Riassunto Esame Psicologia Clinica prof. Lo Coco
Libro consigliato: “Elementi di psicologia clinica” di Del Corno F.;
Lang M.
Parte I. La Storia
1. L’evoluzione della psicologia clinica
-Witmer (1896) fondatore della psicologia clinica per i bambini con problemi d’adattamento
-la psicologia clinica come risultato del convergere di 4 antecedenti:
-psicologia sperimentale: -James nel 1876 con la demonstration experiments
-Hall nel 1883 e Cattel nel 1887 fondano dei laboratori di psicologia
-psicologia della misura delle differenze individuali:
-Galton pone l’attenzione sull’individuo e sulle differenze tra essi misurabili quantitativamente
tramite l’analisi statistica al fine di classificare gli individui
-Cattel con una batteria di reattivi valuta le abilità mentali delle matricole poco predittivo
-tradizione cinica in psichiatria: -Pinel costruisce la traccia per l’odierno DSM
-Kraepelin propone un sistema di classificazione delle malattie
mentali
-movimenti di carattere umanitario:
-Tuke viste le pessime condizione degli istituti psichiatrici o asylum crea un primo retrat al cui interno
si praticava la moral treatment, ma il tutto durò fino all’immigrazione negli USA che si tradusse in un
sovraffollamento delle istituzioni di cura che portò alla ripresa della concezione organicistica della
malattia a discapito dei trattamenti non somatici ritenuti infondati
-Witmer si interessa ai problemi educativi e quelli relativi al ritardo mentale
-Healy ingloba nella nascente psicologia clinica le teorie dinamiche europee
-Terman pubblica la Stanford Revision della scala Binet-Simon coniando il termine QI
-la prima generazione di psicologi si interessa alla somministrazione di test e scale Binet (child
guidance)
-con la prima guerra mondiale la psicologia si identifica con la testologia (Army alpha, beta, personal data)
-APA sancisce la psicologia clinica come scienza applicata, l’influenza della psicoanalisi sposta lo studio
verso la struttura della personalità e dei problemi affettivi ed emotivi con approccio ideografico
-la fine della seconda guerra mondiale richiede psicologi per test e terapie per i reduci di guerra
-negli anni ’50 vengono promulgate leggi riguardo la licensure (pratica più terapia) e certification (titolo)
-negli anni ’60 nascono i movimenti per la salute mentale e la psichiatria di comunità in alternativa
all’ospedalizzazione a lungo termine dei malati mentali considerando nuove scoperte
-gli anni ’70 sono il declino del favore degli psicologi in quanto la psicoterapia è medica di pertinenza degli
psichiatri e un interesse maggiore per la farmacologia come cura rapida e risolutiva
-in Italia abbiamo la regolamentazione della professione con la legge 18 febbraio 1989 n.56 che istituisce
l’Ordine degli psicologi istituendo due diverse sezioni dell’Albo
-sezione A: psicologi con laurea specialistica in psicologia
-sezione B: dottori in tecniche psicologiche (per i contesti sociali organizzativi e lavorativi o per i servizi
alla persona e alla comunità)
-si regolamenta anche l’esercizio dell’attività psicoterapeutica consentita a chi abbia conseguito una
specializzazione post lauream di laureati in psicologia o medicina
2. Sistemi diagnostici Nosografico-Descrittivi
-Kraepelin nel 1883 propone un sistema di classificazione basato sulla psicopatologia con un’eziologia
organica del disturbo con attenzione al comportamento del paziente per la costruzione del quadro clinico
-U.S. Census Bureau analisi differenziale per idiocy e insanity cercando basi biologiche dei 7 disturbi
-i nuovi modelli uniti e formatesi cercano un’eziopatogenesi non organici considerando segni e sintomi
-la Standard Classified Nomenclature of Diseases propone un sistema tassonomico per classificare I
pazienti cronici motivo per cui risulta inutile per i veterani della seconda guerra mondiale
-nel 1948 la WHO pubblica l’ICD-6 che include la classificazione dei disturbi psichici ma non tutti
-nel 1952 compare il DSM che classifica i disturbi psichici in modo scientifico basandosi su un elenco di
segni e sintomi, infine propone una classificazione internazionale delle malattie con nomenclatura unica
-nel 1968 dopo varie revisioni del WHO si rende operativo l’ICD-8
-il DSM-II cerca di uniformarsi alla classificazione dell’ICD-8 perdendo l’influenza psicodinamica e cercando
di classificare secondo le caratteristiche di superficie e in secondo momento cercare l’eziologia
-si cerca di demedicalizzare il disturbo psichico, poiché la concezione non è scientifica ma basata su
parametri soggettivi, in sostituzione si da importanza ad ambiente e comportamento
-i neo-kraepeliani con un orientamento biologico cercano una scientificità oggettiva proponendo un sistema
categoriale nosografico-descrittivo fondato sui Feighner Crtiteria che permettono di rilevare i sintomi con un
livello minimo di inferenza
-alcuni di questi verranno modificati ed inseriti nel DSM-III nel 1980, ancora basato sui sintomi
-la scelta di un approccio ateorico è una risposta all’ostacolo delle teorie eziologiche
-le diagnosi sono selezioni arbitrarie fatte da fonti diverse, determinando poca attendibilità e validità
-la struttura del DSM è articolato in un sistema multiassiale:
I. disturbi clinici e altro di attenzione clinica
II. disturbi di personalità e ritardo mentale categoriali il sistema serve a valutare
III. condizioni mediche generali sistematicamente i disturbi
senza
IV. problemi psicosociali e ambientali dimensionali tralasciare alcun problema
V. valutazione globale del funzionamento
-il disturbo ha un potere discriminante rispetto a disturbi simili, ma ciò non avviene a causa dei sintomi
-continua il problema della mancanza di attendibilità
-inserimento di altri Assi per valutare altri tipi di funzionamento:
-Scala del Funzionamento Difensivo: il clinico deve indicare 7 stili difensivi adattivi o frattura realtà
-Scala di Valutazione Globale del Funzionamento Relazionale: grado con cui la famiglia o altra unità
sociale soddisfa i bisogni affettivi o strumentali dei suoi
membri
-Scala di Valutazione del Funzionamento Sociale e Lavorativo: livello sociale e occupazionale
-nel 2013 viene pubblicato il DSM-V che abbandona il sistema multiassiale
-diviso in tre sezioni: indicazioni, diagnosi categoriali, condizioni e strumenti per ottenere altri dati
-I Disturbi Cognitivi sono inclusi nel gruppo Disturbi Neurocognitivi (Demenza, Ritardo e Alzaheimer)
-alla precedente proposta di ridurre i disturbi di personalità a soli 5 e considerare gli altri disturbi della
personalità tratto-specifico secondo sei domini viene bocciata per vari motivi
-lutto come fattore di stress che può provocare depressione
-creazione della nuova categoria dei Disturbi dello Spettro Autistico
-il Disturbo Ossessivo-Compulsivo non più incluso nei Disturbi d’Ansia ma categoria a parte
-nuova categoria dei Disturbi da Uso di Sostanze e Dipendenze che include la farmacodipendenza
-l’ampliamento delle categorie potrebbe però portare a diagnosticare erroneamente la normalità
-I Research Domain Criteria (RDoC) cercano di classificare con comportamenti osservabili e neurobiologia
-la distruzione di un singolo o molteplici meccanismi può determinare un singolo o diversi disturbi
-possibile raggruppamento di disturbi diversi grazie alle neuroscienze
-ricerca orientata a 5 domini: geni, molecole, cellule, circuiti neuronali, comportamenti e self-report
3. Sistemi Diagnostici Interpretativo-Esplicativo
-i sistemi I-E si basano su una specifica teoria del comportamento
-le diverse teorie psicogenetiche, sociogenetiche e organogenetiche danno luogo a diverse modalità di
trattamento rendendo possibile una sinergia tra teorie diverse
-l’eziologia di una patologia è necessaria a definirla, basandosi su di una teoria causale
-i sistemi I-E per definizione sono incompleti perché descrivono un solo oggetto di una cosa completa
-bisogna attenzionare i sintomi e i comportamenti sintomatici ma bisogna saper leggere dietro per poter
costruire un’interpretazione eziologica
-bisogna leggere anche quei comportamenti che possono non essere sintomi o visibili usando un
processo di inferenza rispetto all’intorno del paziente
-la complessità e la contraddittorietà dei dati clinici indicano la peculiarità del malato
-i dati che non hanno importanza sintomatica sono chiamati segni, essi sono inferibili dall’intorno del
paziente e concorrono alla costruzione della diagnosi come indicatori di sintomi
-tutti i sintomi sono segni ma non viceversa, i sintomi in quanto patologici sono segnali forti i segni in
quanto non facilmente osservabili possono anche essere segnali deboli
-qualora in un caso vi dovesse essere la concorrenza di molteplici fattori è allora utile gerarchizzare i fattori
per analizzarli e risolverli di conseguenza
Parte II. Il processo diagnostico e il colloquio clinico
1. Il processo diagnostico
Modelli di assessment:
-Information Gathering (IG): con una logica intuitiva si deve giungere a informazioni con aiuto di colloqui
-Therapeutic Model of Assessment (TMA) di Fisher
-processo modificatorio, che oltre alla raccolta dei dati prevede la comunicazione e discussione della
valutazione con il paziente, al fine di coinvolgerlo usando un atteggiamento collaborativo e non
giudicante indagando emozioni e la causa della sofferenza per creare una successiva alleanza
terapeutica
-Therapeutic Specific Formulaion (TSF)
-la diagnosi è intesa come un processo bilaterale in cui i pazienti di autodiagnosticano con l’aiuto del
clinico che formula la diagnosi al fine di indicare un trattamento
-si cerca di comprendere il funzionamento del paziente integrando i dati della storia clinica con quelli che si
ottengono dalla somministrazione dei test
-nel colloquio clinico di consultazione il paziente comunica i dati che saranno poi intesi e interpretati dal
clinico senza alcuna intenzionalità riguardo la presa in carico terapeutica
-le tecniche del clinico non devono essere volte alla modificazione ma a raccogliere più dati possibili
-l’alleanza diagnostica è il contesto che si instaura per acquisire i dati sull’organizzazione psicopatologica
-il fine è quello di trovare i meccanismi disattivati o antieconomici ed i loro elementi
-avviene un processo di autodiagnosi del paziente con l’aiuto del clinico
-l’alleanza terapeutica ha l’obbiettivo comune di cambiamento della sofferenza e sintomatologia
-la processualità si esplica nella comunicazione ed elaborazione biunivoca e partecipata
-le informazioni riguardo la sofferenza e le cause sono nella memoria implicita procedurale accessibile
al clinico solo se ha instaurato un’alleanza diagnostica in modo che il paziente mostri e non descriva
-i colloqui per la raccolta dei dati bio-psico-sociali sono interviste semi-strutturate per la raccolta di
informazioni sullo sviluppo e strutturazione della patologia
-l’uso di batterie di test ha il fine di rilevare tracce in quanto i test sono compiti di problem solving che
inducono il paziente ad un processo decisionale che cerca risorse emotive, cognitive e emozionali
-sono importanti le ipotesi del paziente riguardo la sua sofferenza in quanto permettono al clinico di vedere
quali risorse usare per comprendere le nuove informazioni date
-una buona restituzione deve aumentare le emozioni positive e la fiducia nel possibile trattamento
favorire una diminuzione del malessere e migliorare il livello di autostima
-nella restituzione l’alleanza viene messa alla prova poiché si potrebbe ripresentare la situazione iniziale
il che potrebbe ritrasformarsi in un altro dato utile per la restituzione
-le restituzioni possono variare a seconda dell’alleanza e della comprensione del paziente
-restituzioni di tipo ricostruttivo: forniscono al paziente una lettura integrata delle vicende affettive e
relazionali della sua vita ed i relativi nessi
-restituzioni mirate e parziali: focalizzati su determinati aspetti ritenuti di ostacolo alla stessa
restituzione o all’alleanza terapeutica
-la restituzione può essere pura e semplice o la si può prolungare per far meglio comprendere il tutto
-si può scegliere una modalità osservativa al fine di aspettare eventi successivi alla restituzione
-si può scegliere un tipo di restituzione-intervento
2. Il processo diagnostico con i “casi difficili”
-nel primo incontro il paziente fornisce indirettamente informazioni, riguardo il suo modo di rapportarsi con
un altro essere umano e quanto la sua psicopatologia incide su di questo
-si rilevano così chiavi di ingresso e possibili disturbi dell’alleanza (collaborativo/difficile)
-utilizzando classificazioni N-D non si considerano aspetti come la sfiducia e le sue origini
i criteri formativi e orientativi informano sul funzionamento relazionale e intrapsichico o potenziali disturbi
-sfiducia: estesa rinuncia alla fiducia, che rende inutile l’utilizzo del mondo esterno e interno che si
trasforma nella rinuncia ad ogni investimento ritenuto a priori fallimentare
-può perdurare nel tempo, essere una situazione di crisi o un fenomeno accessuale
-può essere indice della percezione di essere un malato inguaribile, o il modo di indurre sfiducia
-diffidenza: propensione a uno stato ipervigile e guardingo, come eccessiva prudenza, sospettosità
continua o uno stato di allarme specifico, e può essere di due tipi:
-primaria: lesione della fiducia di base, esistente prima della comparsa del disturbo
-secondaria: legata a particolari vicissitudini che si trasforma nell’incapacità di usufruire
-affidamento magico: il paziente rinuncia alle sue capacità, con sfiducia nelle sue capacità che nella cura
-la causa è il pregiudizio della fiducia da parte del paziente, o l’ostinatezza del
clinico
-si hanno diverse concezioni riguardo questi organizzatori psicopatologici
-possono essere schemi sintetici di comprensione che danno significato a più fenomeno psicopatologici
-possono creare un ordine concettuale che serve all’inizio dell’indagine
-una struttura affettiva elementare che descrive l’assetto o lo stile relazionale del paziente
-secondo la teoria del funzionamento organizzatore si può mettere in atto un intervento, che non ha gli
stessi fini modificatori della psicoterapia ma vi si avvicina, dando attenzione agli organizzatori e rendendoli
noti al paziente così che egli possa notarli e accettarli
-è possibile e utile ripercorrere la genesi di questa struttura affettiva, tramite l’ideologia dei sistemi I-E
integrando la fenomenologia dei sintomi e i comportamenti patologici
3. Il colloquio in psicologia clinica
-processo interattivo che avviene tra due persone, finalizzato al conseguimento di un obiettivo determinato
-la decisione di richiesta di appuntamento deve essere l’esito di un’autodiagnosi del paziente o
conseguenza delle pressioni ambientali o un’accettazione passiva e non voluta
-la speranza di un sollievo combatte il dolore e l’imbarazzo che intervengono nel racconto
1. se il paziente si autoinvia conosce la causa come psichica (o non organica), o è in dubbio riguardo la
coesistenza di cause diverse oppure la sconosce completamente ed avverte il solo disagio
-il paziente può rivolgersi al allo psicologo per la prima volta, o essere insoddisfatto di precedenti
-il paziente che si rivolge per la prima volta può essere perplesso riguardo la richiesta stessa,
disorientato
per aver scoperto di essere affetto da un disturbo psichico, avvilito per aver chiesto aiuto ad altri,
imbarazzato per dover raccontare le proprie sensazioni
-il paziente insoddisfatto segnala una discrepanza tra autodiagnosi e diagnosi del clinico o tra il
trattamento e l’obbiettivo desiderato o i modi in cui esso è stato provato
-il paziente e il clinico possono divergere per le interpretazioni, per i possibili rimedi, per le
aspettative, sulla gravità della diagnosi (cattiva interpretazione) o per gli esiti
2. il paziente inviato dai familiari può decidere d’accordo con loro o essere indotto, oppure può essere un
membro congiunto a richiedere la consultazione
-il clinico deve comunque conoscere il ragionamento clinico fatto dai familiari e dal paziente
3. il paziente può essere inviato da un collega e può interpretare il tutto come opportuno, inutile, oppure
usare questo come scusa per sfuggire dal collega (il tutto viene rilevato nel colloquio)
4. il paziente può essere inviato da terzi e bisogna vedere se il paziente accetta (o sta fingendo) o se è
un’accettazione coatta il che minerebbe la costruzione di un’alleanza
-anche il clinico può vedersi costretto, e deve analizzare un setting e non un paziente dato che deve
rendere conto a terzi, motivo per cui deve intendere l’eventuale recita con secondi fini
-la gravità della situazione clinica del paziente può essere:
-acuta: bisogna misurare l’attendibilità del paziente, e vedere il rapporto con la realtà interna o esterna
-cronica: il clinico deve assumere determinate posizioni emotive formando alleanza
-alcune caratteristiche della psicopatologia del paziente possono interferire nella diagnosi
-reazioni al paziente comuni e generalizzate: contagio emotivo verso il clinico
-reazioni al paziente specifiche di un determinato operatore: ansia, paura e ostinatezza
-sia il clinico che il paziente sperimentano ansia che cercano di gestire con meccanismi di difesa
-il clinico si mostra intelligente, ingegnoso, e assume una posizione inquisitoria con freddezza e
distanza
-l’ansia può essere provocata da sensi di colpa o dal rapporto con autorità, e può determinare una
minore sensibilità che porterebbe ad un’errata e parziale valutazione (passività controproducente)
-i pazienti danno informazioni in modi diversi, alcuni con confusione, altri con attenzione selettiva ed altri in
modo soddisfacente il tutto dipende dalla considerazione che il paziente stesso fa
-può co
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