Appunti di psicologia della comunicazione
Prospettive sulla comunicazione umana
Non possiamo scegliere se comunicare, ma solo come. La comunicazione è un’attività sociale e partecipativa che prevede la condivisione di significati ed il rispetto di regole, avendo una matrice culturale ed una natura convenzionale. Ha, anche, una radice filogenetica, dal momento che non la si ritrova solo nella specie umana ma anche in altri animali, che pur non sono dotati di un linguaggio vero e proprio; è cognitiva, connessa con il pensiero e le funzioni psichiche superiori; è connessa con l’azione ed è un processo di influenza reciproca. Include, anche, la discomunicazione, che fa riferimento agli ambiti della menzogna, dell’ironia, della seduzione e così via, così come pure alla comunicazione patologica e schizofrenica. È come posta su un continuum.
La comunicazione è oggetto di studio multidisciplinare, perché ha tante facce: questo comporta, però, la difficoltà di pervenire ad un modello unitario che la descriva e la spieghi. Gli studi sulla comunicazione sono iniziati negli anni '40 del secolo scorso.
Approccio matematico: comunicazione come trasmissione di informazioni
L’informazione è considerata, con la massa e l’energia, uno degli elementi costitutivi ed irriducibili della realtà e si caratterizza per essere:
- Espansiva: l’informazione è diffusiva, ovvero genera altra informazione e non si consuma quando viene usata. Non può essere scambiata con altri beni, ma solo condivisa;
- Comprimibile dal punto di vista sia sintattico che semantico;
- Facilmente trasportabile: può essere trasmessa ed anche in modo molto rapido.
L’informazione è “una differenza che genera differenza”: è un’entità astratta e non consiste in un dato ma nella relazione esistente tra due o più dati. Presso l’informatica e la cibernetica, l’informazione è rappresentata secondo il sistema binario come sequenze di 1 e 0; in psicologia, questa visione è alla base del connessionismo, del cognitivismo e dell’intelligenza artificiale. L’approccio matematico è stato formulato da Shannon e vede la comunicazione come una trasmissione di informazioni, la quantità delle quali diminuisce ad ogni elaborazione dei dati. Il modello prevede il passaggio dell’informazione attraverso una sequenza che include:
- Fonte A (source): emittente che crea il messaggio;
- Trasmettitore (encoder): permette di trasformare il messaggio in segnali fisici (es. la voce);
- Canale (channel): ciò che trasmette il messaggio (es. il filo del telefono);
- Rumore (noise): fa riferimento a tutto ciò che fa in modo che il messaggio all’inizio della sua trasmissione sia diverso da quello che poi arriva al destinatario, ovvero all’attenuazione, alla dispersione ed al riverbero. Il rapporto segnale/rumore deve essere >0 perché ci sia una probabilità sufficientemente alta che il messaggio arrivi al destinatario;
- Recettore (decoder): dispositivo che converte il messaggio in modo da renderlo comprensibile per il destinatario (es. apparato acustico);
- Destinatario B (receiver).
A posteriori, Shannon e Weaver hanno aggiunto i concetti di:
- Ridondanza: ripetizione del processo di codifica, finalizzata a favorire la decodifica. Eliminare la ridondanza consente di risparmiare tempo, ma rende più fragile il messaggio;
- Filtro: selezione di determinati aspetti del segnale nel processo di decodifica;
- FB: informazione che da B torna ad A, consentendo a quest'ultimo di modificare i messaggi che trasmetterà in seguito. Può essere + (es. pettegolezzo che viene fomentato) o - (es. commento bonario che va a diminuire l’intensità di un rimprovero), laddove quello - è finalizzato al mantenimento di un’omeostasi.
L’informazione non coincide con ciò che viene trasmesso da A, ma con ciò che è probabile che arrivi a B, ovvero è una probabilità che trova realizzazione all’interno di N possibilità di combinazione di H simboli; l’s-codice è il sistema di probabilità che rende alcune combinazioni di simboli più probabili di altre. Quando le probabilità combinatorie sono tutte uguali (equiprobabilità), si ha neg-entropia, cioè mancanza di informazione. Questo approccio si concentra poco sui contenuti e massimamente sul codice.
Approccio semiotico: comunicazione come significato e segno
La semiotica è lo studio dei segni nella vita sociale e la significazione è la capacità di creare significati, con riferimento tanto ad un referente (ciò su cui si comunica) quanto ad un codice. Il diagramma della significazione è un quadrato con alla base il referente ed il simbolo usato per esprimerlo ed al vertice più alto la referenza, vale a dire la rappresentazione mentale che lega il referente al simbolo. La convinzione, al contrario, che ci sia un rapporto diretto tra il referente ed il simbolo è detta “fallacia referenziale”. La comunicazione, infine, è in stretto rapporto con la cultura, poiché ogni simbolo è un prodotto culturale.
Il segno può essere inteso in due accezioni:
- Come equivalenza secondo De Saussure, il segno deriva dall’unione tra un’immagine acustica (significante o espressione) ed una mentale (significato o contenuto). Il segno, dunque, ha una funzione semiotica, poiché non esiste come realtà fisica ma solo come funzione tra altri due elementi. Si parla di equivalenza perché c’è un nesso stabile tra espressione e contenuto, legati da una relazione di identità. Il segno è arbitrario ed oppositivo (cioè non è se stesso per delle intrinseche proprietà, ma solo per il fatto di non essere un altro segno). La lingua è un sistema di segni e De Saussure ha distinto la linguistica interna o langue (linguistica primaria, cioè insieme di norme che consentono l’attività linguistica) dalla linguistica esterna o parole (linguistica secondaria, cioè applicazione del codice);
- Come inferenza secondo Peirce, il segno ha una funzione di rimando, ovvero sta per qualcosa di altro da sé. Esistono tre tipi di segni: le icone hanno una relazione di somiglianza con il contenuto (es. i suoni onomatopeici), gli indici hanno un rapporto di contiguità fisica ed analogia (es. la colonnina di Hg nei termometri per indicare la T) ed i simboli sono arbitrari ed appresi.
Approccio pragmatico: comunicazione come interdipendenza tra testo e contesto
Morris distingue la semantica (significati dei segni) dalla sintassi (relazioni tra i segni) e dalla pragmatica (relazione tra segni e comunicanti), laddove quest’ultima si occupa dell’uso dei significati, i quali non sono univoci ma dinamici, motivati e concreti. I significati sono immersi nelle pratiche comunicative (scambi verbali e non) e la pragmatica valuta gli scambi comunicativi nel momento contingente in cui han luogo per studiare la relazione tra segni ed interpretanti. Essa esamina, soprattutto, il rapporto tra testo e contesto, prendendo in considerazione anche gli aspetti impliciti della comunicazione come la deissi (spaziale, temporale e di persona), l’implicatura conversazionale (inferenza per colmare il gap tra ciò che è detto e quel che è fatto intendere) e la presupposizione (insieme delle condizioni implicate da un enunciato).
Nell’approccio pragmatico rientra la teoria degli atti linguistici di Austin, secondo cui la comunicazione è un processo e “dire qualcosa è anche fare sempre qualcosa”. Quando parliamo noi compiamo tre tipi di azione:
- Atti locutori: consistono nel dire qualcosa ed includono atti fonetici, fatici (espressione di parole ed enunciati) e retici (impiego di questi aspetti con un senso);
- Atti illocutori: intenzioni comunicative. Searle ne ha proposto una tassonomia, distinguendo atti: a) assertivi; b) direttivi; c) commissivi (es. “Finirò questo lavoro per domani”); d) espressivi (es. “Sono contenta che sia bel tempo”); e) dichiarativi. Gli atti illocutori sono caratterizzati da una certa forza illocutoria, che si esprime con verbi, accento, ordine delle parole, intonazione, punteggiatura e così via;
- Atti perlocutori: produzione di effetti su credenze, emozioni e comportamenti del destinatario, ovvero ciò che si vuole ottenere.
Gli atti linguistici possono essere, poi, diretti od indiretti: nei primi, la forza illocutoria di un enunciato va di pari passo con il significato letterale espresso, mentre nei secondi essa deriva dalla componente non verbale che si lega all’espressione dell’enunciato (ritmo, tono, intensità della voce, ecc.). L’enunciato va differenziato dalla frase, nella misura in cui ne rappresenta l’utilizzo in un contesto reale: esiste, quindi, uno scarto comunicativo tra questi due elementi, poiché l’enunciato comunica molto più della frase, che è solo un’espressione linguistica astratta.
Grice ha distinto tra significato naturale e convenzionale (n-n, non naturale): un esempio del primo è la presenza di fumo che denota un incendio; il secondo corrisponde con il voler dire qualcosa da parte del parlante. La comunicazione, quindi, richiede che un soggetto abbia certe intenzioni nei confronti di un altro, il quale ne deve essere consapevole: essa necessita di un’intenzionalità comune e di una conoscenza reciproca e condivisa; l’intenzionalità comunicativa è diversa da quella informativa proprio perché non è solo trasmissione di informazioni, ma prevede trasparenza intenzionale. La comunicazione è diversa dalla notizia, che consiste nella trasmissione involontaria di un’informazione (es. con un lapsus o una gaffe). La comunicazione, pertanto, si basa sul principio di cooperazione e Grice ha individuato 4 massime fondamentali:
- Di quantità: trasmetti tante informazioni quante ne sono necessarie per gli scopi della comunicazione, non essere più informativo del necessario;
- Di qualità: dai un contributo vero, non dire ciò che credi falso e ciò per cui non hai abbastanza prove;
- Di relazione: sii pertinente;
- Di modo: evita espressioni oscure ed ambiguità, sii breve ed ordinato nell’esposizione. Sii chiaro.
Nell’ambito della logica della conversazione, è importante colmare il divario tra ciò che è detto e ciò che è significato e questo è possibile grazie ad implicature convenzionali (date dalla grammatica) e conversazionali (impegno semantico ulteriore, che consente di andare al di là del significato letterale); secondo il rasoio di Grice, le seconde sono da preferire alle prime perché motivate da criteri psicosociali. Le implicature han 4 proprietà:
- sono cancellabili dall’aggiunta di altre informazioni rispetto a quelle inizialmente date;
- non sono distaccabili, poiché si legano al valore semantico di un enunciato e non alla sua forma linguistica;
- sono calcolabili, poiché si può prevedere la capacità di un individuo di fare inferenze appropriate sulla base del contesto conversazionale;
- sono non convenzionali, poiché vengono negoziate di volta in volta.
Sperber e Wilson hanno elaborato una diversa prospettiva pragmatica che è quella del modello ostensivo-inferenziale, secondo cui perché il soggetto S possa dire qualcosa con un enunciato X è necessario che S abbia una delle seguenti intenzioni:
- che X determini una risposta r nell’ascoltatore A;
- che A riconosca l’intenzione a) di S;
- che A abbia la risposta r almeno in parte perché conosce a).
I due autori distinguono, quindi, l’intenzione informativa da quella comunicativa, ove quest’ultima consiste nell’intenzione di informare il destinatario della propria intenzione informativa (trasmissione di informazioni). Il concetto di “mutuo ambiente cognitivo” fa proprio riferimento a quell’ambiente dato da un insieme di ipotesi che sono condivise dai partecipanti alla comunicazione: l’ipotesi che riceverà maggior attenzione sarà quella più pertinente al contesto; la pertinenza è la capacità di generare nuove informazioni.
L’ostensione è la condotta che rende manifesta l’intenzione di rendere manifesto qualcosa (es. informazione o stato mentale); essa consente di inferire pensieri ed ipotesi ed il successo di un’inferenza dipende dalla pertinenza: l’ostensione, quindi, è garanzia di pertinenza. L’inferenza è un processo logico che, a partire da premesse (probabilmente) vere, arriva a delle conclusioni considerate valide. Nella comunicazione le inferenze non sono, come nella logica formale, dimostrative, bensì non dimostrative; importanti sono le implicazioni contestuali, che consentono di produrre nuove informazioni a partire da informazioni vecchie e presenti nel contesto.
Un’informazione è molto pertinente quando genera molti effetti contestuali e quando viene elaborata con poco sforzo cognitivo. La pertinenza è sempre da valutare in relazione ad un contesto, che non è fisso e fa riferimento a caratteristiche spaziali, temporali, culturali, relazionali, ecc.
Levinson ha aggiunto un contributo all’approccio pragmatico proponendo il modello dei significati presuntivi, che sono le interpretazioni di default che si basano sulla struttura degli enunciati. Egli crede che una teoria della comunicazione debba considerare tre livelli, inerenti:
- Significato-tipo della frase: significato astratto ed ideale;
- Significato-occorrenza dell’enunciato: significato all’interno di un’occorrenza contingente, reale;
- Significato-tipo dell’enunciato: significato che ricorre in certi contesti e che si basa su inferenze prevedibili, facenti riferimento a come viene solitamente usato il linguaggio.
Levinson descrive un’implicatura conversazionale generalizzata, che si fonda su tre euristiche: a) “quello che non è detto non c’è”; b) “quello che è descritto in modo semplice è esemplificato in modo stereotipato”; c) “quello che è detto in modo non usuale non è usuale[...] il messaggio marcato si riferisce ad una situazione marcata”. Su queste tre euristiche si innestano i tre principi pragmatici che spiegano la comunicazione, che sono i seguenti:
- Principio Q: il parlante non deve fare un’affermazione che sia informativamente più debole di quanto le sue conoscenze consentano, se non per andare incontro al principio I. Il destinatario deve partire dal presupposto che il parlante stia facendo un’affermazione massimamente informativa sulla base delle sue conoscenze;
- Principio I: il parlante deve dire il minimo indispensabile necessario per raggiungere i suoi scopi (massima di minimizzazione). Il destinatario deve ampliare il contenuto informativo per capire l’intenzione comunicativa del parlante (regola di arricchimento);
- Principio M: il parlante deve segnalare situazioni inusuali con enunciati idonei, normalmente non utilizzati per far riferimento a situazioni usuali. Il destinatario deve comprendere che una comunicazione inusuale sta per una situazione inusuale.
L’approccio pragmatico, dunque, sposta l’attenzione dal messaggio all’intenzione comunicativa, in cui han largo spazio i processi di inferenza ed attribuzione di significato.
Approccio sociologico: comunicazione come produzione sociale
La svolta comunicativa che ha avuto luogo in sociologia negli ultimi 30-40 anni ha portato al passaggio da:
- Realtà unica a costruttivismo sociale;
- Razionalità a priori a razionalità a posteriori (derivante da un processo ricostruttivo);
- Morale a pratica quotidiana (norme calate nella specificità del contesto);
- Senso del soggetto (attore intenzionale) a senso comune (insieme di conoscenze date per scontate che appartengono alla collettività).
Mentre la microsociologia studia la vita quotidiana, la macrosociologia studia le istituzioni e le organizzazioni complesse che vanno a costruire la vita sociale e si occupa molto di mezzi di comunicazione di massa.
Secondo la microsociologia di Goffman, ci sono delle regole alla base delle diverse sequenze comunicative, che sono date dal frame, dal contesto. La comunicazione è ritualizzata e le costrizioni comunicative sono i vincoli imposti dal contesto. Si tratta di una prospettiva drammaturgica.
Importanti sono, infine, i concetti di post-moderno (post-industriale ed anti-utopico, società contemporanea) e di globalizzazione (processo contraddittorio in cui si scontrano forze diverse: universalismo/particolarismo, integrazione/frammentazione, omogeneizzazione/differenziazione, centralizzazione/decentralizzazione, giustapposizione/sincretizzazione). La globalizzazione è un’ibridazione che deriva dell’incontro tra culture diverse e porta a riflessività, cioè alla capacità di mettersi in gioco per confrontare il proprio punto di vista con quello altrui; la riflessività ha luogo all’interno della comunicazione.
Approccio psicologico: comunicazione come relazione
La comunicazione è funzionale non solo alla trasmissione di informazioni ed ai processi di significazione, ma anche alla formazione ed espressione dell’identità personale. Essere in comunicazione vuol dire agire sulla propria rete di relazioni ed il comunicatore si muove sui due livelli di notizia (trasmissione di informazioni) e di comando (indicazioni circa il modo di relazionarsi).
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