La relazione genitore-bambino
Cristina Riva Crugnola
La comunicazione affettiva nella prima infanzia tra intersoggettività e attaccamento
L’interazione madre-bambino è una comunicazione affettiva che coinvolge reciprocamente entrambi i partner ed è basata sulle competenze comunicative sia della madre che del bambino.
Questa comunicazione può essere interpretata in due modi differenti:
- Come una forma di condivisione di stati affettivi positivi, basata sulla coordinazione dell’attenzione, dello sguardo, della mimica e delle vocalizzazioni e quindi come una forma di interazione intersoggettiva che lega i due partner.
- Come una forma di regolazione emotiva riuscita tra madre e bambino, in cui il bambino usa la madre come base sicura grazie al ruolo di conforto svolto da quest’ultima e quindi come una forma di interazione ricollegabile al legame di attaccamento che garantisce al bambino protezione fisica e regolazione emotiva.
La comunicazione affettiva che il bambino intraprende con i suoi partner è finalizzata, da un lato, a formare legami di attaccamento, che garantiscono la sua sopravvivenza sia fisica che emotiva, in quanto vengono utilizzati sia per il soddisfacimento dei bisogni sia per la regolazione emotiva e, dall’altro, a costruire legami intersoggettivi utili, nei primi mesi, a condividere stati emotivi (intersoggettività primaria) e successivamente a condividere significati preverbali e verbali (intersoggettività secondaria).
Quest’ultima finalità si ripresenta anche nella media infanzia e nell’età adulta. È infatti grazie a questa che il bambino è spinto a narrare a parenti e amici ciò che gli accade, ottenendo sostegno dagli altri e, allo stesso modo, l’adulto ricorre alla condivisione di stati emotivi e mentali in situazioni di particolare distress in cui le strategie autoregolatorie non sono sufficienti.
Lo sviluppo della regolazione emotiva tra auto e coregolazione
Raggiungere una buona regolazione emotiva è alla base della formazione sana della personalità e funge da fattore protettivo rispetto allo sviluppo di disagi psichici già nel bambino.
Gli stili di regolazione emotiva che il bambino costruisce sembrano, infatti, derivare dall’interazione tra le caratteristiche neurobiologiche e temperamentali del bambino stesso e le caratteristiche delle figure di attaccamento e della qualità del loro caregiving. La regolazione emotiva è quindi legata ai pattern di attaccamento, che possono essere considerati forme di regolazione diadica che il bambino sperimenta rispetto alla disponibilità emotiva del caregiver.
È stato dimostrato dagli esperimenti di Tronick con il paradigma della Still Face che i bambini, già dai primi mesi, hanno a disposizione strategie comportamentali di regolazione emotiva che permettono loro di regolare le emozioni particolarmente positive o negative, distogliendo lo sguardo dallo stimolo stressante e autoconsolandosi toccando parti del proprio corpo.
A fronte del volto inespressivo della madre i neonati, infatti, dopo aver intensificato la propria attività comunicativa per richiamare l’attenzione attraverso sorrisi e vocalizzazioni, ricorrono a strategie di autoregolazione per diminuire il distress.
Queste strategie vengono messe in atto anche di fronte a emozioni molto positive per regolare l’eccesso di eccitazione, tuttavia non sono in grado di fornire al bambino un’adeguata regolazione emotiva a lungo termine che, invece, viene mediata da modalità di regolazione eterodirette, che il bambino mette in atto sempre più consapevolmente durante il primo anno di vita.
Queste strategie eteroregolatorie sono finalizzate a mobilitare l’intervento del caregiver e sono basate su modalità comunicative che permettono al neonato di condividere il proprio stato emotivo e affettivo all’adulto, che risponde adeguatamente fungendo da regolatore rispetto a questi stati.
Si creano, quindi, stati affettivi coordinati (match) tra il bambino e il caregiver, ma anche stati affettivi non coordinati (mismatch) quando il caregiver non riesce a sintonizzarsi con le emozioni espresse dal bambino e quindi la comunicazione si rompe.
La sincronizzazione emotiva si differenzia a seconda del genere del caregiver: tra madre e bambino emerge gradualmente soprattutto nell’ambito del gioco faccia a faccia ed è basata sulla condivisione di sguardi, mimica, vocalizzazioni e emozioni positive mediate dalla proposta e dall’esplorazione degli oggetti; tra padre e bambino la sintonizzazione si crea, invece, attraverso un maggior coinvolgimento fisico accompagnato da picchi di emozioni positive.
La comunicazione madre-bambino si fonda quindi su processi di sintonizzazione emotiva, sulle rotture della comunicazione e soprattutto sulla capacità materna di riparare queste rotture attraverso comportamenti consolatori e di conforto, grazie alla quale vengono ripristinati nuovi stati di match.
Sperimentare match affettivi positivi e ripetute trasformazioni degli affetti negativi in positivi è un processo fondamentale per lo sviluppo della personalità poiché permette al bambino di rappresentarsi come efficace nella comunicazione e di rappresentare il caregiver come disponibile, il che è alla base dello sviluppo di un nucleo affettivo positivo del Sé.
Vivere ripetute rotture e riparazioni fallite porta, invece, il bambino a costruire rappresentazioni affettive negative di sé, caratterizzate da rabbia, tristezza e senso di incapacità comunicativa, nonché rappresentazioni della madre come non emotivamente disponibile.
Regolazione emotiva e differenze di genere
Negli esperimenti di Tronick è emerso come vi siano sostanziali differenze di genere per quanto riguarda la regolazione emotiva. Di fronte alla passività materna, i maschi si rivelano meno capaci di autoregolarsi e più dipendenti dall’input regolatorio della madre rispetto alle femmine, che anche nei momenti di interazione con la madre, si dimostrano maggiormente interessate all’esplorazione degli oggetti e dell’ambiente rispetto ai maschi.
Allo stesso modo, è emerso come le madri tendano a mettere in atto un monitoraggio maggiore nei confronti dei maschi rispetto alle femmine, rivelando un adattamento intuitivo alle richieste di eteroregolazione del figlio.
La differenza nella regolazione emotiva risulta particolarmente importante nei casi di madri depresse, in cui i maschi tendono maggiormente a mostrare disagio e disregolazione con presenza importante di affetti negativi nella relazione diadica rispetto alle femmine che sembrano reagire con atteggiamenti di maggiore ritiro.
A lungo termine, nei maschi emergono problemi comportamentali e disturbi di tipo esternalizzante, mentre nelle femmine si notano forme improntate al ritiro e a sentimenti depressivi di tipo internalizzante.
Regolazione emotiva e sistema diadico
La regolazione emotiva riguarda non solo le emozioni di base, ma anche stati affettivi prolungati sia positivi che negativi. Questi stati sono importanti perché tendono a stabilizzarsi e auto-organizzarsi, producendo effetti a lungo termine sul sistema di regolazione emotiva del bambino.
Gli stati emotivi del bambino tendono, infatti, a fungere da organizzatori relazionali, svolgendo un ruolo anticipatorio rispetto alle esperienze future. Questi stati sono influenzabili dalle esperienze esterne, in particolare dalla responsività del caregiver e possono produrre disordini affettivi anche nei bambini molto piccoli, quali restrizioni della gamma di emozioni (madre depressa → stati affettivi di rabbia o tristezza assorbiti dal bambino → stabilizzazione degli stati nel bambino → trasferimento di questi stati nella relazione con altri, anche di fronte a stimoli positivi).
Il compito principale del caregiver appare, quindi, quello di aiutare il bambino a regolare le emozioni negative e a mantenere quelle positive. Il sistema diadico che si delinea nel primo anno è quindi legato al pattern di attaccamento che il bambino costruisce rispetto ai suoi caregivers.
Inoltre, le competenze di regolazione emotiva si sviluppano di pari passo allo sviluppo cerebrale, che è influenzato, nelle prime fasi, dalla qualità delle interazioni sociali che intrattiene (cervello sociale).
Esperienze incentrate sull’inaccessibilità emotiva del caregiver e sul prevalere di emozioni negative possono, quindi, creare danni a specifiche aree cerebrali, a causa dei processi neuroendocrini attivati dallo stress, che provocano alterazioni durature nelle modalità di processare le emozioni che il bambino adotta.
Attaccamento e strategie di regolazione emotiva nella prima infanzia
Le interazioni durante il primo anno di vita hanno la funzione di costruire specifici stili di regolazione emotiva connessi ai pattern di attaccamento che si costruiscono in quel periodo.
Attaccamento sicuro: bambino comunica sia emozioni positive che negative, perché percepisce il caregiver come emotivamente disponibile ed efficace nella regolazione emotiva.
Attaccamento insicuro-evitante: bambino deattiva parzialmente il sistema di attaccamento, perché percepisce il genitore come non responsivo, riduce la comunicazione emotiva, investendo di attenzione l’ambiente.
Attaccamento insicuro-ambivalente: bambino massimizza il sistema di attaccamento, intensificazione delle richieste eteroregolatorie perché percepisce il genitore come non responsivo in modo intermittente e vuole catturarne l’attenzione, totale disinvestimento dell’ambiente.
Studio di Riva Crugnola
Strange Situation, valutare relazione attaccamento regolazione emotiva.
20 bambini sicuri, 10 insicuri evitanti, 7 insicuri ambivalenti. Strategie eteroregolatorie, autoregolatorie o regolatorie (incentrate sull’ambiente).
Bambini insicuri ambivalenti: strategie eteroregolatorie centrate sull’espressione di emozioni negative, soprattutto negli episodi di separazione. Poca esplorazione dell’ambiente rispetto agli altri gruppi. Conferma ipotesi secondo cui c’è una massimizzazione dell’attaccamento per attivare attenzione materna e una minimizzazione dell’esplorazione ambientale. La madre è responsiva intermittente e interferisce con l’esplorazione generando comportamenti ipervigilanti nel bambino.
Bambini insicuri evitanti: strategie regolatorie incentrate sugli oggetti, poche strategie eteroregolatorie perché a fronte di una madre non responsiva in modo totale. Coinvolgimento positivo e negativo verso caregiver uguale sia in presenza che in assenza. Conferma ipotesi di investimento ambientale e strategie autoregolatorie e non condivisione di emozioni negative, con minimizzazione di quelle positive.
Le strategie messe in atto dai bambini insicuri hanno il fine di permettere al bambino di mantenere il legame di attaccamento, nonostante l’indisponibilità emotiva vissuta con le figure di attaccamento.
Bambini sicuri: strategie regolatorie ambientali ed eteroregolatorie con modalità intermedia rispetto ai due gruppi. Buon adattamento alle situazioni di stress, con strategie incentrate sul coinvolgimento negativo in situazioni di separazione, che diminuivano con la riunione. Buona abilità comunicativa a livello emozionale anche in situazioni di disagio marcato. Conferma ipotesi di buona regolazione se caregiver si dimostra emotivamente disponibile e funge da regolatore emotivo.
→ Pattern di attaccamento riflettono strategie di regolazione emotiva che il bambino sviluppa nelle relazioni con gli altri al fine di creare competenze autoregolatorie individuali.
Regolazione emotiva e attaccamento nello sviluppo
Nel secondo anno di vita, il bambino interiorizza le forme di coregolazione che ha sperimentato con le figure di attaccamento, sulla base degli schemi relazionali relativi al Sé e alla disponibilità emotiva dei suoi caregiver. Inoltre, queste forme di regolazione vengono arricchite dalle competenze cognitive e simboliche che il bambino ha acquisito (gioco simbolico, discorso tra sé e sé, oggetti transizionali).
Le strategie regolatorie si organizzano in un sistema gerarchico, in cui quelle più precoci continuano ad avere importanza anche nella vita adulta (strategie eteroregolatorie rimangono attive tramite l’affidamento che l’adulto fa sulla coregolazione con partner in grado di aiutarlo nella regolazione delle sue emozioni).
Una buona regolazione emotiva implica, nell’adulto, la capacità di utilizzare nelle diverse situazioni sia strategie eteroregolatorie che autoregolatorie. Regolazione on-line: supporto sociale di cui l’adulto usufruisce.
Anche negli adulti, differenti modalità di regolazione sono legate a differenti tipi di attaccamento:
- Insicuro evitante: minimizzano espressione delle emozioni negative, inibiscono le loro preoccupazioni, non attivando rappresentazioni delle figure di attaccamento.
- Insicuro ambivalente: massimizza l’espressione delle emozioni negative e usa strategie eteroregolatorie mirate al supporto sociale.
- Sicuro: è in grado di esprimere lo stress percepito, autoregolandosi ed evocando contemporaneamente le rappresentazioni delle figure di attaccamento.
Condivisione emotiva e intersoggettività
La comunicazione affettiva che il bambino rivolge ai suoi partner sembra riconducibile anche a una tendenza innata a entrare in connessione con l’altro al fine di condividere stati emotivi (intersoggettività primaria) e costruire un legame con i propri interlocutori.
Questa tendenza appare visibile nell’interazione faccia a faccia, che ha il suo apice verso i 3 mesi, ma è già presente a due, in cui il neonato e il suo caregiver, attraverso la coordinazione della mimica facciale e di vocalizzazioni, con sequenza temporale e alternanza di turni, mettono in atto un vero e proprio dialogo emotivo volto a condividere stati affettivi.
Il neonato è in grado di riconoscere gli stati affettivi altrui attraverso le espressioni mimiche e le vocalizzazioni sulla base di un’iniziale e precoce consapevolezza dell’altro. Allo stesso modo è in grado di comunicare in modo autonomo e indipendente dall’essere responsivo al caregiver i propri stati emotivi.
Questa competenza comunicativa è ben differente dalla comunicazione che il bambino mette in atto per ottenere aiuto e protezione e dipende da un sistema innato che lo guida nelle prime settimane in scambi interattivi con l’altro, basato sulla capacità di percepire ed essere consapevole di stati mentali semplici quali quelli emotivi.
Questa capacità si fonda su caratteristiche endogene, quali la preferenza per il volto e la voce umana o la capacità di imitazione della mimica facciale dell’adulto, che il neonato possiede e che gli permettono di trattare i suoi caregiver “come persone”.
Questo comportamento comunicativo tende ad aumentare al crescere della responsività dimostrata dal caregiver. Nel periodo dell’intersoggettività primaria, il neonato tende, infatti, a crearsi aspettative rispetto alla responsività del caregiver aspettandosi risposte contingenti agli stati affettivi comunicati.
Se questa aspettativa viene disattesa, allora, il neonato si sente deluso e cambia le sue modalità comunicative. Il bambino è, già a 1 mese e mezzo, in grado di discriminare il livello di responsività materna, come dimostrato dagli esperimenti in cui il neonato era posto di fronte ad un’interazione faccia a faccia e un’interazione videoregistrata con la madre (Legerstee).
I bambini che prima della condizione sperimentale avevano avuto interazioni responsive con la madre mostrano minor coinvolgimento e maggiori emozioni negative quando posti di fronte al video; per contro, i bambini con madri non responsive non mostravano cambiamenti nella comunicazione tra interazione videoregistrata e interazione dal vivo, sembrando incapaci di distinguere le due diverse condizioni interattive.
Si delinea, quindi, cruciale per lo sviluppo delle abilità comunicative del bambino la responsività sociale dei suoi caregiver, in particolare della madre. La competenza intersoggettiva dimostrata dal neonato sembra, inoltre, essere rafforzata dall’attività di rispecchiamento delle emozioni positive che il caregiver mette in atto nei primi sei mesi di vita.
Il dialogo caratterizzante questo periodo sembra, infatti, essere basato prevalentemente sull’imitazione reciproca di tipo mimico-espressivo, in cui il bambino sembra trarre piacere dal riconoscere nel genitore che lo imita aspetti a lui equivalenti.
Sembra, infine, che queste competenze precoci abbiano anche un fondamento neurobiologico dato dalla presenza dei neuroni specchio. Sembra, quindi, che l’empatia e gli stati intersoggettivi siano basati su un meccanismo neurofisiologico di tipo innato, in grado di attivare una consonanza inconscia di sé con l’altro attraverso l’imitazione motoria.
La condivisione affettiva tra madre e bambino, non si limita alle sole emozioni, ma anche a stati emozionali più duraturi (states of mood) che, nel secondo semestre di vita, vengono manifestati dal genitore responsivo in grado di sintonizzarsi con il figlio, attraverso differenti canali comunicativi, permettendo una condivisione, non solo di emozioni, ma anche di significati.
Essere “connessi con” e consapevolezza affettiva
Legerstee, Trevarthen e Reddy: approccio continuista, secondo cui il bambino è in grado di pensare l’altro come soggetto di stati emotivi simili ai propri.
Legerstee: la capacità di comunicare ed entrare in relazione con l’altro, che il bambino mostra fin dai primi mesi, è basata su tre principi:
- Il bambino è capace di percepire le proprie emozioni (prima consapevolezza di queste come stati mentali semplici).
- Il bambino è capace di riconoscere questi stati mentali nell’altro grazie all’attività di rispecchiamento sperimentata con l’adulto.
- Il bambino è capace di sintonizzarsi con le emozioni altrui.
Il neonato, fin dal
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