La comunicazione affettiva nella prima infanzia tra intersoggettività e attaccamento
L'osservazione del bambino nel primo anno di vita ha evidenziato come la comunicazione affettiva che egli adotta nei confronti dei suoi partner fin dai primi mesi di vita sia finalizzata, da una parte all’attivazione di legami di attaccamento, utili alla regolazione emotiva, dall’altra alla costruzione di forme di intersoggettività.
Lo sviluppo della regolazione emotiva tra auto e coregolazione
Il raggiungimento di un’adeguata regolazione emotiva è considerato nel panorama della ricerca psicologica più recente uno degli obiettivi di maggiore rilievo dello sviluppo infantile. Tale raggiungimento appare infatti ripercuotersi sulla strutturazione della personalità del bambino, influenzandone competenze sociali ed emotive e delineandosi un fattore protettivo rispetto all’emergenza di disagi psichici, legate a problematiche di disregolazione precoci. Le modalità di interazione e di regolazione emotiva che caratterizzano la relazione madre-bambino e padre-bambino assumono caratteristiche differenziate fin dai primi mesi di vita. Tra madre e bambino emerge gradualmente soprattutto nell’ambito del gioco faccia a faccia ed è resa possibile dalla condivisione di sguardi ed espressioni mimiche, nonché da vocalizzazioni congiunte; tra padre e bambino è caratterizzata da picchi elevati e si manifesta attraverso giochi fisici esuberanti e risate.
Regolazione emotiva e differenza di genere: nella mutua regolazione tra madre e bambino emergono al contempo differenze legate al genere che si delinea maggiormente nel caso in cui le interazioni siano tra madri depresse e i loro figli. I maschi incontrando madri in difficoltà presentano maggiore disagio e disregolazione e maggiori affetti negativi a livello diadico rispetto alle femmine che si trovano nella stessa situazione. Le figlie femmine sembrano reagire alla depressione materna con atteggiamenti di maggiore ritiro.
Effetti a lungo termine sullo sviluppo socio-emotivo: i maschi avrebbero maggiori probabilità di manifestare durante la loro crescita disturbi comportamentali e reazioni di rabbia di tipo esternalizzante rispetto alle forme maggiormente improntate al ritiro e ai sentimenti depressivi di tipo internalizzante, che potrebbero invece delinearsi nelle femmine.
Attaccamento e strategie di regolazione emotiva nella prima infanzia
L’attaccamento sicuro pare correlato alla possibilità sperimentata dal bambino di comunicare emozioni positive e negative al caregiver percepito come emotivamente disponibile ed efficace nella regolazione emotiva, mentre gli altri tipi di attaccamento appaiono implicare una restrizione di tale capacità a fronte dell’inadeguata responsività dimostrata da quest’ultimo.
Regolazione emotiva e attaccamento nello sviluppo
Le modalità di regolazione emotiva che il bambino sviluppa con il caregiver nel corso dei primi anni di vita appaiono dunque influenzare la formazione della qualità sicura o insicura dei pattern di attaccamento, determinando la costruzione di stili di regolazione emotiva individuali strettamente connessi a tali qualità.
Condivisione emotiva e intersoggettività
La comunicazione affettiva che il bambino rivolge ai suoi partner nel primo anno di vita non appare tuttavia motivata unicamente dai suoi bisogni di regolazione emotiva e ancorata al sistema dell’attaccamento, ma anche riconducibile a quella tendenza innata a entrare in connessione con l’altro al fine di condividere stati emotivi che è stata definita intersoggettività primaria o nucleare e che appare finalizzata a costruire una sorta di companionship con i propri interlocutori. Tale tendenza è testimoniata da molteplici manifestazioni osservabili nelle prime interazioni del bambino con i suoi caregiver ed esemplificabile in modo evidente in quel tipo di comunicazione faccia a faccia che vede il suo apice verso i tre mesi di vita.
“Essere connessi con” e consapevolezza affettiva
Reddy sottolinea come il neonato fin dalle prime settimane sia consapevole dell’attenzione dell’adulto, come dimostrano le sue reazioni emotive (sorrisi), nonché l’intensificazioni di sguardi e vocalizzazioni a fronte della comunicazione o dell’attenzione che l’adulto gli rivolge. Questa prima consapevolezza di tipo affettivo è presente nel bambino fin dal secondo mese. Dai 4 mesi il bambino diventa sempre più attivo nell’attirare l’attenzione altrui mettendo in atto vere e proprie azioni di richiamo. All’incirca verso i sei mesi iniziano a comparire interazioni giocose con l’adulto.
Sistemi comunicativi nella prima infanzia: condividere, richiedere, informare
Soltanto a partire dai 9 mesi il bambino inizia a costruire l’altro come oggetto intenzionale, come dimostra il fenomeno della comparsa di attaccamento congiunta. In tale periodo il bambino inizia infatti a rivolgere alternativamente lo sguardo all’oggetto e ad un adulto, attribuendo a quest’ultimo l’intenzione di condividere con lui l’attenzione verso un oggetto, costituendolo in questo modo come soggetto di stati mentali. Fondandosi su tali capacità, dai 12 mesi il bambino diventa capace di comunicare a livello informativo con l’adulto attraverso la comunicazione gestuale di tipo deittico fondata sull’indicare. Tale modalità comunicativa si fonda secondo Tomasello su una motivazione di tipo cooperativo, finalizzata a condividere le informazioni, e sarebbe la caratteristica specifica che differenzia la comunicazione umana rispetto a quella delle altre specie.
Intersoggettività, attaccamento e sistemi motivazionali
La comunicazione affettiva che il bambino rivolge ai suoi partner nel primo anno di vita sia guidata da differenti sistemi motivazionali, l’uno identificabile con il sistema dell’attaccamento, finalizzato a stabilire una vicinanza protettiva rispetto a un caregiver capace di accadimento; l’altro con quello di intersoggettività in grado di guidare il comportamento del soggetto verso la condivisione di stati emotivi nell’ambito di una condizione di intimità psicologica.
Regolazione e coordinazione di stati affettivi a 9 mesi e attaccamento materno
L’AAI è un’intervista semistrutturata, costruita per valutare lo stato della mente del genitore relativo all’attaccamento mediante l’esplorazione delle relazioni infantili dell’intervistato con i suoi genitori. L’attaccamento sicuro autonomo implica una narrazione coerente e obiettiva delle esperienze di attaccamento insieme a una loro valorizzazione; quello distanziante una narrazione incoerente delle esperienze di attaccamento con processi di idealizzazione verso le figure di attaccamento, contraddistinta da descrizioni genericamente positive di queste ultime non supportate e/o contraddette da episodi specifici, difficoltà a ricordare e sottovalutazione di tali esperienze; l’attaccamento preoccupato è contraddistinto da narrazioni incoerenti caratterizzate da vaghezza e prolissità unite alla persistenza di preoccupazione e rabbia verso le figure di attaccamento; l’attaccamento irrisolto/disorganizzato è caratterizzato dalla mancata elaborazione di episodi traumatici e di lutto; quello non classificabile infine implica la compresenza di stati della mente circa l’attaccamento tra loro in contraddizione.
Alle origini dell'attaccamento e della soggettività
La responsività materna
Mary Ainsworth aveva evidenziato come un predittore significativo dei diversi partner di attaccamento fosse la responsività sensibile della madre intesa come capacità di comprendere i bisogni del bambino e di rispondervi prontamente.
Responsività e trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento: la responsività risulta parzialmente responsabile della trasmissione dell’attaccamento da madre e figlio, giustificando solo una parte dell’associazione tra i modelli di attaccamento genitoriali e quelli infantili. Appare perciò necessario identificare altri fattori responsabili di tale trasmissione o altre dimensioni della responsività. Ainsworth aveva sottolineato nei suoi scritti la necessità di studiare, oltre la capacità di risposta ai bisogni del bambino da parte della madre, anche quella legata alla disponibilità emotiva dimostrata da questa verso il bambino e le sue emozioni, positive e negative, indicando al contempo come cruciale per studiare la responsività anche le comunicazioni espresse dal bambino stesso. La trasmissione dell’attaccamento coinvolge anche le modalità difensive o elaborative che il genitore adotta verso le proprie esperienze emotive legate alle relazioni con le figure parentali della propria infanzia. Va ricordato che la responsività reciproca che caratterizza la relazione genitore-bambino durante il primo anno di vita ha un suo fondamento fisiologico già nel periodo fetale. Tra i fattori significativi del determinare la responsività della madre nel senso della sua competenza comunicativa vanno ricordati anche quelli contestuali.
Le basi neurobiologiche della responsività: Fin dai primi giorni dalla nascita, la madre è in grado di interagire con il bambino attraverso risposte immediate di tipo intuitivo. Tali comportamenti, influenzati dalla presenza del bambino, si fondino sull’attivazione di alcuni neurotrasmettitori quali ossitocina, prolattina, vasopressina, dopamina e oppioidi endogeni, quali le endorfine, coinvolgendo specifiche aree e circuiti cerebrali.
Responsività, rappresentazioni e processi di identificazione
Alcuni ricercatori ipotizzano che la trasmissione dei modelli di attaccamento da genitore a figlio sia mediata da processi di identificazione proiettiva evidenziabile nelle loro prime interazioni. Secondo gli autori il genitore infatti proietta sul bambino le fantasie inconsce connesse ai modelli di attaccamento che ha costituito in relazione alle proprie figure di attaccamento.
Responsività e funzione riflessiva
La capacità della madre di comunicare in modo efficace con il proprio bambino, accogliendo e rispecchiando i suoi stati emotivi, e d’altra parte da collegarsi, secondo un filone di ricerca promosso da Fonagy, alla sua capacità riflessiva, alla capacità cioè di pensare il bambino fin dalle sue origini come soggetto di stati mentali, costituiti da desideri, emozioni e pensieri. Fonagy ha ipotizzato a questo proposito che la responsività del genitore si fondi su una funzione riflessiva del Sé, attraverso la quale, utilizzando una competenza di tipo meta cognitivo, egli considera il bambino, fin dai suoi primi mesi, come soggetto di stati mentali, attribuendo al figlio appena nato una teoria della mente corrispondendo alla propria.
Regolazione, coregolazione emotiva e attaccamento
Una serie di studi hanno evidenziato come le modalità con cui la madre rispecchia e regola le emozioni del proprio figlio siano influenti sul tipo di attaccamento che quest’ultimo sviluppa nei suoi confronti e, più ampiamente, sul suo sviluppo socioemotivo.
Connessione emotiva e rispecchiamento
Winnicott evidenzia come il neonato possa vedere riflesse le proprie emozioni nel volto rispecchiante della madre, rinsaldando il processo di integrazione di sé. Estendendo le ipotesi di Winnicott, anche Kohut ha sottolineato l’importanza della funzione di rispecchiamento svolta dal genitore nei confronti del figlio, ritenendola fondamentale per la costruzione del sé.
Responsività e psicoanalisi
L’impatto della responsività del genitore sullo sviluppo relazionale del bambino è stato oggetto di studio e di indagine anche in altri campi della psicologia. Nell’ambito del filone psicoanalitico vari autori hanno anticipato, o, in alcuni casi, lavorato in parallelo con i ricercatori che abbiamo considerato, derivando le loro ipotesi dalla pratica clinica, ma anche dall’osservazione diretta del bambino.
Responsività e comunicazione genitore-bambino: un costrutto complesso
La responsività della madre appare continuamente attività comunicativa del bambino e dalle sue richieste di regolazione emotiva.
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