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CAPITOLO 1: LA COMUNICAZIONE AFFETTIVA NELLA PRIMA INFANZIA TRA INTERSOGGETTIVITÀ

E ATTACCAMENTO:

Quando osserviamo una coppia madre – bambino a 3 mesi di vita in un momento di interazione tranquilla,

essi entrambi sorridono, si imitano e si scambiano vocalizzazioni.

Possiamo affermare che questo si tratta di una comunicazione affettiva che coinvolge entrambi i partner e

che si basa sulle competenze comunicative dell’uno e dell’altro.

Questa comunicazione può essere interpretata in due modi diversi:

a) una condivisione di stati affettivi positivi, centrata sulla coordinazione complessa di attenzione, sguardi,

mimica e vocalizzazioni, riconducibili a una forma di interazione di tipo intersoggettivo che lega i due partner.

b) l’espressione di una regolazione emotiva riuscita tra madre e bambino: il bambino prova sicurezza e

benessere grazie al ruolo di conforto svolto dalla madre. Questa è riconducibile a una forma di interazione

collegabile alla relazione di attaccamento che si struttura tra madre e bambino volta a garantire a

quest’ultimo protezione fisica e regolazione emotiva.

 Infatti la comunicazione che il bambino adotta nel primo anno di vita con i partner è finalizzata:

a) all’attivazione di legami di attaccamento, utili alla regolazione emotiva

b) alla costruzione di forme di intersoggettività volte inizialmente alla condivisione di stati emotivi e

successivamente alla condivisione di significati preverbali e verbali.

Questa duplice tendenza si mantiene costante anche nel successivo sviluppo ed è rintracciabile anche nella

vita adulta.

LO SVILUPPO DELLA REGOLAZIONE EMOTIVA TRA AUTO E COREGOLAZIONE:

Il raggiungimento di un’adeguata regolazione emotiva pare ripercuotersi sulla strutturazione della personalità

del bambino, influenzandone competenze sociali ed emotive e delineandosi un fattore protettivo rispetto

all’emergenza di disagi psichici.

Gli stili di regolazione emotiva del bambino sono il frutto dell’interazione tra le sue caratteristiche

neurobiologiche e temperamentali e quelle delle figure di attaccamento e della loro qualità di caregiving.

In quest’ottica il costrutto della regolazione emotiva si lega strettamente a quello di attaccamento.

Dalle ricerche basate sullo Still Face si è visto che il bambino fin dai primi mesi di vita dispone di strategie

comportamentali che gli permettono di regolare l’intensità delle emozioni positive e negative che inizia a

sperimentare. Per esempio:

- distogliere lo sguardo dallo stimolo stressante

- autoconsolarsi toccandosi parti del proprio corpo.

Per quanto riguarda le strategie di tipo autoregolatorio, esse vengono utilizzate non solo di fronte a stimoli

che suscitano disagio ma anche in relazione a emozioni positive, per regolare l’eccesso di eccitazione.

Fin dai primi mesi di vita il bambino è in grado di esprimere configurazioni emotive specifiche basate

sull’espressione del volto, la tonalità della voce, lo sguardo e la gestualità. Attraverso queste egli comunica il

suo stato affettivo al caregiver, il quale risponde sintonizzandosi e fungendo da regolatore rispetto a tali stati.

 Si creano stati affettivi coordinati (match) e non coordinati (mismatch).

In condizioni normali quindi la comunicazione madre – bambino appare caratterizzata da:

- processi di sintonizzazione di stati affettivi

- rotture delle comunicazione

- processi di riparazione

La comunicazione giocosa che intercorre tra genitore e bambino dai primi mesi di vita è anche descrivibile

attraverso il fenomeno della sincronia: il grado in cui ciascun partner modifica il proprio stato emotivo in

relazione a quello dell’altro.

La sincronizzazione è differente a seconda del genere del genitore:

- interazioni padre – bambino: maggior coinvolgimento fisico reciproco accompagnato da emozioni positive

- interazioni madre – bambino: coinvolgimento positivo reciproco mediato dalla proposta e dall’esplorazione

degli oggetti.

Sperimentare match affettivi positivi e ripetute trasformazioni degli affetti negativi in positivi è un processo

fondamentale per lo sviluppo della personalità, in quanto permette al bambino di costruire una

rappresentazione di sé come efficace a livello comunicativo e del caregiver come affidabile e disponibile.

REGOLAZIONE EMOTIVA E DIFFERENZE DI GENERE:

Negli esperimenti Still Face si è visto che i maschi sono più vulnerabili delle femmine rispetto al disagio

suscitato dall’inespressività materna, dimostrandosi meno capaci di mantenere la propria regolazione

emotiva e dimostrandosi più dipendenti dal suo input regolatorio.

Le femmine si dimostrano invece capaci di autoregolarsi e meno orientate verso la madre ma più orientate

verso gli oggetti e la loro esplorazione.

Le madri dei bambini maschi, per sopperire alla maggiore difficoltà regolatoria riscontrata nei figli, esercitano

una maggiore attività di monitoraggio nei loro confronti rispetto alle figlie femmine, rivelando un adattamento

intuitivo alle richieste regolatorie di questi ultimi.

Per questo motivo le interazioni madre – figlio maschio appaiono caratterizzate da un livello maggiore di

coordinamento rispetto a quelle con le figlie femmine.

Le maggiori problematiche di regolazione riscontrate nei maschi sembrano accentuarsi nei bambini con

madri depresse.

Secondo Tronick, le differenze regolatorie relative al genere possono avere effetti a lungo termine sullo

svolupp socioemotivo: i maschi avrebbero maggiore probabilità di manifestare durante la loro crescita

disturbi comportamentali e reazioni di rabbia di tipo esternalizzante, mentre le femmine avrebbero maggiore

probabilità di manifestare atteggiamenti di ritiro e sentimenti depressivi di tipo internalizzante.

REGOLAZIONE EMOTIVA E SISTEMA DIADICO:

La regolazione delle emozioni non riguarda solo le emozioni di base di breve durata (gioia, tristezza, collera),

ma anche stati affettivi più prolungati (states of mood). Questi stati tendono a stabilizzarsi e autorganizzarsi,

producendo effetti a lungo termine sul sistema di regolazione e di organizzazione emotiva del bambino.

Questi stati sono influenzabili dalle circostanze esterne, in particolare dalla responsività dimostrata dai

caregiver.

Per esempio, se una madre è costantemente depressa, essa può influenzare lo stato affettivo del bambino, il

quale assorbe nell’interazione con lei la sua rabbia o la sua tristezza; tale stato una volta assorbito tende a

stabilizzarsi nel bambino, diventando indipendente dai successivi stimoli sociali anche positivi che egli può

ricevere.

In questo modo egli tenderà a trasferire anche nell’interazione con altri partner gli stati affettivi condivisi con

la madre.

 Il sistema diadico che si forma nel primo anno di vita appare coincidere con i legami di attaccamento che il

bambino costruisce rispetto alle principali figure di attaccamento e alla loro disponibilità emotiva.

 Le competenze di regolazione emotiva si sviluppano nel bambino in sinergia con il suo sviluppo cerebrale:

il sistema nervoso viene influenzato dalle prime esperienze sociali vissute dal bambino, configurandosi come

un “cervello sociale”.

ATTACCAMENTO E STRATEGIE DI REGOLAZIONE EMOTIVA NELA PRIMA INFANZIA:

L’attaccamento sicuro appare correlato alla possibilità sperimentata dal bambino di comunicare emozioni

positive e negative al caregiver percepito come emotivamente disponibile ed efficace nella regolazione

emotiva, mentre gli altri tipi di attaccamento appaiono implicare una restrizione di tali capacità a fronte

dell’inadeguata responsività dimostrata da quest’ultimo.

Con l’obiettivo di approfondire la relazione tra modalità di regolazione emotiva e qualità dell’attaccamento, è

stata effettuata una ricerca con 37 bambini (20 sicuri, 10 insicuri evitanti, 7 insicuri ambivalenti), osservando

le strategie regolatorie nella Strange Situation.

Nello studio sono state differenziate le strategie regolatorie adottate dai bambini in:

- strategie eteroregolatorie: volte a sollecitare l’intervento regolatorio dell’adulto, attraverso modalità

comunicative positive e negative,

- strategie autoregolatorie: centrate sull’autoconfronto fisico (mano, dito in bocca, manipolazione di parti del

corpo, ecc…)

- strategie regolatorie: centrate sull’esplorazione dell’ambiente e degli oggetti.

 A seconda della qualità del loro attaccamento, i bambini adottavano differenti stili di regolazione nelle

diverse tipologie di episodi:

a) bambini insicuri ambivalenti: utilizzavano strategie eteroregolatorie rivolte all’adulto centrate

prevalentemente sull’espressione delle emozioni negative (pianto, vocalizzazioni negative, ecc…) più degli

altri due gruppi.

Queste strategie erano attive soprattutto negli episodi di separazione.

Questi bambini inoltre ricorrevano in misura minore a strategie basate sull’esplorazione degli oggetti rispetto

agli altri due gruppi.

 I bambini insicuri ambivalenti massimizzano i loro segnali di attaccamento con la finalità di attivare

l’attenzione della madre, minimizzando allo stesso tempo l’esplorazione con l’ambiente.

Si ipotizza che le madri di questi bambini siano responsive in modo intermittente nei confronti dei propri figli

e allo stesso tempo interferiscano con la loro attività esploratoria, generando in loro comportamenti di

ipervigilanza nei propri confronti e influenzando negativamente le loro competenze di esplorazione.

b) bambini insicuri evitanti: utilizzavano maggiormente strategie regolatorie centrate sull’orientamento agli

oggetti, in particolare negli episodi di separazione dalla madre.

Allo stesso tempo essi ricorrevano a strategie di eteroregolazione rivolte all’adulto, di tipo sia positivo che

negativo, in minor misura rispetto agli altri due gruppi.

Il loro coinvolgimento positivo e negativo rivolto all’adulto rimaneva costante sia negli episodi di

preseparazione e di separazione dalla madre sia in quelli di riunione.

Questo indica che i bambini evitanti, nelle condizioni di stress tendono a non attivare maggiormente le

strategie eteroregolatorie finalizzate a richiamare l’attenzione dell’adulto, ma regolano le proprie emozioni

ricorrendo principalmente alle proprie risorse, attraverso l’orientamento verso gli oggetti.

 i bambini evitanti privilegiano le strategie rivolte all’ambiente, avendo inibito l’espressione delle loro

emozioni a fronte dell’esperienza di una madre vissuta come non disponibile emotivamente rispetto alle

proprie comunicazioni.

c) bambini sicuri: utilizzavano strategie regolatorie centrate sugli oggetti e quelle eteroregolatorie rivolte agli

adulti in una modalità che si collocava a livello intermedio rispetto agli altri due gruppi.

Inoltre mostravano di adattarsi ai diversi livelli di stress, esprimendo in tali casi attraverso il pianto e la

protesta le loro richieste all’adulto. Questa abilità può essere collegata all’esperienza vissuta da parte di

questi bambini di una madre disponibile rispetto alle proprie richieste di regolazione emotiva e in grado di

accettare l’espressione di emozioni sia positive sia negative.

REGOLAZIONE EMOTIVA E ATTACCAMENTO NELLO SVILUPPO:

Le modalità di regolazione emotiva che il bambino sviluppa con i caregiver nel corso dei primi anni di vita

influenzano non solo la formazione della qualità sicura o insicura dei pattern di attaccamento, ma anche le

successive competenze di regolazione che il bambino sviluppa.

Le strategie regolatorie che il bambino sviluppa si organizzano così in un sistema gerarchico nell’ambito del

quale quelle più precoci, centrate sull’autoconforto attraverso il contatto fisico, mantengono la loro

importanza anche nella vita adulta.

Il raggiungimento di un’adeguata capacità di regolazione emotiva da parte del soggetto adulto deve

garantirgli la flessibilità tra il ricorso alle proprie risorse regolatorie individuali e quello a risorse interpersonali,

basate sulla coregolazione delle emozioni ottenuta attraverso l’utilizzo dell’”altro”.

Anche l’adulto, come il bambino, fa affidamento, soprattutto nelle situazioni di stress acuto, su un sistema di

coregolazione o di regolazione sociale.

Vari studi mettono in luce come anche nei soggetti adulti i differenti stili di regolazione emotiva siano correlati

ai diversi modelli di attaccamento individuati nell’età adulta.

i soggetti adulti insicuri adottano strategie di regolazione delle emozioni centrate sull’iperattivazione

(ambivalenti) o sulla deattivazinoe (evitanti) simili a quelle individuate nei bambini classificati come insicuri

evitanti e ambivalenti.

CONDIVISIONE EMOTIVA E INTERSOGGETTIVITÀ:

La comunicazione affettiva che il bambino rivolge ai suoi partner nel primo anno di vita non è motivata solo

dai suoi bisogni di regolazione emotiva e ancorata al sistema di attaccamento, ma è anche riconducibile a

quella tendenza innata a entrare in “connessione” con l’altro per condividere stati emotivi.

Questa connessione con l’altro è stata definita intersoggettività primaria.

La condivisione degli stati affettivi è resa possibile dalla coregolazione di gesti ed espressioni mimiche

basate sul rispecchiamento reciproco, scandito da sequenze temporali basate sull’alternanza di turni.

La comunicazione del neonato varia a seconda delle situazioni:

 la comunicazione giocosa che il neonato rivolge durante la veglia attiva all’adulto è differente rispetto a

quella che caratterizza il neonato angosciato, nell’ambito della quale lo vediamo tirarsi indietro e piangere

con smorfie di rifiuto, o ancora quello affamato, che evita il contatto visivo con la madre ricercandone invece

il seno o il bambino assonnato, che cerca nell’adulto un sostegno, chiudendo contemporaneamente le mani,

la bocca e gli occhi.

Secondo alcuni ricercatori, il neonato sarebbe provvisto di un sistema innato che lo guida negli scambi

interattivi con l’altro e che consiste nella sua capacità di condividere le emozioni, di preferire il volto e la voce

umana, di imitare fin da subito la mimica espressiva dell’adulto e di distinguere le proprie reazioni emotive da

quelle altrui.

In questo stesso periodo il bambino sviluppa un’aspettativa ben precisa rispetto alla responsività del

caregiver, aspettandosi risposte contingenti rispetto alle proprie comunicazioni.

 Se questa aspettativa non è soddisfatta si mostra deluso, modificando le sue modalità comunicative.

È dunque molto importante la social responsiveness della madre per far emergere le capacità comunicative

del bambino.

Inoltre la competenza intersoggettiva del bambino tende ad essere rafforzata dall’attività di rispecchiamento

che il caregiver mette in atto nel corso del primo semestre di vita.

Le competenze imitative precoci hanno un fondamento neurobiologico: esistono nella corteccia prefrontale

specifici neuroni motori, i neuroni specchio, che si attivano sia quando il soggetto mette in atto particolari

comportamenti motori, sia quando questi osserva lo stesso comportamento attuato da altri soggetti anche se

tale atto non è completato.

 è stato ipotizzato un meccanismo di risonanza che mette in corrispondenza il proprio comportamento

motorio con quello altrui, in grado di decodificare anche le intenzioni dell’altro, anticipando ad esempio i

possibili atti successivi ai quali l’atto è concatenato.

“ESSERE CONNESSI CON” E CONSAPEVOLEZZA AFFETTIVA:

Il bambino fin dalle prime fasi in grado di comunicare con l’altro e questa competenza si fonda su tre principi

essenziali:

a) percezione delle proprie emozioni, che permette una prima consapevolezza di esse come stati mentali

semplici

b) riconoscimento di tali stati mentali nell’altro attraverso l’esperienza di rispecchiamento vissuta con il

caregiver

c) sintonizzazione con le emozioni altrui.

 In base a questo gli aspetti di consapevolezza e di attribuzione all’altro di stati mentali insiti in tale

comunicazione sono già presenti nei primi mesi di vita.

In opposizione alla prospettiva secondo cui il bambino diventa consapevole degli stati mentali altrui a partire

dalla conoscenza dei propri, secondo la second person perspective, il neonato diventa consapevole del

proprio Sé in funzione dell’attenzione “intenzionale” dell’altro.

Il venir meno della “connessione” con la madre anche per pochi minuti ha immediati effetti sul bambino,

impedendogli l’espansione diadica dei suoi stati di coscienza e inducendo in lui sentimenti di tristezza e di

“non esistenza”.

Quando invece la connessione tra madre e bambino avviene, entrambi raggiungono un’organizzazione

mentale che Tronick definisce dyadically expanded states of consciousness.

SISTEMI COMUNICATIVI NELLA PRIMA INFANZIA: CONDIVIDERE, RICHIEDERE, INFORMARE:

Secondo Tomasello, il bambino inizia dai 9 mesi a costruire l’altro come soggetto intenzionale.

In questo periodo infatti il bambino inizia a rivolgere alternativamente lo sguardo all’oggetto e all’adulto,

attribuendo a quest’ultimo l’intenzione di condividere con lui l’attenzione verso un oggetto, costituendolo così

come soggetto di stati mentali. Dai 12 mesi il bambino diventa conseguentemente capace di comunicare con

l’adulto attraverso una comunicazione gestuale di tipo deittico fondata sull’indicare.

Questa modalità comunicativa si fonda su una motivazione di tipo cooperativo e sarebbe la caratteristica

specifica che differenzia la comunicazione umana rispetto a quella delle altre specie.

Secondo Tomasello la comunicazione del bambino prima dei 9 mesi appare guidata da due differenti

motivazioni di base:

a) richiestiva, finalizzata a far fare all’altro quello di cui il bambino ha bisogno, comunicandolo attraverso il

pianto e il sorriso. Contraddistingue l’intersoggettività primaria finalizzata alla ricerca di soddisfazione dei

bisogni e alla regolazione emotiva tipica della comunicazione che contraddistingue i legami di attaccamento.

b) espressiva, volta a condividere le emozioni con l’altro. Contraddistingue l’intersoggettività primaria

finalizzata alla condivisione delle emozioni.

INTERSOGGETTIVITÀ, ATTACCAMENTO E SISTEMI MOTIVAZIONALI:

La tendenza presente nel neonato a stabilire relazioni appare funzionale non solo a ottenere protezione e

regolazione emotiva nell’ambito di un tipo di interazione di natura verticale con le figure di attaccamento, ma

anche alla condivisione di stati mentali nell’ambito di un’interazione di tipo orizzontale in grado di stabilire

con l’interlocutore una condizione di companionship.

Secondo Panksepp esistono differenti sistemi emotivi deputati a orientare l’approccio del soggetto al mondo

circostante e a guidarne il comportamento sociale e interpersonale.

Tra i sistemi deputati a guidare l’approccio del soggetto al mondo circostante Panksepp distingue:

a) sistema dell’esplorazione (seeking system), alla base dell’interazione positiva con il mondo.

b) sistema della difesa (rage system)

c) sistema dell’inibizione (fear system).

Tra i sistemi volti a guidare il comportamento sociale e interpersonale Panksepp distingue:

a) sistema volto a governare il comportamento sessuale (lust system)

b) sistema emotivo riconducibile all’attaccamento distress/panic system

c) sistema emotivo riconducibile all’attaccamento nurturance/care system.

Accanto ai sistemi dell’attaccamento/accudimento Panksepp ipotizza l’esistenza di un ulteriore sistema

emozionale di base rispetto al comportamento sociale definito play – joyful system, sorretto dal desiderio di

interagire con l’altro in una modalità energetica e ludica.

In condizioni non ottimali o di rischio presenti nell’ambiente di cure del bambino o caratterizzanti i suoi aspetti

temperamentali può accadere che uno dei sistemi possa prevalere sistematicamente rispetto all’altro.

REGOLAZIONE E COORDINAZIONE DI STATI AFFETTIVI A 9 MESI E ATTACCAMENTO MATERNO:

Con il presupposto che la sicurezza delle rappresentazioni materne circa l’attaccamento favorissero una

maggiore sintonia della madre verso i segnali emotivi del bambino, è stato condotto uno studio volto a

valutare le possibili differenze esistenti nella regolazione individuale e diadica di diadi con madri sicure e

insicure a 9 mesi di vita del bambino.

Procedura:

A 3 mesi di vita del bambino alle madri è stata somministrata l’AAI per valutare i modelli operativi interni di

attaccamento materni.

A 9 mesi di vita del bambino le diadi sono state videoregistrate durante un’interazione di gioco libero della

durata media di 5 minuti in una stanza attrezzata con giocattoli idonei. Le videoregistrazioni sono state

codificate con l’ICEP, che permette di valutare le durate relative dei comportamenti e degli stati affettivi della

madre e del bambino e della loro coordinazione.

Per valutare la coordinazione e la non coordinazione degli stati affettivi di madre e bambino durante

l’interazione sono stati creati nuovi codici accorpando quelli esistenti in relazione allo stato affettivo di cui

erano rappresentativi all’interno di tre categorie: stati affettivi neutri, stati affettivi positivi, stati affettivi

negativi.

Poi si è calcolato la durata media dei differenti stati affettivi coordinati (es. madre positiva, bambino positivo)

e di quelli non coordinati (es madre positiva, bambino neutro).

I risultati mostrano come sulla base della qualità dell’attaccamento materno sia possibile costruire un profilo

diverso delle diadi considerate.

Per quanto riguarda l’analisi delle durate relative degli stati affettivi:

- bambini con madri insicure: l’interazione caratterizzata dall’espressione di emozioni negative è più

frequente rispetto ai bambini con madri sicure.

- bambini con madri sicure: le madri esprimono maggiori stati affettivi positivi rispetto alle madri insicure.

Per quanto riguarda la coordinazione e la non coordinazione degli stati affettivi:

- la durata complessiva degli stati affettivi coordinati è maggiore nelle diadi con madri sicure.

- la durata complessiva degli stati affettivi non coordinati è significativamente maggiore nelle diadi con madri

insicure.

 Alla luce di questi risultati possiamo ipotizzare che i bambini con madri insicure siano meno abili nel

regolare le loro emozioni negative, com’è dimostrato dalla maggiore quantità di tempo passato in questo

stato affettivo e dalla maggiore condivisione di emozioni negative con la madre rispetto ai bambini con madri

sicure.

Allo stesso modo le madri insicure sembrano meno in grado di trasformare le emozioni negative dei loro

bambini, rispetto alle madri sicure, che non esprimono quasi mai negatività nella loro interazione con il

bambino.

I bambini delle madri sicure in confronto ai bambini di madri insicure, sembrano più in grado di condividere

stati affettivi positivi, com’è dimostrato dal maggior tempo trascorso condividendo stati affettivi positivi con la

madre.

 La prevalenza nel bambino di stati affettivi negativi e la loro mancata regolazione da parte dei caregiver,

esponendo il bambino a esperienze di mancate riparazioni e di inefficacia della propria capacità

comunicativa, possono influire sulla formazione dei modelli relazionali e di attaccamento e svolgere una

funzione disorganizzante nella strutturazione del Sé.

CAPITOLO 2: ALLE ORIGINI DELL’ATTACCAMENTO E DELLA SOGGETTIVITÀ:

LA RESPONSIVITÀ MATERNA:

Mary Ainsworth è stata la prima a cercare di individuare gli antecedenti dei partner di attaccamento,

classificati da lei stessa attraverso la procedura della Strange Situation.

In uno studio la Ainsworth aveva evidenziato come un predittore significativo dei diversi pattern di

attaccamento (sicuro, insicuro, evitante, insicuro ambivalente) fosse la responsività sensibile della madre,

intesa come la capacità di comprendere i bisogni del bambino e di rispondervi prontamente.

In questa prospettiva, nel suo studio:

- all’attaccamento sicuro del bambino corrispondeva una madre responsiva ai suoi bisogni

- all’attaccamento insicuro evitante del bambino corrispondeva una madre non responsiva e rifiutante

- all’attaccamento insicuro ambivalente del bambino corrispondeva una madre non responsiva in modo

intermittente e quindi imprevedibile.

RESPONSIVITÀ E TRASMISSIONE INTERGENERAZIONALE DELL’ATTACCAMENTO:

Attraverso l’AAI si è evidenziata l’esistenza di una relazione significativa tra i modelli operativi interni dei

genitori e quelli dei bambini valutati a 12 mesi attraverso la Strange Situation: alla sicurezza

dell’attaccamento materno corrisponde la sicurezza del bambino, viceversa l’attaccamento insicuro della

madre è correlato a quello insicuro del bambino.

A partire da questi dati la responsività materna viene ipotizzata essere il principale fattore responsabile della

trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento.

Tuttavia si è visto in seguito che la responsività risulta solo parzialmente responsabile della trasmissione

dell’attaccamento da madre a figlio. Appare quindi necessario identificare altri fattori responsabili di tale

trasmissione o altre dimensioni della responsività.

Riallacciandosi a ciò che aveva sottolineato la Ainsworth e cioè che è importante studiare, oltre alla capacità

di risposta ai bisogni del bambino da parte della madre, anche quella legata alla disponibilità emotiva

dimostrata da questa verso il bambino e le sue emozioni, assume sempre maggiore importanza la

dimensione relazionale e comunicativa insita nel concetto di responsività.

L’impossibilità di accedere alla madre e alla sua disponibilità emotiva determina una restrizione della

capacità del bambino di esprimere e mantenere un contatto con i propri stati emotivi.

 Il bambino insicuro evitante esprimerà al minimo le proprie emozioni negative ma anche positive, a fronte di

una madre non in contatto e rifiutante rispetto ai propri stati emotivi.

 il bambino insicuro ambivalente espliciterà al massimo le emozioni negative cercando di attivare la risposta

di una madre non responsiva.

L’efficacia del “mothering” è da collegarsi non solo alle capacità responsive della madre, ma anche alle

differenti caratteristiche temperamentali del bambino, che può esprimere in diversa misura emozioni di

segno positivo e negativo nei suoi confronti.

I bambini altamente irritabili alla nascita tendono ad esempio a influenzare in misura più significativa la

responsività delle madri rispetto a bambini con differenti caratteristiche temperamentali, rivelandosi meno

responsivi nei confronti di queste ultime, sorridendo loro con minor frequenza e dimostrandosi meno attivi

rispetto alle loro proposte interattive. In queste condizioni anche le madri tendono a diventare meno

responsive, contribuendo ad accrescere la passività e l’irritabilità dei bambini stessi.

Tra i fattori che determinano la responsività della madre nel senso della sua competenza comunicativa

abbiamo:

a) periodo fetale: episodi che aumentano il distress materno provocano immediate reazioni a livello di attività

cardiaca e motoria nel feto; allo stesso modo l’attività motoria del feto sembra provocare nella madre

risposte fisiologiche tra cui l’attivazione del sistema simpatico.

b) lo scarso coinvolgimento del padre: sembra aumentare gli scambi affettivi negativi tra madre e bambino.

c) contesto sociale e familiare.

LE BASI NEUROBIOLOGICHE DELLA RESPONSIVITÀ:

La responsività che il genitore dimostra verso il figlio appare basarsi su processi di natura neurobiologica che

ne guidano l’espressione.

Fin dai primi giorni dalla nascita, la madre è in grado di interagire con il bambino attraverso lo sguardo, il

rispecchiamento delle espressioni, i comportamenti di consolazione. Questa capacità (intuitive parenting)

non appare controllata consapevolmente dal genitore e si combina con la predisposizione innata del

bambino a interagire e comunicare con i propri partner.

Secondo recenti indagini questi comportamenti si fondano sull’attivazione di alcuni neurotrasmettitori

(ossitocina, prolattina, vasopressina, dopamina e oppioidi endogeni) che facilita il comportamento materno di

affiliazione nei confronti del neonato.

Altri studi di neuroimmagine hanno evidenziato che nelle madri si attivano aree cerebrali specifiche rispetto a

donne adulte non madri se confrontate con segnali provenienti dal bambino.

Si è visto poi che ci sono differenze significative tra madri con attaccamento sicuro e madri con

attaccamento insicuro rispetto alle regioni e ai circuiti cerebrali coinvolti durante la visione delle foto dei

propri figli mentre esprimono emozioni positive e negative.

- madri con attaccamento sicuro: mostrano un’attivazione preferenziale di due regioni chiave per la

ricompensa (ventrale striata e corteccia mediale prefrontale) e una più elevata attivazione dell’ossitocina e

della dopamina.

- mamme con attaccamento distanziante: mostrano una maggiore attivazione dell’insula (associata a

sentimenti di dolore, disgusto e connessa all’uso di strategie cognitive per processare i segnali negativi

fondate su modalità di evitamento e distacco piuttosto che di interazione e avvicinamento.

RESPONSIVITÀ, RAPPRESENTAZIONI E PROCESSI DI IDENTIFICAZIONE:

Alcuni autori ipotizzano che la trasmissione dei modelli di attaccamento da genitore a figlio sia mediata da

processi di identificazione proiettiva. Il genitore infatti proietta sul bambino le fantasie inconsce connesse ai

modelli di attaccamento che ha costituito in relazione alle proprie figure di attaccamento.

Attraverso un’attribuzione di tipo positivo, funzionale allo sviluppo del bambino, la madre o il padre

attribuiscono al figlio in modo flessibile aspetti e temi dei propri modelli operativi interni; attraverso

un’attribuzione di tipo negativo invece, la proiezione avviene in modo forzato, portando il bambino

all’introiezione delle proiezioni parentali e privandolo dello spazio vitale per l’espansione del Sé.

- Le madri classificate sicure attraverso l’AAI, e quindi in grado di integrare affetti positivi e negativi in

relazione alle proprie esperienze infantili, si dimostrano capaci di rispondere in modo sintonizzato ai diversi

stati emotivi espressi dal proprio bambino.

- Le madri distanzianti, e quindi non in grado di riconoscere memorie e affetti negativi legati alle esperienze

di rifiuto e trascuratezza vissute da parte dei propri genitori, si rivelano incapaci di sintonizzarsi con le

emozioni negative manifestate dai figli, non accogliendo in particolare le loro richieste di prossimità e

consolazione e operando invece sintonizzazioni selettive in relazione alle esperienze positive di padronanza

vissute dal bambino.

- Le madri preoccupate si dimostrano parzialmente in grado di rispondere alle richieste di consolazione e

prossimità dei loro figli, ma invece incapaci di rispecchiare quelle legate alla loro padronanza e autonomia.

RESPONSIVITÀ E FUNZIONE RIFLESSIVA:

La capacità della madre di comunicare in modo efficace con il proprio bambino è da collegarsi alla sua

capacità riflessiva, cioè alla capacità di pensare il bambino fin dalle sue origini come soggetto di stati

mentali, costituiti da desideri, emozioni e pensieri.

Secondo Fonagy, la riflessività del genitore si correla con un modello operativo interno di tipo sicuro.

Il bambino, a contatto con un genitore con un’adeguata funzione riflessiva, non solo può interiorizzare a

livello intrapsichico un’istanza parentale in grado di contenere e trasformare i suoi stati emotivi, ma anche in

grado di “pensarlo”, e quindi di rifletterne l’immagine, come soggetto di stati mentali.

La mindedness rappresenta la capacità da parte della madre di pensare il bambino come dotato di una

mente fin dai suoi primi mesi di vita.

La mind – mindedness materna è l’abilità della madre di commentare verbalmente gli stati emotivi del figlio,

espressi o inferiti durante la sua attività di gioco nei primi anni di vita.

L’insightfulness è la capacità del genitore di costruire un’immagine complessa e “accogliente” degli stati

emotivi del figlio e del rapporto di tali stati con il suo comportamento. La presenza di questa capacità

favorisce nei genitori la presenza di un caregiving sensibile e adeguato dal punto di vista della regolazione e

della comunicazione emotiva; la sua mancanza appare invece un fattore di rischio per il bambino, riducendo

il suo senso di sicurezza e di autostima.

Il livello di attaccamento prenatale permette di predire il coinvolgimento successivo della madre nella sua

interazione con il bambino una volta nato, delineandosi un indicatore di rischio precoce se tale attaccamento

si rivela insufficiente o oberato da preoccupazioni negative.

Slade ha messo a punto un’intervista semistrutturata, la Parent Development Interview (PDI), volta a

esplorare le modalità attraverso cui il genitore si rappresenta la relazione con il proprio bambino, con

particolare riferimento alla sfera delle emozioni.

Secondo Slade la mancanza di un adeguato grado di riflessività porta il genitore a rispecchiare le emozioni

del bambino senza trasformarle o invece a fraintenderle e non riconoscerle.

REGOLAZIONE, COREGOLAZIONE EMOTIVA E ATTACCAMENTO:

Una serie di studi hanno evidenziato come le modalità con cui la madre rispecchia e regola le emozioni del

proprio figlio siano influenti sul tipo di attaccamento che quest’ultimo sviluppa nei suoi confronti e, più

ampiamente, sul suo sviluppo socioemotivo.

 i risultati di alcuni studi hanno evidenziato come le madri che mostravano interesse per tutte le emozioni

del bambino, non ignorando quelle di disagio e tristezza, avevano bambini che esprimevano meno emozioni

negative e più emozioni positive rispettivamente negli episodi di riunione e di gioco nella Strange Situation.

Invece le madri che ignoravano le emozioni negative dei loro bambini avevano bambini che esprimevano più

rabbia e tristezza negli episodi di riunione della Strange Situation.

Nelle diadi che passano più momenti di condivisione di stati affettivi positivi i bambini hanno maggiori

probabilità di sviluppare un attaccamento di tipo sicuro, mentre nelle diadi che passavano più momenti in

stati coordinati negativi e di mancata coordinazione i bambini tendevano a sviluppare un attaccamento

insicuro.

CONNESSIONE EMOTIVA E RISPECCHIAMENTO:

Secondo Beebe già a 4 mesi si costituiscono modelli di interazione di tipo procedurale, sulla base di pattern

interattivi ricorrenti e caratteristici concepibili come modelli operativi di attaccamento “emergente”.

I futuri bambini sicuri appaiono godere a 4 mesi di un’adeguata contingenza interattiva con la loro madre a

livello di attenzione sia visiva sia tattile e di rispecchiamento emotivo.

I loro pattern di interazione, così come quelli delle loro mamme, mantengono inoltre una certa stabilità nel

corso del tempo.

 I bambini sicuri quindi possono fare affidamento sulla capacità di regolazione emotiva delle loro madri e

sull’essere “conosciuti” dalla mente della madre che è in grado di rispondere in modo contingente e

prevedibile alla direzione del loro sguardo, alla loro ricerca di contatto, alla loro espressione mimica,

mantenendo stabile nel tempo il proprio stile interattivo.

I futuri bambini insicuri ambivalenti appaiono meno in grado di autorganizzarsi, dimostrando una minore

stabilità nei loro pattern interattivi rispetto ai bambini sicuri, minore stabilità che è riscontrabile anche nella

madre.

 Essi appaiono quindi maggiormente dipendenti dalla contingenza diadica che si struttura con la madre,

caratterizzata da attenzione visiva reciproca accompagnata però dal ritiro da parte del bambino rispetto al

contatto fisico a fronte dell’intrusività della madre.

I futuri bambini insicuri evitanti usano strategie di autoregolazione per rimanere focalizzati a livello visivo con

le loro madri nel corso di interazioni faccia a faccia, dimostrando precoci manovre difensive per fronteggiare

il probabile distacco manifestato dalla madre nei loro confronti.

Le diadi con futuri bambini disorganizzati sono quelle in cui la contingenza interattiva appare reciprocamente

più ridotta, con mancato contatto fisico e visivo da parte della madre accompagnato da picchi di intrusività

nello spazio fisico del bambino. Queste coppie sono caratterizzata da una mancata coordinazione affettiva, il

che può portare il bambino a danneggiare non solo la sua organizzazione emotiva di base ma anche

l’integrazione stessa della sua personalità.

RESPONSIVITÀ E PSICOANALISI:

L’impatto della responsività del genitore sullo sviluppo relazionale del bambino è stato oggetto di studio e di

indagine anche in altri campi della psicologia.

- Ferenczi: nell’affrontare l’analisi delle condizioni ambientali che rendono sfavorevole lo sviluppo infantile,

costruisce una vera e propria fenomenologia delle possibili relazioni tra genitore e bambino, attribuendo

un’importanza decisiva alle condizioni mentali ed emotive ascrivibili al genitore e al loro impatto sulla mente

del bambino.

L’autore attribuisce una funzione organizzatrice alla capacità responsiva riscontrabile nella madre.

- Winnicott: approfondisce la funzione organizzatrice svolta dalla madre attraverso il concetto di holding, che

descrive la capacità della madre di rispondere ai bisogni emotivi del bambino.

La capacità della madre di rispecchiare gli stati emotivi del bambino in modo contingente è stata descritta nel

saggio di Winnicott “La funzione di specchio della madre e della famiglia sullo sviluppo infantile”. In questo

saggio Winnicott evidenzia infatti come il neonato possa vedere riflesse le proprie emozioni nel volto

rispecchiante della madre, rinsaldando il processo di integrazione del sé.

- Kohut: ha sottolineato anche lui l’importanza della funzione di rispecchiamento svolta dal genitore nei

confronti del figlio, ritenendola fondamentale per la costruzione del Sé.

- Stolorow, Atwood e Brandchaft: hanno evidenziato la funzione di validazione delle emozioni svolta dal

genitore rispetto alle comunicazioni del figlio. Il genitore cioè, rispecchiando e condividendo le esperienze

emotive del figlio, ne riconosce l’importanza e la legittimità favorendo la loro integrazione nella personalità

del bambino.

- Marsha Linehan: introducendo il concetto di ambiente invalidante ha sottolineato come il mancato

riconoscimento da parte del genitore delle esperienze del bambino, in particolare di quelle negative, possa

indurre nello stesso intensi sentimenti di vergogna con il conseguente evitamento di tali esperienze.

- Bowlby: nell’ambito della teoria dell’attaccamento sottolinea come i bambini le cui madri tendono a rifiutare i

loro segnali di attaccamento, sviluppano un pattern di attaccamento insicuro di tipo evitante che minimizza

l’espressione delle emozioni negative, escludendo dalla propria esperienza cosciente emozioni fondamentali

come la rabbia.

- Bion: parla di reverie materna per indicare la capacità della madre, attraverso le sue fantasie, di

trasformare le emozioni negative proiettate su di lei dal neonato , restituendogliele trasformate e

permettendogli in questo modo di interiorizzare le proprie capacità mentalizzanti. Il mancato esercizio da

parte della madre della reverie nei confronti del bambino può provocare in quest’ultimo l’identificazione con

un oggetto “repulsivo” che “sistematicamente fraintende” piuttosto che con un oggetto “accogliente e

comprensivo”.

- Bollas: riprende l’azione trasformativa svolta dalla madre nei confronti del bambino.

RESPONSIVITÀ E COMUNICAZIONE GENITORE – BAMBINO: UN COSTRUTTO COMPLESSO:

L’interazione intercorrente tra madre e bambino nel primo anno di vita appare complessa e volta a differenti

finalità.

Tra queste le principali sono:

a) regolazione delle emozioni da parte della madre, a cui consegue il sentimento di sicurezza da parte del

bambino

b) rispecchiamento emotivo materno, a cui si correla il sentimento del bambino di essere riconosciuto.

Una delle finalità della relazione madre – bambino sembra anche quella di stabilire connessioni affettive che

svolgano una funzione organizzante rispetto al bambino, espandendo i suoi stati mentali e costituendo le

basi per la sua individualità.

Hobson formula alcune ipotesi a partire dall’osservazione dell’autismo infantile: considerando i bambini affetti

da autismo egli evidenzia come in tali bambini non sia intaccata la capacità di costruire legami di

attaccamento rispetto ai genitori, ma la capacità di entrare in relazione (relatedness) e comunicare con i

propri partner condividendo significati e stati affettivi.

CAPITOLO 5: LE RAPPRESENTAZIONI GENITORIALI DALLA GRAVIDANZA ALLA NASCITA DEL

BAMBINO:

L’esperienza della gravidanza, nella donna, comporta sostanziali modificazioni del suo mondo interno

attraverso un processo di riorganizzazione finalizzato alla costruzione del nuovo ruolo materno (capacità di

prendersi cura, di proteggere, di entrare in sintonia e di rispondere ai momenti di difficoltà del nascituro).

Questo processo si configura in una doppia direzione:

a) regressiva: volta alla rielaborazione delle relazioni con le figure genitoriali, in particolare con quella

materna (il riferimento alla figura materna consente la riattivazione e l’utilizzo delle esperienze infantili che la

donna ha vissuto con la propria madre e il completamento dei processi identificatori con quest’ultima), ma

anche con quella paterna (in termini sia dell’accudimento sperimentato sia delle prime fantasie legate alla

maternità da parte della bambina).

b) progressiva: volta alla costruzione di una nuova identità facilitata dalle fantasie e immagini del futuro

bambino attivate dalla gravidanza.

 la gravidanza rappresenta un periodo di “ponte” tra passato e futuro, tra noto e ignoto.

 La riattivazione di tutte le identificazioni con le figure parentali diventa dunque durante la gravidanza un

processo centrale e in parte inconsapevole, funzionale all’acquisizione delle competenze parentali da parte

della futura mamma.

Nell’ambito della teoria dell’attaccamento, George e Solomon hanno evidenziato che i futuri genitori tendono

a riprodurre le proprie esperienze di attaccamento rispetto alle figure genitoriali.

Queste modalità rappresentative permettono ai genitori di costruire un sistema di caregiving in grado di

fornire protezione al figlio, integrando in un senso trasformativo le proprie esperienze infantili relative

all’accudimento e all’attaccamento, e le emozioni collegate.

I sistemi di caregiving appaiono correlati sia con i modelli operativi di attaccamento dei genitori stessi verso i

propri genitori (evidenziabili con l’AAI  Adult Attachment Interview), sia con i pattern di attaccamento dei figli

(misurati con la Strange Situation).

Nel periodo transitorio della gravidanza la donna, sulla base di questi processi, inizia a costruire delle

rappresentazioni di se stessa come madre e contemporaneamente del futuro bambino.

Queste rappresentazioni non hanno contenuti realistici ma sono il frutto delle proprie esperienze infantili e

delle fantasie più attuali riguardo il futuro bambino e se stessa come madre.

La qualità delle fantasie della donna riguardo al bambino nel corso della gravidanza costituisce un

importante indicatore sia del suo investimento affettivo sul futuro bambino, sia della sua capacità di “tenerlo

in mente” costituendo uno spazio mentale a lui dedicato.

Le rappresentazioni materne rimangono attive nel periodo dopo la nascita, guidando le modalità con cui la

madre interagisce con il bambino e influenzando i suoi stati emotivi.

 Siccome esiste una continuità tra le caratteristiche del mondo rappresentazionale del genitore e il sistema

di cure che egli mette in atto nell’interazione con il bambino, lo studio delle rappresentazioni materne attuato

durante la gravidanza può svolgere un ruolo fondamentale nella comprensione della futura relazione madre

– bambino e rivelarsi particolarmente utile nei casi di condizioni problematiche per lo sviluppo della

genitorialità.

Situazioni a rischio possono essere:

a) la donna in gravidanza non ha costruito uno “spazio mentale” né per il bambino né per sé in quanto

madre.

b) la madre dopo il parto non è in grado di sviluppare rappresentazioni flessibili e coerenti che organizzano le

sue interazioni con il bambino sulla base delle sue caratteristiche reali, ma attribuisce in modo rigido

immagini e rappresentazioni al bambino stesso sovrapponendole alla sua individualità emergente.

 A questo proposito sono stati svolti vari studi con l’obiettivo di indagare la qualità delle rappresentazioni

materne e paterne durante la gravidanza.

Gli strumenti di valutazione delle rappresentazioni genitoriali (interviste e questionari) sono risultati

particolarmente utili nella progettazione di interventi preventivi volti a favorire il miglioramento delle

competenze genitoriali e a ridurre eventuali fattori di rischio insiti nella relazione madre – bambino.

LA VALUTAZIONE DEI MODELLI OPERATIVI INTERNI DI ATTACCAMENTO: L’ ”ADULT ATTACHMENT

INTERVIEW”:

Negli anni ’80, nell’ambito della teoria dell’attaccamento, il focus della ricerca si è spostato dallo studio dei

comportamenti di attaccamento messi in atto nella relazione adulto – bambino, all’analisi delle

rappresentazioni relative alle prime esperienze infantili di attaccamento da parte dell’adulto.

Per valutare i modelli operativi interni di attaccamento dei genitori, Mary Main ha introdotto l’Adult

Attachment Interview, un’intervista che, attraverso uno specifico protocollo e un correlato sistema di codifica,

permette di indagare in soggetti adulti gli “stati della mente circa l’attaccamento”.

Attraverso l’AAI è diventato possibile studiare la relazione tra i modelli di attaccamento dei genitori, in

particolare della madre, e il tipo di attaccamento di quest’ultimo misurato dai 12 ai 18 mesi grazie ala

Strange Situation.

 si è dimostrata così l’esistenza di una relazione significativa tra i modelli di attaccamento dei genitori e

quelli dei loro figli, formulando l’ipotesi di una trasmissione intergenerazionale di tali modelli.

Le aree indagate dall’intervista riguardano:

1) le esperienze vissute dal soggetto nell’infanzia rispetto alle principali figure di attaccamento e i sentimenti

relativi a tali esperienze.

2) la capacità del soggetto di comprendere tali vicende e le figure di attaccamento in esse implicate, nonché

la successiva evoluzione della relazione con tali figure.

3) l’indagine su eventuali eventi di lutto o traumatici vissuti dall’intervistato.

4) l’indagine sui sentimenti e aspirazioni rivolte al figlio (reale o immaginato, se non ancora genitore).

L’intervista viene poi codificata tramite scale con punteggi da 1 a 9 che valutano:

a) la probabile esperienza di accudimento infantile narrata (amorevolezza, rifiuto, persistente coinvolgimento

con inversione di ruoli, trascuratezza, spinta alla riuscita).

b) lo stato attuale della mente circa le figure di attaccamento dell’infanzia e più ampiamente circa

l’attaccamento (idealizzazione, presenza di rabbia coinvolgente, svalutazione  riguardo alle figure genitoriali;

insistenza sulla mancanza di ricordi infantili, monitoraggio metacognitivo delle esperienze narrate, passività

del discorso (es. vaghezza, prolissità), mancata risoluzione di lutti e traumi subiti, coerenza del trascritto e

della mente in relazione all’attaccamento  riguardo all’attaccamento in generale).

Risulta inoltre importante il modo in cui il soggetto narra all’intervistatore le proprie esperienze di

attaccamento, piuttosto che la qualità di tali esperienze.

Un criterio per valutare la coerenza del discorso e della mente circa le esperienze di attaccamento è

costituito dalla capacità dell’intervistato di attenersi alle massime conversazionali definite da Grice:

1) qualità: sii veritiero e fornisci prove per ciò che dici

2) quantità: sii succinto ma completo

3) relazione: sii pertinente rispetto all’argomento in oggetto

4) modo: sii chiaro ed ordinato.

Il sistema di codifica prevede che ogni soggetto intervistato venga assegnato a una delle cinque categorie

previste:

Modelli di attaccamento adulto:

1) attaccamento sicuro/autonomo (F): Implica una narrazione coerente, obiettiva e ricca di ricordi delle esperienze di

attaccamento, sia positive che negative, insieme a una loro complessiva valorizzazione.

Le scale correlate sono quelle della coerenza del trascritto, della coerenza della mente e il monitoraggio metacognitivo.

Nelle interviste possono essere presenti aspetti residuali, ma non prevalenti, di preoccupazione verso le figure di

attaccamento o di distanziamento rispetto a queste ultime.

Una categoria aggiuntiva è quella denominata “sicuro guadagnato” e si ha nel caso dello sviluppo di una

rappresentazione sicura autonoma a fronte di esperienze di accudimento inadeguato ricevute nel corso dell’infanzia da

parte delle figure di riferimento.

Si parla invece di attaccamento “continuo” nel caso in cui i punteggi della scala di amorevolezza siano elevati,

evidenziando esperienze di attaccamento positive nel corso dell’infanzia.

2) attaccamento distanziante (DS): implica una narrazione incoerente delle esperienze di attaccamento, con la presenza

di processi di idealizzazione verso le figure di attaccamento, contraddistinta da descrizioni genericamente positive di

queste ultime non supportate e/o contraddette da episodi specifici, difficoltà a ricordare e sottovalutazione di tali

esperienze.

Tra le scale associate di norma all’attaccamento distanziante troviamo quella dell’idealizzazione della/e figura/e di

attaccamento primaria/e, quella relativa all’insistenza sulla mancanza di ricordi nell’infanzia, quella implicante la

svalutazione delle relazioni di attaccamento.

3) attaccamento preoccupato (E): contraddistinto da narrazioni incoerenti caratterizzate da vaghezza e prolissità unite

alla persistenza di sentimenti di preoccupazione, rabbia o passività verso le figure di attaccamento, valutate in modo

oscillatorio come buone e cattive.

Tra le scale associate di norma all’attaccamento preoccupato troviamo la rabbia attuale verso la/le figura/e di

attaccamento e la passività e la vaghezza nel discorso.

4) attaccamento irrisolto/disorganizzato/disorientato (U/D): caratterizzato dalla mancata elaborazione di episodi

traumatici o di lutto testimoniata da errori nel monitoraggio del discorso e del ragionamento e dall’incoerenza della

narrazione. La mancata risoluzione si esprime nel caso del lutto, ad esempio con sentimenti di aver provocato la morte

dell’altro in assenza di una responsabilità concreta, disorientamento temporale, spaziale o confusionale tra sé e la

persona morta. Nel caso dell’abuso indici di mancata risoluzione possono essere invece: diniego dell’esperienza di

abuso, della sua natura o intensità, sentire di essersi meritati o essere responsabili dell’abuso a causa del proprio

comportamento, paura di essere “posseduti” psichicamente dalle figure abusanti.

5) attaccamento non classificabile (CC): implica l’impossibilità di attribuire un’intervista a una categoria definita, ad

esempio per la compresenza di stati della mente circa l’attaccamento tra loro in contraddizione.

 Nel caso di assegnazione di un soggetto alla categoria U, lo si attribuisce anche a una seconda categoria

tra le rimanenti (F, DS, E).

L’intervista è strutturata in modo tale da “sorprendere l’inconscio”, favorendo l’accesso a materiale carico

emotivamente.

Una delle domande centrali dell’intervista riguarda ad esempio il rapporto dell’intervistato con le proprie

figure di attaccamento durante l’infanzia, con la finalità di esplorare la sua relazione con i genitori. La

domanda è seguita poi dalla richiesta di descrivere tali relazioni attraverso aggettivi o parole che le illustrino

nel concreto.

Questa richiesta tende spesso a spiazzare l’intervistato, innescando un processo di tipo associativo.

L’ATTACCAMENTO PRENATALE GENITORE – FETO:

Il genitore inizia a costruire un vero e proprio legame con il feto già durante la gravidanza, creandosi

immagini che comprendono aspetti di fantasia e di proiezione misti ad aspetti realistici scaturiti dalle prime

interazioni con il feto (coincidenti con la percezione dei suoi movimenti).

Questo primo legame viene definito “attaccamento prenatale”.

Negli ultimi anni l’attaccamento prenatale ha assunto particolare importanza poiché si pensa che esso possa

influire sull’andamento della gravidanza e del parto e sulla successiva relazione di attaccamento con il

bambino.

Sono stati messi a punto diversi strumenti di valutazione dell’attaccamento genitore – feto costituiti da

questionari self – report somministrabili in gravidanza.

Tra i vari strumenti quelli più utilizzati in ambito clinico e di ricerca sono:

a) maternal – fetal attachment scale (MFAS): (Cranley)

Il questionario è composto da 24 item valutati su una scala a 5 punti in cui punteggi più elevati evidenziano

un maggiore attaccamento nei confronti del feto. Lo strumento può essere somministrato tra le 20 e le 32

settimane in quanto questo è il periodo in cui la donna elabora il maggior numero di fantasie.

Oltre al punteggio di attaccamento complessivo gli item individuano 5 sottoscale che caratterizzano diversi

aspetti del possibile investimento genitoriale nei confronti del feto:

1) assunzione di ruolo: capacità della donna di immaginarsi madre nel futuro e relativi pensieri rispetto ai

ruoli materni di nutrizione e cura del proprio bambino.

2) differenziazione di sé dal feto: piacere della donna al pensiero di “un altro da sé” nella propria pancia o

all’attribuzione del nome maschile o femminile al futuro bambino.

3) interazione con il feto: desiderio della donna di parlare col proprio feto e riferirsi a lui con un soprannome,

oppure stimolarlo in vario modo attraverso la pancia.

4) attribuzione di caratteristiche al feto: pensieri ricorrenti della donna su ciò che può sentire ed elaborare il

feto dentro il proprio corpo o sulle caratteristiche di personalità che vi possono già essere attribuite in base ai

movimenti.

5) attenzione a se stessa: volontà della donna di impegnarsi durante la gravidanza limitando alcune attività

per evitare un potenziale danneggiamento del feto e percezione dei cambiamenti, preoccupazioni, disturbi

tipici legati alla gravidanza stessa.

b) maternal antenatal attachment scale (MAAS): (Condon)

è stato sviluppato sulla base di un modello gerarchico dell’attaccamento adulto, nel cui ambito l’amore della

madre per il feto è considerato un’esperienza centrale.

Condon individua cinque caratteristiche dell’atteggiamento materno verso il feto attraverso le quali si

sviluppa tale esperienza: conoscere, essere con, evitare la separazione o la perdita, proteggere, soddisfare i

bisogni.

Queste caratteristiche svolgono una funzione di mediazione tra l’esperienza materna di attaccamento al feto

e i comportamenti manifesti della madre, tra cui ricerca di informazioni, di vicinanza, di protezione e di

piacere.

 Rispetto al MFAS, il MAAS si riferisce prevalentemente a pensieri ed emozioni rispetto al feto piuttosto che

ad attitudini verso il ruolo genitoriale e verso la gravidanza.

Il questionario è composto da 19 item, su una scala da 1 a 5, che valutano due costrutti:

1) qualità (qualità del legame emotivo con il feto) : include esperienze di vicinanza/distanza e di

tenerezza/irritazione, sentimenti positivi/negativi, avere un’immagine mentale chiara/vaga del bambino,

concetto di feto come persona/cosa, consapevolezza che il benessere del feto dipenda dalla madre.

2) intensità (intensità della preoccupazione nei confronti del feto) : si riferisce al tempo passato dalla madre

pensando al feto e interessandosi a lui (parlare con il feto, raccogliere informazioni su di lui, sognarlo,

immaginarlo, toccarsi la pancia).

 Chiaramente un’elevata qualità del legame emotivo e dell’intensità della preoccupazione verso il feto

rappresenta un modello positivo di coinvolgimento.

Le combinazioni dei punteggi ottenuti dalla madre nelle due dimensioni principali rendono possibile

classificare l’attaccamento al feto all’interno di quattro stili:

a) positivamente preoccupata: madri con punteggi superiori alla media ad entrambe le sottoscale qualità e

intensità.

b) positivamente disinteressata: madri con punteggio tot superiore alla media alla sottoscala qualità e

inferiore o uguale alla media alla sottoscala intensità.

c) negativamente preoccupata: madri con punteggio tot superiore alla media alla sottoscala intensità e

inferiore o uguale alla media alla sottoscala qualità.

d) negativamente disinteressata: madri con punteggi inferiori alla media ad entrambe le sottoscale qualità e

intensità.

Fattori legati alla qualità dell’attaccamento fetale:

 Alcuni studi hanno evidenziato l’esistenza di uno stretto collegamento tra qualità delle esperienze di

attaccamento della madre valutate con l’AAI e qualità del suo attaccamento al feto.

 Altri studi hanno rilevato l’esistenza di alcuni fattori associati ai diversi tipi di attaccamento madre – feto tra i

quali: - caratteristiche demografiche (età, istruzione, stato socioeconomico),

- variabili connesse alla gravidanza (stato di rischio di gravidanza in corso, esito della gravidanza

precedente)

- variabili psicosociali (autostima, sostegno sociale, stile di coping)

- variabili psicopatologiche (sintomi di ansia e depressione).

LE RAPPRESENTAZIONI MATERNE IN GRAVIDANZA:

L’intervista per le rappresentazioni materne in gravidanza (IRMAG) è uno strumento messo a punto da

Ammaniti volto ad analizzare le rappresentazioni della donna in gravidanza in senso ampio, considerandole

in riferimento sia alla rappresentazione di se stessa come madre, sia in rapporto al partner, alla famiglia

d’origine e al futuro bambino, consentendo di individuare possibili tematiche a rischio.

L’intervista viene somministrata intorno al settimo mese di gravidanza ed è di tipo semistrutturato.

Dura in media un’ora ed è costituita da 41 domande principali e da relative domande di approfondimento.

Vengono indagate le aree concernenti:

- il desiderio di maternità nella storia personale della donna e della coppia

- le reazioni personali, di coppia e familiari alla notizia della gravidanza

- le emozioni e i cambiamenti vissuti nel corso della gravidanza nella vita personale, di coppia e nel rapporto

con la propria famiglia

- la prospettiva del parto

- le percezioni ed emozioni relative al bambino immaginato, con l’obiettivo di valutare se la madre si è creata

uno spazio mentale rispetto al futuro bambino.

- le aspettative future riguardo a sé come madre e come essa si immagina il suo ruolo e le sue capacità

- le convinzioni della madre rispetto alle competenze e alle caratteristiche del bambino per stabilire a che

livello essa è in grado di considerarlo come un oggetto con una propria individualità.

La codifica dell’intervista comprende 7 dimensioni , valutate su una scala a 5 punti, relative alla

rappresentazione di sé come madre e alla rappresentazione del bambino riguardo:

a) ricchezza delle percezioni: qualità e ricchezza dei dettagli nella descrizione di episodi, sensazioni,

emozioni e comportamenti relativi alla madre stessa, al partner e al bambino.

b) apertura al cambiamento: livello di flessibilità della madre ad adattarsi alle trasformazioni psicologiche e

fisiche implicate nell’esperienza di gravidanza.

c) intensità dell’investimento: intensità delle emozioni espresse nel racconto e del coinvolgimento affettivo

mostrato dalla donna nel descrivere se stessa come madre e il suo bambino.

d) coerenza: livello di organizzazione generale dei pensieri e dei sentimenti nella rappresentazione della

donna di sé come madre e del bambino.

e) differenziazione: capacità della donna di delineare in modo consapevole la propria identità personale e i

propri confini e differenze rispetto al partner, alla famiglia d’origine e alla propria madre.

f) dipendenza sociale: grado di conformismo della rappresentazione materna verso le credenze e gli

stereotipi sociali.

g) dominanza delle fantasie: insieme di paure, sogni e fantasie che connotano l’esperienza della madre

rispetto alla gravidanza in sé, al proprio corpo, al ruolo materno e al bambino.

I punteggi ottenuti nelle scale permettono la codifica delle rappresentazioni materne secondo tre categorie :

1) rappresentazioni integrate/equilibrate: comprende donne in grado di fornire un quadro chiaro delle proprie

rappresentazioni sia riguardo a se stesse come madri, sia riguardo al partner e al bambino.

Queste donne descrivono la gravidanza come un processo integrato nella propria storia personale.

Il loro racconto è ricco di episodi e di emozioni riferiti soprattutto al futuro figlio.

Sono in grado di modificare le proprie rappresentazioni in seguito ai continui mutamenti che la gravidanza

comporta.

La differenziazione tra il proprio punto di vista e quello della propria madre è chiaro e coerente, così come la

differenziazione tra la percezione di sé e quella del bambino.

2) rappresentazioni ristrette/disinvestite: comprende donne che vivono la gravidanza con poco

coinvolgimento emotivo, elevato controllo ed elevata razionalizzazione. Il loro racconto è povero,

impersonale, con pochi riferimenti ai cambiamenti fisici e soggettivi e con scarse fantasie rispetto al proprio

futuro ruolo di madre e rispetto al bambino.

Forniscono descrizioni astratte alle quali non corrispondono episodi concreti.

Le fantasie riguardo al bambino, se presenti, sono principalmente quelle di tipo comportamentale con

accentuate aspettative rispetto alla sua autonomia e alle sue capacità.


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ali7877 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia del ciclo di vita e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Riva Crugnola Cristina.

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