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La ricerca qualitativa in psicologia clinica

Teoria, pratica, vincoli metodologici

Testo di: Del Corno F., Rizzi P.

Premesse di un discorso sulla ricerca qualitativa

Quantità e qualità

Il dibattito tra valutazione qualitativa e quantitativa risale a molti secoli fa. Si tratta di contrapposizioni che si sono trascinate fino ai giorni nostri. Nella storia della filosofia, la tendenza generale è certamente stata quella di ridurre la qualità a quantità. Questo processo ha origine sostanzialmente con Cartesio, per il quale la quantità designa le qualità primarie, ossia oggettive e misurabili, come la grandezza, la figura, e il movimento; le qualità secondarie sono invece soggettive e non quantificabili.

Hegel, per esempio, afferma l'esistenza di un passaggio dalla quantità alla qualità a causa di un mutamento della quantità stessa, come quando una certa quantità di calore nell'acqua produce il passaggio dell'acqua dallo stato liquido a quello solido. Kierkegaard si ispira a Hegel per elaborare il proprio concetto di "salto", ossia di un vero e proprio passaggio qualitativo da uno stato all'altro. Tuttavia, per molti anni il primato della quantificazione è esistito in molte discipline (fra cui la psicologia e la psicologia clinica in particolare) e solo recentemente si è limitato, lasciando spazio adeguato all'approccio qualitativo.

Possibilità e rischi di un'integrazione: come scrivono Leuzinger-Bohleber e Target, i paradigmi quantitativi e qualitativi vengono spesso presentati come se fossero metodologie alternative, con retroterra culturali accademici differenti, al punto che questa dialettica rischia di trasformarsi in una "lotta". In realtà, come argomentato da alcuni studiosi, gli approcci qualitativo e quantitativo non sono l'uno buono e l'altro cattivo.

Invece, tutti i paradigmi per ottenere informazioni empiriche sul comportamento dei sistemi umani pongono seri problemi epistemologici e relativi all'evidenza delle prove addotte. I diversi paradigmi pongono problemi differenti, parimenti importanti. Riteniamo che la disciplina (la psicologia) ha bisogno di un maggiore utilizzo di entrambi gli approcci, sia quantitativi che qualitativi. L'uno e l'altro hanno punti di forza e punti di debolezza differenti e complementari e, da un punto di vista metodologico, abbiamo bisogno di tutto l'aiuto possibile ottenere.

Leuzinger-Bohleber e Target scrivono che una delle difficoltà che gli psicologi possono incontrare nel differenziare fra loro questi metodi è costituita dalla generale presenza di una fase qualitativa di importanza vitale anche nella ricerca quantitativa. Secondo alcuni autori di scuola qualitativa, tuttavia, il tentativo di sanare la dicotomia accettando l'esistenza e l'uguale dignità dei due approcci nasconde alcune insidie, che vanno identificate ed evitate.

Maracek segnala 5 miti (affermazioni frequenti ma fallaci) dai quali i ricercatori non devono farsi ingannare. In realtà, la psicologia qualitativa e la psicologia quantitativa sono metodi complementari: l'uso di metodi qualitativi e quantitativi nello stesso progetto di ricerca è assai complesso e non così scontato che i risultati dei due approcci siano convergenti. Anzi, spesso al ricerca qualitativa e gli studi quantitativi producono outcome molto differenti fra loro.

Quando la ricerca qualitativa produce un quadro della situazione differente da quello offerto dai dati quantitativi, consiste nel chiedersi: "Che cosa è più vero?" per domandarsi invece: "Quale tipo di verità sono interessato ad ascoltare?". I dati qualitativi sono un'integrazione della ricerca quantitativa: è vero che talvolta la ricerca qualitativa è utile per generare ipotesi che potranno poi essere vagliate quantitativamente; è altrettanto vero che alcuni dati di tipo qualitativo possono integrare i risultati di una ricerca quantitativa. Ma si tratta di un utilizzo parziale di strumenti di conoscenza che si reggono bene sulle propria fondamenta e non hanno bisogno di altro.

La psicologia qualitativa è induttiva; la psicologia quantitativa è deduttiva: chiunque faccia ricerca sa che il modello della verifica delle ipotesi, benché deduttivo nei propri fondamenti, spesso comprende elementi sia deduttivi che induttivi. La psicologia qualitativa è soltanto una psicologia senza numeri: in realtà, il criterio che differenzia gli approcci qualitativi e gli approcci quantitativi non è relativo semplicemente agli strumenti di indagine, bensì alla finalità di quest'ultima.

Nei termini di Maracek, non è un problema di means, bensì di ends. Ricorda che i ricercatori che usano i metodi Q-sort, per esempio, condividono sostanzialmente un approccio di tipo qualitativo, anche se spesso sottopongono i risultati ottenuti ad analisi statistiche. Gli approcci qualitativi sono progressisti: ogni approccio alla ricerca può essere usato per finalità progressive oppure reazionarie e siamo di nuovo al problema degli ends.

Sviluppo storico

Innanzitutto, anche in psicologia (e in psicologia clinica) la ricerca qualitativa è ormai uscita dalla sua fase pioneristica e si è diffusa ampiamente. Come riassume efficacemente Maracek, gli psicologi, oggi, non si chiedono più se debbano essere impiegati i metodi qualitativi, bensì quando e come.

La stessa autrice segnala la sua preferenza per il termine "posizione qualitativa" piuttosto che metodi qualitativi, proprio per indicare il fatto che sono in gioco questioni che vanno al di là della scelta di questa o di quella tecnica di raccolta e di analisi dei dati. La posizione qualitativa si fonda su un'epistemologia differente da quella dell'approccio quantitativo e presuppone: l'impossibilità di effettuare qualsiasi studio di carattere psicologico prescindendo dalle variabili di natura storica, sociale e culturale; la necessità di situare le persone alle quali si indirizza l'attenzione dei ricercatori nel contesto della loro vita abituale, da do particolare rilievo alla loro collocazione sociale; la necessità di considerare queste persone come soggetti attivi del processo di ricerca, dotati di riflessività e intenzionalità.

Quanto ai possibili rapporti fra ricerca quantitativa e ricerca qualitativa, sono ormai numerosi gli autori che sono orientati a chiedersi se è proprio vero che questi approcci sono così diversi da non poter mai essere impiegati insieme. Langdridge, tuttavia, segnala l'esistenza di punti di vista, fra molti ricercatori qualitativi, ostili a un'integrazione e preoccupati di perdere il rigore fondamento del loro approccio. D'altra parte, fra i ricercatori quantitativi, una posizione diffusa nei confronti della ricerca qualitativa spesso l'indifferenza.

Langdridge scrive che i ricercatori stanno cominciando a intravedere l'utilità di una strategia pratica di ricerca nella quale la pressione dell'argomento sottoposto a indagine riunisce più chiaramente differenti prospettive e metodi. Adottando un approccio multimethod, assumendo differenti prospettive e utilizzando differenti metodi, abbiamo la possibilità di una più ampia comprensione dell'argomento. Langdridge fa un esempio: una ricerca quantitativa può informarci su quante sono le persone depresse, mentre la ricerca qualitativa fenomenologia può aiutarci a capire che cosa comporta l'esperienza della depressione.

Si tratta di attuare quelli che oggi, in letteratura, vengono definiti piani di ricerca con metodi misti (che segnalano il superamento dei miti prima elencati). Di questi ultimi, Creswell e colleghi hanno messo a punto una tipologia.

  • Piani di ricerca sequenziali: Esplicitativi: i dati quantitativi costituiscono il punto di partenza; i dati qualitativi servono a corroborare quelli quantitativi. Si tratta di piani utili per spiegare condizioni e situazioni relativamente poco conosciute.
  • Esplorativi: il punto di partenza sono i dati qualitativi; i dati quantitativi servono a discutere quelli qualitativi. Si tratta di piani utili per verificare e approfondire teorie emergenti, oppure costruire nuovi strumenti di indagine.
  • Trasformativi: il punto di partenza possono essere sia i dati quantitativi sia i dati qualitativi, in base allo specifico intento della ricerca. Si tratta di piani utili per dar voce a prospettive innovative emergenti dai partecipanti alla ricerca, nonché a cambiamenti che si evidenziano durante il processo di analisi dei dati.
  • Piani di ricerca concorrenti: Di triangolazione: vengono raccolti e analizzati dati sia quantitativi sia qualitativi. Lo scopo è valutare in quale misura e in quale modo dati di diversa origine convergono/divergono e si confermano/disconfermano a vicenda.
  • Annidati: sia i dati quantitativi sia quelli qualitativi possono essere annidati gli uni negli altri. I dati annidati ricevono minor importanza di quella attribuita ai dati in cui i primi si annidano. Sono così possibili diversi livelli di analisi, anche indipendenti dallo scopo generale della ricerca.
  • Trasformativi: i dati quantitativi e qualitativi sono raccolti e analizzati contemporaneamente. È il contesto della ricerca a suggerire a quelli dati dare la precedenza nel momento dell'inizio dell'interpretazione complessiva dei risultati.

Ai metodi misti dedicano un lavoro molto articolato Yardley e Bishop che suggeriscono di sostituire la definizione di "mixed methods" con la "composite analysis", particolarmente dipendenti anche all'interno più grande della somma di queste ultime. L'intento è quello di un approccio pragmatico nella convinzione che il valore di uno studio non consiste nel metodo che è stato impiegato, ma nel fatto che esso dimostri le caratteristiche fondamentali di una buona ricerca: rigore nella conduzione; sensibilità analitica verso al teoria e verso i dati; trasparenza e coerenza nella presentazione dei risultati; significatività per il futuro delle attività umane.

Da un punto di vista epistemologico, siamo nei dintorni del concetto di "consilience", che Merciai e Cannella traducono efficacemente con "convergenza esplicativa", ricordandone che si tratta del tentativo di mettere insieme in modo armonico e integrato i vari pezzi del sapere, cioè le varie conoscenze che differenti discipline propongono dei medesimi ambiti di realtà.

Background filosofico

McLeod scrive che le radici di tutta la ricerca qualitativa affondano nell'ermeneutica e nella fenomenologia.

La fenomenologia: tutti coloro che fanno ricerca qualitativa non possono che applicare la procedura indicata originariamente da Husserl: cioè mettere in "parentesi" gli "assunti", descrivere in modo attento ed esauriente l'essenza del fenomeno. Si sottolinea, in particolare, il fatto che la fenomenologia studia le prospettive soggettive sul mondo; tenta di descrivere dettagliatamente il contenuto e la struttura della coscienza dei soggetti, per cogliere la diversità qualitativa delle loro esperienze e spiegarne i significati. Altri autori, tuttavia, sottolineano l'esistenza di differenze essenziali fra la fenomenologia husserliana e l'uso del metodo fenomenologico nella ricerca qualitativa in generale e nella psicologia in particolare.

Peraltro, già Husserl aveva distinto la psicologia in quanto scienza di dati di fatto e di accadimenti reali inseriti nel mondo spazio-temporale dalla fenomenologia, che è una scienza di essenze, che purifica i fenomeni dalle loro caratteristiche empiriche (riduzione eidetica) e li porta sul piano della realtà essenziale (i fenomeni sono trasformati in "irrealtà"). Dal concetto di epoché, i ricercatori traggono soprattutto quello che oggi è il concetto di "riflessività" (capitolo 12). Questa riguarda sia la consapevolezza del contributo che il ricercatore apporta alla costruzione dei diversi significati dei fenomeni, sia la consapevolezza della necessità di esplorare i modi in cui il coinvolgimento del ricercatore relativo a un particolare oggetto di studio influenza, condiziona e dà forma al particolare progetto di ricerca che riguarda quest'ultimo.

L'ermeneutica: a proposito delle radici ermeneutiche della ricerca qualitativa, numerosi autori sottolineano il fatto che l'ermeneutica non è assunta nel suo significato di "semplice interpretazione", bensì di "interpretazione alla luce della tradizione". La precisazione è importante, perché sottolinea la necessità che gli studi ermeneutici siano fondati sull'esistenza di una comunità di studiosi che vogliano impegnarsi in un dialogo che riguarda le interpretazioni alternative dei testi.

Riassumendo, si può dire che l'ermeneutica è sostanzialmente una forma di indagine culturale intesa a costruire una conoscenza storicizzata dell'esperienza e della realtà delle persone che di volta in volta sono oggetto di una ricerca. McLeod indica alcuni principi metodologici che possono essere impiegati per condurre una ricerca orientata in senso ermeneutico. Il punto di partenza è il processo di interpretazione di un testo, che si dispiega tra le parti e il tutto di quest'ultimo: acquisita la comprensione del significato del testo nella sua interezza, si impiega poi questa comprensione come quadro di riferimento per tornare a misurarsi con frammenti testuali la cui microanalisi conferma o disconferma (in altre parole: re-interpreta) il significato del testo completo.

È il cosiddetto "circolo ermeneutico", al quale sono sottesi la sensibilità empatica dell'interprete e sulle determinanti emotive, relazionali, storiche, culturali che definiscono la situazione delle persone che hanno prodotto il testo; lo sforzo di conseguire un'interpretazione coerente e globale, che si traduca in un atto di scoperta possibilmente innovativo e creativo; il mantenimento di un dialogo costante fra ricercatore e testo, che comporta una trasformazione reciproca: la "fusione di orizzonti" di cui parla Warnke.

Ciò che la ricerca qualitativa apprezza, nell'approccio ermeneutico, lo sguardo critico sui fenomeni, ossia aperto a qualsivoglia interpretazione di qualsiasi aspetto di essi. A questo proposito, è interessante ricordare che Jeismann identifica esplicitamente nell'ermeneutica una delle matrici dell'ideologia relativistica. Quest'ultima dubita che si possano trovare criteri universalmente validi per separare la verità dalla menzogna, ciò che è funzionale da ciò che è disfunzionale, la giustizia dal torto, e anche il sano dal patologico. Ne discenderebbe una sorta di anarchia, per la quale ognuno fa ciò che vuole, perché nessuno ha l'autorità per giudicarlo.

In realtà, è possibile identificare anche un legame di altro tipo tra ermeneutica e psicologia. Per esempio, Sass scrive che l'ermeneutica vuole incoraggiare negli psicologi una consapevolezza ironica e autocritica sia dei valori sia dei pericoli delle presupposizioni e, mediante ciò, il convincimento che benché la verità non possa mai essere value-free, il fatto di continuare a cercarla non è segno di eccessiva ingenuità.

Il riferimento a Heidegger: sostanzialmente, la ricerca qualitativa consiste nel trovare il giusto bilanciamento fra fenomenologia ed ermeneutica. Il filosofo di riferimento è Heidegger. La lezione che la ricerca qualitativa può apprendere da Heidegger riguarda i fondamenti del suo approccio al compito di "comprendere l'esistenza", e, in particolare modo, l'esistenza quotidiana. Il primo passo è un'attenzione particolare all'attività stessa di porre domande, che è a fondamento di ogni ricerca. È fondamentale, a questo proposito, la figura della precomprensione, ossia del significato in qualche misura preconcetto che guida il ricercatore nell'esplorazione dei suoi oggetti di indagine e quindi dell'atto stesso di domandare.

Questo compito richiede una decostruzione del linguaggio che costituisce la comprensione quotidiana dell'oggetto di indagine. Solo allora è possibile una descrizione fenomenologica di quest'ultimo, che, tuttavia, deve essere in qualche misura "rivelatrice", ossia in grado di proporre aspetti nuovi che, talvolta, richiedono anche nuovi termini per essere espressi. Infine, l'idea di una sorta di interminabilità del processo di interpretazione: ogni scoperta di ogni ricercatore è destinata a essere essa stessa interpretata e reinterpretata più volte da parte di altri ricercatori, finché diviene parte del modo di pensare comune e quotidiano.

Sviluppo storico

Come scrive efficacemente McLeod, la ricerca qualitativa non è sempre esistita. Vediamo quali sono le principali fasi dello sviluppo storico compiuto dalla ricerca qualitativa.

  • Il periodo tradizionale dai primi anni del XX secolo fino al 1950: l'ambito della ricerca era quello dell'antropologia e prevede l'acquisizione di conoscenza obiettiva e verificabile, attraverso la scrupolosa applicazione dei metodi di indagine.
  • La fase modernista fino agli anni '70: sono gli anni d'oro, nei quali si tenta di formalizzare la metodologia della ricerca qualitativa. La "grounded theory" (cap. 6) nasce in questo periodo, così come i primi studi di orientamento fenomenologico.
  • L'indifferenziazione e l'emergenza delle tipologie di ricerca fino all'età degli anni '90: i paradigmi, i metodi, le strategie e le tecniche messi a punto nel periodo precedente vengono applicati e sono implementati dall'uso. I ricercatori che seguono un approccio qualitativo difendono un'epistemologia costruttivista/costruttivista, ed imparano a paragrafo dopo, secondo la quale nessuna tipologia di ricerca ha diritto a essere privilegiata.
  • La crisi della rappresentazione (età degli anni '90): l'ideologia della rappresentazione costituita...
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AleCas di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia della ricerca in psicologia clinica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof Lo Coco Gianluca.
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