La relazione genitore-bambino
Parte prima: relazioni e sviluppo
La comunicazione affettiva nella prima infanzia tra soggettività e attaccamento
La comunicazione affettiva che il bambino adotta nei confronti del caregiver fin dai primi mesi di vita ha sostanzialmente due scopi: attivare legami di attaccamento utili per la regolazione emotiva e per condividere stati emotivi. La relazione che costruisce con i caregiver è dunque sollecitata da diversi sistemi motivazionali: uno volto a garantire la sopravvivenza fisica ed emotiva con l'attaccamento, l'altro implicato nella condivisione di stati affettivi e mentali al fine di favorire l'interazione con l'altro. Questa duplice tendenza si mantiene costante per tutta la vita, condividendo con le persone gli stati emotivi e le esperienze salienti vissute e la ricerca di sostegno e aiuto nei momenti di difficoltà.
Lo sviluppo della regolazione emotiva tra auto- e coregolazione
Il raggiungimento di un'adeguata regolazione emotiva è uno dei principali obiettivi dello sviluppo infantile; essa si ripercuote sullo sviluppo della personalità e delinea un fattore protettivo rispetto a eventuali disagi psichici legati a problematiche di disregolazione precoce. La regolazione emotiva è frutto dell'interazione di aspetti biologici e temperamentali del bambino con quelli del caregiver, per questo è strettamente legata all'attaccamento che il bambino sperimenta. Sin da piccolo, il bambino ha delle strategie comportamentali per controllare l'intensità delle emozioni: distogliere lo sguardo (lo fa in presenza di stimoli che suscitano disagio o quando le emozioni, anche positive, diventano troppo forti), autoconsoalarsi (per esempio, si toccano una parte del corpo tipo il piede, il dito) che però non possono più garantire un'adeguata regolazione per lungo tempo.
A questo proposito, il bambino può usare delle strategie comunicative eteroregolatorie rivolte a genitori e caregiver con l'intento di mobilitare il loro intervento: si tratta di esprimere le proprie sensazioni attraverso le espressioni del volto, il tono della voce, con gesti, etc. A questi richiami il caregiver risponde sintonizzandosi con il bambino e fungendo da regolatore esterno. In questo modo si creano stati affettivi coordinati ma anche scoordinati in cui il caregiver non comprende quello che il bambino cerca di dire e quindi la comunicazione si interrompe per venire poi ripristinata. La comunicazione "normale" tra madre e bambino è caratterizzata da allineamento, disallineamento, riparazione e riallineamento. Anche il gioco è un ottimo strumento di comunicazione tra bambino e caregiver, favorisce la sincronia e il mantenimento di stati emotivi positivi.
La sincronizzazione che si instaura dipende dal sesso del genitore: con la madre emerge soprattutto con un'interazione faccia a faccia grazie alla condivisione di sguardi ed espressioni, soprattutto perché la loro interazione è caratterizzata dall'esplorazione degli oggetti; con il padre, invece, si fanno giochi più fisici ed esuberanti con elevati picchi di euforia. Sperimentare emozioni positive e trasformazioni di affetti negativi in positivi è fondamentale per lo sviluppo della personalità. In questo modo, il bambino avrà una rappresentazione di sé come efficace e del caregiver come affidabile e disponibile, cosa che non accade se il bambino sperimenta continui affetti negativi seguiti da riparazioni fallite.
Nella regolazione tra madre e bambino ci sono delle differenze legate al genere: i maschi sono più vulnerabili rispetto al disagio suscitato dall'inespressività materna, meno capaci di mantenere la propria regolazione emotiva e quindi più dipendenti dalla madre nel farlo. Le femmine hanno maggiori capacità autoregolative quando la madre è inespressiva, più orientate sugli oggetti da scoprire che sulla madre. Le madri di figli maschi esercitano maggiore monitoraggio nei confronti dei figli maschi rispetto alle figlie; le relazioni tra madre e figlio maschio, infatti, hanno solitamente un maggiore coordinamento. Le problematiche di regolazione si accentuano con bambini maschi con madri depresse, mentre le femmine reagiscono alla depressione materna con maggiore ritiro.
Le differenze regolative relative al genere possono avere effetti a lungo termine sullo sviluppo socioemotivo: i maschi potrebbero manifestare disturbi comportamentali e reazioni di rabbia esternalizzante, le femmine invece possono manifestare ritiro e sentimenti depressivi internalizzanti. La regolazione delle emozioni coinvolge anche gli stati affettivi più prolungati (states of mood) siano essi positivi o negativi. Questi stati affettivi tendono a stabilizzarsi e auto-organizzarsi producendo effetti a lungo termine sul sistema di regolazione e organizzazione fondamentali delle esperienze relazionali che guidano il comportamento e hanno una funzione anticipatoria rispetto alle azioni future. Essi sono influenzabili dalle circostanze esterne, soprattutto dalla responsività mostrata dal caregiver.
Se un genitore è depresso, si possono creare distorsioni affettive anche nel bambino molto piccolo con la dominanza di affetti negativi e si può arrivare a una restrizione nell'espressione della gamma delle emozioni. Nel primo anno di vita, la comunicazione affettiva che il bambino rivolge all'adulto è finalizzata alla costruzione di un sistema di regolazione emotivo diadico, caratterizzato dal modo in cui il bambino esprime le emozioni sia positive che negative (dipende da fattori neurobiologici e temperamentali), e dal modo in cui il caregiver risponde a tali affetti. Compito del caregiver è aiutare il bambino a regolare le emozioni negative e mantenere quelle positive. Questo sistema diadico che si va formando nel primo anno di vita coincide con i legami di attaccamento che il bambino costruisce rispetto alle figure che più lo accudiscono; l'attaccamento infatti ha due scopi principali: sopravvivenza fisica ed emotiva.
Le competenze di regolazione emotiva si sviluppano in parallelo allo sviluppo cerebrale, che è influenzato dalla qualità delle prime interazioni e si configura come un cervello sociale. La condivisione emotiva infatti induce la produzione di sostanze biochimiche che fungono da neuromodulatori, favorendo la crescita neurale e delle connessioni sinaptiche, incrementando il sistema limbico e l'integrazione tra diversi fattori (Siegel). Esperienze di inaccessibilità emotiva e emozioni negative possono produrre danni a specifiche aree del cervello provocando alterazioni nella regolazione delle emozioni e nella codifica di eventi traumatici.
Attaccamento e strategie di regolazione emotiva nella prima infanzia
Attaccamento sicuro: il bambino ha sperimentato emozioni positive e negative e percepito il caregiver come emotivamente disponibile e efficace nella regolazione emotiva. Questi bambini usano strategie centrate sugli oggetti e di eteroregolazione. Mostrano attitudine mentale sia per le emozioni positive che negative. La madre è vissuta come disponibile alle proprie richieste di regolazione emotiva e in grado di accettare l'espressione di emozioni positive e negative.
Attaccamento insicuro evitante: parziale disattivazione del sistema di attaccamento, riduzione comunicazione emotiva e dell'investimento dell'ambiente. Usano strategie regolatorie incentrate sull'orientamento all'oggetto e poco quelle eteroregolative finalizzate a catturare l'attenzione del caregiver, ma preferiscono contare sulle proprie risorse. La madre infatti viene vissuta come non disponibile alle comunicazioni emotive del bambino.
Attaccamento insicuro ambivalente: massimizzazione del sistema di attaccamento, intense richieste di eteroregolazione rivolte al caregiver percepito come non responsivo e imprevedibile, tentativi di catturare l'attenzione soprattutto con l'espressione di emozioni negative (pianto, strilli), disinvestimento della realtà circostante. Le madri di questi bambini sono responsive in modo intermittente e allo stesso tempo interferiscono con la loro attività esplorativa, generando in loro comportamenti ipervigili nei confronti del genitore e influenzando negativamente le capacità esplorative dei figli.
I pattern di attaccamento che il bambino costruisce riflettono le strategie di regolazione emotiva (sia adattiva che difensiva) che sviluppa nel contesto relazionale al fine di creare competenze di autoregolazione individuali.
Regolazione emotiva e attaccamento nello sviluppo
Le modalità di regolazione emotiva che il bambino sviluppa hanno un impatto a lungo termine sulle competenze di regolazione che il bambino svilupperà in futuro, influenzandone l'adeguatezza o gli aspetti di disregolazione. Nel secondo anno di vita, il bambino interiorizza le forme di coregolazione sperimentate con la figura di attaccamento sulla base di schemi relazionali del sé e disponibilità emotiva del caregiver che hanno costruito nel primo anno di vita. In questo modo si profilano stili di regolazione individuali arricchiti dalle crescenti competenze cognitive e simboliche che il bambino sta sviluppando. I vari stili si basano anche sull'uso di oggetti transizionali, prime forme di gioco simbolico, discorsi tra sé e sé, narrazione di eventi emotigeni. Le strategie che il bambino sviluppa si organizzano in un sistema gerarchico in cui quelle più precoci mantengono la loro importanza per tutta la vita.
Il raggiungimento di un'adeguata capacità regolativa da parte di un soggetto adulto, deve garantirgli flessibilità tra l'uso delle proprie risorse regolative individuali e l'uso di quelle interpersonali basate sulla coregolazione delle emozioni usando l'altro e disattivando parzialmente le strategie individuali.
Condivisione emotiva e intersoggettività
Nel primo anno di vita, la comunicazione emotiva non è motivata solo dal sistema di attaccamento, ma anche da quello che viene chiamato intersoggettività primaria o nucleare (tendenza innata a entrare in connessione con l'altro per condividere stati emotivi). Questa tendenza è testimoniata da diverse manifestazioni osservabili sin dalle prime interazioni del bambino (comunicazione faccia a faccia, gesti, espressioni mimiche), che sono caratterizzate dall'alternanza dei turni. Già dal secondo mese il bambino è capace di rispondere in modo contingente agli stati affettivi del partner e di esprimere attivamente i propri stati emotivi attraverso una propria iniziativa autonoma.
Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che il neonato sia provvisto di un sistema innato (sharing affective device) che lo guida dalle prime settimane di vita in scambi interattivi con l'altro, basato principalmente sulle capacità di percepire ed essere consapevole degli stati mentali semplici, come quelli emotivi, e di attribuirli agli altri. Questa capacità si fonda su caratteristiche precoci del neonato che lo predispongono a condividere le emozioni, la capacità di distinguere le proprie emozioni da quelle altrui. Fin dalla quinta settimana tratta i genitori come persone sorridendo, vocalizzando e imitandone gesti ed espressioni; questo comportamento comunicativo tende ad aumentare in funzione della responsività del caregiver.
Nello stesso periodo il bambino sviluppa aspettative ben precise circa la responsività del caregiver, si aspetta delle risposte contingenti alle sue comunicazioni; se questa aspettativa non è soddisfatta, il bambino si mostra deluso modificando le modalità comunicative. La social responsivness della madre è dunque cruciale per far emergere le capacità comunicative del bambino. La competenza intersoggettiva del bambino tende a essere rafforzata dall'attività di rispecchiamento, soprattutto di emozioni positive, che il caregiver mette in atto.
Fase dell'intersoggettività primaria: il dialogo che caratterizza la comunicazione madre-bambino è principalmente imitativo, soprattutto con modalità mimico-espressivo. Già dai 2 o 3 mesi i neonati apprezzano maggiormente l'attività comunicativa basata sull'imitazione, prestando maggiore attenzione all'adulto quando questi li imita. Le competenze imitative precoci hanno fondamento neurobiologico (neuroni specchio nella corteccia parietale). Stern fa notare che accanto alle emozioni primarie che si sviluppano nel primo anno di vita, compaiono nell'interazione madre-bambino anche manifestazioni più complesse, definite affetti vitali, che corrispondono a profili di attivazione.
Queste forme sono alla base del fenomeno di sintonizzazione affettiva secondo cui la madre tende, attraverso imitazioni delle espressioni del figlio, a sintonizzarsi con lui, riflettendo gli affetti vitali manifestati dal bambino in forme diverse.
"Essere connessi con" e consapevolezza affettiva
Secondo Trevarthen e Legerstee, la capacità del bambino di comunicare fin dai primi mesi di vita si fonda su tre principi essenziali presenti sin dai primi momenti:
- Percezione delle emozioni proprie: permette una prima consapevolezza di esse come stati mentali.
- Riconoscimento di tali stati mentali nell'altro attraverso l'esperienza di rispecchiamento.
- Sintonizzazione con le emozioni altrui.
Reddy sottolinea come il neonato, fin dalle prime settimane, sia consapevole dell'attenzione dell'adulto e lo dimostrano il fatto che egli sorride, intensifica gli sguardi e i vocalizzi a fronte di sguardi e attenzione che l'adulto gli rivolge. Secondo questa prospettiva, il neonato diventa consapevole del proprio sé in funzione dell'attenzione intenzionale dell'altro, sentendosi quindi oggetto della sua attenzione. Questa consapevolezza affettiva (affective self-consciousness) è presente sin dal secondo mese. A 4 mesi il bambino diventa sempre più attivo nell'attirare l'attenzione altrui con vere e proprie azioni di richiamo, a 6 mesi le interazioni si fanno giocose.
Attraverso i giochi che sono caratterizzati da mettersi in mostra, il bambino manifesta un particolare interesse per le reazioni degli spettatori, attirando l'attenzione su se stesso e sulle sue emozioni: sono giochi protosimbolici, esibizione consapevole e ritualizzata di sé, maggiore consapevolezza sociale da parte del bambino, maggiore comprensione del sé in rapporto agli altri.
Nella prospettiva proposta da Trevarthen e Reddy, la consapevolezza dell'altro è riscontrabile, diretta e senza mediazioni cognitive, nell'attività comunicativa essenzialmente di tipo emotivo che il bambino adotta sin dai primi mesi. Tronick sottolinea quanto sia importante la funzione organizzante dell'adulto per il bambino. Quando il volto della madre è immobile, il bambino reagisce ricorrendo all'autoregolazione e cercando di ripristinare una comunicazione con lei, ma quando i tentativi falliscono il bambino perde il controllo posturale, si ritira dalla relazione e compare la tristezza. Secondo Tronick, queste reazioni derivano dall'impossibilità del bambino di condividere ed espandere i suoi stati di coscienza con quelli della mamma, cosa che invece è solito fare.
Il venire meno della connessione anche per pochi minuti ha effetti immediati sul bambino facendogli sperimentare tristezza, non esistenza che disorganizza il suo comportamento. Quando invece la connessione avviene, madre e bambino raggiungono un'organizzazione mentale che Tronick definisce espansione degli stati diadici di coscienza che si evidenzia soprattutto dall'inizio dell'intersoggettività secondaria (5-6 mesi), quando il bambino acquisisce maggiore consapevolezza degli stati mentali dell'interlocutore. Il neonato sincronizzato con la mamma espande il suo stato affettivo endogeno raggiungendo una maggiore complessità e coerenza, maggiore coscienza degli stati affettivi suoi e della madre.
Il bambino infatti concepisce i due soggetti come sistemi autonomi di regolazione che sono però capaci di eteroregolazione. I momenti di sincronia contribuiscono a renderli più consapevoli entrambi, aumentando la coerenza e la complessità dei singoli sistemi, favorendo inoltre l'emergere di nuovi stati positivi che svolgono una funzione strutturante per lo sviluppo del bambino. Le prime relazioni sono da considerarsi uniche e le loro caratteristiche non trasferibili alle successive; quello che si può trasferire sono le modalità relazionali che le caratterizzano e che il bambino unisce in conoscenze procedurali radicate nei modi di "stare con".
La tendenza alla condivisione degli stati affettivi infatti rimane una costante per tutta la vita ed ha sempre un ruolo centrale anche per gli adulti. Anche gli adulti hanno degli interlocutori privilegiati con cui condividere episodi salienti; questa necessità è chiamata condivisione sociale primaria. Secondo Rimé, che propone questa tesi, la condivisione sociale è motivata da:
- Rafforzare l'identità del narratore grazie alla valorizzazione dell'emozione condivisa con l'interlocutore con cui si crea un'intimità emotiva.
- Riassorbimento cognitivo dell'esperienza emotiva che se non fosse narrata rimarrebbe attiva solo nella mente di chi l'ha vissuta. Avviene soprattutto quando le emozioni sono negative.
- Garantire al gruppo un aggiornamento su episodi emotivi prototipici.
L'impossibilità di sostenere validi contatti sociali da parte di un adulto può generare forti sentimenti di solitudine e "dolore sociale".
Sistemi comunicativi nella prima infanzia: condividere, richiedere, informare
La posizione di Trevarthen, Legerstee e Reddy è in contrasto con quella sostenuta da altri ricercatori tra cui Tomasello, che sostiene che il bambino inizia a costruire l'altro come oggetto d'interazione solo dai 9 mesi, come dimostra la comparsa del fenomeno dell'attenzione congiunta. Dai 12 mesi il bambino diventa capace di comunicare a livello informativo attraverso una comunicazione gestuale basata sull'indicare; secondo Tomasello, questa capacità si basa su una motivazione di tipo cooperativo volta alla condivisione di informazioni, nasce dall'azione congiunta del bambino rispetto a un adulto che presuppone la comprensione dell'altro come soggetto di situazioni intenzionali che hanno uno scopo.
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