Approccio unitario del metodo:
Il servizio sociale, come ogni altra professione, si fonda su di un corpo sistematico di conoscenze
teoriche e su di una metodologia. Per metodologia si intende la riflessione, il ragionamento intorno
al metodo di una determinata scienza, e può essere definita come quel processo logico che orienta
le procedure e le azioni finalizzate alla realizzazione di un’azione. La metodologia è un contenitore
e precede il metodo. Per metodo si intende invece un insieme organico di regole e di principi in base
al quale si svolge un’attività teorica o pratica (criterio e norma). Operare secondo un metodo
significa, pertanto, procedere con un ordine logico, sequenziale e razionale che non lascia spazio
all’intuito e all’improvvisazione.
Intorno alla fine degli anni settanta iniziò in Italia una revisione dei tre metodi fino ad all’allora
utilizzati nel servizio sociale (casework, groupwork, community work), orientandosi verso un
approccio olistico e unitario con una metodologia propria. Il metodo unitario viene consolidandosi
durante tutti gli anni ottanta. (rapporto persona – ambiente). Le teorie che sostennero tali riflessioni
furono quelle sistemiche e quelle ecologiche. Il sistema unitario venne consolidandosi con il tempo e
divenne al contempo sia un modo di interpretare la realtà, sia una modalità operativa, che in Italia
si sviluppò particolarmente. I principi qui quali si fonda il metodo sono la globalità della persona e
sull’attenzione al contesto di tutte le dimensioni in gioco (persona, ambiente, ente e risorse). L’azione
si sviluppa dunque verso tre dimensioni (persona, ente/organizzazione, territorio/ambiente).
ottica trifocale.
Integrazione professionale:
Necessaria per realizzare interventi più adeguati alla complessità dei bisogni della persona.
L’integrazione tra professioni negli anni settanta del secolo scorso assume connotazioni specifiche e
nei servizi sociali prende spazio il lavoro di equipe. Lavorare in equipe, prevede comunanza di
metodo poiché le scelte relative agli interventi richiedono unità di intenti; pertanto la definizione di
azioni e strategie di risoluzione dovrà rappresentare la sintesi dei punti di vista di ciascuno.
Dagli anni settanta alla legge 833/78: legittimava l’integrazione tra l’ambito sociale e quello
sanitario e sanciva la costituzione dei gruppi operativi per realizzare una visione globale dei
problemi. Identificava inoltre il territorio come luogo unitario per concretizzarne l’incontro tra sociale
e sanitario. Nel corso degli anni la fisionomia del distretto sociosanitario si è in parte modificata, pur
mantenendosi, polivalente, pluri-professionale e pluri-funzionale. La riappropriazione da parte dei
comuni della titolarità degli interventi sociosanitari e socio assistenziali, ha modificato l’approccio
programmatorio e l’ambito distrettuale è oggi per lo più luogo fisico dove si realizzano gli interventi
integrati sociali e socio-sanitari, aperto anche a soggetti nuovi del terzo settore che allargano la fila
degli operatori. L’integrazione professionale inoltre, rappresenta oggi una conquista culturale che
ha aperto la strada a innovative forme di lavoro, non solo limitate agli ambiti sociali e sanitari e non
chiusa nell’esclusivo mondo delle professioni.
La relazione e il processo di aiuto:
La relazione di aiuto può essere definita come l’insieme delle azioni professionali indirizzate al
rapporto con la persona, il contesto di appartenenza e l’organizzazione di riferimento, connotandosi
in base al rapporto interpersonale e alle aspettative reciproche di scambio e comunicazione. La
relazione nasce quindi da una domanda che è l’espressione di un bisogno non soddisfatto.
Nell’ambito del servizio sociale professionale ogni richiesta di aiuto attiva un’interazione: la qualità
dell’incontro professionale rappresenta l’elemento portante e più significativo in grado di
determinare un processo di intervento efficace e risolutivo. (tema della fiducia). È opportuno
precisare la natura della relazione, diversa da quella che si instaura tra persone legate da un
vincolo di amicizia; la relazione si realizza in un contesto specifico che resta sempre professionale.
Chi aiuta, è infatti colui che si assume la responsabilità di prendersi cura dell’altro, e quindi la
relazione non può essere reciproca.
L’assistente sociale deve saper:
Ascoltare più che parlare.
• Tenere un atteggiamento empatico (diverso da simpatico), non deve avere pietà della
• persona.
Porsi al servizio della persona: non risolvendole il problema, ma aiutandola a trovare delle
• soluzioni.
Tenere un atteggiamento maieutico: deve aiutare la persona a esprimere tutte le proprie
• migliori qualità e potenzialità.
Fare da specchio: deve aiutare la persona a riflettere oggettivamente sulla situazione
• problematica.
Accettare e non giudicare sono le parole chiave che stanno alla base di una proficua relazione di
aiuto. L’assistente sociale utilizza la relazione di aiuto in maniera diversificata secondo la posizione
di ruolo che interpreta e così diventa: case manager, guida relazionale, accompagnatore di
processi, ovvero assume una nuova funzione di accompagnamento e affiancamento della persona in
difficoltà nel conseguimento delle loro mete di benessere. Nel nuovo welfare system l’As non offre
soluzioni preconfezionate, bensì ricerca soluzioni d’aiuto personalizzate avvalendosi della sua
capacità creativa. Nella relazione di aiuto l’operatore, più che un espero, diventa un maieuta che
induce riflessioni sulle possibili soluzioni, che mobilita le risorse e le potenzialità, che avvalora
l’autostima, che stimola e rafforza l’intersoggettività.
La relazione di aiuto si sostanzia nel processo di aiuto, che è il procedimento attraverso cui il
servizio sociale professionale comprende i problemi e reperisce le soluzioni per risolverli. È un
processo che si sviluppa nel tempo, centrato sulla persona, con la sua adesione e il suo consenso. Si
fonda su un clima di fiducia di un rapporto significativo, su di una relazione partecipativa nella
quale i soggetti hanno un obiettivo comune.
Il procedimento metodologico:
Rigore metodologico possedere una solida base organica di conoscenze teoriche e utilizzare
nell’operatività un procedimento metodologico riconosciuto e condiviso dalla comunità professionale.
Per procedimento metodologico, si intende uno schema di riferimento concettuale che guida
scientificamente l’azione professionale dell’As che orienta la sua azione e qualifica un intervento
come professionale. È un modo coerente e logico di procedere basandosi su un metodo. (principi che
valgono sempre) L’As opera sempre attraverso lo stesso procedimento qualunque sia il suo
intervento, pur mutando le tipologie di utenza.
Metodo unitario con ottica trifocale! >> conoscenza orientata all’azione. procedimento
metodologico di tipo induttivo, ovvero dalla pratica si risale alla teoria: prassi-teoria-prassi, schema
classico del realismo critico. La sequenza inizia con l’analisi del contesto interessato, osservato
attraverso le conoscenze teoriche e i modelli teorici di riferimento per definire il problema e
formulare delle ipotesi di intervento, che troveranno attuazione nella prassi operativa attraverso
l’utilizzo delle tecniche proprie del ss professionale. È dunque, proprio l’applicazione del processo
metodologico che garantisce correttezza e scientificità all’azione dell’As. importanza dei modelli
teorici di riferimento sviluppatisi nei diversi momenti storici.
Le fasi del procedimento metodologico:
Il procedimento metodologico si realizza in un ordine logico e sequenziale, e si divide in fasi, che
fanno parte di un unico disegno generale. Nella pratica queste fasi possono fondersi e sovrapporsi
in una logica adattiva al sistema sociale e ai problemi a esso connessi.
Fasi:
1. Accoglienza della domanda e identificazione del problema. fase conoscitivo-descrittiva.
Primo incontro con la persona e con la famiglia. Creazione di un clima collaborativo.
Valutazione del tipo di domanda (spontanea, segnalazione, suggerimenti).
2. Studio e analisi della situazione. fase descrittiva. Raccolta delle informazioni sulla
persona. Principale strumento: colloquio professionale. Presa in carico: Si è passati da
un’attenzione rivolta alla persona o alla categoria di appartenenza, a un maggior
coinvolgimento sia del sistema familiare che del contesto e alla comunità locale in cui le
persone vivono. Coinvolgimento anche delle altre istituzioni (scuole, associazioni di
volontariato, altri servizi e professioni, etc..)
3. Valutazione della situazione. Fase valutativa. Formulazione delle prime ipotesi in
relazione alla situazione-problema.
4. Definizione ed elaborazione di un progetto d’intervento e stesura del contratto: fase
decisionale/educativa. In questa fase vengono prese decisioni e viene definito un piano
d’azione. Si fissano gli obiettivi da raggiungere. L’As dovrà continuamente confrontare la
teoria con la realtà sociale di riferimento. Contratto come patto reciprocità tra l’As e la
persona.
5. Attuazione del piano di intervento: fase operativa.
6. Valutazione dei risultati. fase di verifica. Valutazione di percorso in un’osservazione
costante. Feedback continuo per tornare sulle fasi precedenti eventualmente da rivedere.
7. Chiusura dell’azione. fase conclusiva.
Il progetto personalizzato d’intervento:
E’ la soluzione negoziale e processuale per affrontare e prendersi cura di un bisogno complesso di
un individuo. La complessità dei bisogni richiede un’analisi multifattoriale, per porre in essere una
combinazione appropriata di risposta, che deve essere realistica, esigibile nei modi e nei tempi,
verificabile, modificabile, trasferibile.
Il progetto individualizzato compartecipato con gli interessati opera attraverso un concorso si forze
in una reticolazione sinergica, idonea a comporre un quadro che si presenta frammentato,
disordinato e tratteggiato da problemi diversi per i quali si individuano soluzioni possibili. Il
progetto è un processo di tipo cognitivo che si caratterizza per:
Parzialità: valorizzazione dei diversi punti di vista.
• Co-costruzione di ipotesi e strategie.
• Flessibilità: aggiornamento e modifica di obiettivi e scelte operative.
• Ampliamento delle opportunità: offerta alle persone di alternative.
• Fattibilità: analisi realistica di vincoli.
• Co-progettazione con tutti gli attori coinvolti nel progetto e con le persone e la sua rete.
• Confrontabilità e riproducibilità.
• Intenzionalità
• Verificabilità e valutabilità.
•
Il progetto individualizzato risponde a un indirizzo classificatorio (ICF: classificazione funzionamento)
poiché le persone devono essere analizzate singolarmente, nei loro contesti. L’approccio deve essere
quello a una persona che ha problemi suoi, ne ha una propria lettura, ha in mente proposte,
aspettative, ha il suo punto di vista. Ogni operatore deve quindi “situarsi accanto” alla persona
portatrice del problema.
Un fattore costitutivo per il lavoro in progetti, è la valutazione di efficacia, che può rilevare se i
cambiamenti avvenuti sono quelli attesi. Rappresenta la fase finale del progetto, durante la quale si
attribuisce significato ai risultati acquisiti. (schema per l’analisi SWOT).
CAPITOLO III:
La comunicazione umana
Ogni comunicazione, è uno scambio sociale poiché ogni segno è leggibile solo all’interno di
un’esperienza comune o di un sistema basato su consuetudini comuni. Ogni atto comunicativo,
costituisce un rapporto sociale (lingua). Al comunicazione è pertanto un processo a spirale con
caratteristiche di reciprocità, in cui le informazioni inviate da un emittente a un destinatario
producono delle retroazioni che ritornano come nuove informazioni al primo interlocutore, che
diventa nuovamente potenziale emittente di nuove informazioni. (teorie di Winner e Shannon
sull’informazione).
Gli elementi fondamentali di ogni processo comunicativo sono:
L’emittente: il soggetto che comunica il messaggio.
• Il ricevente o destinatario
• Il messaggio.
• Il codice: il sistema di segni che si usa quando si comunica (lingua, grafico, etc..)
• Un trasmittente: il canale scelto per trasmettere il messaggio (vista, udito, telefono)
• La codifica: il processo attraverso cui l’emittente trasforma le idee, immagini mentali in un
• messaggio comunicabile attraverso il codice.
La decodifica: il processo inverso alla codifica, attraverso il quale il destinatario trasforma il
• messaggio che arriva all’emittente.
Il feedback: l’interscambio che avviene tra emittente e ricevente, cioè l’informazione di
• ritorno che permette all’emittente di capire se il messaggio è stato capito.
Il contesto/ambiente: il luogo fisico e sociale dove si svolge la comunicazione.
•
Watzlawick:
1. Primo assioma della comunicazione non si può non comunicare. Non può esistere una
non-comunicazione.
2. Secondo assioma della comunicazione ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e
uno di relazione. In ogni scambio comunicativo troviamo un messaggio di contenuto, che si
riferisce alle informazioni relative all’oggetto della comunicazione e un messaggio di
relazione che è quello che si riferisce alle informazioni che gli interlocutori si scambiano sulle
loro persone, che utilizza un linguaggio non verbale.
In uno scambio comunicativo, il contenuto è sempre secondario; la funzione primaria del messaggio si
situa al livello della relazione. I messaggi di comunicazione/relazione possono essere di tre tipi:
Conferma
• Disconferma: svalutazione dell’interlocutore
• Rifiuto
•
3. Terzo assioma della comunicazione la natura di una relazione dipende dalla
punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti.
4. Quarto assioma della comunicazione Si comunica attraverso il modulo numerico e
quello analogico. (verbale e non verbale)
5. Quinto assioma della comunicazione tutti gli scambi comunicativi sono simmetrici o
complementari a seconda che siano basati sull’eguaglianza o sulla differenza.
Comunicazione verbale e non verbale
1. Verbale quella che utilizza il canale verbale per comunicare (orale o scritto) comunque
intenzionale. È il canale privilegiato della comunicazione.
2. Non verbale linguaggio del corpo. Sono tutte le risposte che non pos
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