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Gli impieghi del racconto

I racconti non sono innocenti: hanno sempre un messaggio, il quale può essere talmente ben nascosto che neanche il narratore sa quale sia l’interesse a cui sta mirando. Ad esempio i racconti danno per scontata l’ordinarietà/normalità di un qualche particolare stato di cose nel mondo, cioè la situazione come dovrebbe essere.

La peripetia e il messaggio nascosto

Ma a questo punto la peripetia (ovvero l’elemento che indica le circostanze che trasformano una normale sequenza di eventi in un racconto, pur se non è costituita da ogni attesa smentita) sconvolge le attese, ovvero lo stato normale delle cose. Comincia così il racconto e presenta, nascosto, il messaggio normativo che, seguendo la prassi, dovrebbe appunto rimanere nascosto e non essere affrontato apertamente.

Quindi i teorici della letteratura affermano che i termini della narrativa letteraria significano soltanto, non denotano nel mondo reale (Non c’è quindi corrispondenza tra racconti e vita reale).

La forma del racconto e la realtà

Una questione non discussa è la forma data alla realtà nel momento in cui la si inserisce in un racconto. Infatti il senso comune afferma che la forma del racconto corrisponda alla realtà, non la plagi imponendole la sua forma. Ciò non viene smentito neanche ammettendo che:

  • I protagonisti dei racconti hanno caratteri molto idealizzati e si trovano di fronte ad ostacoli soprannaturali.
  • Il mondo dei racconti è retto da convenzioni narrative (il mondo reale non è davvero così, anche se prendiamo spunto dai racconti per dare forma alle esperienze quotidiane).

Il fatto che il racconto possa modellare l’esperienza quotidiana non è un errore che l’uomo fa nel cercare di dare un senso al mondo. Inoltre la pura esperienza può farci arrivare alla vera realtà. Nel trattare la “realtà narrativa” si deve considerare la distinzione tra “senso”, che è connotativo, e “referenza”, che è denotativa.

I racconti non si riferiscono al qualcosa nel mondo, ma forniscono solo il senso delle cose, il quale rende possibile la referenza alla vita reale. Noi ci riferiamo a eventi, a oggetti e persone con espressioni che li collocano in un mondo narrativo e solo in virtù della loro precedente esistenza in un mondo narrativo. Il senso offre anche un mezzo per dare forma sperimentale, per trovare ciò a cui ci si riferisce.

La narrativa e la costruzione della realtà

La narrativa, anche quella di fantasia, dà forma a cose del mondo reale e spesso conferisce loro un titolo alla realtà. Il processo di “costruzione della realtà” è così rapido e automatico da impedirci di accorgercene; i significati narrativi possono imporsi ai referenti di storie presumibilmente vere.

Ci interroghiamo su come un racconto strutturi/distorca la nostra visione del reale stato di cose solo nel momento in cui abbiamo il sospetto di trovarci di fronte alla storia sbagliata. Quindi cominciamo a chiederci come il racconto stesso modelli di per sé la nostra esperienza del mondo (Il modo di raccontare influisce sulla vita di chi racconta).

La narrativa fornisce un aspetto inconsueto al familiare e all’ordinario: offre mondi alternativi i quali fanno vedere nuovi aspetti del mondo reale. Per farlo si avvale del linguaggio: attraverso le forme di questo essa porta la nostra produzione di senso al livello del possibile, esplorando le situazioni umane attraverso l’immaginazione. Tramite la narrativa è possibile sovvertire lo stato di cose, i racconti rendono possibili i cambiamenti.

Motivazioni per esaminare la narrativa

Ci sono due motivi per esaminare da vicino la narrativa e indagare come essa è e come funziona:

  • Controllarla e purificarne gli effetti (scopo del diritto e della psichiatria).
  • Comprenderla per sfruttare meglio le sue illusioni di realtà (critici letterari).

Per raggiungere il suo effetto, la narrativa letteraria deve essere fondata su ciò che è familiare e che appare reale; la sua missione è ridare stranezza al familiare, trasformare l’indicativo in congiunzione. Un motivo per cui il racconto deve cominciare evocando realtà familiari, convenzionali è, tra gli altri, per evidenziare le deviazioni da esse.

La dialettica del consolidato e del possibile

La legittimità dei racconti giudiziari si basa sul passato, facendo ricorso al precedente e ciò dimostra che teniamo molto conto della prevedibilità. Inoltre sappiamo che la finzione letteraria, anche se prende il via dal familiare, ha lo scopo di superarlo e raggiungere nel possibile (ciò che potrebbe essere/essere stato/essere in futuro). Noi siamo disposti a sospendere l’incredulità, e quindi a credere a ciò che ci troviamo davanti.

Tra loro il canonico e il possibile sono in continua tensione dialettica e questa tensione è un elemento molto importante della vita. Infatti i racconti del vero (autobiografia o comunque la narrativa autoreferenziale) hanno lo scopo di mantenere il passato (indicativo) e il possibile (congiuntivo) uniti in modo accettabile. Unisce il “come la vita è sempre stata ed è giusto che sia” a “come la mia vita avrebbe potuto o potrebbe essere”. In questo modo noi creiamo molteplici sfaccettature del Sé, cercando non tanto di capire chi e cosa siamo, ma anche chi e cosa avremmo potuto essere.

Cosa sappiamo della narrativa?

  1. È una dialettica fra ciò che si attendeva e ciò che è stato. Il racconto c’è solo se accade qualcosa di imprevisto. Esso sfida la nostra concezione di canonico; è uno strumento per trovare i problemi, non per risolverli. Un racconto è formato sia dalla situazione descritta che dalla sua soluzione. Raccontiamo più spesso per prevenire che per istruire. In questo senso i racconti sono cultura, la quale crea e impone il prevedibile, ma contiene in sé ciò che contravviene ai suoi canoni. La cultura non riguarda solo ciò che è canonico, ma la dialettica tra le sue norme e ciò che è umanamente possibile. E anche la narrativa riguarda ciò.
  2. Ciò che differenzia l’uomo dagli altri primati è la capacità di leggere le reciproche intenzioni e gli stati mentali degli altri. Questa è una precondizione della nostra vita collettiva, che non sarebbe possibile se gli uomini non avessero la capacità di organizzare e comunicare l’esperienza in forma narrativa. La convenzionalizzazione della narrativa converte l’esperienza individuale in qualcosa di collettivo il quale può circolare tramite il rapporto interpersonale. La capacità di leggere il pensiero di un altro dipende dalla condivisione di miti, leggende metropolitane e buon senso comuni.
  3. Un racconto richiede un cast di personaggi che:
    • Sono liberi di agire, con menti proprie.
    • Posseggono attese riconoscibili riguardo la condizione ordinaria del mondo.
  4. Un racconto comincia con qualche infrazione dell’ordine prevedibile delle cose (peripetia). L’azione del racconto descrive i tentativi di superare/venire a patti con l’imprevista infrazione e con le sue conseguenze. E alla fine c’è un risultato, una soluzione di qualche tipo.
  5. È necessario un narratore, un soggetto che racconta e un oggetto che viene raccontato.
  6. L’azione del racconto non ha lo scopo di ricomporre lo stato canonico delle cose turbato in precedenza, ma porta all’intuizione epistemica/morale di ciò che è strettamente connesso alla ricerca di questa ricomposizione. Le vicende traggono la propria forza da una risoluzione interiore della peripetia.
  7. I racconti hanno la “coda”, cioè una valutazione retrospettiva di “che cosa il tutto possa significare”, la quale serve anche a riportare l’ascoltatore o il lettore al-di-là della narrazione al qui-e-ora in cui si narra il racconto. Una coda può essere esplicita come la morale di una favola o essere qualcosa che sfugge (La grande narrativa è un invito a trovare i problemi, non una lezione su come risolverli, è una profonda riflessione sulla situazione umana).

Prospettive e storie

Non possiamo fare a meno di dubitare che le storie, lungi dall’essere create, si trovano nel mondo. Infatti non sappiamo se sia l’arte che imita la vita o piuttosto la vita che imita l’arte. O forse c’è una strada a due sensi. Anche se ci troviamo di fronte a opere di immaginazione ci interroghiamo su che cosa è basata la vicenda, perché crediamo che non sia possibile inventare nulla. La verosimiglianza si aumenta osservando le regole del genere (le nostre idee sulla realtà sono convenzionali).

Le storie sono reali o immaginarie? Quando oltrepassano la nostra percezione e memoria delle cose di questo mondo? La percezione e la memoria sono pietre di paragone del reale o a loro volta sono artefici al servizio della convenzione? I ricordi basati su testimonianze oculari o anche su improvvise illuminazioni non servono solo alla verità, ma hanno più “padroni”.

I racconti sono sempre narrati da qualche prospettiva particolare e la consapevolezza delle prospettive alternative ci rende liberi di creare una visione del Reale correttamente pragmatica. Tuttavia lo scoprire/il modificare la prospettiva di una storia crea un dilemma ontologico: di chi è la nuova prospettiva e a quale fine il suo racconto è vincolato stabilmente ontologicamente o politicamente? Quale sia la storia reale rimane naturalmente incerta.

Un altro dilemma prospettico è dato dal fatto che le storie vengono trasmesse da persona a persona e la loro tendenza e credibilità dipendono dalle circostanze in cui vengono raccontate. Una storia è una locuzione, ma ha anche uno scopo: ciò che un parlante intendeva raccontandola a tale ascoltatore in tale circostanza (“forza illocutoria”). In molte situazioni, in particolare in ambito giudiziario, l’intenzione narrativa è un punto importantissimo.

Le storie forniscono modelli del mondo. Narrare una storia equivale a vedere il mondo così come si incarna nella storia. La condivisione di storie comuni crea una comunità d’interpretazione, il che è importante per:

  • La coesione culturale in genere.
  • La creazione di un complesso di leggi (corpus juris).

La narrazione come metafora

In che modo i racconti simboleggiano il mondo al di là delle cose particolari alle quali si riferiscono direttamente? In quanto metafora, la quale porta il racconto al di là del particolare. I racconti, cosa modellano metaforicamente? Le storie operano e tengono uniti il paesaggio:

  • Di azione nel mondo.
  • Di coscienza, dove sono rappresentati i pensieri, i sentimenti e i segreti dei personaggi della storia.

Una narrazione non modella solo un mondo, ma anche le menti che tentano di dargli i suoi significati.

Perché usiamo la forma del racconto?

Perché usiamo la forma del racconto per descrivere eventi della vita umana? Il fatto che il racconto implichi sia un modo di conoscere sia un modo di narrare in una mescolanza inestricabile è data anche dall’etimologia di narrare, dal latino narrare e gnarus, che è “chi sa in un particolare modo”. La narrazione è un mezzo pronto e flessibile per trattare gli incerti esiti dei nostri progetti e delle nostre aspettative. L’input della narrativa è data da un’attesa andata a monte: la peripetia o Difficoltà. L’attesa si esprime attraverso il progetto, ovvero l’escogitare i mezzi appropriati, spesso contingenti, per raggiungere i nostri scopi. Il progetto è l’unità neuropsichica elementare per antonomasia della consapevolezza e dell’azione umana.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher JadeReb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Galatolo Renata.
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