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Esame "Metodi e tecniche del servizio sociale"

Parte seconda: strumenti e strategie operative nella complessità del lavoro sociale

L'assistente sociale verso un approccio globale e riflessivo: interdisciplinarità e lavoro di gruppo e con i gruppi

Interdisciplinarità come metodologia

Fin dalla sua origine il servizio sociale professionale ha avuto una prospettiva interdisciplinare. La concezione dell'unicità della persona, inserita nel suo contesto familiare e sociale, infatti, ha rappresentato il principio base sul quale pianificare gli interventi professionali.

La stessa proposizione dei cinque metodi includeva una visione intersettoriale, pur sviluppandosi in forma separata. Negli anni settanta del secolo scorso il dibattito che ha interessato la professione ha evidenziato, pure, che l'artificiosità di approcci differenti non otteneva il risultato di un'efficace ricomposizione del bisogno, osservato in maniera disarticolata.

L'unitarietà del metodo ha perciò delineato, più che una conquista, una presa di coscienza che ha conciliato i principi e i valori del servizio sociale con approcci e metodologie coerenti e appropriati. L'approccio unitario, infatti, orienta i professionisti verso la globalità della persona, osservata nella sue dimensioni, nel contesto di vita, con le sue interrelazioni.

L'apertura verso l'interdisciplinarità, pertanto, è già parte del metodo unitario del servizio sociale professionale, che pianifica la conoscenza del bisogno/problema, considerando tutti i fattori che lo determinano senza eleggere forme specifiche di lettura professionale, semmai avvalendosi di tecniche idonee e di collaborazioni diverse.

La ricerca di letture integrate, in grado di rappresentare il bisogno nella sua complessità non osservato isolatamente, separato dalla persona e dal suo ambiente, ha promosso nel corso degli anni forme di lavoro di gruppo, sebbene non codificate. L'evoluzione delle politiche sociali e dei sistemi dei servizi, la tendenza alla localizzazione e la necessità di una pianificazione organica degli interventi sociali e sociosanitari hanno riconosciuto l'interdisciplinarità come prassi professionale per la presa in carico dei bisogni nelle diverse aree di intervento.

L'integrazione si realizza «tra professionisti, competenze, funzioni, aree differenti nella consapevolezza che nella frammentazione non si garantisce la salute e il benessere. Integrazione significa ricomposizione delle pluralità dei problemi e delle risposte in un quadro, in un disegno progetto unitario della immagine leggibile» (Stefanini, 1990, p. 97).

La formazione di équipe professionali in molte aree di attività dei servizi alla persona ha facilitato l'operatività degli assistenti sociali che ricercavano la disponibilità di altri professionisti, e pure di altre istituzioni, per poter progettare interventi coordinati, complessivi e personalizzati.

Col termine "équipe" si «definisce un gruppo di compito in cui intenzionalmente sono aggregati soggetti che hanno diverse competenze e diverse funzioni che si debbono a vicenda integrare» (Bolocan Parisi, Gervasio Carbonaro, Viciani Benníci, 1988).

Nell'attuale realtà, in particolare nei servizi sociosanitari, ci sono équipe multiprofessionali pure appartenenti a istituzioni diverse, indispensabili per conoscere e pianificare una presa in carico integrata orientata non solo ad affrontare un problema, ma anche a sviluppare proposte di prevenzione primaria, secondaria e terziaria e per garantire una necessaria continuità assistenziale.

L'équipe detta gruppo di compito definisce la sua "eterocentratura" che ha come obiettivo il raggiungimento di un risultato. Il compito, pertanto, è inteso come un insieme strutturato di operazioni che sono in grado di connotare un previo risultato.

Dopo svilupperemo in maniera più mirata il significato del gruppo e del lavoro di e con i gruppi. Qui è utile, tuttavia, definire il significato e l'importanza dell'approccio interdisciplinare. Integrare è infatti «un processo che richiede conoscenze, strumenti, sia che riguardi operatori della medesima professionalità appartenenti a servizi diversi, sia che riguardi varie professionalità o vari servizi, enti, strutture» (Busnelli Fiorentino, 2002, p. 62). L'integrazione «è un approccio globale e paritetico che non permette supremazie né di persone, né di enti» (ibid.).

"Integrare" significa mettere insieme, creare connessioni, giungere a unità. Attraverso l'integrazione professionale si ottiene il coinvolgimento della persona, della sua famiglia, della sua rete di relazioni. Come ha sostenuto Dal Pra Ponticelli, in un recente percorso formativo per gli assistenti sociali di Prato, l'integrazione professionale non è facile da ottenere, ma si può apprendere sviluppando la capacità di ascolto, di condivisione, di stima reciproca.

L'interesse dei nuovi welfare verso la persona, intesa nella sua globalità, depone per la cultura dell'interdisciplinarità che orienta gli operatori verso forme congiunte di operatività. Per la persona/utente dei servizi integrazione disciplinare e professionale non significano solo unitarietà e coerenza nel processo diagnostico-assistenziale, ma rappresentano anche unitarietà del "processo di fruizione" per evitare passaggi fra operatori e, talvolta, tra enti diversi.

L'interdisciplinarità e l'approccio interprofessionale si ottengono se si conduce realmente a unità il percorso assistenziale. La prospettiva di lavorare per percorsi richiede ancora una revisione se non addirittura una vera e propria reingegnerizzazione delle organizzazioni dei servizi alla persona.

Una metodologia operativa davvero integrata, però, supera divisioni e organizzazioni, attraversando sistemi e unità di lavoro organizzate per costruire percorsi assistenziali globali che sanno cogliere la multidimensionalità delle persone, cioè le molteplici dimensioni che compongono la sfera individuale di ciascuno nel suo ambiente di vita. L'integrazione professionale, dunque, è una metodologia di lavoro frutto di una mentalità aperta, disponibile a creare spazi per nuovi saperi.

Un approccio è davvero interprofessionale se si è disposti a dare autorevolezza ad altri, rinunciando alla propria. L'interdisciplinarità non è la somma di conoscenze ma un nuovo apprendimento tra soggetti e dimensioni diverse per ritrarre un disegno sensato, che valorizzi l'incontro delle conoscenze e delle esperienze per aumentare il sapere, saper essere, saper fare di tutti nel solo interesse di migliorare la possibilità di intervenire sul disagio e nel rispetto dell'individualità di ciascuno.

La prospettiva interdisciplinare permette di saldare l'incontro tra teorie e metodi cui attingono le varie professioni attraverso il dialogo. L'approccio interdisciplinare e interprofessionale «produce nuove conoscenze che interrogano i saperi delle professionalità sociali, che sempre meno possono poggiare su saperi depositari» (Diomede Canevini, 2002, p. 16). La prospettiva interdisciplinare realizzata tra professioni diverse, talora tra istituzioni differenti, accoglie la natura globale del bisogno, dà ragione della sua complessità e della necessità di superare un’ottica settoriale.

Riflessività e confronto interprofessionale

La complessità del lavoro sociale è una caratteristica che, oggi, ogni operatore dei servizi alla persona deve assumere come forma mentis per allargare la propria visione e il proprio bagaglio culturale. Gli assistenti sociali malgrado ciò, ricercano da tempo modelli e strumenti che possano facilitare l'incontro con la complessità dei bisogni. Il percorso di ricerca della comunità professionale verso modelli e strumenti in grado di ordinare l’azione sociale, infatti, si è intensificato parallelamente al crescere della complessificazione sociale.

Gli assistenti sociali che operano nei territori dei moderni welfare si misurano costantemente con l’ambiguità di essere servizi troppo spesso terminali, non più in grado di rispondere all'aumento di nuove domande degli utenti. La società del rischio e dell'incertezza (Bauman) ha ormai coinvolto i sistemi dei servizi e con essi i professionisti, come gli assistenti sociali, che non riescono a rintracciare modelli di riferimento idonei per costruire piste di lavoro adeguate. L'elaborazione teorica, peraltro, non sempre riesce a tenere il passo con la realtà della pratica, così come l’operatività del servizio sociale professionale si è spesso focalizzata sul mutare degli eventi sui quali ha costruito nuove conoscenze.

Il distacco tra disciplina e professione dell'assistente sociale, tra realtà operativa e mondo accademico è ancora una costante; ci sono, tuttavia, segnali positivi che provengono da entrambe le parti, che indicano nuove sussidiarietà. Il sapere non è onnipotente e l'operatività non basta a se stessa, non è autosufficiente. L'incontro fecondo tra il sapere e il saper fare può far scaturire nuove riflessioni sulla natura e sull'essenza delle cose (ontologia). In questo percorso si può rintracciare il saper essere per avventurarsi nella difficile operatività quotidiana, nel complicato incontro con i bisogni.

L'assistente sociale deve allentare la continua tensione creata dalla domanda e concentrarsi sulla natura dei bisogni, sul “come” si manifestano e “come” gli operatori stessi li osservano e interpretano. Fermarsi a pensare può sembrare un paradosso nel lavoro frenetico quotidiano, tuttavia, l’assistente sociale deve pensare sistematicamente, deduttivamente, criticamente di fronte alla realtà delle situazioni sociali (Dal Pra Ponticelli).

L'approccio riflessivo è dunque condizione necessaria non solo per ragionare su che cosa e come si fa, ma pure per pensare criticamente sui "presupposti concettuali" della stessa attività pratica, per creare intenzionalità e senso all'intervento professionale. I recenti studi sulla riflessività (Sicora, 2005) pure nel servizio sociale professionale, hanno indicato correnti di pensiero che possono aiutare nella ricerca di metodo per rendere la riflessività un'attitudine, parte integrante del lavoro sociale.

Di seguito esaminiamo due tra le principali correnti di pensiero riguardo la riflessività:

  • Il realismo o oggettivismo ha più declinazioni che fanno riferimento al realismo ingenuo o positivismo e realismo critico o postpositivismo. Nell’ottica realista la realtà è oggettiva e può essere conosciuta e spiegata attraverso una metodologia sperimentale volta a verificare le ipotesi che, nella forma del realismo critico possono lasciare spazio alle probabilità.
  • Nel pensiero realista c’è separazione tra realtà e chi le si avvicina per conoscerla. Questa prospettiva assume quindi che la distanza favorisce imparzialità e giudizi oggettivi che, nel settore dei servizi sociali, significa approfondimento e studio senza interferenze provocate dalla vita delle persone, cioè una netta divisione tra professionisti osservatori e “operatori della pratica”.
  • Il costruttivismo sociale assume che non c’è mai oggettività e, anziché privilegiare l'essenza delle cose, ovvero l'ontologia, pone l'attenzione su "come" noi conosciamo la realtà sociale, sulla costruzione che noi facciamo attraverso il linguaggio, i concetti e le rielaborazioni, per cui la realtà sociale stessa non è mai assoluta.

Il processo di comprensione avviene infatti attraverso l'attribuzione negoziata di significati, secondo la descrizione che viene fatta attraverso il linguaggio. In questo approccio non c’è neutralità e distacco del sapere e della conoscenza poiché possono esserci realtà multiple e talora conflittuali. Il costruzionismo afferma che l'attività linguistica e simbolica è il mezzo con cui le persone in interazione costruiscono realtà sociali.

Nel lavoro sociale il costruzionismo depone per una pluralità di prospettive e di punti di vista e quindi diventano centrali le qualità relazionali della conoscenza e del linguaggio. Questo approccio nel servizio sociale privilegia dunque l'ascolto, il dialogo, la narrazione, la relazionalità, l'esperienza per ricercare nuove opportunità, per definire "come fare", come poter cambiare, anziché ricercare il "che cosa" fare.

Questa concezione della conoscenza avvalora il cosiddetto "sapere pratico" che richiama l'attività del servizio sociale professionale che si fonda, oltre che su una conoscenza logico-teorica, anche su quella parte complessa legata alla relazione, alla partecipazione emotiva che orienta l'azione.

Tra le varie analisi è interessante quella proposta da Schon, che concepisce l'azione professionale come una combinazione di sapere in azione, riflessione in azione per poi avere una riflessione sull’azione. Il sapere in azione è una performance spontanea e competente che realizziamo e che, però, non siamo capaci di definire e spiegare, come ad esempio, l’atto di andare in bicicletta. La riflessione in azione si effettua nella trama delle risposte istintive e consuetudinarie, quando fatti imprevisti mettono sottosopra le nostre conoscenze implicite obbligandoci a riflettere, a mettere in discussione le nostre conoscenze e a cercare e provare qualcosa di nuovo per risolvere il dilemma incontrato.

La riflessione sull'azione è, infine, il processo attraverso cui attribuiamo significato a un'azione solo dopo il suo svolgimento, che ci permette nuovi apprendimento proprio grazie all'esperienza. Con questo tipo di analisi la riflessione in azione e sull'azione dà un impulso ai professionisti a non fermarsi, anzi a dirigersi verso occasioni di "riflessività" per esaminare il proprio sapere e la stessa pratica di lavoro all'interno della quotidianità lavorativa.

Come ricorda Fargion (2006a, pp. 51-2) «uno degli autori più citati nella letteratura internazionale è Schon, per la sua elaborazione di un diverso modello di professionalità. La contrapposizione tra professionismo riflessivo e un professionismo basato sulla razionalità tecnica rappresenta l'ultimo e più riuscito tentativo di tenere insieme le due anime del servizio sociale».

Inoltre, sempre Fargion (ibid) afferma che «si porrebbe dire che la sostanza del lavoro dell'assistente sociale è di entrare in dialogo con situazioni magmatiche, indefinite, confuse e fluttuanti, e che per di più sono viste e definite in modo diverso dai diversi soggetti coinvolti. Il dialogo si costruisce attraverso la capacità di interrogare le situazioni, di porre delle domande e studiare i modi di affrontarle».

Come sostiene la stessa autrice, il dialogo si sviluppa attraverso il confronto tra saperi diversi producendo scenari e modi di fronteggiarli plurimi e alternativi.

L'assistente sociale è in ogni scenario e agisce su di esso avvalendosi nella sua ricerca di conoscenza della molteplicità di fonti (Dal Pra Ponticelli, 2000). Nel lavoro quotidiano, quindi, si sviluppano continuamente possibilità di accrescere il sapere pratico, attraverso l'attitudine alla creatività che dà impulso ad abilità intuitive e al contempo originali; all'interno della pratica è pure possibile trovare spazi e metodi di riflessione, fino ad arrivare alla vera e propria "riflessività”, che va ancora oltre la riflessione sull'azione.

La pratica riflessiva spinge il servizio sociale professionale a superare la routine, a non dar niente per scontato, a ricercare e rileggere la stessa propria conoscenza, a indagare come si costruiscono una pratica professionale e una relazione con l'utente dei servizi, un rapporto con un gruppo o una comunità.

La necessità di sviluppare un atteggiamento e un approccio riflessivo per contenere l'agire frenetico degli assistenti sociali apre nei servizi, quindi, un nuovo teatro di confronto con tutti coloro che sono stati implicati nei problemi e nell'azione. La riflessività, infatti, deve riguardare tutti gli operatori e gli utenti stessi, affinché l'attenzione complessiva possa spostarsi dagli interventi alla comprensione dei bisogni.

Condividere la conoscenza, costruire insieme, facendo una reciproca "manutenzione" dal che cosa si fa al come e al perché si agisce, conduce verso una riflessività condivisa, condizione necessaria per ottenere l'agire pratico di tutti su un'intenzionale co-costruzione di progetti orientati alla soluzione dei problemi e all'accompagnamento verso un miglioramento complessivo.

Specificità e dimensione collettiva del lavoro sociale

L'assistente sociale svolge un ruolo di mediazione attiva tra i bisogni e la domanda sociale da un lato, e risorse disponibili e attivabili dall’altro, all’interno di un’organizzazione di lavoro (Bolocan, Ferrario, Tamburini, 1994). Gli studiosi che si sono dedicati all'approfondimento dell'identità, della formazione, del ruolo dell'assistente sociale... (testo incompleto)

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher miservonoriassunti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodi e tecniche del servizio sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Rizzo Anna Maria.
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