Politica economica
Gli obiettivi di politica economica
Oggetto della politica economica è studiare:
- La ragion d'essere del sistema sociale ed economico complessivo e delle sue istituzioni;
- L'azione economica pubblica, tesa al perseguimento delle priorità stabilite dall'autorità di governo.
Affrontiamo esclusivamente il secondo livello d'analisi. Si considera quindi "naturale" la presenza di due istituzioni fondamentali:
- Lo Stato, teso al perseguimento degli interessi collettivi;
- Il mercato, teso al perseguimento degli interessi individuali.
La programmazione economica è il piano coordinato e coerente di interventi di politica economica valido per un numero di anni stabilito. Per poter programmare interventi bisogna aver chiari:
- Obiettivi generali: individuare l'insieme di politiche economiche che massimizzano il benessere collettivo atteso nell'arco temporale definito;
- Obiettivi specifici: variabili che massimizzano la funzione del benessere sociale (reddito, occupazione, inflazione, ecc.);
- Strumenti: variabili controllate direttamente dagli agenti di politica economica (quantità di moneta in circolazione, spesa pubblica, ecc.). Caratteristiche: efficacia, controllabilità e indipendenza;
- Modelli di analisi: modelli macroeconomici complessi concernenti un intero sistema economico di riferimento, in cui vengono prese in considerazione tutte le interdipendenze tra obiettivi e strumenti.
Rimangono soggetti alla critica di Lucas: modelli macroeconomici basati su parametri «fissi» non possono essere utilizzati per la politica economica. I parametri incorporano le scelte passate di politica economica e non possono essere utilizzati per il futuro.
Teoria normativa della politica economica
Individua la configurazione ottimale (desiderabile) di un sistema economico e le condizioni da soddisfare per realizzarla. A proposito, l'approccio paretiano:
- Ottimo paretiano: un'allocazione delle risorse tale per cui, comunque ci si sposti da essa, non è possibile migliorare la soddisfazione di un soggetto senza necessariamente peggiorare quella di un altro.
- I teorema dell'economia del benessere: in un sistema economico di concorrenza perfetta nel quale vi sia un insieme completo di mercati (ogni bene e servizio ha una sua domanda e offerta), un equilibrio concorrenziale, se esiste, è un ottimo paretiano.
- II teorema dell'economia del benessere: soddisfatte alcune condizioni relative alle funzioni di utilità individuali e di produzione, in presenza di mercati completi, ogni posizione di ottimo paretiano è raggiungibile tramite equilibri di concorrenza perfetta, solo se esiste un'appropriata redistribuzione delle dotazioni iniziali tra gli individui (l'efficienza discenderebbe dall'equità).
Il II teorema dell'economia del benessere è interpretato come il fondamento dell'intervento pubblico nell'economia: assegnerebbe allo Stato compiti redistributivi, lasciando al mercato il compito di garantire l'efficienza allocativa.
L'approccio paretiano, basato su ipotesi molto restrittive ed irrealistiche, è stato sottoposto diverse critiche:
- In particolare, il II teorema dell'economia del benessere non contempla quell'ampia gamma di fenomeni che non sono immediatamente spiegabili in termini di "violazioni" del criterio paretiano (i c.d. fallimenti microeconomici del mercato, riconducibili alla non esistenza di un insieme completo di mercati), che evidenziano l'esistenza di:
- Fallimenti macroeconomici: situazioni di "instabilità" delle economie di mercato che giustificano un intervento pubblico nell'economia più pervasivo rispetto a quello delineato dal II teorema dell'economia del benessere. Trattasi, in particolare, del fenomeno della disoccupazione involontaria, dell'inflazione, del sottosviluppo, degli squilibri della bilancia dei pagamenti, ecc. (sono generalmente esclusi dall'analisi microeconomica).
La disoccupazione involontaria
Concetti chiave:
- Popolazione in età lavorativa: persone di età superiore ai 15 anni.
- Forza lavoro: numero delle persone che dichiarano di essere occupate o che dichiarano di essere disoccupate.
- Disoccupati: coloro che non hanno un lavoro e che:
- Hanno attivamente cercato un'occupazione nelle ultime quattro settimane; o
- Stanno aspettando di riprendere il servizio dopo essere stati temporaneamente sospesi per esubero.
- Inattivi: persone di età superiore ai 15 anni non appartenenti alla forza lavoro. Vi rientrano, ad esempio, studenti, pensionati, casalinghe, i c.d. "lavoratori scoraggiati" (soggetti che hanno smesso di cercare un impiego), ecc.
- Tasso di disoccupazione: misura la percentuale di forza lavoro disoccupata.
- Tasso di partecipazione: misura la percentuale di adulti che fa parte della forza lavoro.
Disoccupazione involontaria: la situazione in cui non hanno un'occupazione tutti coloro i quali sono disposti a lavorare alle condizioni vigenti di mercato.
Il problema della disoccupazione può essere utilmente diviso in:
- Lungo Periodo:
- Disoccupazione naturale - compatibile con la piena occupazione (di equilibrio)
- Disoccupazione strutturale - la componente strutturale della disoccupazione naturale
- Breve periodo:
- Disoccupazione frizionale
- Disoccupazione stagionale - connessa con le dinamiche proprie del sistema produttivo
- Disoccupazione ciclica - associata alle fluttuazioni economiche di breve periodo
Tasso naturale di disoccupazione - In tutte le economie fondate sul libero mercato esiste sempre un certo livello di disoccupazione. È il tasso di disoccupazione medio attorno al quale fluttua il sistema economico. È un tasso di equilibrio (il sistema non riesce a ridurlo spontaneamente). È il valore al quale un sistema tende nel lungo periodo, date tutte le imperfezioni del mercato del lavoro, che impediscono ad alcuni lavoratori di trovare un impiego.
Le determinanti del tasso naturale di disoccupazione
Prima di tutto definiamo L la forza lavoro, E il numero degli occupati e U quello dei disoccupati: Il tasso di disoccupazione è U/L. Ipotizziamo che la forza lavoro sia fissa e concentriamoci sulla transizione dei singoli che compongono la forza lavoro dalla situazione di occupazione a quella di disoccupazione e viceversa:
- Definiamo con s il tasso di separazione dal lavoro, cioè la frazione di individui occupati che perdono il lavoro ogni mese;
- Definiamo con f il tasso di collocamento al lavoro, cioè la frazione di individui disoccupati che trovano una nuova occupazione ogni mese.
Se il mercato del lavoro si trova in uno stato stazionario - il tasso di disoccupazione non aumenta né diminuisce - ogni mese, il numero di individui che trovano una nuova occupazione è uguale a quello degli individui che perdono il lavoro. Possiamo utilizzare questa equazione per individuare il tasso di disoccupazione di stato stazionario:
Sapendo che sostituiamo: Per risolvere rispetto al tasso di disoccupazione U/L, dividiamo entrambi i membri dell'equazione per L, in modo da ottenere:
Risolvendo per U/L si ha: Che può essere scritto anche come:
Questa equazione mostra come il tasso di disoccupazione di stato stazionario U/L dipende dal tasso di separazione s e dal tasso di collocamento f:
- Quanto più alto è il tasso di separazione, tanto più è alto il tasso di disoccupazione;
- Quanto più è alto in tasso di collocamento, tanto più è basso il tasso di disoccupazione.
Questo semplice modello del tasso naturale di disoccupazione ha un'importante implicazione per la politica economica: Qualsiasi provvedimento teso ad abbassare il tasso naturale di disoccupazione deve mirare a ridurre il tasso di separazione o ad aumentare il tasso di collocamento; analogamente, tutti i provvedimenti che influenzano il tasso di separazione o il tasso di collocamento influenzano anche il tasso di disoccupazione.
Le cause della disoccupazione
Sono due:
- Il fatto che per trovare un'occupazione ci vuole tempo e impegno (job searching): i lavoratori hanno preferenze e competenze diverse e i posti di lavoro hanno caratteristiche non omogenee; inoltre, il flusso delle informazioni disponibili e sui posti vacanti è imperfetto e la mobilità geografica dei lavoratori non è istantanea.
Parliamo di disoccupazione frizionale: causata dal tempo necessario affinché un lavoratore trovi una nuova occupazione che soddisfi le proprie aspirazioni e sfrutti le sue competenze. In un'economia in continua evoluzione, una certa quantità di disoccupazione frizionale è inevitabile, soprattutto a causa della c.d. riallocazione settoriale: la continua variazione della composizione della domanda di lavoro tra settori e aree geografiche diverse, la quale fa sì che ai lavoratori occorra tempo per passare da un settore all'altro.
Molti provvedimenti di politica economica mirano a ridurre il tasso naturale di disoccupazione agendo sulla disoccupazione frizionale: gli uffici di collocamento diffondono informazioni sui posti di lavoro vacanti, in modo da trovare un impiego ai disoccupati con maggiore efficienza; i programmi pubblici di riqualificazione professionale sono pensati per facilitare il passaggio di lavoratori da settori in declino a settori emergenti.
Alcuni provvedimenti di politica economica contribuiscono ad aumentare la disoccupazione frizionale, come l'assicurazione contro la disoccupazione, che consente ai disoccupati di continuare a percepire una parte del proprio salario - il sussidio di disoccupazione - per un determinato periodo di tempo dopo aver perso il lavoro. Il lavoratore che percepisce il sussidio è meno incentivato a cercare una nuova occupazione e ha molte più probabilità di rifiutare un'offerta che ritiene inadeguata alle proprie competenze: entrambi i comportamenti riducono il tasso di collocamento. Questo non implica che sia un provvedimento sbagliato: ha il vantaggio di rendere meno incerto il reddito percepito dai lavoratori; inoltre, inducendo i disoccupati a rifiutare le offerte meno adeguate, favoriscono una migliore corrispondenza tra le caratteristiche dei lavoratori e quelle richieste dalle mansioni che ricoprono.
Alcuni programmi tendono a ridurre il livello di disoccupazione imponendo alle imprese che licenziano di sostenere per intero o in parte il costo del sussidio erogato ai lavoratori licenziati (sistemi interamente o parzialmente fondati sull'esperienza).
- La rigidità dei salari: l'incapacità dei salari di aggiustarsi istantaneamente, facendo sì che l'offerta di lavoro sia uguale alla domanda di lavoro. Per motivi legati ad elementi strutturali del sistema economico, i salari possono restare bloccati a un livello superiore al salario di equilibrio: in tal caso la quantità di lavoro offerta è maggiore di quella domandata e questo riduce il tasso di collocamento, facendo aumentare il livello di disoccupazione.
Chiamiamo disoccupazione strutturale la disoccupazione che risulta dalla rigidità dei salari, che ha tre possibili cause:
- Le leggi sul salario minimo: stabiliscono un minimo legale ai salari che le imprese possono corrispondere ai propri dipendenti. Il livello del salario minimo varia sensibilmente da un paese all'altro, ma tende comunque a collocarsi tra un terzo e la metà della retribuzione media del sistema economico. Per la maggior parte dei lavoratori il salario minimo non è vincolante, perché la loro retribuzione è superiore al minimo legale; ma per alcuni lavoratori, soprattutto quelli privi di qualificazione ed esperienza come i giovani (età 15-24 anni), il salario minimo fa lievitare la remunerazione al di sopra del livello di equilibrio, riducendo la quantità di lavoro domandata dalle imprese. Il salario minimo è fonte inesauribile di dibattito politico: i suoi sostenitori lo considerano uno strumento per sostenere il reddito delle fasce più povere della popolazione; i detrattori ritengono non soltanto che riduca l'occupazione, ma anche che sia un provvedimento scarsamente mirato, poiché molti che lo ricevono sono adolescenti di classe media che lavorano part-time per poter disporre di denaro da spendere in autonomia e non adulti che faticano a mantenere la famiglia.
- La sindacalizzazione della forza lavoro: i sindacati, attraverso la contrattazione collettiva, riescono spesso a fissare i salari a un livello superiore a quello di equilibrio, portando così alla riduzione del numero degli assunti. I sindacati possono influenzare anche i salari corrisposti dalle imprese i cui lavoratori non sono sindacalizzati: la minaccia di sindacalizzazione, infatti, spinge i salari sopra il livello di equilibrio.
- I c.d. salari di efficienza: le teorie del salario di efficienza affermano che le imprese possono trarre vantaggio dal corrispondere salari superiori al livello di equilibrio, nonostante l'eccesso di offerta di lavoro, perché salari elevati rendono i lavoratori più produttivi (aumentando il costo del licenziamento) e impediscono la fuga dei lavoratori migliori, cioè più produttivi.
Tasso di disoccupazione ad inflazione stabile (non accelerating inflation rate of unemployment - NAIRU) - tasso di disoccupazione che non genera pressioni inflazionistiche. Esiste solo nel mondo keynesiano ed è legato all'esistenza del trade-off tra disoccupazione e inflazione; più specificatamente, è il tasso di disoccupazione dell'economia da cui si parte per sfruttare il trade-off (ogni tasso sotto di esso, quindi, accelera l'inflazione). Nel mondo monetarista (dopo la critica di Friedman e la versione moderna della curva di Phillips corretta per le aspettative) il trade-off non esiste più, quindi non esiste nemmeno il NAIRU, ma solo il tasso naturale di disoccupazione legato alla struttura produttiva di lungo periodo. Il tasso naturale di disoccupazione è il limite inferiore al quale il NAIRU tenderebbe in assenza di imperfezioni del mercato del lavoro.
Salari, prezzi e disoccupazione
Nella maggior parte dei paesi europei la contrattazione collettiva rappresenta la principale tecnica di determinazione dei salari (copre l'80-90% dei lavoratori, contro il 20% di USA e Giappone). Imprese e lavoratori non sono interessati al salario nominale (W) ma al salario reale (W/P), cioè al potere di acquisto effettivo della remunerazione. Imprese e lavoratori guardano però ai prezzi attesi (Pe), non a quelli attuali (perché il contratto salariale vale per un certo numero di anni stabilito) (NB P ≠ Pe nel breve periodo).
I salari nominali richiesti dai lavoratori saranno tanto maggiori quanto più:
- È elevato il livello dei prezzi attesi;
- È elevata la forza contrattuale dei lavoratori. Essa dipende da due fattori:
- Il livello di qualificazione (alte qualificazioni sono difficili da rimpiazzare);
- Le condizioni prevalenti sul mercato del lavoro:
- Un'elevata disoccupazione (u) diminuisce, in generale, la forza contrattuale dei lavoratori, poiché rende più facile per le imprese trovare sostituti e più difficile per i lavoratori trovare un impiego;
- Un aumento del livello di protezione dei lavoratori (z) (indennità di disoccupazione, salario minimo, ecc.) genera un aumento della forza contrattuale.
Ipotesi:
- Eq. salario nominale aggregato:
- Eq. salario reale aggregato:
Retta W decrescente, perché inversamente proporzionale al tasso di disoccupazione u. L'incrocio tra la retta W e la retta parallela alle ascisse P individua il livello di equilibrio del salario E.
Ipotesi:
- Eq. salario nominale aggregato:
- Eq. salario reale aggregato:
Supponiamo che la protezione dei lavoratori z aumenti: la retta W si sposta verso destra, individuando il nuovo punto di equilibrio E'.
Ipotesi:
- Eq. salario nominale aggregato:
- Eq. salario reale aggregato:
Supponiamo che scenda il prezzo P e, quindi, anche il salario reale W/P; l'equilibrio del mercato del lavoro si realizza solo se il potere contrattuale dei lavoratori scende (es. per una disoccupazione più elevata).
L'inflazione
Consiste in un aumento continuo e generale del livello dei prezzi e nella conseguente perdita di valore della moneta. Tasso di inflazione: la variazione percentuale del livello generale dei prezzi nell'unità di tempo. Esso varia nel corso del tempo e tra i diversi paesi. Gli indici più utilizzati per misurare l'inflazione sono:
- Il deflatore del PIL: il rapporto tra PIL nominale (PY) e PIL reale (Y) in un dato periodo di tempo;
- L'indice dei prezzi al consumo (IPC): il costo di un paniere predefinito di beni rappresentativo degli acquisti di un consumatore medio urbano, in termini relativi rispetto al costo del medesimo paniere rilevato in un periodo base.
Tipologie di inflazione:
- Inflazione strisciante: aumento contenuto del livello dei prezzi (2-3% annuo);
- Inflazione moderata: aumento del livello dei prezzi non superiore alle due cifre (non è generalmente considerata "allarmante");
- Inflazione galoppante: aumento del livello dei prezzi superiore alle due cifre;
- Iperinflazione: aumento del livello dei prezzi superiore alle tre cifre (unanimemente considerata "patologia" del sistema).
I costi sociali dell'inflazione
I costi dell'inflazione attesa - sono:
- Il costo delle suole: un aumento del tasso di inflazione comporta un aumento dei tassi di interesse nominali e, quindi, un aumento del costo di detenere moneta in forma liquida: questo spinge i consumatori a detenere meno moneta in portafoglio e a recarsi più frequentemente in banca, affrontando maggiori costi di transazione (scomodità, perdita di tempo, costo dei servizi bancari ecc.).
- Il costo del menu: un alto tasso di inflazione induce le imprese a cambiare frequentemente il listino dei prezzi dei propri prodotti, con tutti i costi, materiali ed immateriali, che ne derivano.
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