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+ Capitolo 17: Inflazione, tassi di interesse e tassi di cambio

Nel medio/lungo periodo non ci sono differenze tra cambi flessibili e cambi fissi: i P si aggiustano.

EP* ε = ---------------

P

Il deprezzamento di lungo dipende dalla differenza tra il tasso di crescita della moneta all’interno e

all’estero

.

Uscita SME → svalutazione → deprezzamento → moneta interna è più conveniente → aumentano le

esportazioni → ↑π → ↓fiducia → ↑AD → ↑Y nel breve → uscita più rapida dalla recessione; l’economia

nel lungo periodo si “auto-aggiusta”.

Teoria delle “Aree ottimali” di Mundell e Fleming: stessi shock, mobilità dei fattori economici.

Nel lungo, l’inflazione erode gli effetti positivi della svalutazione: il tasso di cambio nominale è neutrale:

↑moneta:

non influisce su: u, Y, r

↑π e ↑i » Capitolo 18: Politica economica

Secondo la teoria dei giochi, il risultato migliora se uno dei giocatori rinuncia a priori ad alcune

operazioni.

In teoria dei giochi, l’incentivo a deviare dalla politica annunciata una volta che gli altri giocatori hanno già

fatto le loro mosse è noto come incoerenza temporale della politica ottimale.

Modello di Barro-Gordon:

First Best: la BC sorprende i privati;

Second Best: la BC è credibile;

Third Best: i privati non credono alla BC.

Per gestire l’incoerenza temporale: 1) rendere indipendente la BC 2) nominare un governatore conservatore.

↑indipendenza BC → ↓π » Capitolo 19: Politica monetaria

Costi dell’inflazione:

↑π → corsa agli sportelli per prelevare

Costo delle suole: ↓I

Distorsioni fiscali (es.: IVA, ↑scaglione)

Illusione monetaria: errori di calcolo sistematici nel rapportarsi con i valori reali.

Volatilità: ↑π → ↑variabilità π

Benefici dell’inflazione:

Signoraggio

Se si riescono ad ottenere tassi di interesse reali negativi (r = i – π):

i salari reali sono inferiori, quindi è possibile assumere più personale;

gli investimenti salgono, perché quel che si restituisce, in termini di capacità d’acquisto, è inferiore a

quanto preso a prestito.

Un periodo di deflazione vede la IS verticale: Y non cambia al variare dei tassi.

Nessuno ritiene positivo avere inflazione >5% o <0%.

» Capitolo 20: Politica fiscale

Il teorema di equivalenza ricardiana ci dice che se il governo finanzia una data spesa pubblica con

debito, il risparmio privato aumenterà in misura pari alla riduzione del risparmio pubblico,

lasciando invariato il risparmio totale → il livello del debito pubblico è irrilevante.

Questo è falso poiché:

Le imposte sono distorsive: ↑ T → ↓I e ↓ incentivo a lavorare.

Per prendere e dare a prestito si hanno tassi diversi.

L’orizzonte temporale dei consumatori è diverso da quello del Governo.

Il disavanzo corretto per il ciclo è quel disavanzo che si collocherebbe se la produzione fosse al

livello n.

Calcolarlo non è semplice perché una stima troppo bassa del tasso n di u → stima troppo

elevata di Yn:

bisogna calcolare di quanto ↓disavanzo se la Y ↑ di 1%

bisogna calcolare Y – Yn.

È giusto finanziare le guerre con il disavanzo per attuare il tax smoothing, cioè tenere le aliquote il

più possibile costanti nel tempo e attribuire alle generazioni future l’onere della guerra, riducendo

le distorsioni fiscali.

Җ Capitolo 23: Elevata disoccupazione

Grande depressione del 1929:

Scoppia la bolla.

Si rimandano gli investimenti: ↓ I → ↓ IS: Y=C+I+G

La disoccupazione rimane elevata a lungo → non migliora nemmeno ↓W.

Si genera deflazione: ↓Y→↓P (la LM va vs. sinistra anziché verso destra).

Il meccanismo di aggiustamento fallisce a causa dei fallimenti bancari → poca moneta in circolo

Roosvelt ordina un aumento della moneta ed il New Deal → migliorano le aspettative.

Elevata disoccupazione europea attuale:

Shock petroliferi.

Anni ’70: shock di offerta aggregata.

Stagflazione: disoccupazione + inflazione.

Per ridurre l’inflazione si ridusse ulteriormente l’occupazione (↓π→↑u).

Scatta il meccanismo dell’isteresi, secondo cui il tasso naturale di disoccupazione è salito nel tempo per

colpa della disoccupazione passata: la disoccupazione attuale non dipende solo da z o µ.

Scatta la teoria dell’insider outsider: ↑outsider (disoccupati) → ↑forza contrattuale delle imprese.

Җ Capitolo 24: Elevata inflazione

All’aumentare dell’inflazione la capacità di signoraggio si riduce.

∆M ∆M M (per ricordare meglio la formula basta

semplificare le M)

= *

P M P ovvero:

signoraggio = off.mon. * saldi monetari reali (dove sal di m onet ari real i =

domanda di moneta)

Le variazioni di π e di B si traducono in variazioni opposte dei saldi monetari reali (↑π o ↑B →

↓M/P)

Esiste una soglia oltre la quale il signoraggio non ha più potere:

signoraggio Offerta di moneta

soglia

Questa relazione è identica alla curva di Laffer, la cui relazione è: gettito = α * base imponibile.

Effetto Tanzi Olivera: quando l’inflazione diventa molto alta, il disavanzo peggiora, poiché le

imposte vengono riscosse sulla base del reddito nominale passato.

I programmi di stabilizzazione falliscono soprattutto per mancanza di credibilità.

Җ Capitolo 25: Elevato debito pubblico r)t

Per rimborsare il debito, il Governo dovrà produrre un avanzo primario uguale a (1 + $.

Quanto più tempo il Governo aspetta ad aumentare le imposte, maggiore sarà l’aumento delle imposte

future.

r – g: se la differenza è negativa il debito si ridurrà.

Esistono solo 3 modi per rientrare dal debito:

generare avanzi primari, tagliando le spese o aumentando le imposte → difficile da attuare ma virtuoso.

emettere moneta

ripudiare il debito pubblico scelte semplici ma dannosissime nel lungo periodo.

Il lungo periodo: 4 casi (grafici fondamentali per l’esame)

Dati generali:

Formula dello stato stazionario :

(b sopralineato)

_ (Gt – Tt)/Yt

b = ----------------

g – r

Lo stato stazionario è il punto in cui il rapporto debito/PIL resta costante nel tempo, ovvero:

B t-1/Yt-1 = B t/Yt.

Nei grafici: lo stato stazionario è il punto dove la bisettrice incontra la retta del rapporto Debito/

PIL.

La bisettrice (retta a 45°) ha, ovviamente, inclinazione pari ad 1.

La retta del rapporto Debito/PIL ha inclinazione pari a (1 + r – g).

La retta del rapporto Debito/PIL trova il proprio punto di intersezione con l’asse delle ordinate in:

G – Tt

t

---------

Yt

Sulle ascisse: rapporto Debito/PIL al tempo t-1

Sulle ordinate: rapporto Debito/PIL al tempo t.

Se il tasso di crescita di Y è maggiore del Se il tasso di crescita è minore del tasso di

tasso di interesse, qualunque sia il valore del interesse, in presenza di un debito positivo

debito ereditato, pur in presenza di disavanzi, ereditato e di disavanzi primari, il rapporto B/

il rapporto B/Y converge al valore di stato Y cresce allontanandosi gradualmente dal

stazionario. valore di equilibrio.

_

b

_

b

> <

g r g r

> >

Gt – Tt 0 Gt – Tt 0

se il Governo genera avanzi di bilancio In presenza di disavanzi primari e di un tasso

adeguati, pur in presenza di un tasso di di crescita che eccede il tasso di interesse,

interesse > del tasso di crescita del PIL e di qualunque sia il valore iniziale del debito in

un debito iniziale positivo, il debito in rapporto al PIL, si converge verso l’equilibrio.

rapporto al PIL si riduce nel tempo. _ _

b b

< >

g r g r

< <

Gt – Tt 0 Gt – Tt 0

Riassumendo:

>> 1° quadrante Si avvicina

<> 3° quadrante Si allontana

<< 1° quadrante Si allontana

>< 3° quadrante Si avvicina

Oppure: > <

> 1° quadrante si avvicina 1° quadrante si avvicina

< 3° quadrante si allontana 3° quadrante si avvicina

Ovvero:

Se i segni di maggiore o minore sono uguali il punto di equilibrio è nel primo quadrante.

Se i segni di maggiore o minore sono diversi il punto di equilibrio è nel terzo quadrante.

Se g>r ci si avvicina al punto di equilibrio.

Se g<r ci si allontana dal punto di equilibrio.

Per un riassunto di tutte le formule si veda il file “formule.DOC”.

Nel breve periodo, l’aumento della moneta fa aumentare la produzione. La curva di domanda aggregata si

sposta verso destra, da AD a AD’, e l’economia passa in A’. Nel lungo periodo, l’economia si stabilizza

nel punto A’’: la produzione è di nuovo al suo livello naturale, ma il livello dei prezzi è maggiore. Se

l’aumento iniziale dello stock di moneta è del 10%, allora il livello dei prezzi alla fine sarà anch’esso più

alto del 10%.

Bt B G – Tt

t-1 t

------ = (1 + r – g) -------- + ---------

Yt Yt-1 Yt

Il 1° termine indica la spesa per interessi corretta per la crescita della produzione. Il 2° termine è il rapporto tra dis/avanzo (Gt –

Tt>0) e Pil. r e g hanno effetti opposti sul rapporto B/Y.

Capitolo 18: Il ruolo della politica economica

Incertezza e politica economica

Quanto ne sanno davvero i macroeconomisti?

I ricercatori della Brookings Institution hanno chiesto agli autori dei 12 maggiori modelli

macroeconomici, in uso ai nostri giorni, di rispondere ad alcune domande.

Una delle domande era la seguente: consideriamo il caso in cui l’economia statunitense stia

crescendo al suo tasso normale, con la disoccupazione al suo tasso naturale; definiamo

questo caso standard. Supponiamo ora che la Fed aumenti la moneta più rapidamente che

nel caso standard.

Tutti questi modelli prevedono che la produzione aumenterà per qualche tempo in seguito

all’espansione monetaria. In sintesi, se dovessimo misurare l’incertezza in base al campo di

variazione di queste risposte, concluderemmo che gli effetti della politica economica sono

davvero estremamente incerti.

L’incertezza può giustificare un minor intervento pubblico nell’economia?

Supponiamo che l’economia statunitense sia in recessione. Il tasso di disoccupazione è

all’8%. Basandosi sulle sue previsioni, la Fed sa che il prossimo anno la disoccupazione

rimarrebbe all’8%. Sa che il tasso naturale di disoccupazione è del 6%. Sa anche che una

crescita della produzione dell’1% in più per un anno riduce il tasso di disoccupazione dello

0,4%. La Fed sa che se il prossimo anno potesse raggiungere una crescita del 5% in più, il

tasso di disoccupazione diminuirebbe del 2%, raggiungendo il tasso naturale del 6%.

La Fed dovrebbe quindi aumentare l’offerta di moneta del 23,8%.

La conclusione è che, data l’incertezza degli effetti della politica monetaria sulla produzione,

aumentare la moneta del 23,8% sarebbe irresponsabile. La Fed dovrebbe aumentare

l’offerta di moneta in misura inferiore al 23,8%; ad esempio potrebbe aumentarla del 10%,

ottenendo in tal modo una disoccupazione tra il 5 e l’8%, un intervallo di variazione

decisamente più sicuro.

Incertezza e limiti agli interventi di politica economica

L’obiettivo generale della politica economica dovrebbe essere quello di evitare recessioni

prolungate, prevenire eccessive espansioni e debellare eventuale pressioni inflazionistiche.

La politica macroeconomica non dovrebbe perseguire il cosiddetto fine tuning, cioè volere a

tutti i costi raggiungere un obiettivo prefissato, come una disoccupazione costante o una

crescita stabile della produzione.

Oggi la maggior parte degli economisti ammette che la politica economica ha effetti

estremamente incerti, e che le conseguenze di questa incertezza dovrebbero indurre i

governi a usare una politica economica meno attiva a favore di un’autolimitazione dei

responsabili della politica economica.

Vediamo ora quali sono a favore di restrizioni imposte ai responsabili della politica

economica.

Aspettative e politica economica

Una delle cause dell’incertezza che caratterizza gli effetti della politica macroeconomica è

l’interazione tra quest’ultima e le aspettative.

La politica macroeconomica può essere considerata come un gioco tra il governo e

l’economia. Quindi abbiamo bisogno della teoria dei giochi cioè l’interazione strategica

tra giocatori ossia il comportamento delle persone e delle imprese che dipende da cosa si

aspettano dal governo. A sua volta, il comportamento del governo dipende da cosa succede

nell’economia.

A volte l’esito del gioco migliora se i giocatori rinunciano a priori ad alcune operazioni.

Un riesame di inflazione e disoccupazione

L’inflazione dipende dall’inflazione attesa, incorporata nei salari fissati nei contratti salariali,

e dalla differenza tra il tasso effettivo e il tasso naturale di disoccupazione. In teoria dei

giochi, l’incentivo a deviare dalla politica annunciata una volta che gli altri giocatori hanno

già fatto le loro mosse è noto come incoerenza temporale della politica ottimale.

La politica migliore per la banca centrale è rinunciare all’opzione di deviare dalla politica

annunciata raggiungendo un’inflazione nulla e una disoccupazione pari al suo tasso

naturale.

Impegnandosi credibilmente a non compiere azioni che in un secondo momento sarebbero

convenienti, il governo può ottenere un esito migliore cioè nessuna inflazione.

Il problema dell’incoerenza temporale: il modello di Barro e Gordon

Il caso in cui la banca centrale riesce a sorprendere il settore privato è chiamato equilibrio di

first best. Dal momento che la banca centrale non riesce a sorprendere il settore privato

l’inflazione è inutilmente elevata. Il caso in cui la banca centrale può credibilmente

impegnarsi a tenere l’inflazione pari a zero è chiamato equilibrio di second best o pre –

commitment; invece, il caso in cui il settore privato non crede all’annuncio della banca

centrale e incorpora nelle proprie aspettative l’incentivo a fare una sorpresa inflazionistica è

chiamato equilibrio di third best o “discrezionale”.

La politica migliore è cercare di impegnarsi in modo credibile a non deviare dalla politica

annunciata, accontentandosi del second best.

Il problema dell’incoerenza temporale consiste nella difficoltà che le autorità di politica

economica incontrano per essere credibili.

In un’economia senza incertezza non vi sono sorprese inflazionistiche poiché qualunque

livello di inflazione viene incorporato nelle aspettative e quindi, in equilibrio, non si produce

alcun effetto reale. In una economia con incertezza, invece, vi può essere inflazione inattesa,

e quindi la banca centrale ha la possibilità di stabilizzare il livello di produzione.

Qual è allora la politica migliore in presenza di incertezza? Fissare una regola semplice o

lasciare la banca centrale libera di usare discrezionalmente la politica monetaria?

In alcuni casi è tuttavia possibile rispondere con certezza alla domanda che ci siamo posti.

Se non vi sono shock all’offerta la perdita attesa è certamente minore del costo nel caso di

regola semplice;

Se invece la probabilità che si verifichi uno shock è molto alta la perdita attesa sarà minore

se la banca centrale non è vincolata da una regola, ma può operare con discrezionalità.

Ma vi sono modi alternativi, in alcuni casi migliori della regola semplice, per risolvere il

problema dell’incoerenza temporale come delegare un banchiere centrale “conservatore” e

“indipendente”.

Delegare la politica monetaria ad un agente le cui preferenze sono diverse da quelle

dell’elettore mediano è possibile solo se il banchiere centrale è indipendente.

Da qui l’importanza che il banchiere centrale sia allo stesso tempo “conservatore” e

“indipendente”. L’indipendenza della banca centrale è dunque un requisito essenziale per

cercare anche solo di attenuare il problema dell’incoerenza temporale.

Come diventare credibili?

Per gestire il problema dell’incoerenza temporale nel caso della politica monetaria bisogna:

Rendere indipendente la banca centrale. Nominare un governatore per un lungo periodo di

tempo e rendere difficile una sua eventuale sostituzione lo metterà al riparo dalle pressioni

politiche a ridurre la disoccupazione al di sotto del tasso naturale;

Scegliere un governatore “conservatore”, cioè che sia particolarmente avverso all’inflazione

e non sia disposto in alcun caso ad accettare un’inflazione più elevata in cambio di una

riduzione della disoccupazione, quando la disoccupazione è al suo tasso naturale. Quando

l’economia procede al suo tasso naturale, un governatore che ha queste preferenze non sarà

tentato di espandere la moneta. E l’incoerenza temporale non sarà più un problema.

Una maggior indipendenza della banca centrale è sistematicamente associata a un’inflazione

minore.

Politica e politica economica

I giochi tra le autorità di politica economica e gli elettori

Se l’obiettivo dei politici è entrare nelle grazie degli elettori per essere rieletti, quale miglior

politica di espandere la domanda aggregata prima delle elezioni, per stimolare la crescita e

ridurre la disoccupazione? E’ vero che una maggior crescita oggi deve essere seguita da una

minor crescita in futuro ma una maggior crescita oggi può far vincere le elezioni. In questo

senso si parla di ciclo economico politico.

La loro logica è molto convincente, eppure questa teoria non trova sufficiente supporto nei

dati che non dimostrano che ci sia stata una manipolazione della politica economica a fini

elettorali (la differenza media tra i diversi anni è piuttosto piccola).

I giochi tra i responsabili della politica economica

Un’altra linea di ricerca si è concentrata sui giochi tra i partiti politici. I repubblicani, da

sempre a favore di un limitato ruolo del governo nell’economia, preferiscono una riduzione

della spesa pubblica. Al contrario, i democratici sono più disposti ad aumentare le imposte.

Gli studiosi definiscono queste situazioni guerre di attrito. La speranza che prima o poi

l’avversario finisca col cedere genera prolungati e costosi ritardi.

La condizione di bilancio in pareggio

Gli svantaggi della condizione di bilancio in pareggio. La condizione di pareggio di bilancio

elimina completamente il problema dei disavanzi di bilancio. Ma elimina anche la possibilità

di ricorrere alla politica fiscale come strumento di politica macroeconomica e questo sembra

essere un costo troppo elevato rispetto ai benefici che ne deriverebbero.

I vantaggi della condizione di bilancio in pareggio. Per alcuni economisti, invece, il ricorso

a un emendamento costituzionale in favore del pareggio del bilancio è necessario. Essi

concludono che solo un emendamento costituzionale è in grado di ridurre il disavanzo

pubblico.

Autolimitazioni e politica fiscale negli Stati Uniti negli anni Ottanta

Stabilire restrizioni efficaci è importante e difficile. E’ importante sia per ridurre le

scappatoie possibili sia per consentire clausole di fuga realistiche.

Capitolo 19: La politica monetaria (evitare gli esercizi numerici del libro su questo capitolo, bene la

storia)

Nel breve e nel medio periodo, la politica monetaria influisce sia sul livello sia sulla

composizione della produzione. Nel lungo periodo la politica monetaria è neutrale.

Il tasso ottimale di inflazione

L’inflazione media dei paesi OCSE dagli anni ’80 è costantemente diminuita. Questo

significa che le banche centrali hanno raggiunto il loro obiettivo? La risposta dipende dai

costi e dai benefici dell’inflazione.

I costi dell’inflazione

La moneta ha tre funzioni:

unità di conto: fissare i prezzi dei beni in una stessa unità di misura facilita le persone e le

imprese nella valutazione dei prezzi relativi;

mezzo di scambio;

riserva di valore: non paga alcun interesse o al massimo un basso tasso di interesse

nominale.

Il dibattito nei paesi OCSE riguarda i vantaggi di un tasso di inflazione nullo rispetto ad uno

moderatamente >0. In questo intervallo di valori, gli economisti individuano quattro tipi di

costi.

Il costo delle suole. Nel lungo periodo, un maggior tasso di inflazione comporta

maggiori tassi di interesse nominali, e quindi un maggior costo – opportunità della

moneta. Di conseguenza, le persone riducono i loro saldi monetari e si recano più

spesso nelle banche per prelevare. Questo continuo ricorso allo sportello bancario

potrebbe essere evitato se l’inflazione fosse minore. Inoltre, se i tassi nominali sono più

alti, gli investimenti sono più bassi.

Le distorsioni fiscali. Il secondo costo dell’inflazione deriva dall’interazione tra il

sistema tributario e il fenomeno inflattivo. Quanto maggiore è il tasso di inflazione,

tanto maggiore sarà l’imposta (ad es.: ↑P→↑IVA; oppure si passa a scaglioni d’imposta

superiori solo per colpa dell’inflazione).

L’illusione monetaria. Il terzo costo deriva dall’illusione monetaria, secondo il quale

pare che le persone commettano errori sistematici nel distinguere tra grandezze nominali

e reali. Gli economisti hanno raccolto dei dati che suggeriscono che l’inflazione induce

le persone e le imprese a prendere decisioni sbagliate (perché percepiscono ↑P come

costo e ↑W come ↑r).

La volatilità dell’inflazione. L’ultimo tipo di costi deriva dal fatto che una maggior

inflazione è di solito associata a un’inflazione più variabile. E un’inflazione più

variabile significa che attività finanziarie come i titoli, che promettono pagamenti futuri

fissati in termini nominali, diventano più rischiose; i segnali dei prezzi sono confusi: è

più difficile fare piani d’investimento.

Invece di emettere solo titoli nominali, i governi o le imprese potrebbero emettere anche

titoli indicizzati, cioè titoli che promettono pagamenti corretti per l’inflazione. Questi titoli

indicizzati permettono ai risparmiatori di evitare il rischio associato a un’inflazione elevata e

hanno pertanto avuto un grande successo.

I benefici dell’inflazione

Il signoraggio. A parità di altri fattori, i ricavi dalla creazione di moneta – cioè il

signoraggio – consentono al governo di prendere a prestito una somma minore o di

ridurre le imposte. Mentre l’ammontare del signoraggio è rilevante in alcuni casi, pare

poco rilevante nell’ambito della discussione sull’opportunità per i paesi OCSE di

ridurre il tasso di inflazione da un livello, diciamo, del 5% a zero.

La possibilità di ottenere tassi di interesse reali negativi.

Tasso reale = tasso nominale – inflazione (r = i – π).

Un tasso di inflazione positivo consente all’autorità monetaria di ottenere tassi di

interesse reali negativi, possibilità che può essere utile nel caso in cui l’economia si trovi

in una recessione:

i salari reali sono inferiori, quindi è possibile assumere più personale;

gli investimenti salgono, perché quel che si restituisce, in termini di capacità d’acquisto, è

inferiore a quanto preso a prestito.

Se l’inflazione attesa è positiva, il tasso può essere negativo. Se l’inflazione attesa è uguale

a zero, il tasso è zero. Infine, se c’è deflazione attesa, il tasso deve essere positivo.

Si consideri il Giappone alla fine del 1995 dove il tasso di interesse reale era superiore al

tasso nominale e l’effetto dei bassi tassi nominali sulla spesa piuttosto limitato cioè la

possibilità che la politica monetaria favorisse una ripresa dell’economia giapponese era

molto remota.

Il Giappone, quindi, era in deflazione: la IS era verticale; ↓i → Y =.

i IS LM

Y

Un riesame dell’illusione monetaria. Il fenomeno dell’illusione monetaria di fatto può

costituire anche un’argomentazione a favore di un tasso di inflazione positivo.

Il tasso ottimale di inflazione: il dibattito attuale

In questo periodo nei paesi OCSE è in corso un dibattito tra coloro che sono a favore di un

tasso positivo di inflazione (diciamo del 5%) e coloro che sono invece a favore della

stabilità dei prezzi, cioè di un’inflazione nulla.

I primi ritengono che i costi di un’inflazione tra lo 0 ed il 5% siano relativamente contenuti e

che i benefici di un’inflazione moderatamente positiva siano rilevanti.

Coloro che preferiscono un’inflazione nulla sostengono, invece, che l’inflazione è di per sé

un fenomeno negativo e sottolineano che la stabilità dei prezzi risolve i problemi molto

meglio di un obiettivo di inflazione del 5%.

Nessuno, tuttavia, ritiene che possa essere positivo avere inflazione >5% o <0%.

Moneta e liquidità (da qui alla fine del capitolo solo leggere)

Finora abbiamo mantenuto una netta distinzione tra la moneta e le altre attività finanziarie.

Tuttavia, le innovazioni rendono questa distinzione del tutto irrealistica.

La moneta e le altre attività finanziarie liquide

M1 è la somma del circolante ed assegni turistici, dei depositi in conto corrente che include

tutti i depositi a fronte dei quali possono essere emessi assegni.

Le attività sotto elencate non sono moneta. Tuttavia esse possono essere scambiate con

moneta a costi relativamente contenuti. Si dice che sono molto liquide.

Le quote dei fondi comuni monetari sono emesse dai fondi comuni monetari; si tratta di

intermediari finanziari che detengono attività finanziarie a breve scadenza e nelle passività

registrano depositi.

I depositi comuni monetari sono simili alle quote dei fondi comuni monetari, ma essi sono

offerti dalle banche.

I depositi vincolati sono meno liquidi delle attività che abbiamo elencato finora. Hanno una

scadenza esplicita e prevedono una penalità in caso di prelievo anticipato.

La somma di M1 e delle attività sopra elencate è chiamata M2. M2 è chiamata moneta in

senso esteso, M1 moneta in senso stretto.

Potremmo continuare a elencare le attività finanziarie con minor grado di liquidità come M3

che sono misure chiamate aggregati monetari.

Un riesame della domanda di moneta

La banca centrale controlla l’offerta di M1 dunque controlla direttamente la base monetaria;

e poiché i depositi in conto corrente sono soggetti ai vincoli sulle riserve, la banca centrale

indirettamente controlla anche l’offerta di depositi.

La domanda di M1 dipende da quanto convenienti sono le componenti di M1 rispetto alle

altre attività liquide. Quindi, una variazione dell’insieme di attività finanziarie disponibili

può modificare la domanda di M1.

Conseguenze per la politica monetaria

Il breve periodo. L’offerta reale di M1 deve essere uguale alla domanda di M1. La banca

centrale deve essere pronta a variare M1 a seguito di determinati spostamenti della domanda

di moneta. Un modo per individuare tali spostamenti è osservare l’andamento dei diversi

aggregati monetari.

Il lungo periodo. Un tasso di inflazione stabile potrebbe non essere associato a una

crescita stabile di M1. Anche nel lungo periodo non ci sarà una relazione molto stretta tra la

crescita di M1 e l’inflazione.

Potrebbe esistere una relazione più stretta tra il tasso di inflazione e il tasso di crescita di

M2. Tuttavia la relazione non è sempre affidabile. La crescita media di M2 è stata

insolitamente bassa rispetto all’inflazione. La ragione di questo fenomeno sembra essere

uno spostamento dai fondi comuni monetari ai fondi comuni azionari e obbligazionari.

Tali considerazioni evidenziano le carenze di M2 come misura di liquidità. Questo problema

ha indotto i ricercatori a cercare di costruire misure migliori della liquidità.

Misure di liquidità e aggregati monetari

Finora le misure che sono state costruite non sono migliori di M2. Quindi, a tutt’oggi M2

rimane la misura di liquidità maggiormente usata.

La Fed in azione

Il mandato della Fed

E’ stato stabilito nella Legge Humphrey – Hawkins. La Fed ha il mandato non solo di

ridurre l’inflazione, ma anche di stabilizzare l’attività economica.

L’organizzazione della Fed

Il Federal Reserve System è composto da tre parti:

un insieme di 12 Federal Reserve Districts, ciascuno con a capo una banca sottostante alla

Fed. Le funzioni riguardano la gestione delle operazioni di compensazione e la vigilanza

delle attività bancarie e finanziarie nel distretto;

il Board of Governors, con sede a Washington, DC. Il Consiglio ha 7 membri, incluso il

Governatore della Fed. Ha il compito di definire la politica monetaria degli Stati Uniti;

il Federal Open Market Committee (FOMC) ha anch’esso sede a Washington. Il

Comitato ha 12 membri. La funzione principale è di fornire istruzioni all’Open Market

Desk, l’agenzia incaricata delle operazioni di mercato aperto – le compravendite di titoli da

parte della Fed – con sede a New York.

Il Governatore della Fed di fatto è molto potente. E la maggior parte delle decisioni sono

prese dal Federal Open Market Committee. La Fed è una delle banche centrali più

indipendenti del mondo. La principale leva di controllo del Presidente e del Congresso è la

nomina e l’approvazione del Governatore ogni 4 anni. Ma il Governatore è libero di

scegliere la politica monetaria.

Gli strumenti di politica monetaria

La Fed ha tre strumenti per controllare l’offerta di moneta, M. Il primo, i vincoli sulle

riserve, influenzano il moltiplicatore della moneta. Gli altri due, il prestito alle banche e le

operazioni di mercato aperto, influenzano la base monetaria, H.

Vincoli sulle riserve. La Fed determina le riserve obbligatorie, cioè l’ammontare minimo di

riserve che le banche devono detenere in proporzione ai depositi in conto corrente. La Fed

impone vincoli superiori al livello che sceglierebbero liberamente le banche. Modificando i

vincoli sulle riserve, la Fed cambia il moltiplicatore della moneta e quindi l’offerta di

moneta, senza variare la base monetaria. Gli aumenti dei vincoli sulle riserve possono

costringere le banche ad esempio esigere il rimborso di prestiti già accordati. Per questa

ragione, la Fed è diventata sempre più riluttante a utilizzare i vincoli sulle riserve come

strumento di politica macroeconomica.

Prestiti alle banche. La Fed può accordare prestiti alle banche. Quanto è disposta a

prestare e a quali condizioni costituiscono gli elementi della cosiddetta politica di sconto. Il

tasso al quale la banca centrale presta denaro alle banche è chiamato tasso di sconto.

Attraverso un effetto sulle aspettative dei tassi di interesse futuri attesi, una riduzione del

tasso di sconto si riflette in un calo dei tassi di interesse a medio e lungo termine.

Operazioni di mercato aperto. Con le quali essa acquista e vende titoli sul mercato dei

titoli. Le operazioni di mercato aperto si sono rivelate lo strumento più adatto e flessibile per

cambiare la base monetaria, e quindi l’offerta di moneta, M.

La riserva obbligatoria delle banche: una forma particolare di signoraggio

Perché una banca centrale può avere interesse ad imporre alle banche un coefficiente di

riserva particolarmente elevato?

Il primo motivo è che le riserve costituiscono un’imposta sulle banche. La riserva è quindi

una forma particolare di tassazione, di fatto equivalente al signoraggio. Il coefficiente di

riserva obbligatoria sono particolarmente alti quando un paese deve finanziarie un

disavanzo pubblico elevato.

Il secondo motivo è che un aumento del coefficiente di riserva attenua l’impatto sull’offerta

di moneta del disavanzo pubblico.

Quando il mercato finanziario è aperto, tassare molto le proprie banche vuol dire spiazzarle

rispetto ai loro concorrenti internazionali. In Europa, via via che cresceva l’integrazione dei

mercati finanziari, i paesi che imponevano alle loro banche una riserva elevata l’hanno

dovuta rapidamente ridurre.

La politica in pratica

In che modo viene decisa la politica monetaria? Negli Stati Uniti, il punto di partenza per

capire questo processo è dato dalle riunioni del FOMC, che hanno luogo ogni 6 settimane.

Lo staff della Fed prepara previsioni e simulazioni degli effetti di diverse politiche

monetarie. Il FOMC decide poi il corso della politica monetaria. Attualmente, la Fed

annuncia i suoi obiettivi per due aggregrati monetari, M2 e M3.

La conduzione delle operazioni di mercato aperto è delegata al responsabile dell’Open

Market Desk che osserva l’andamento di tutti i tassi di interesse. Uno dei tassi più

importanti è il tasso di interesse sul mercato dei federal funds, il mercato nel quale le banche

che hanno riserve in eccesso prestano denaro giornalmente alle banche che hanno riserve

insufficienti. Questo tasso di interesse overnight è chiamato tasso di interesse sui federal

funds. Quando nuove informazioni sull’andamento dell’economia sono disponibili, il

responsabili dell’Open Market Desk adegua la politica monetaria come meglio crede, fino

alla successiva riunione del FOMC.

Il ruolo degli obiettivi

In che misura la Fed riesce a mantenere gli aggregati monetari all’interno degli intervalli di

variazione che si è posta come obiettivo? E’ evidente che la Fed non sempre riesce a

raggiungere gli obiettivi prefissati. A che scopo allora annunciare un intervallo di

variazione? Ci sono 2 ragioni:

L’intervallo di variazione serve come segnale delle intenzioni della Fed.

L’intervallo di variazione prefissato dalla Fed serve come punto di riferimento per giudicare

la condotta della Fed stessa da parte degli operatori economici.

Questo modo di condurre la politica monetaria funziona? Negli Stati Uniti esso ha

funzionato piuttosto bene negli ultimi 15 anni: la Fed è riuscita a preservare sia un certo

grado di flessibilità sia la sua credibilità di fronte qai mercati finanziari, convincendoli del

suo impegno a mantenere un basso tasso di inflazione. Allo stesso tempo, essa ha potuto

utilizzare la politica monetaria per ridurre le fluttuazioni della produzione. Attualmente la

condotta della Fed mostra che una banca centrale può mantenere credibilità e flessibilità allo

stesso tempo.

Capitolo 20: La politica fiscale

Nel breve periodo, un disavanzo di bilancio fa aumentare la domanda e quindi la

produzione.

La politica fiscale, cioè variazioni nelle imposte e nella spesa pubblica, può quindi essere

utilizzata per stabilizzare il livello del reddito e dell’occupazione. Tuttavia, l’ampiezza

dell’impatto della politica fiscale sulla produzione dipende in gran parte dalle aspettative.

Nel lungo periodo, la produzione torna al suo livello naturale. Ma quest’ultimo può essere

influenzato dalla politica fiscale: se, ad esempio, il disavanzo pubblico disincentiva gli

investimenti, lo stock di capitale diminuisce e ciò si rifletterà, nel lungo periodo, in un minor

livello di produzione.

L’equivalenza ricardiana

Come cambia la nostra analisi degli effetti del disavanzo pubblico sulla produzione, quando

si tiene conto del vincolo di bilancio del governo? Né il disavanzo né il debito hanno effetti

sull’attività economica. Questa proposizione è nota come teorema di equivalenza

ricardiana o come proposizione di Barro – Ricardo.

Il teorema di equivalenza ricardiana ci dice che se il governo finanzia una data spesa

pubblica con debito, il risparmio privato aumenterà in misura pari alla riduzione del

risparmio pubblico, lasciando invariato il risparmio totale. Di conseguenza, anche le risorse

destinate all’investimento rimarranno invariate. Il debito pubblico aumenterà, ma questo

aumento non avverrà a scapito dell’accumulazione di capitale.

In conclusione il disavanzo pubblico ha effetti rilevanti sull’attività economica. Nel breve

periodo, forti disavanzi probabilmente fanno aumentare la domanda e la produzione. Nel

lungo periodo, tuttavia, un maggior debito pubblico riduce l’accumulazione di capitale e

quindi gli investimenti e la produzione.

Una dimostrazione formale dell’equivalenza ricardiana

Il modo in cui il governo finanzia la spesa pubblica (mantenendo le imposte basse nel primo

periodo ed indebitandosi, oppure raccogliendo in ciascun periodo un volume di imposte

sufficiente a pagare la spesa pubblica di quel periodo) è del tutto irrilevante. Questo è il

risultato di equivalenza ricardiana.

Un corollario di questo risultato è che il livello del debito pubblico è irrilevante. Un livello

di debito più elevato è solo l’effetto della decisione del governo di spostare le imposte dal

presente al futuro, e non ha alcun effetto sul comportamento delle famiglie. Anche questo

corollario tuttavia si scontra con l’evidenza empirica.

I limiti del teorema di equivalenza ricardiana

Perché l’evidenza empirica mostra che la politica finanziaria del governo non è irrilevante?

Per cercare di capire le ragioni di questa discrepanza tra il risultato teorico e l’evidenza

empirica è necessario riflettere sulle ipotesi che abbiamo fatto per ottenere il risultato di

irrilevanza. Sono 3:

Le imposte non sono distorsive, nella realtà invece lo sono: aliquote di imposta più elevate,

sui redditi da lavoro e sui redditi da capitale, riducono gli incentivi a lavorare e a investire,

con il risultato che il livello della produzione sarà, a parità di altre condizioni, più basso;

I consumatori possono prendere e dare a prestito al medesimo tasso di interesse, non

abbiamo quindi distinto fra il tasso al quale il consumatore può prendere a prestito e il tasso

al quale può investire il proprio risparmio. Nella realtà i due tassi di interesse sono diversi;

L’orizzonte temporale dei consumatori è uguale a quello del governo, nel nostro esempio

consumatori e governo avevano il medesimo orizzonte: due periodi. Che cosa accade se il

governo trasferisce dalla generazione presente a quelle future le imposte necessarie per

pagare le spese correnti? Esistono due generazioni: ciascuna vive due periodi ed esse si

sovrappongono parzialmente: i giovani della seconda generazione nascono quando sono

vecchi gli individui della generazione precedente.

Il ruolo di avanzi e disavanzi

I disavanzi (o gli avanzi) di bilancio aiutano a stabilizzare l’attività economica e consentono

di distribuire nel tempo il costo di eventi particolari, come una guerra o una spesa

eccezionalmente elevata.

Disavanzi, stabilizzazione della produzione ed il disavanzo corretto per il ciclo

Per valutare se una data politica fiscale sia appropriata, gli economisti hanno costruito delle

misure del disavanzo che dicono a che livello esso si collocherebbe se la produzione fosse

al suo livello naturale, tenendo conto della legislazione fiscale e delle regole di spesa

esistenti. Tali misure prendono nomi diversi, noi useremo disavanzo corretto per il ciclo.

Se il disavanzo effettivo è positivo, ma il disavanzo corretto per il ciclo è nullo, allora la

politica fiscale è compatibile con l’obiettivo di non aumentare sistematicamente il debito nel

corso del tempo.

In periodi di recessione, il governo potrebbe decidere di generare un disavanzo tale da

rendere positivo anche il disavanzo corretto per il ciclo. In questo caso per stabilizzare il

debito il governo dovrà in futuro produrre avanzi corretti per il ciclo.

La teoria sottostante al concetto di disavanzo corretto per il ciclo è semplice, ma il calcolo di

questo indicatore si è invece rilevato più problematico. Per capire le ragioni, dobbiamo

spiegare come sono costruite le misure del disavanzo. La loro costruzione avviene in due

passaggi. Il primo consiste nello stabilire di quanto diminuirebbe il disavanzo se la

produzione aumentasse, diciamo, dell’1%. Il secondo consiste nel valutare la distanza della

produzione effettiva dal suo livello naturale.

Il primo passaggio è immediato. Una riduzione dell’1% della produzione comporta un

aumento del disavanzo pari allo 0,5% del PIL.

Il secondo passaggio si è rivelato più difficile. Una stima troppo bassa del tasso naturale di

disoccupazione comporta quindi una stima troppo elevata del livello naturale di produzione,

e quindi una stima troppo ottimistica del disavanzo corretto per il ciclo.

Guerre e disavanzi

E’ giusto che i governi ricorrano al disavanzo per finanziare le guerre? Si, per due motivi. Il

primo è di natura distributiva: il disavanzo è un modo per attribuire parte dell’onere della

guerra alle generazioni future, che beneficeranno anch’esse dello sforzo bellico. Il secondo

è di natura strettamente economica: il disavanzo consente di ridurre le distorsioni fiscali.

La distribuzione nel tempo dell’onere del debito. Da cosa dipende la distribuzione

dell’onere del conflitto? Quanto più il governo ricorre al disavanzo, tanto minore sarà il calo

dei consumi durante la guerra e tanto maggiore sarà invece la riduzione dell’investimento.

Un minor investimento comporta un minor stock di capitale dopo la guerra, e quindi un

minor livello di produzione futura. Riducendo l’accumulazione di capitale, il disavanzo

costituisce un modo per ridistribuire l’onere della guerra tra le generazioni future.

L’effetto di imposte distorsive. Invece di variare le aliquote di imposta per mantenere il

bilancio in pareggio, è meglio mantenere aliquote di imposta relativamente costanti nel

tempo, cioè attuare il cosiddetto tax smoothing. In questo modo si generano disavanzi di

bilancio solo quando la spesa pubblica è eccezionalmente elevata, mentre in tempi normali si

registreranno modesti avanzi.

L’esempio degli Stati Uniti. Nel tempo, tuttavia il governo americano soddisfa il vincolo

di bilancio intertemporale: non vi è infatti una tendenza del debito a crescere senza limiti;

periodi di rapida accumulazione del debito sono seguiti da periodi di altrettanto rapida

riduzione.

Il disavanzo di bilancio degli Stati Uniti (da qui alla fine del capitolo solo leggere)

Per il bilancio federale esistono due serie di dati. Il governo utilizza un suo sistema di

contabilità, esiste però anche un sistema contabile alternativo ossia il sistema della

contabilità nazionale che è economicamente più significativo. Le principali differenze sono:

I dati utilizzati dal governo si riferiscono a un particolare anno fiscale. Al contrario, i dati

forniti dalla contabilità nazionale si riferiscono all’anno solare;

I dati utilizzati dal governo sono distinti in due categorie: on – budget (dentro il bilancio) e

off – budget (fuori dal bilancio, la voce più importante delle spese è la Previdenza sociale).

Se la distinzione tra voci on – budget e off – budget può avere un significato politico, essa

non ha alcun senso dal punto di vista economico. Per questo motivo i dati forniti dalla

contabilità nazionale non fanno alcuna distinzione e riportano semplicemente la somma dei

disavanzi on – budget e off – budget;

I due sistemi contabili differiscono anche nel modo in cui trattano le privatizzazioni e cioè la

vendita di attività da parte del governo. Il sistema contabile utilizzato dal governo considera

tali vendite come ricavi. I conti di contabilità nazionale, invece, tengono conto del fatto che

una privatizzazione aumenta le entrate correnti, ma riduce le entrate future per cui esse non

sono incluse nelle entrate del governo;

Infine, vi sono due dati diversi per il debito del governo federale. Il primo è il “debito

lordo”, la somma delle passività finanziarie del governo federale. Il secondo dato è il

“debito netto”, la somma di tutte le passività finanziarie del governo federale meno la

somma delle sue attività finanziarie.

Perché mai la riduzione del disavanzo è un tema tanto dibattuto negli Stati Uniti? Ci sono

due argomenti a favore di una riduzione del disavanzo. Il primo deriva dalla crescita attesa

dei diritti acquisiti: se non si modificherà la legislazione, il disavanzo continuerà a crescere.

La seconda è il basso tasso di risparmio degli Stati Uniti.

La crescita dei diritti acquisiti. Circa la metà della spesa federale statunitense riguarda

capitoli di spesa che prevedono il pagamento di benefici e indennità a coloro che soddisfano

requisiti fissati per legge. I tre capitoli principali sono la Previdenza sociale (che paga le

pensioni), il Medicare (che fornisce assistenza sanitaria agli anziani) e il Medicad (che

fornisce assistenza sanitaria ai poveri).

Queste voci di spesa crescono nel tempo per due ragioni. La prima è l’invecchiamento

dell’America e cioè il rapido aumento della proporzione di persone con più di 65 anni che

avverrà quando la generazione del baby boom raggiungerà l’età pensionabile, nel 2010. La

seconda è il continuo aumento dei costi dell’assistenza sanitaria.

Quindi, per evitare ulteriori aumenti del disavanzo, il governo dovrà aumentare le imposte o

modificare alcuni diritti acquisiti. La seconda pare l’alternativa più probabile.

Il basso tasso di risparmio negli Stati Uniti. E’ un’altra buona ragione a favore di una

riduzione del disavanzo pubblico. E’ tra i più bassi di tutti i paesi OCSE.

Se crediamo che gli Stati Uniti non risparmino abbastanza per il futuro, dobbiamo

riconoscere che la scarsità di risparmio privato potrebbe essere compensata da un maggior

risparmio pubblico, e che pertanto ci sono buone ragioni per eliminare il disavanzo di

bilancio o per produrre degli avanzi.

I conti pubblici in Italia

Anche in Italia esistono due diverse fonti di informazioni per i conti pubblici. I conti delle

Amministrazioni pubbliche e relativi al Settore statale, le amministrazioni dello Stato in

senso stretto tra le quali l’INPS.

Nonostante coprano solo un sotto – insieme delle Amministrazioni pubbliche, i conti del

settore statale offrono un’informazione abbastanza accurata dell’andamento del disavanzo

pubblico. Per due motivi: il primo è che la gran parte del gettito fiscale affluisce allo Stato; il

secondo è che solo lo Stato può indebitarsi.

L’informazione relativa ai conti del Settore statale deve tuttavia essere considerata con

qualche cautela, per due motivi. Innanzitutto il processo di decentramento fiscale sta

spostando il gettito fiscale dallo Stato alle amministrazioni locali. Infine, i dati sul debito

pubblico in Italia fanno riferimento al debito lordo. Il ricavato dalla vendita di attività dello

Stato non è considerato come una normale entrata fiscale. Il ricavato di queste vendite è

invece usato per riacquistare titoli pubblici sul mercato, e quindi va direttamente a ridurre lo

stock di debito pubblico. Capitolo 13: Il mercato del lavoro

↑ Domanda di beni → ↑ Y (produzione) → ↑ occupazione → ↑ W (salari) → ↑ Costi di produzione → ↑ P

La forza lavoro è la somma dei lavoratori e delle persone in cerca di lavoro. Il tasso di disoccupazione è

definito come il rapporto dei disoccupati rispetto alla forza lavoro.

Un’occupazione costante può riflettere due situazioni totalmente differenti:

Molte interruzioni e altrettante assunzioni o

Un mercato statico.

I lavoratori scoraggiati sono quelli che, pur non essendo in cerca di un lavoro, lo accetterebbero in caso se

ne presentasse l’occasione. Per questa ragione gli economisti a volte considerano il tasso di non

occupazione invece del tasso di disoccupazione. Dal tasso di disoccupazione aggregato dipende l’effetto

della disoccupazione sui salari.

Le imprese prima decidono di non assumere e, poi, eventualmente di licenziare, se la riduzione della domanda è cospicua.

Una disoccupazione più elevata significa, quindi, per i disoccupati, una minor probabilità di trovare lavoro,

e, per gli occupati, una maggior probabilità di perderlo. Il rischio di perdere il lavoro aumenta per i giovani ed i meno

qualificati. La determinazione dei salari

Negli USA la contrattazione collettiva ha un’importanza marginale. In Giappone ed in Europa, la contrattazione collettiva ha un

ruolo importante. Nonostante ciò ravvisiamo elementi comuni:

I lavoratori di solito percepiscono un salario superiore al loro salario di riserva, cioè il salario che li rende

indifferenti tra lavorare ed essere disoccupati.

Nota bene: quanto più basso è il tasso di disoccupazione, tanto maggiori sono i salari.

La contrattazione

La forza contrattuale deriva da:

costi di turnover: sono dati dal fatto che, in caso di dimissioni, l’impresa dovrebbe mettersi alla ricerca di

un altro lavoratore. Ad es., rimpiazzare un lavoratore da McDonalds non è costoso, ma in molti altri casi lo è.

Le condizioni sul mercato del lavoro (disoccupazione elevata o meno). Un aumento del tasso di

disoccupazione riduce i salari poiché indebolisce la forza contrattuale.

La teoria degli “Efficency Wages”

Le imprese potrebbero, quindi, voler pagare un salario superiore a quello di riserva per:

ridurre i costi di turnover;

aumentare la produttività;

rendere più costosa per i lavoratori la perdita del lavoro nel caso in cui vengano scoperti negligenti (Henry

Ford)

Queste affermazioni suggeriscono che i salari dipendono sempre dalla natura del lavoro e dalle condizioni del mercato del lavoro.

Salari e disoccupazione

Equazione dei salari:

PeF(u,z)

W =

Il salario nominale aggregato, W, dipende da 3 fattori:

e.

il livello atteso dei prezzi: P Un aumento del livello atteso dei P provoca un aumento proporzionale del

salario nominale.

il tasso di disoccupazione: u

la variabile generica: z (rappresenta tutte le altre variabili che influenzano i salari):

l’indennità di disoccupazione fa aumentare i salari;

se è più facile trovare lavoro, la prospettiva di diventare disoccupati è meno drammatica;

z può rappresentare anche un aumento del tasso di cambiamento strutturale dell’economia.

I lavoratori e le imprese sono interessati ai salari reali (cioè ai salari in termini di beni: W/P), non a quelli

nominali. Il tasso naturale di disoccupazione

e

Se P = P l’equazione dei salari diventa:

W = PF(u,z)

Dividendo entrambi i lati per il livello dei P, otteniamo:

W/P = F(u,z)

Quanto maggiore è il tasso di disoccupazione, tanto minore sarà il salario reale scelto da chi fissa i salari.

Chiamiamo questa relazione equazione dei salari: Wage Settings (WS).

La determinazione dei Prezzi

Assumiamo che le imprese producano beni usando il lavoro come unico fattore produttivo:

Y = AN

Dove Y è la produzione, N l’occupazione e A la produttività del lavoro.

Data l’ipotesi di produttività costante, Y = N.

Il prezzo di un’unità di produzione sarebbe uguale al costo: P sarebbe uguale a W. Ma molte imprese

caricano un prezzo superiore al costo marginale nel modo che segue:

P = (1 + µ)W

Dove µ è il ricarico (= markup = utile)

L’equazione dei Prezzi (PS = Price Settings)

P = (1 + µ)W, dividiamo entrambi i lati per il salario nominale e otteniamo: P/W = 1 + µ

Poi invertiamo entrambi i lati per ottenere il salario reale: W/P = 1 / (1 + µ)

L’equazione dei prezzi è disegnata come una retta e comporta un salario reale costante, uguale a 1 / (1 + µ),

quindi indipendente dal tasso di disoccupazione.

Dall’incrocio tra WS e PS otteniamo:

F(u,z) = 1 / (1 + µ)

Il salario reale scelto nella contrattazione salariale è una funzione decrescente del tasso di disoccupazione. Il

salario reale derivante dalla fissazione dei prezzi è costante, indipendente dal tasso di disoccupazione.

W/P

1 / (1 + µ) PS

WS

u

Nota bene: il tasso di disoccupazione in corrispondenza del quale le decisioni di prezzo e le decisioni di

salario sono coerenti tra loro è detto “tasso naturale di disoccupazione”.

W/P PS’

↑sussidi ↑antitrust

A PS

1 / (1 + µ) WS’

WS

u’’n u u

n ’n

L’equilibrio sul mercato del lavoro determina il tasso naturale di disoccupazione e, a sua volta, il livello

naturale di produzione. Nel lungo periodo, la disoccupazione torna al suo tasso naturale.

Capitolo 14: Mercati reali, finanziari e del lavoro

L’offerta aggregata

L’equazione di offerta aggregata descrive gli effetti della produzione sul livello dei prezzi. Essa è derivata

dall’equilibrio sul mercato del lavoro. Vediamo l’equazione di offerta aggregata:

Y

e

P = P (1+µ)F 1 − ─, z dove: u = 1 − Y/L

L

Un maggior livello atteso dei prezzi si riflette in un aumento proporzionale del livello effettivo dei prezzi

(se chi fissa i salari si aspetta prezzi maggiori, fisserà salari maggiori: le aspettative si auto-realizzano)

Un aumento della produzione (Y) provoca un aumento del livello dei prezzi: ↑ Y → ↑ N → ↓ u → ↑ W →

↑ costi per le imprese → ↑ P Il livello naturale di produzione Pe).

Quando il tasso di disoccupazione è naturale (u = un), i prezzi sono uguali al loro livello atteso (P =

Bassa disoccupazione induce alti salari nominali e prezzi elevati (e viceversa).

La curva AS

Nota bene: L’equazione di offerta aggregata, che mette in relazione la produzione ed il livello dei prezzi, è

rappresentata dalla curva di offerta aggregata (aggregate supply) che è inclinata positivamente perché, dato il

livello atteso dei prezzi, un aumento della produzione fa aumentare il livello dei Prezzi:

AS

Pe Yn La domanda aggregata

LM’ M

i’ A’ LM Y = F , G, T

i A IS P

Y’ Y

P’ A’

P A AD

Y’ Y


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Macroeconomia, basato su appunti personali e studio autonomo dal cap. 13 testo consigliato dal docente Macroeconomia, di O.Blanchard a partire , con riferimento ai seguenti argomenti: la teoria Efficiency Wages, equazione di offerta aggregata, equazione di domanda aggregata, la curva di Phillips, inflazione, disinflazione, disoccupazione, i tassi di interesse, i tassi di cambio, politica economica e politica monetaria.


DETTAGLI
Esame: Macroeconomia
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e management (COMO - VARESE)
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Macroeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Insubria Como Varese - Uninsubria o del prof Variato Anna Maria.

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