabili dell’abuso a causa del proprio

comportamento, paura di essere “posseduti” psichicamente dalle figure abusanti.

5) attaccamento non classificabile (CC): implica l’impossibilità di attribuire un’intervista a una categoria definita, ad

esempio per la compresenza di stati della mente circa l’attaccamento tra loro in contraddizione.

 Nel caso di assegnazione di un soggetto alla categoria U, lo si attribuisce anche a una seconda categoria

tra le rimanenti (F, DS, E).

L’intervista è strutturata in modo tale da “sorprendere l’inconscio”, favorendo l’accesso a materiale carico

emotivamente.

Una delle domande centrali dell’intervista riguarda ad esempio il rapporto dell’intervistato con le proprie

figure di attaccamento durante l’infanzia, con la finalità di esplorare la sua relazione con i genitori. La

domanda è seguita poi dalla richiesta di descrivere tali relazioni attraverso aggettivi o parole che le illustrino

nel concreto.

Questa richiesta tende spesso a spiazzare l’intervistato, innescando un processo di tipo associativo.

L’ATTACCAMENTO PRENATALE GENITORE – FETO:

Il genitore inizia a costruire un vero e proprio legame con il feto già durante la gravidanza, creandosi

immagini che comprendono aspetti di fantasia e di proiezione misti ad aspetti realistici scaturiti dalle prime

interazioni con il feto (coincidenti con la percezione dei suoi movimenti).

Questo primo legame viene definito “attaccamento prenatale”.

Negli ultimi anni l’attaccamento prenatale ha assunto particolare importanza poiché si pensa che esso possa

influire sull’andamento della gravidanza e del parto e sulla successiva relazione di attaccamento con il

bambino.

Sono stati messi a punto diversi strumenti di valutazione dell’attaccamento genitore – feto costituiti da

questionari self – report somministrabili in gravidanza.

Tra i vari strumenti quelli più utilizzati in ambito clinico e di ricerca sono:

a) maternal – fetal attachment scale (MFAS): (Cranley)

Il questionario è composto da 24 item valutati su una scala a 5 punti in cui punteggi più elevati evidenziano

un maggiore attaccamento nei confronti del feto. Lo strumento può essere somministrato tra le 20 e le 32

settimane in quanto questo è il periodo in cui la donna elabora il maggior numero di fantasie.

Oltre al punteggio di attaccamento complessivo gli item individuano 5 sottoscale che caratterizzano diversi

aspetti del possibile investimento genitoriale nei confronti del feto:

1) assunzione di ruolo: capacità della donna di immaginarsi madre nel futuro e relativi pensieri rispetto ai

ruoli materni di nutrizione e cura del proprio bambino.

2) differenziazione di sé dal feto: piacere della donna al pensiero di “un altro da sé” nella propria pancia o

all’attribuzione del nome maschile o femminile al futuro bambino.

3) interazione con il feto: desiderio della donna di parlare col proprio feto e riferirsi a lui con un soprannome,

oppure stimolarlo in vario modo attraverso la pancia.

4) attribuzione di caratteristiche al feto: pensieri ricorrenti della donna su ciò che può sentire ed elaborare il

feto dentro il proprio corpo o sulle caratteristiche di personalità che vi possono già essere attribuite in base ai

movimenti.

5) attenzione a se stessa: volontà della donna di impegnarsi durante la gravidanza limitando alcune attività

per evitare un potenziale danneggiamento del feto e percezione dei cambiamenti, preoccupazioni, disturbi

tipici legati alla gravidanza stessa.

b) maternal antenatal attachment scale (MAAS): (Condon)

è stato sviluppato sulla base di un modello gerarchico dell’attaccamento adulto, nel cui ambito l’amore della

madre per il feto è considerato un’esperienza centrale.

Condon individua cinque caratteristiche dell’atteggiamento materno verso il feto attraverso le quali si

sviluppa tale esperienza: conoscere, essere con, evitare la separazione o la perdita, proteggere, soddisfare i

bisogni.

Queste caratteristiche svolgono una funzione di mediazione tra l’esperienza materna di attaccamento al feto

e i comportamenti manifesti della madre, tra cui ricerca di informazioni, di vicinanza, di protezione e di

piacere.

 Rispetto al MFAS, il MAAS si riferisce prevalentemente a pensieri ed emozioni rispetto al feto piuttosto che

ad attitudini verso il ruolo genitoriale e verso la gravidanza.

Il questionario è composto da 19 item, su una scala da 1 a 5, che valutano due costrutti:

1) qualità (qualità del legame emotivo con il feto) : include esperienze di vicinanza/distanza e di

tenerezza/irritazione, sentimenti positivi/negativi, avere un’immagine mentale chiara/vaga del bambino,

concetto di feto come persona/cosa, consapevolezza che il benessere del feto dipenda dalla madre.

2) intensità (intensità della preoccupazione nei confronti del feto) : si riferisce al tempo passato dalla madre

pensando al feto e interessandosi a lui (parlare con il feto, raccogliere informazioni su di lui, sognarlo,

immaginarlo, toccarsi la pancia).

 Chiaramente un’elevata qualità del legame emotivo e dell’intensità della preoccupazione verso il feto

rappresenta un modello positivo di coinvolgimento.

Le combinazioni dei punteggi ottenuti dalla madre nelle due dimensioni principali rendono possibile

classificare l’attaccamento al feto all’interno di quattro stili:

a) positivamente preoccupata: madri con punteggi superiori alla media ad entrambe le sottoscale qualità e

intensità.

b) positivamente disinteressata: madri con punteggio tot superiore alla media alla sottoscala qualità e

inferiore o uguale alla media alla sottoscala intensità.

c) negativamente preoccupata: madri con punteggio tot superiore alla media alla sottoscala intensità e

inferiore o uguale alla media alla sottoscala qualità.

d) negativamente disinteressata: madri con punteggi inferiori alla media ad entrambe le sottoscale qualità e

intensità.

Fattori legati alla qualità dell’attaccamento fetale:

 Alcuni studi hanno evidenziato l’esistenza di uno stretto collegamento tra qualità delle esperienze di

attaccamento della madre valutate con l’AAI e qualità del suo attaccamento al feto.

 Altri studi hanno rilevato l’esistenza di alcuni fattori associati ai diversi tipi di attaccamento madre – feto tra i

quali: - caratteristiche demografiche (età, istruzione, stato socioeconomico),

- variabili connesse alla gravidanza (stato di rischio di gravidanza in corso, esito della gravidanza

precedente)

- variabili psicosociali (autostima, sostegno sociale, stile di coping)

- variabili psicopatologiche (sintomi di ansia e depressione).

LE RAPPRESENTAZIONI MATERNE IN GRAVIDANZA:

L’intervista per le rappresentazioni materne in gravidanza (IRMAG) è uno strumento messo a punto da

Ammaniti volto ad analizzare le rappresentazioni della donna in gravidanza in senso ampio, considerandole

in riferimento sia alla rappresentazione di se stessa come madre, sia in rapporto al partner, alla famiglia

d’origine e al futuro bambino, consentendo di individuare possibili tematiche a rischio.

L’intervista viene somministrata intorno al settimo mese di gravidanza ed è di tipo semistrutturato.

Dura in media un’ora ed è costituita da 41 domande principali e da relative domande di approfondimento.

Vengono indagate le aree concernenti:

- il desiderio di maternità nella storia personale della donna e della coppia

- le reazioni personali, di coppia e familiari alla notizia della gravidanza

- le emozioni e i cambiamenti vissuti nel corso della gravidanza nella vita personale, di coppia e nel rapporto

con la propria famiglia

- la prospettiva del parto

- le percezioni ed emozioni relative al bambino immaginato, con l’obiettivo di valutare se la madre si è creata

uno spazio mentale rispetto al futuro bambino.

- le aspettative future riguardo a sé come madre e come essa si immagina il suo ruolo e le sue capacità

- le convinzioni della madre rispetto alle competenze e alle caratteristiche del bambino per stabilire a che

livello essa è in grado di considerarlo come un oggetto con una propria individualità.

La codifica dell’intervista comprende 7 dimensioni , valutate su una scala a 5 punti, relative alla

rappresentazione di sé come madre e alla rappresentazione del bambino riguardo:

a) ricchezza delle percezioni: qualità e ricchezza dei dettagli nella descrizione di episodi, sensazioni,

emozioni e comportamenti relativi alla madre stessa, al partner e al bambino.

b) apertura al cambiamento: livello di flessibilità della madre ad adattarsi alle trasformazioni psicologiche e

fisiche implicate nell’esperienza di gravidanza.

c) intensità dell’investimento: intensità delle emozioni espresse nel racconto e del coinvolgimento affettivo

mostrato dalla donna nel descrivere se stessa come madre e il suo bambino.

d) coerenza: livello di organizzazione generale dei pensieri e dei sentimenti nella rappresentazione della

donna di sé come madre e del bambino.

e) differenziazione: capacità della donna di delineare in modo consapevole la propria identità personale e i

propri confini e differenze rispetto al partner, alla famiglia d’origine e alla propria madre.

f) dipendenza sociale: grado di conformismo della rappresentazione materna verso le credenze e gli

stereotipi sociali.

g) dominanza delle fantasie: insieme di paure, sogni e fantasie che connotano l’esperienza della madre

rispetto alla gravidanza in sé, al proprio corpo, al ruolo materno e al bambino.

I punteggi ottenuti nelle scale permettono la codifica delle rappresentazioni materne secondo tre categorie :

1) rappresentazioni integrate/equilibrate: comprende donne in grado di fornire un quadro chiaro delle proprie

rappresentazioni sia riguardo a se stesse come madri, sia riguardo al partner e al bambino.

Queste donne descrivono la gravidanza come un processo integrato nella propria storia personale.

Il loro racconto è ricco di episodi e di emozioni riferiti soprattutto al futuro figlio.

Sono in grado di modificare le proprie rappresentazioni in seguito ai continui mutamenti che la gravidanza

comporta.

La differenziazione tra il proprio punto di vista e quello della propria madre è chiaro e coerente, così come la

differenziazione tra la percezione di sé e quella del bambino.

2) rappresentazioni ristrette/disinvestite: comprende donne che vivono la gravidanza con poco

coinvolgimento emotivo, elevato controllo ed elevata razionalizzazione. Il loro racconto è povero,

impersonale, con pochi riferimenti ai cambiamenti fisici e soggettivi e con scarse fantasie rispetto al proprio

futuro ruolo di madre e rispetto al bambino.

Forniscono descrizioni astratte alle quali non corrispondono episodi concreti.

Le fantasie riguardo al bambino, se presenti, sono principalmente quelle di tipo comportamentale con

accentuate aspettative rispetto alla sua autonomia e alle sue capacità.

3) rappresentazioni non integrate/ambivalenti: comprende donne che raccontano la propria gravidanza in

modo contradditorio, confuso e poco organizzato.

Le narrazioni sono spesso ricche, ma caratterizzate da bassa coerenza con racconti lunghi e contorti e poco

comprensibili. L’investimento affettivo è elevato, ma caratterizzato da emozioni contrastanti e ambivalenti.

La differenziazione rispetto agli altri è molto scarsa per cui l’intervistata spesso confonde le sue opinioni con

quelle della propria madre o delle altre figure di riferimento, alternando opposizione a sottomissione.

Anche la differenziazione rispetto al bambino appare poco marcata, con la presenza di sentimenti

ambivalenti e di oscillazioni tra atteggiamenti di rifiuto e fusionali.

Possono essere presenti eccessive preoccupazioni e fantasie di morte e perdita riguardo al bambino.

LE RAPPRESENTAZIONI MATERNE DOPO LA NASCITA:

La Working Model of the Child Interview (WMCI) è un’intervista semistrutturata studiata specificatamente per

valutare la percezione e l’esperienza soggettiva delle caratteristiche del bambino e della relazione con

quest’ultimo da parte del genitore. La stessa intervista può essere somministrata sia alle madri che ai padri

(con alcune modifiche) anche durante la gravidanza.

L’espressione “Working Model” è utilizzata per indicare la rappresentazione che il genitore si costruisce

rispetto al bambino e alla sua relazione con lui, concependola come il frutto dell’interazione dinamica tra la

personalità e i comportamenti del bambino e la visione soggettiva che la madre ha di lui.

L’intervista dura circa 1 ora e viene chiesto al genitore di descrivere le sue reazioni emotive nel corso della

gravidanza, la personalità e lo sviluppo del bambino, le sue reazioni ai segnali di stress di quest’ultimo in

diversi contesti e quali difficoltà prevede di avere nel suo futuro sviluppo.

L’intervista viene audioregistrata e codificata attraverso 15 scale con un punteggio che varia da 1 a 5.

Le scale comprendono la valutazione della rappresentazione materna del bambino basata su:

a) aspetti qualitativi dell’intervista: valutazione formale della narrazione come la coerenza del trascritto, la

ricchezza delle percezioni, l’apertura al cambiamento, l’intensità del coinvolgimento, la sensibilità della

madre e il suo grado di accettazione del bambino.

b) valutazione del contenuto : come il genitore percepisce il bambino e le difficoltà legate alla relazione con

lui, le preoccupazioni legate alla sua sopravvivenza e sulle aspettative future.

c) valutazione dell’espressione degli affetti : coinvolgimento del genitore nella relazione con il bambino

espresso tramite varie emozioni (gioia, orgoglio, rabbia, delusione, ansia, senso di colpa e indifferenza).

Le interviste valutate vengono poi attribuite a una delle tre categorie previste dallo schema di codifica :

1) rappresentazioni equilibrate: includono interviste con elevato punteggio di coerenza che implicano da

parte del genitore rappresentazioni coerenti e chiare del bambino e della propria relazione con lui.

La madre si dimostra in grado di esprimere sia gli aspetti di difficoltà nella relazione con il bambino e rispetto

al suo ruolo di madre sia gli aspetti di soddisfazione; il bambino è rappresentato come un individuo differente

da sé, pur essendo riconosciuto il suo bisogno di dipendenza.

Le narrazioni sono complesse e ricche di dettagli rispetto sia al bambino che all’esperienza di relazione con

lui.

2) rappresentazioni distanzianti: sono caratterizzate da scarsa espressione di emozioni, da un’affettività

piatta e da scarso investimento nella relazione con il bambino. Le interviste sono povere di dettagli e

descrizioni.

I genitori appartenenti a tale categoria non descrivono le esperienze specifiche del bambino dando

l’impressione che non lo conoscano nella sua individualità.

Le esperienze proprie e del bambino sono narrate in modo neutro, tralasciando gli aspetti emotivi.

3) rappresentazioni distorte: sono caratterizzate da incoerenza e contraddizioni. La madre sembra non

essere in grado di focalizzarsi sul bambino e sulla sua relazione con lui, mostrando inoltre aspetti di

preoccupazione non realistica.

Essa può avere difficoltà a riconoscere il bambino come un individuo separato da lei confondendo le proprie

necessità e pensieri con quelli del bambino.

Le descrizioni appaiono confuse e incoerenti o bizzarre, accompagnate da aspettative irrealistiche rispetto al

bambino o da attribuzioni negative nei suoi confronti.

Le descrizioni sono caratterizzate da espressioni emotive ma appaiono poco modulate e contestualizzate.

 Secondo diverse ricerche queste rappresentazioni materne si mantengono stabili dalla gravidanza fino a un

anno di vita del bambino.

 Questa classificazione materna WMCI risulta correlata con la classificazione dell’attaccamento madre –

bambino (es. madri con rappresentazioni equilibrate tendono ad avere bambini con attaccamento sicuro a 12

mesi).

RIFLESSIVITÀ E RAPPRESENTAZIONI MATERNE:

Negli ultimi anni una serie di ricerche ha iniziato a focalizzarsi sull’analisi delle modalità della madre di

rappresentarsi nell’attualità la relazione con il proprio bambino, indagando il legame tra tali modalità e

l’attaccamento sviluppato da quest’ultimo nei suoi confronti.

Tra questi studi ha assunto importanza la funzione riflessiva genitoriale, cioè la capacità di pensare il

bambino fin dalle sue origini come soggetto di stati mentali.

Secondo Fonagy la responsività del genitore si fonda su una funzione riflessiva del Sé: egli attribuisce al

figlio appena nato una “teoria della mente” corrispondente alla propria.

La funzione riflessiva permette al soggetto di riflettere sugli stati mentali propri e altrui e, conseguentemente,

di ricondurre i comportamenti osservati agli stati mentali sottostanti.

Questa competenza influenza la capacità del soggetto di regolare e controllare le proprie emozioni sia a

livello intrapsichico che nelle relazioni interpersonali.

Fonagy ha ideato un sistema di codifica volto a individuare i diversi livelli della funzione riflessiva, valutando

tale capacità a partire dal trascritto dell’AAI.

Nella relazione madre – bambino, la funzione riflessiva può essere un importante indicatore della capacità

del genitore di comprendere gli stati mentali che sottostanno ai comportamenti del bambino attribuendo loro

un significato.

Questo le permetterà di sintonizzarsi con tali stati, rispecchiandoli e ritrasmettendoli al bambino in forma

metabolizzata (madre come contenitore emotivo del bambino).

A contatto con un genitore con un’adeguata funzione riflessiva, il bambino, non solo interiorizza a livello

intrapsichico la capacità del caregiver di contenere e trasformare i suoi stati emotivi, ma è anche in grado di

“pensarlo” come soggetto dotato di una mente.

Questo permetterà al bambino di costruire un legame di attaccamento sicuro con la madre e di acquisire a

sua volta una funzione riflessiva a partire dall’opportunità che egli ha avuto di osservare ed esplorare la

mente del suo caregiver durante i primi periodi di vita.

Quando questa capacità è carente il rischio è che l’interpretazione materna dei comportamenti del bambino

si basi unicamente sui segnali fisici di quest’ultimo o sulle proprie proiezioni. Anche il bambino avrà quindi

difficoltà nell’attribuire a sua volta significati coerenti ai propri stati affettivi, a gestirli e a regolarli.

Slade ha ampliato il costrutto di funzione riflessiva, ideando uno strumento per valutare la capacità riflessiva

della madre legata alla relazione attuale con il bambino: la Parent Development Interview (PDI).

Mentre l’AAI si riferisce alle esperienze passate, la PDI chiede al genitore di descrivere l’attuale esperienza

di relazione con il bambino.

L’intervista consiste in una serie di domande aperte seguite da specifiche richieste di esempi e spiegazioni,

riguardo:

- descrivere la relazione con il bambino

- cosa gli piace o meno del bambino

- quanto simile o meno si considera come genitore rispetto ai propri genitori

- aspetti positivi e negativi della sua relazione con il bambino

- punti di forza e debolezza come genitore.

- informazioni rispetto a episodi di separazione dal bambino

- momenti in cui nella relazione con il bambino il genitore ha vissuto emozioni negative o positive.

La codifica si basa sull’analisi di tutta l’intervista ma si concentra soprattutto su alcune domande come:

- raccontare momenti in cui ha sentito particolari emozioni nei confronti del bambino e nella sua esperienza

di genitore.

- riflettere sul suo rapporto con i propri genitori

- riflettere su episodi di separazione dal bambino.

Per la valutazione della presenza della funzione riflessiva si richiede che il soggetto riconosca almeno alcuni

tra i quattro aspetti ritenuti indicatori chiave di tale funzione:

1) comprensione della natura degli stati mentali

2) comportamenti

3) capacità di comprendere il legame tra gli stati mentali e il livello di sviluppo del bambino

4) riconoscere gli stati mentali rispetto all’intervistatore

La codifica dell’intervista rispetto alla funzione riflessiva del genitore comprende punteggi che variano su una

scala da - 1 a 9.

Avvalendosi di questo strumento si è potuto evidenziare l’esistenza di una relazione significativa tra:

a) modelli operativi interni circa l’attaccamento delle mamme e il livello della loro funzione riflessiva rispetto

al bambino

b) livello di riflessività materna e pattern di attaccamento del bambino.

ATTRIBUIRE UNA MENTE AL BAMBINO:

Un concetto simile alla funzione riflessiva è quello di mind – mindedness, proposto da Meins, concernente la

capacità da parte del genitore di concepire il bambino come soggetto “dotato di una mente” e bisognoso di

cure.

La mind –mindedness è osservabile all’interno delle interazioni madre – bambino sin dai primi mesi di vita.

La mind – mindedness materna è l’abilità della madre di commentare verbalmente gli stati emotivi del figlio,

espressi o inferiti durante la sua attività di gioco nei primi anni di vita. Questa capacità della madre è

correlata alla sicurezza dell’attaccamento del bambino a 12 mesi e allo sviluppo di una teoria della mente a 4

anni.

La valutazione avviene considerando i commenti verbali della madre durante un’interazione di gioco libera

con il proprio bambino, in cui madre e bambino sono posti faccia a faccia.

Gli indicatori di mind – mindedness sono i commenti mind – related, che utilizzano esplicitamente termini

riferiti a stati mentali per commentare cosa il bambino potrebbe pensare e quelli che attribuiscono al

bambino parole e dialoghi parlando per suo conto.

Le categorie all’interno delle quali vengono classificati i commenti mind – related materni sono:

1) desideri e preferenze: es. “vuoi prendere la palla?” “Ti piace questo orsetto!”

2) pensieri: “riconosci questo sonaglino vero?”

3) emozioni: “Ti diverte molto questo gioco!”

4) affermazioni epistemiche: “Giochiamo insieme?”

5) parlare al posto del bambino: “Che bello mamma!”

6) abilità del bambino: “Che bravo!”

7) commenti all’attività del bambino: “stai cercando di mettere i blocchi uno sopra l’altro?”

 non vengono considerati commenti mind – related quelli che riguardano:

- gli stati fisici del bambino in risposta a comportamenti evidenti del bambino (es. “sei scomodo” quando si

agita).

- i commenti qualitativi non collegati a comportamenti del bambino (es. “sei contento”, senza che abbia

mostrato segni di gioia).

- i commenti su abilità del bambino non connessi all’interazione e i commenti generici (es. “cosa vuoi fare

adesso?”, “cosa stai dicendo?”

- i commenti non relativi a stati mentali interni (es. “va tutto bene?” o “ti piace?”).

Inoltre i commenti mind – related vengono classificati come:

a) appropriati: commenti sintonizzati con il reale comportamento del bambino, commenti che connettono

l’esperienza passata alla presente (es. “lo riconosci perché è lo stesso che abbiamo a casa”), commenti a

come procedere nell’interazione.

b) non sintonizzati: commenti che non empatizzano con l’attività o lo stato emotivo del bambino, interferendo

ad esempio con quanto il bambino sta facendo o delineandosi proiezioni degli stati mentali materni piuttosto

che tentativi di interpretare quelli del bambino.

 Per la valutazione complessiva viene calcolata la frequenza proporzionale dei commenti mind – related

appropriati e di quelli non sintonizzati rispetto ai commenti verbali complessivi individuati durante

l’interazione.


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ali7877

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia dello sviluppo e dei processi educativi (Facoltà di Psicologia e di Scienze della Formazione)
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ali7877 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo socio affettivo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Riva Crugnola Cristina.

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