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buona narrativa letteraria si insinua a poco a poco nel corpus juris.

♣ ○ ♣ ○ ♣

C’è un’intrinseca tensione tra ciò che è possibile e ciò che è consolidato all’interno del diritto

giurisprudenziale/common law, ma anche all’interno al sistema stesso di mandati/writs che fu alla sua origine.

Mandato = riassunto di un reato processabile contro ciò che è consueto e consolidato.

Inizialmente venivano emessi da tribunali locali quando una parte affermava di essere stata danneggiata in qualche

modo riconoscibile da azioni altrui. La parte accusata era tenuta a comparire davanti al tribunale per difendersi e,

sotto lo sguardo della corte, accusatore e accusato si fronteggiavano e narravano i rispettivi racconti. Poi il

magistrato in funzione pronunciava il suo verdetto.

Con il tempo i mandati si fecero più uniformi e regolati e subirono un processo di formalizzazione.

Invece di principi, venivano citati casi decisi in passato. Tale tipo di mandato venne gradualmente ampliato fino a

comprendere una maggior varietà di casi in cui una pena veniva ritenuta sproporzionata alla gravità del reato.

I mandati non prescindevano dal modo in cui la gente considerava la natura di un mondo ben ordinato. Le

situazioni che essi trattavano trovavano espressione anche nel mondo della letteratura e nei resoconti giornalistici e

nei racconti da osteria.

La common law dà per scontato che i fatti accertati vengono modificati da nuove possibilità. Anche le opinioni

legali che fanno epoca, che trasformano il puramente possibile di ieri nel diritto consolidato di oggi, vengono

giustificate in base al fatto che niente è “realmente” cambiato.

♣ ○ ♣ ○ ♣

La narrativa è il medium per eccellenza per descrivere le situazioni umane prototipiche, le quali diventano metafore

fondamentali della condizione umana.

Sia i narratori letterari che i grandi giuristi hanno lo scopo di avvertire tutta la portata di queste situazioni classiche

e rendere gli altri sensibili ad esse. Questo rimarca l’affinità tra la narrativa letteraria e quella giudiziaria: le

posizioni contrapposte hanno spesso una zona di confine in comune:

Letteratura Sfrutta l’apparenza della realtà, guarda al possibile, al figurativo (eccede nel fantastico)

 

Diritto Guarda all’effettivo, al letterale, alla memoria del passato (eccede nella banalità dell’abituale)

 

Sono facce della stessa medaglia, ma, pur riuscendo, questa convivenza è difficile.

La dialettica narrativa di una cultura si esprime anzitutto nelle opere di fantasia degli autori ed è virtualmente

impossibile prevedere se, quando e in che modo finirà col trovare espressione nel corpus juris della cultura. E’ stato

sempre importante che le perorazioni giudiziarie e le narrazioni della letteratura abbiano in comune il medium della

narrativa. La narrativa restituisce la legge al popolo.

③ LA CREAZIONE NARRATIVA DEL SÉ

L’idea del Sé è difficile da definire, tuttavia non c’è conversazione in cui prima o poi non venga evocato.

Se i nostri Sé ci fossero conosciuti, allora non avremmo bisogno di parlarne a noi stessi, ivece non facciamo altro per

gran pare del tempo.

Funzione assolve questo parlare di sé?

Gran parte di noi stessi è inconscia e abilmente “difesa” contro i sondaggi della coscienza da vari “meccanismi” che

servono a occultarla o a distorcerla. Quindi noi dobbiamo cerca di aggirare queste difese allo scopo di rivivere il

passato e superare la resistenza a scoprirci.

Per quale motivo dobbiamo narrare delle storie per chiarire che cosa intendiamo per “Sé”?

Non è possibile conoscere un Sé intuitivamente evidente ed essenziale, esso non attende di essere rappresentato a

parole. Noi infatti costruiamo e ricostruiamo continuamente un Sé secondo ciò che esigono le situazioni che

dobbiamo affrontare con la guida della memoria e delle aspettative. Parlare di noi a noi stessi equivale ad inventare

un racconto su chi e cosa siamo, su cosa è accaduto e sul perché facciamo quel che stiamo facendo. Queste storie

non sono radicalmente da inventare in quanto noi sviluppiamo abitudini: le nostre storie che creano il Sé con il

tempo si accumulano e subiscono cambiamenti in quanto si devono adattare a nuove situazioni, a nuove persone

che ci circondano, a nuove iniziative. Anche gli stessi ricordi diventano vittime delle nostre storie creatrici del Sé.

La creazione del Sé è un’arte narrativa e ed con difficoltà vincolata dalla memoria.

Il lato problematico della creazione del Sé sta nel suo avvenire contemporaneamente dall’interno e dall’esterno:

Lato interno costituito dalla memoria, dai sentimenti, dalle idee, dalle credenze, dalla soggettività (parte

 

della creazione è innata e in origine specifica della nostra specie)

Lato esterno costituito sull’apparente stima degli altri e sulle innumerevoli attese che deriviamo assai

 

presto, addirittura inconsapevolmente, dalla cultura nella quale siamo immersi.

Gli atti narrativi che creano il Sé sono tipicamente guidati da modelli culturali taciti ed impliciti di ciò che esso

dovrebbe o potrebbe essere e naturalmente di ciò che non deve essere. Ci sono offerti troppi e ambigui modelli del

Sé anche dalle culture semplici o ritualizzate.

Tutte le culture forniscono presupposti e prospettive sull’identità, ma questi precetti per la creazione del Sé non

sono integri: lasciano ampio spazio di innovazione e cambiamento. La creazione del Sé è il principale strumento per

affermare la nostra unicità, la quale deriva dal distinguerci dagli altri paragonando le descrizioni che ci facciamo di

noi stessi con quelle che gli altri ci forniscono di se stessi, il che aumenta l’ambiguità (abbiamo sempre presente la

differenza che passa tra ciò che ci raccontiamo di noi stessi e ciò che riveliamo agli altri).

Parlare di noi stessi agli altri non è semplice. Infatti dipende da come noi crediamo che loro pensino che dovremmo

essere fatti. I nostri racconti creatori del Sé ben presto riflettono il modo in cui gli altri si aspettano che noi

dovremmo essere. Elaboriamo senza esserne coscienti un modo decoroso di parlare a noi stessi.: i racconti del Sé si

modellano su un tacito patto che governa ciò che costituisce l’appropriata narrazione pubblica del Sé (Ne seguiamo

una qualche variante anche quando semplicemente ci raccontiamo noi stessi).

Quindi il Sé è anche l’Altro. L’arte retorica inizialmente serviva per convincere gli altri, poi finì per rivolgersi

all’interno, per narrare il Sé. ♣ ○ ♣ ○ ♣

Ai giorni nostri la questione dell’identità ha un carattere sorprendentemente pubblico. Infatti ci insegnano a come

migliorarla, ci mettono in guardia dagli errori nel giudicare il Sé e ci avvertono che noi di solito “vediamo” gli altri

guidati da persuasioni e disposizioni permanenti, mentre consideriamo noi stessi più sottilmente governati dalle

nostre circostanze ( errore primario di attribuzione).

In realtà il Sé è sempre stato una questione di interesse pubblico, morale: è stato dibattuto da teologi (tradizione

cristiano-giudaica) e all’interno della pedagogia. ♣ ○ ♣ ○ ♣

Per quale motivo rappresentiamo noi stessi mediante il racconto, in modo così naturale che la stessa identità appare

un prodotto dei nostri racconti?

Definizioni psicologiche dell’identità del Sé hanno rilevato che le narrazioni delle persone corrispondono alla

struttura dei racconti elementari come le favole. Tuttavia questo Sé appare così poco più di un tipico protagonista di

un tipico racconto di un genere tipico. Forse però l’identità necessità di qualcosa di più di un racconto

ragionevolmente ben condotto, un racconto i cui episodi continui sono collegati tra loro.

Arriviamo a pensare in un certo modo per poterci esprimere nella lingua che abbiamo imparato a usare (ma non

tutto il pensiero è formato al fine esclusivo della parola). Slobin afferma che nel processo del parlare/dello scrivere

le esperienze si trasformano, filtrate attraverso il linguaggio, in eventi verbalizzati. L’identità può essere concepita

come uno di questi eventi verbalizzati, una specie di meta evento che offre coerenza e continuità alla confusione

dell’esperienza. Ma l’impiego del linguaggio (specie nella creazione del Sé) non riceve forma dal linguaggio di per

Sé, bensì dalla narrativa. ♣ ○ ♣ ○ ♣

La maggior parte delle persone non riesce mai a formulare un’autobiografia in piena regola. Il racconto del Sé è per

lo più provocato da episodi connessi a qualche interesse più ampio. Anche se collegato a particolari avvenimenti o

da questi provocato, esso di solito presuppone quegli interessi a più lungo termine.

Ci si deve chiedere: di quale Sé tratta l’autobiografia, da quale prospettiva è composta e per chi?

L’autobiografia che effettivamente scriviamo è una versione tra le tante, è un modo di conseguire la coerenza.

Comunque qualsiasi sia la versione noi raggiungiamo un punto di equilibrio fra quel che effettivamente siamo stati

e quel che avremmo potuto essere. Su questo presunto equilibrio giochiamo con noi stessi.

L’autobiografia letteraria ci da:

lezioni su ciò che lasciamo implicito nelle descrizioni più brevi e spontanee, collegate a episodi, che diamo

 di noi stessi

qualche avvertimento in merito all’idea filosofica che uno scrittore ha della natura del Sé

 ♣ ○ ♣ ○ ♣

Una narrazione creatrice del Sé è una specie di atto di bilanciamento tra:

Creare una convinzione di autonomia, persuaderci che Metterci in relazione con un mondo di altre persone.

abbiamo una volontà nostra, una certa libertà di scelta, Ciò però implica un implicito impegno verso gli altri

un certo grado di possibilità. e ciò a sua volta limita la nostra autonomia.

Noi siamo incapaci di vivere senza entrambe le cose (autonomia e impegno) e le nostre vite cercano di equilibrare e

così anche i racconti del Sé che narriamo a noi stessi.

In che modo possiamo equilibrare le due cose?

L’equilibrio risulta più chiaro nella semplice conversazione quotidiana, le quali descrivono parabole tracciate da un

impegno convenzionale preso in qualche periodo particolare della vita. L’impegno è una narrazione ed è dominato

dalle obbligazioni create nella propria vita dal precedente. Le circostanze cambiano. Il bilanciamento tra impegno e

autonomia non soddisfa più man mano che si restringe la gamma delle possibilità. Il racconto di se stessi non ha

quegli immaginari mondi possibili generati dalla fantasia.

Raramente si incontrano autobiografie prive di punti di svolta. Queste svolte fanno parte integrante della crescita,

anche se non sono un prodotto della gioventù in quanto avvengono spesso più tardi nella vita.

Queste svolte:

Possono essere trattate come riti di passaggio, che non solo incoraggiano ma legittimano il cambiamento

 Poiché il racconto di se stessi avviene dal di fuori verso l’interno e viceversa, quando le circostanze ci

 rendono pronti per il mutamento, ci rivolgiamo ad altri che ne hanno attraversato uno e diventiamo

accessibili a nuove tendenze e a nuovi modi di vedere noi stessi nel mondo.

La costruzione del Sé tramite la sua narrazione non conosce fine e nemmeno pause. E’ un processo dialettico, un

atto di bilanciamento. Le persone cambiano, riequilibrano la loro autonomia e i loro impegni, quasi sempre in una

forma che onora quel che erano in passato. Il della creazione del Sé risparmia alla maggior parte di noi quei tipi di

creazione dell’io sfrenatamente avventurosi. ♣ ○ ♣ ○ ♣

Freud afferma che ciascuno di noi somiglia parecchio ad un “cast di personaggi” di un romanzo/una commedia.

Questi personaggi rappresentano le nostre voci interiori, le quali ci sono e si fanno sentire, cercano di venire a patti

tra loro e alle volte si accapigliano. Una costruzione narrativa del Sé più ampia e forte cercherà di parlare a nome di

tutti, ma non esiste una storia singola buona per tutti gli usi che sia in grado di farlo. Infatti siamo troppo dilaniati

tra il familiare e il possibile per creare una storia tutta di un pezzo.

Tuttavia niente di tutto ciò ci scoraggia: continuiamo a creare noi stessi tramite narrazioni, che sono fondamentali,

ne abbiamo bisogno per definirci. Il talento narrativo contraddistingue il genere umano. Sembra che sia il nostro

modo “naturale” di usare il linguaggio per caratterizzare le svolte dallo stato di cose previsto che contraddistingue

la vita di una cultura umana.

Noi creiamo e ricreiamo l’identità mediante la narrativa, il Sé è un prodotto del nostro raccontare e non una qualche

essenza da scoprire scavando nei recessi della soggettività. Quindi senza la capacità di raccontare storie su noi stessi

non esisterebbe una cosa come l’identità.

Una volta dotati della capacità di narrare possiamo produrre un’identità che ci collega agli altri, che ci permette di

riandare selettivamente al nostro passato, mentre ci prepariamo per le possibilità di un futuro immaginato. Tuttavia

le narrazioni che raccontiamo a noi stessi, che costruiscono e ricostruiscono il nostro Sé, sono attinte alla cultura in

cui viviamo. Noi siamo virtualmente espressioni della cultura che ci nutre, ma la cultura è a sua volta una dialettica,

piena di narrazioni alternative su ciò che il Sé è o potrebbe essere. E le storie che raccontiamo per creare noi stessi

riflettono quella dialettica. ④ PERCHÉ LA NARRATIVA

La narrativa è il nostro strumento narrativo preferito per parlare delle aspirazioni umane e delle loro vicissitudini,

le nostre e quelle degli altri. I nostri racconti impongono una struttura e realtà a ciò che sperimentiamo. Essi danno

per scontato che noi, ovvero i loro protagonisti, siamo liberi, a meno che non siamo circuiti dalle circostanze. E

danno anche per scontato che le persone sappiano com’è il mondo, cosa ci si può aspettare da esso, così come quello

che ci si aspetta da loro. Ci vuole un’apparente frattura in questa ordinari età per far scattare la dinamica delle

narrativa.

Raccontare storie è il nostro strumento per venire a patti con le sorprese e le stranezze della condizione umana e

con la nostra imperfetta comprensione di questa condizione. Le storie rendono l’inaspettato meno sorprendente,

meno misterioso: addomesticano l’imprevisto, gli danno una parvenza di ordinarietà. Ma data la resistenza umana e

le imperfezioni del controllo sociale, non prevale sempre ciò che è atteso.

Le storie non riguardano le cose su piccola scala; non affermano alcuna morale generale implicita, si limitano ad

implicarla.

Una volta addomesticante narrativamente, le trasgressioni dell’ordinario sono fatte rientrare nella cultura. Una

volta nobilitate come genere esse divengono legittimate e interpretabili come trasgressioni o infortuni o errori di

giudizio umano. Diventano l’imprevisto di repertorio, lo stereotipo.

La cultura non è tutta di un pezzo e nemmeno il suo patrimonio di storie. La sua vitalità risiede nella sua dialettica,

nella sua esigenza di venire a patti con opinioni opposte, con narrazioni conflittuali. Noi sentiamo molte storie e le

prendiamo per usuali anche quando sono in contrasto fra loro.

Il teatro e i miti di fondazioni non sono modelli da copiare, ma impressionanti trasgressioni dell’ordinario che

vanno comprese, in qualche modo addomesticate, incorporate in una tradizione culturale.

La cultura umana è una soluzione data alla vita in comune, ma anche una minaccia e una sfida a coloro che vivono

nel suo ambito. Per sopravvivere, una cultura ha bisogno di mezzi per risolvere i conflitti d’interesse inerenti alla

vita comune:

sistemi di scambio (i miei servizi per i tuoi beni o per il tuo rispetto o che altro)

 gioco serio

 inventiamo un sistema giuridico e diamo a ciascuno il suo giorno di giustizia in tribunale

Nessuna cultura umana può operare senza qualche mezzo per trattare gli squilibri prevedibili o imprevedibili

inerenti alla vita comune. Una cultura deve escogitare dei mezzi per frenare interessi e aspirazioni incompatibili. Le

sue risorse narrative servono a convenzionalizzare le ineguaglianze che essa genera.

♣ ○ ♣ ○ ♣

Attraverso la narrativa costruiamo il nostro ieri e il nostro domani. In questo processo la memoria e

l’immaginazione si fondono. Anche quando creiamo i mondi possibili non abbandoniamo il familiare, ma lo

trasformiamo in quello che avrebbe potuto essere e in quel che potrebbe essere. La mente umana non potrà mai

recuperare totalmente e fedelmente il passato, ma non può neanche sfuggirgli. La memoria e l’immaginazione

servono da fornitori e consumatori delle reciproche merci.

La finzione narrativa crea mondi possibili, ma estrapolati dal mondo che conosciamo, per quanto in alto essi

possano levarsi sopra di esso. L’arte del possibile deve tener conto della vita come noi la conosciamo, eppure

alienarci da essa abbastanza da tentarci con possibili alternative che la trascendono. Ha il potere di modificare le

nostre abituali nel concepire che cose è reale, che cosa è canonico. Ci sono stati libri che cominciarono a far

discutere se la vita doveva essere così; è il germe della sovversione.

♣ ○ ♣ ○ ♣

L’equilibrio tra memoria e fantasia nelle narrazioni creatrici del Sé

E’ necessario esaminare le origini della narrativa al fine di comprendere in che modo le sue diverse forme entrano in

relazione le une con le altre.

L’origine della narrativa si deve ricercare nei rituali comunitari dell’uomo primitivo, riti relativi alla semina, alla

raccolta, alla medicina,… Tutti partecipavano al rituale, mettendo in scena gli eventi in modo da evocare la buona

sorte. Col tempo l’esecuzione dei rituali venne affidata ai sacerdoti e agli sciamani, il che fece emergere il germe da

cui finì per svilupparsi il teatro. Un primo passo dal puro rituale rappresentato da sacerdoti davanti alla tribù al

teatro probabilmente fu che qualche sciamano/sacerdote di talento avrà affascinato gli spettatori (anche di altre

tribù) con la sua virtuosità scenica.

Tuttavia la strada era ancora lunga per passare al dramma/alla narrativa secolare. Una spiegazione può essere data

dal fatto che un milione di anni fa si ebbe un enorme aumento nelle dimensioni cerebrali degli ominidi nostri

antenati. Questo aumento portò ad un miglioramento dell’intelligenza degli ominidi e all’emergere di un “senso

mimetico” umano, ovvero una forma di intelligenza che fece si che i nostri antenati potessero rappresentare/imitare

eventi del presente o del passato. L’imitazione presenta numerosi vantaggi per la trasmissione delle modalità di una

cultura.


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JadeReb

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher JadeReb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Galatolo Renata.

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