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Riassunto esame Metodi e strategie socio educative per le diversità, prof.ssore Piccione, testo consigliato L’educatore supervisore nell'organizzazione dei servizi sociali, Raffaele Occulto(a cura di) Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di metodi e strategie socioeducative per la diversità del professore Vincenzo Piccione, basato su appunti personali e studio autonomo e rielaborato del testo consigliato del docente, L'educatore supervisore nell'organizzazione dei servizi sociali. Gli argomenti trattati, suddivisi ognuno per sezione, sono i seguenti: una visione epistemologica che attraversa... Vedi di più

Esame di Metodi e strategie socioeducative per le diversità docente Prof. V. Piccione

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L’educatore supervisore, a differenza degli altri professionisti supervisori , mette in gioco tutta la sua

persona perché condivide tante ore e molte attività dei supervisionati e sviluppa capacità di auto soluzione

dei problemi; gli educatori professionali di comunità conoscono variegate modalità di intervento, passano

molto tempo con l’utente condividendo con lui/lei tutti o quasi i momenti della giornata, affrontando i suoi

problemi psicologi e fisici, i suoi stati d’animo e annotando i suoi progressi o regressioni.

Il supervisore in alcun modo cercherà di sostituirsi nelle decisioni del supervisionato ma al contrario

condividerà la convinzione che abbia i mezzi per trovare da solo la via d’uscita, promuovendo così

l’autostima e stimolando le sue capacità. Il supervisore dev’essere dotato di alcuni peculiari qualità, come ad

esempio: essere autentico(essere sempre se stessi), essere empatico(sensibilità molto spiccata nel mettersi nei

panni dell’altro cercando di comprendere i suoi stati d’animo e i suoi punti di vista), astenersi dal giudizio(si

dimostra accogliente e dà prova d’interesse poiché è concentrato su ciò che viene vissuto e non sui fatti che

racconta), accettare incondizionatamente(non significa approvare qualunque comportamento ma piuttosto

essere comprensivi, disponibili e aperti nei confronti di chi ha accettato di mettersi in gioco e di condividere

il proprio vissuto), infondere fiducia (essa è uno scambio tra persone di pari dignità che intrattengono una

relazione paritetica).

Il termine animazione è composta da due parole: anima e azione; quando l’anima diventa azione si parla di

un’anima che muovendosi produce, agisce, comunica, riflette e nella forma dell’arte trova la sua massima

espressione. Il Teatro d’Animazione Pedagogico (TAP) è uno strumento educativo, aiuta a tirar fuori dal

profondo non le angosce ma le proprie risorse, le proprie capacità, la propria arte nascosta. Applicato

all’interno delle scuole, l’obiettivo non è quello di far emergere l’inconscio problematico dello studente o le

sue negatività, ma semplicemente tirare fuori il loro lato positivo e le loro capacità, il loro meglio, facendogli

esprimere potenzialità che credevano inespresse e inesistenti; si tratta di incoraggiare ad esprimere e

sviluppare le abilità e le caratteristiche positive di cui sono dotati in modo da far acquisire allo studente

gradualmente maturazione, sicurezza e autostima. Si favorisce anche l’interazione, la disciplina, la

riflessione, la crescita, la relazione, l’educazione, la cultura, il rispetto, la collaborazione, l’ascolto e ciascuno

può manifestarsi con i diversi linguaggi espressivi(danza, scrittura, musica, pittura, recitazione, ecc.). Lo

studente viene responsabilizzato e riesce a mantenere gli impegni presi fino allo spettacolo finale; viene

messo in condizione di operare in un gruppo serenamente, in un clima di reciproco rispetto e stima. Il teatro è

una didattica alternativa, che parte dalla comunicazione, sia per gli studenti che per gli insegnanti in quanto

può aiutare entrambi ad avvicinarsi e conoscersi. E’ importante che il TAP sia un progetto realizzato nelle

scuole perché queste ultime non dovrebbero rappresentare per lo studente l’obbligo stancante e ripetitivo di

ogni mattina, bensì un punto di riferimento, un piacere attraverso il quale condividere con gli altri ragazzi la

propria crescita, sentendosi a proprio agio per conoscere se stessi e gli altri. Il ruolo del docente, in questo

caso, si esplica nel dover lasciare la libera scoperta delle abilità dei ragazzi, per poi poter scegliere il mezzo

10 La supervisione per motivi economici non è settoriale ma spesso comune a tutti e svolta da professionisti, in genere

assistenti sociali, psicologi o psicoterapeuti

migliore per rappresentare; dovrebbe comprendere i loro interessi e le loro inclinazioni. Uno dei problemi

più radicali nelle scuole è proprio la mancanza di motivazione degli studenti ad apprendere e la spinta

motivazionale degli insegnanti nel fare il loro lavoro.

L’arte, in qualsiasi forma, è uno dei modi più sinceri e profondi per esprimere se stessi, per conoscere e

conoscersi, per esprimersi e per comunicare. Fare arte non significa obbligatoriamente produrre qualcosa ma

è anche sfruttare ciò che già esiste, che ci stimola, che ci racconta, che ci emoziona e che tira fuori il nostro

sé, le nostre credenze, paure e limiti.

Parlare di supervisione attraverso l’arte significa utilizzare varie forme di arte per facilitare, nell’equipe,

l’espressione di sé, la comunicazione, la relazione tra i membri. L’arte è mezzo di comunicazione, è elemento

di indagine, è espressione di sentimento e malessere, l’arte racconta. Come educatori non possiamo trascurar

l’utente con la sua storia, la sua biografia, il suo ambiente, le sue esperienze e le sue caratteristiche principali.

Per questo l’arte svolge un ruolo essenziale: stimola la nostra percezione e ci aiuta a relazionarci con l’altro.

Mentre l’educatore deve sostenere i suoi pazienti, il supervisore, che deve avere una ricca esperienza e

diventato tale solo dopo essere stato per lungo tempo un educatore con tutti i disagi che troverà nei suoi

supervisionati, sostiene l’educatore nel suo lavoro e anche nella sua personalità. L’educatore deve imparare

ad ascoltarsi e a guardarsi dentro per potersi svolgere efficacemente il suo lavoro, il supervisore deve saperlo

già fare per poterlo trasmettere ad altri educatori.

Il supervisore, che deve sfruttare e stimolare la creatività per non cadere nella monotonia del lavoro, si

interessa non solo del lavoro svolto ma anche al modo di gestire determinate situazioni e sensazioni: a volte

quando c’è difficoltà di comunicare e raccontare ciò che proviamo ad altri, l’arte può rivelarsi il punto di

partenza. Tra i mezzi più diffusi in supervisone vediamo: il teatro(può diventare auto-educazione perché

richiede un’analisi approfondita di sé, fortifica, rende più sicuri, sviluppa la spontaneità e la capacità di

mettersi in gioco senza vergogna; recitare non è fingere ma è comunicare agli alti ciò che a volte si ha paura

di essere in un contesto reale); il cinema(si possono proporre film i cui temi si ricollegano strettamente a casi

o problemi specifici di utenze con cui gli educatori lavorano e su cui richiedono la supervisione; si possono

analizzare i comportamenti dei personaggi dei film, approfondendoli e confrontandoli con i disagi vissuti

dagli utenti; possono anche richiamare difficoltà o richiamare particolari eventi della nostra vita, per questo è

importante imparare a “leggere” la trama di un film); la musica(è capace di provocare emozioni, esternare

sensazioni che altrimenti resterebbero in silenzio perché non affrontate spontaneamente nella quotidianità; è

un linguaggio come quello visivo, corporeo, verbale e può essere anche una cura del corpo e dello

spiritomusicaterapia: essa viene impiegata in diversi campi, che spaziano da quello della salute a quello del

benessere al fine di ottenere un migliore equilibrio e armonia psico-fisica)

La giustizia minorile: è nel dopoguerra che alcuni magistrati di grande spessore umano e professionale,

aprirono la strada alla costruzione di un sistema di giustizia minorile in grado di affrontare la questione

educativa così come si presentava allora, cioè con una miriade di ragazzi organi, semi o del tutto analfabeti,

irregolari della condotta e del carattere, autori di reati espressione di marginalità sociale. E’proprio nelle

strutture minorile della giustizia che la figura dell’educatore trova un suo laboratorio privilegia toro,

guidando e accompagnando il processo di crescita del minore, fungendo da costante punto di riferimento ed

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esempio . Rispetto al passato, ad oggi, gli adolescenti che entrano nel circuito della giustizia minorile sono

del tutto omogenei agli adolescenti in generale, presentano le stesse caratteristiche solo in forma più acuta e

problematica. Da ciò emerge la necessità di introdurre la supervisione educativa in maniera sistematica nel

settore minorile principalmente sia per continuare a proporre nella giustizia minorile figure esplicative di

ruolo socio-educativo e sia per offrire agli adolescenti in difficoltà strumenti nuovi e raffinati. L’ipotesi è di

attingere a risorse interne all’organizzazione della giustizia minorile ma esterne ai servizi, che previa

un’adeguata formazione, potrebbero assicurare con una certa costanza e sistematicità, la funzione della

supervisione.

E’ noto che negli ultimi tempi nei servizi educativi è aumentata la richiesta di interventi di supervisione come

supporto e sostegno all’attività degli operatori con competenze educative. Pochissime strutture utilizzano il

metodo della supervisione e solo da qualche anno comincia ad affacciarsi l’esigenza di una supervisione

guidata da un educatore che a sua volte ha lavorato come educatore insieme a psicologici, personale OTA o

OSA e coordinatori.

Oltre all’arte anche la narrazione si configura essere un ottimo modello pedagogico nella supervisione. Nel

momento in cui ci narriamo diveniamo consapevoli poiché andiamo a costruire, mediante una selezione e

organizzazione, una propria visione di noi stessi e del mondo; nel campo della supervisione gli educatori

rielaborano l’esperienza professionale facilitando il confronto con la realtà vissuta. Gli eventi vengono

rivissuti, rivisti e ricostruiti nel tempo. Il supervisore svolge un ruolo di guida: conduce, fa esprimere, aiuta a

far emergere il problema, diventa interprete della situazione. Poiché è importante che l’educazione abbia un

approccio pedagogico, a tal proposito V. Piccione non solo afferma l’importanza dell’esistenza di specifici

modelli di riferimento pedagogici alla supervisione per gli educatori, ma riconosce nella narrazione uno dei

dispositivi più significativi: essa infatti è descritta come uno strumento che stimola nei soggetti le capacità di

osservazione, di analisi e di auto osservazione. Attraverso la narrazione, l’educatore rivede se stesso e il suo

operato e ciò gli permette di essere consapevole, se e quando ha raggiunto gli obiettivi: essere consapevole

vuol dire non solo prendere coscienza di quanto fatto ma anche ridurre il rischio di fare nuovi errori. La

narrazione utilizzata in supervisione è dinamica perché offre l’opportunità di individuare informazioni

specifiche riguardo all’azione educativa e all’utenza, per capire perché, cosa è stato fatto e per chi.

Inoltre, la narrazione rafforza sia l’aspetto individuale, tramite la rielaborazione del proprio Sé, e sia l’aspetto

collettivo, mediante le appartenenze culturali, lingua, valori e significati attribuiti.

11 Negli anni 60 il legislatore istituisce le figure degli assistenti sociali e degli educatori(questi ultimi appositamente

pensate per gli istituti di rieducazione)solo per la giustizia minorile

L’equipe: è un mircro-gruppo, caratterizzato da una modalità di lavorare cooperativistica e solidale. Quello

che è fondamentale nella dimensione dell’equipe è il soggetto in relazione agli altri componenti uniti nel

perseguimento di un obiettivo condiviso. L’equipe è tale se vi è interazione tra le persone, se vi è una vita

affettiva comune, obiettivi comuni e una partecipazione collettiva. In genere, per parlare di gruppo-equipe vi

sono degli elementi che lo contraddistinguono:

1)il numero: si può definire quattro il limite dei componentimaggiore è la grandezza, maggiore diventa la

possibilità che si creino dei sottogruppi al suo interno; minore è la grandezza, maggiori possibilità il gruppo

ha di funzionare purchè esistano spazi e modalità tali da permettere a ciascun individuo di avere relazioni

dirette con gli altri;

2)equilibrio: ogni gruppo oscilla verso la ricerca di un proprio equilibrio, tra efficienza e affettivitàse infatti

vi è fissazione sull’aspetto affettivo si rischia di condurre il gruppo all’inattività, mentre il blocco verso la

sfera dell’efficienza può portare verso la creazione di uno o più soggetti esclusi;

3)la comunicazione: ciascun operatore comunica intenzionalmente agli altri una conoscenza, un’emozione,

un’esperienza con lo scopo di renderli partecipi di contenuti ed informazioni, selezionati in base al livello di

significatività, in relazione agli obiettivi comuni del gruppo e al complessivo lavoro dell’equipe;

4)decisionalità: ogni gruppo è costantemente chiamato a prendere delle decisioni e il momento della

decisione è sempre un passaggio critico in quanto diventa occasione per manifestare i disagi interni, sia del

gruppo che del singolo; in questa fase entrano in gioco in maniera molto intensa le resistenze, le paure,le

difficoltà, e temi come la diversità, il cambiamento, il futuro e l’aggressività;

5)il conflitto e il consenso: sono problemi centrali all’interno della dinamica di un gruppo in quanto ogni

membro è continuamente impegnato in una lotta tra competizione e cooperazione, tra individualità e

conformità, tra libertà di espressione e inibizione di sentimenti ed idee; il conflitto non è però come molti

pensano disfunzionale, in quanto lo diventa solo quando viene negato, favorendo l’insorgere anche di

disturbi comunicativi tra le persone.

Il gruppo deve essere auto centrato ed etero centrato, ovvero operare verso il perseguimento di obiettivi terzi

e focalizzare l’attenzione all’interno delle dinamiche relazionali dei membri.

Sia la logoterapia che il gioco sono tecniche di supervisione. La logoterapia è la psicologia dell’anima e

permette all’individuo di esplorare se stesso e di ricercare a fondo il senso della sua vita. Il gioco tra persone

adulte permette loro di mediare le incomprensioni che in quel momento sono vissute in maniera ludica e

quindi appianate in un certo modo, dall’educatore supervisore. Quest’ultimo da buon osservatore noterà i

comportamenti di ciascuno anche nel gioco e potrà cogliere e segnalare a se stesso, tutti i particolari delle

relazioni tra gli operatori ed il loro modo personale di vivere il proprio lavoro con gli utenti. Il gioco è pieno

di sorprese e permette al giocatore di lasciarsi andare e vivere senza essere giudicati, anche se vi sono piccole

regole da rispettare che servono principalmente per stare bene in gruppo. L’educatore supervisore può

avvalersi della logoterapia che aiuta i gruppi a lasciarsi andare in un ambiente, dove ci si sente protetti e dove

anche attraverso tecniche ludiche si possono raggiungere degli ottimi risultati di supervisione educativa.

Poiché il sociale non un settore semplice e si possono verificare urgenze o imprevisti che vanno gestiti sul

momento, a volte in condizioni difficili, la supervisione educativa risulta utile innanzitutto a chi ne beneficia

e poi permette all’equipe di lavoro di avere una base psico-educativa che non fa vacillare chi lavora e chi

entra a contatto con i componenti dell’equipe. Durante le sedute di supervisione può anche emergere la

necessità di una formazione su un tema verso il quale gli operatori non hanno una reale esperienza, ma della

quale necessitano per situazione che emergono nel lavoro e tra loro.

Il metodo autobiografico sta diventando non solo un metodo utilizzato per il piacere di riprendere in mano

la propria storia o a fini terapeutici, ma anche come mezzo per riflettere sulle proprie scelte professionali e

sul modo di procedere nel proprio lavoro. Il supervisore educativo che si avvale di questo metodo diventa un

facilitatore di comunicazione tra i vari membri di un gruppo, in quanto aiuta i singoli e il gruppo a

ripercorrere momenti della propria vita e storia professionale; favorirà quindi il ricordo delle soluzioni

trovate autonomamente o in gruppo per raggiungere gli obiettivi prefissati, o porterà alla luce in ognuno la

memoria di eventi e agiti educativi che hanno condotto verso un’altra direzione.

Ciò che sembra difficile è promuovere nell’altro la ricerca di soluzioni alternative e muoversi tra il proprio e

l’altrui vivere mettendosi in relazione e offrire le proprie competenze senza invadere o forzare tempi e

possibilità di rinnovamento. Per questo lo strumento del supervisore educativo deve essere semplice ma

estremamente duttile nello stesso tempo, deve accompagnarlo nel suo lavoro e dare un supporto costante.

(SEZIONE 5) SUPERVISIONE E SOLIDITA’ DELLA PROFESSIONE

Che relazione c’è tra sindrome di burnout e supervisione? La prima è una forma patologica e la seconda un

processo terapeutico. 12

La sindrome di burnout può insorgere in varie categorie di lavoratori ma specialmente negli operatori che

esercitano professioni di aiuto(helping professions) ed è riconosciuta come una vera e propria forma di

esaurimento, di stress lavorativo, che porta ad un progressivo distacco emotivo dal proprio lavoro, con

pesanti ricadute sul piano dell’autostima personale e sul piano dell’efficacia del proprio intervento personale.

La persona in burnout può accusare senso di deprivazione e svuotamento, stanchezza per un carico di lavoro

eccessivo, delusione rispetto alle aspettative iniziali, può sentirsi stremata dopo aver impegnato grandi

12 Termine inglese che significa bruciato, scoppiato, andato in corto circuito e descrive esattamente la condizione

emotiva di chi ne è affetto

risorse in termini di energie personali, senza vedere poi i risultati sperati, oppure sentirsi isolata o svilita da

contesto circostante.

La persona in burnout attraverserà diverse fasi: 1)preparazione o entusiasmo idealistico: coincide con il

periodo della scelta lavorativa e delle motivazioni che la sottendono;

2)stagnazione e svalutazione: si instaura in seguito al carico di stress, alimentato da attività emotivamente

stressanti;

3)frustrazione: percezione di non essere capace di affrontare la situazione problematica; non ci si sente più

utili, ci si sente sviliti,svuotati dalle proprie potenzialità, nutrendo la sensazione di essere nel posto sbagliato

e di svolgere una mansione sbagliata;

4)stato di apatia: segna la cronicizzazione della sindrome; si annulla ogni precedente motivazione e capacità

empatica; si è convinti di non essere più di aiuto a nessuno.

Analizzando gli stati d’animo della sindrome vediamo che abbiamo prima un esaurimento emotivo

(sensazione di non aver più nulla da dare ai propri utenti e si prova nervosismo, tensione, impotenza,

demotivazione rispetto alle attività precedentemente ritenute soddisfacenti), poi si scivola verso la

depersonalizzazione(modalità di agire fredda, distante, fino ad assumere comportamenti cinico-aggressivi), e

infine verso la riduzione della propria capacità realizzativa(sfiducia nelle proprie capacità e competenze,

atteggiamenti rinunciatari, si vive il lavoro solo come fonte di remunerazione).

Le cause possono essere svariate tra cui la predisposizione psicologica del professionista, la struttura

organizzativa dell’ambiente lavorativo o la qualità degli scambi relazionali. Nello specifico vediamo che,

chiunque abbia creato nella propria gestione lavorativa un coinvolgimento emotivo profondo, una

partecipazione intensa al disagio di chi si sta prendendo cura o di chi si sta seguendo la crescita, rischia di

vivere a sua volta una condizione di forte stress emotivonon vi deve essere la fusione-confusione tra sé e

l’altro;infatti, il riuscire a mantenere la giusta distanza- vicinanza delle situazioni prese in carico, ovvero

saper costruire e mantenere una relazione fondata sull’empatia ma dotata di un sano distacco, consente di

non essere soverchiati dalle problematiche altrui.

La supervisione costituisce uno spazio fondamentale nel quale viene offerta la possibilità di elaborazione

del vissuto, di una valutazione obiettiva delle difficoltà incontrate; rappresenta lo strumento per trovare

nuove vie d’uscita da una situazione ritenuta stagnante, senza soluzioni, cristallizzata e svilente per la propria

professionalità. Attraverso una presa di consapevolezza delle cause personali o ambientali che possono aver

generato una condizione di stallo e aver prodotto uno stato di demotivazione interiore, si riporta l’attenzione

sugli obiettivi da raggiungere, valutando gli elementi di forza e debolezza propri, del gruppo di lavoro e

dell’organizzazione. La supervisione richiede la disponibilità al cambiamento, a rimettere in gioco le proprie

convinzioni, ad intraprendere un cammino di conoscenza e scoperta interiore, a condividere le esperienze

professionali, a predisporsi ad una comunicazione qualitativamente funzionale ed efficace, a porsi in ascolto

di sé e dell’altro.

La seduta di supervisione, della durata di due ore mensili(poche ore per fare in modo da non sovraccaricare il

lavoratore da impegni legati alla professione) è fondamentale per favorire un clima motivante all’interno del

gruppo e promuovere un incremento della conoscenza condivisa, attraverso l’analisi di episodi demolitivi

accaduti al supervisionato, nel corso della proprio attività in campo. Esternando i dubbi e le paure, durante la

supervisione, si mostrano i pensieri, e parlando insieme le cose appaiono diverse, più chiare, le emozioni

diventano più gestibili e si favoriscono processi di cambiamento. Ogni qual volta il supervisore si sofferma

per conoscere una storia di esperienza professionale, la fa rivivere agli altri come reciproco arricchimento.

Da qui nasce l’esigenza della figura di un supervisore esterno alla struttura lavorativa, che conosca quel tipo

di realtà professionale ma non i dipendenti.

Dal punto di vista medico accade che le continue sollecitazioni emozionali con la struttura della personalità

generano un trauma che se compensabile, ovvero, se la nostra capacità omeostatica riesca a contenerlo,

produrrà aumento dell’autostima, apprendimento, rinforzo e stato di maturazione per la stessa personalità; se

invece risulterà troppo grande rispetto alla resilenza, causerà un danno all’apparato psichico, come ad

esempio disturbi dell’umore, della personalità, sindrome post traumatica da stress, patologie psico somatiche,

meccanismi di difesa. Il supervisore dovrebbe mantenere una sana omeostasi psichica cercando di indurre il

soggetto alla canalizzazione positiva dell’aggressività fisiologica e sostenere l’obiettivo della personalità,

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facendola tornare in equilibro, ogni volta che si vive un conflitto .

È prevista la somministrazione di Test(anonimi) da effettuare periodicamente affinchè il soggetto abbia il

tempo necessario per effettuare un percorso di riflessione critica; i test più diffusi volti al monitoraggio e alla

valutazione del rischio di burnout sono principalmente:

-il metodo SMBM(Shirom Melamed Burnout Measure): è un metodo scientific per determinare il livello di

stress e quindi per stabilire se e fino a che punto il lavoratore è interessato dal burnout; misura le risorse

energetiche e le sue tendenze;

-il Maslach Burnout Inventory (MBI): è un questionario strutturato in 22 item volti a misurare il livello di tre

dimensioni: esaurimento emotivo, depersonalizzazione, realizzazione personale.

Negli ultimi anni si sta affermando la necessità di intervenire per ridurre o risolvere le cause etiologiche della

sindrome. Ai fini di una prevenzione del problema, occorrerebbe: migliorare l’organizzazione lavorativa e la

qualità di vita dei dipendenti; avviare interventi mirati al potenziamento e alle capacità di gestione delle

13 Tutto ciò può essere favorito mediante l’ascolto e il sostegno verbale, in modo da far superare, dove è possibile, il

disagio emotivo, indirizzando la personalità del lavoratore alla sublimazione in qualcosa di diverso dal contesto

lavorativo

emozioni e degli obiettivi professionali; far conoscere l’importanza della sindrome ai lavoratori e ai datori di

lavoro; somministrare test periodici di monitoraggio.

La supervisione è indispensabile per la prevenzione dell’affaticamento emotivo e la cura dello stesso in

quanto aiuta a trovare strade di distrazione e restituisce al lavoratore la fiducia nel proprio ruolo sociale. La

sindrome è particolarmente diffusa nelle professioni di aiuto in quanto è praticamente impossibile evitare che

gli operatori coinvolti non subiscano situazioni di stress, fatica, frustrazione aggravati dall’assenza di spazi

adeguati dove cercare un confronto di competenze e di condivisione di responsabilità nell’ambito di un

progetto collettivo.

La scuola, oltre ad essere l’ambiente privilegiato dove l’apprendimento culturale prende forma, è anche

l’osservatorio privilegiato per la prevenzione primaria del disagio sociale. La scuola dovrebbe perseguire non

solo obiettivi didattici ed educativi ma dovrebbe anche insegnare a gestire il conflitto e a vederlo come una

spinta alla crescita, all’apertura e al cambiamento. Gli studenti più piccoli affermano che i litigi sono causati

dalle offese tra i compagni, mentre per gli studenti delle superiori la causa è da ricercarsi nelle

incomprensioni su idee e interessi. Entrambe le categorie sono accomunate dalla paure che il conflitto possa

determinare una rottura nei rapporti interpersonali e le emozioni solitamente manifestate avvengono con

rabbia e tristezza. Ad esempio, se parliamo di conflitti nel contesto scolastico, il bullismo è espressione di

disagi profondi e avviene quando si ha la prevaricazione, costante nel tempo, in una relazione asimmetrica

(non tra pari) sia a livello fisico che psicologico; le azioni aggressive possono essere fisiche, verbali e

paraverbali (gesti, smorfie, ecc.).

I bulli: sono individui che tendono a sovrastimarsi, ad avere un’immagine di sé idealizzata, vincente, a

ritenersi coraggiosi e dominanti; alcuni studiosi sostengono che ciò sia dovuto ad un deficit cognitivo che

non permette loro una reale auto percezione; non riescono a stimare l’esatta entità del pericolo che hanno

davanti e ritenendolo più grave di ciò che realmente e mettono in atto comportamenti più aggressivi di

quanto la situazione richiederebbe; solitamente la famiglia di appartenenza ha condotto una disciplina

eccessivamente severa o al contrario non ha offerto un educazione continua e presente, lasciandoli liberi di

porsi le proprie regole.

Le vittime:presentano una scarsa partecipazione alla vita relazionale, manifestando la paura di risultare

inadeguate; vi è scarsa autostima; personalità succube e rinunciataria; provengono da famiglie iperprotettive

con genitori eccessivamente coinvolti e che non consentono ai propri figli di sperimentare in autonomia

abilità personali di fronte a situazioni nuove e/o problematiche.

Fenomeni gravi come quello del bullismo richiedono sicuramente interventi basati su competenze adeguate,

la disponibilità da parte di tutti i protagonisti del mondo scolastico e il supporto di un adulto mediatore.

Ricerca sulla realizzazione del progetto mediazione: all’inizio il progetto è stato illustrato, per essere

condiviso, a insegnanti, dirigenti, studenti e familiari, nel caso degli alunni minorenni; successivamente si

sono resi necessari il consenso di tutta la comunità scolastica per procedere con la realizzazione del progetto,

che ha coinvolto i vari soggetti in modo differenziato: per il corpo docente si è optato per l’attivazione di

scambi e confronti tra gli insegnanti a partire dalle situazioni che hanno ritenuto più complesse nelle

rispettive classi; il mediatore non ha il compito di sostituirsi all’insegnante per trovare nuove soluzioni ma,

attraverso spunti di riflessione adeguati, indurre lo stesso ad essere lui il protagonista della conquista di

nuove strategiei rischi riscontrati sono stati diversi, tra cui atteggiamenti rinunciatari di insegnanti che

preferivano delegare il mediatore per la ricerca delle soluzioni del caso, e atteggiamenti di resistenza e rifiuto

poiché vedevano il mediatore come un intruso. Per gli studenti si sono praticati giochi funzionali per la

ricerca della risoluzione del conflitto in modo da non solo offrire al mediatore uno strumento di lettura della

realtà del gruppo classe e delle sue dinamiche relazionali, ma anche per aiutare i ragazzi a vedere il valore

costruttivo e di crescita insito nel confronto e nell’accettazione di avere opinioni diverse.

E’ importante infatti, non evitare il conflitto, ma esprimere le proprie opinioni ed emozioni, sentirsi ascoltati

ed ascoltare, creare costruttivamente e creativamente soluzioni alternative al conflitto: ciò aiuta a superare il

timore delle differenze imparando ad apprezzarle, potenzia la capacità empatica di capire cosa provi l’altro

quando è arrabbiato con noi o nel momento in cui lo feriamo, aiuta a riflettere sulle nostre azioni, sul perché

e sul come ci fanno sentire. 14

Per quanto riguarda lo stress , che insieme al burnout sono fenomeni assai diffusi nel mondo del lavoro, vi

sono tre fasi attraverso cui l’organismo reagisce agli stimoli stressanti: allarme, resistenza ed esaurimento.

Lo stress negativo è responsabile di un’alterata regolazione dell’attività difensiva immunitaria che, se

prolungata nel tempo, può indurre l’insorgenza di manifestazioni patologiche anche gravi; se lo stress è

troppo forte o prolungato compaiono i segni dell’esaurimento e si creano le condizioni favorevoli per la

comparsa della malattia, con disturbi fisici, psicologici e comportamentali (sindrome burnout).

Sia sul piano biologico che psicologico nasciamo con un bagaglio molto consistente di attitudini, capacità,

propensioni attraverso le quali ci rapportiamo all’ambiente circostante; ciò è fornito dalla famiglia da cui

proveniamo e dal legame che intercorre con i genitori (ad esempio diventiamo insicuri perché veniamo

sorpresi da emozioni forti o aggressive che non riusciamo a controllare perché siamo sempre stati abituati ad

avere genitori che evitavano di farci sperimentare anche le situazioni negative).

Professioni di auto-aiuto: gli educatori svolgono una professione riabilitativa che dà l’occasione di

migliorare anche la propria persona, ma è importante prevedere un percorso formativo che permetta di capire

meglio il mestiere che si va ad affrontare. Il mestiere di educatore diventa uno scambio umano reciproco e

simmetrico.

Tuttavia, succede che gli operatori tendono a scambiare le richieste interne(la propria storia) con quelle

esterne(utenza/contesto) poiché tutto quello che essi vivono è frutto dei “vecchi” modelli comunicativi(la

14 Termine che indica l’insieme delle reazioni biologiche aspecifiche nei confronti di qualunque stimolo avverso, di

natura fisica o emozionale, interno o esterno, che tende a disturbare l’equilibrio interno dell’organismo

famiglia). Può succedere che si proietta infatti sull’utente(persona terza)i propri sentimenti e pensieri positivi

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e negativi: ciò influenza negativamente la relazione e i comportamenti condottitransfert ; incontrando

situazioni che possono rievocare negli operatori le loro sofferenze e aspirazioni, vengono riattivate ansie

profonde: si tende a proiettare sul proprio ruolo operativo ansie legate alle relazioni primitive infantili.

Il supervisore, se da un lato offre aiuto per il miglioramento dei modelli educativi(competenza sul campo),

dall’altro può riconoscere e sciogliere il legame profondo tra operatore e utente, unendo con maggior

efficacia il piano della ragione(consulenza professionale)a quello della relazione; è importante che il

supervisore, dal canto suo, si occupi dello smascheramento delle proiezioni e dei transfert personali,

attraverso un percorso introspettivo su di sé(per evitare che sia influenzato da dinamiche incongrue

personali), e poi si concentri sull’insegnamento agli educatori della corretta gestione del controtransfert, da

utilizzare nella propria professione.

La supervisione può rafforzare il modus operandi degli educatori professionali, lavorando sulla scelta e

sull’identità professionale di ciascuno; essa si pone come strumento indispensabile per rimobilitare le risorse

personali-professionali bloccate a causa delle forti identificazioni proiettive del paziente. Il supervisore

dunque: invitando gli educatori a riflettere su se stessi, favorisce l’individuazione sia delle caratteristiche

personali che potrebbero limitare le prestazioni professionali che dei limiti delle prestazioni dovuti a

problemi esterni; rafforza: l’approccio proattivo(prevenire ed evitare i problemi prima che si verifichino),

l’attenzione al risultato, l’empowering(aiuto alla persona ad aiutarsi); invita a riformulare in modo diverso la

proposta d’intervento, facendo presente che si può operare sia in modo economico che compatibile con le

esigenze degli utenti.

(SEZIONE 6) SUPERVISIONI ESPERTE

Sotto l’etichetta di “professioni di aiuto” si raccolgono oggi tutte le competenze professionali atte a

sostenere le persone al momento di una difficoltà psicologica, sia essa causata da concreti problemi

personali, esistenziali, psicologici o psichiatrici. Le professioni di aiuto hanno trovato in questi ultimi anni

molti campi di applicazione, come: svariati sportelli di counselling, di ascolto, consultori, mediazione e

sostegno sociale e familiare, ecc.

Per quanto concerne i ruoli, nel 2000 il CNEL riconosceva finalmente come professionalità la mediazione e

il consuelling: la prima è una competenza che individua le difficoltà di comunicazione in ambito relazionale

e cerca di risolverle, a vantaggio di una chiarificazione tra le parti e si rivolge a coppie, nuclei famigliari,

15 Il transfert è è un meccanismo mentale per il quale l'individuo tende a spostare schemi

di sentimenti, emozioni e pensieri da una relazione significante passata a una persona coinvolta in una relazione

interpersonale attuale. Il processo è largamente inconscio ovvero il soggetto non comprende completamente da dove si

originino tali sentimenti, emozioni e pensieri. Il controtransfert è una reazione dello psicoanalista al transfert del

paziente e nel nostro caso dell’educatore nei confronti del transfer dell’utente

ambiti di piccoli gruppi sociali; la seconda è una forma di consulenza il cui scopo è dare un sostegno alla

persona che vive momenti di difficoltà, specialmente in rapporto ad una decisione. Poi abbiamo gli assistenti

sociali, ruolo che si è andato sempre più perfezionando, intervengono nella risoluzione di problemi personali

e nelle difficoltà gestionali psicologiche ed esistenziali; i tecnici della riabilitazione psicosociale hanno il

compito di progettare e gestire la riabilitazione delle persone con handicap psichico; gli educatori sono

persone dotate di competenze psicosociali e in grado di essere formatori tecnici, spesso il loro compito è più

complesso in quanto interviene nella gestione delle scelte psicologiche del singolo. Vi sono degli elementi

comuni che si riscontrano in ogni modello e approccio delle professioni di aiuto:

1)la centralità della personal’intervento è mirato nei confronti di una persona in difficoltà e che chiede

aiuto, anche se questa richiesta può essere un esigenza condivisa da un gruppo, dalla coppia dalla famiglia o

da ampi strati sociali;

2)il dialogosancisce la necessità di un rapporto paritetico nel quale ciascuno svolge il proprio ruolo;

3)l’empatiaè il collante dell’interazione, è reciprocità; la sua assenza implicherebbe la decadenza del

rapporto ed il fallimento della relazione di aiuto;

4)la comunicazioneè fondamentale non solo perché non si potrebbe chiedere aiuto o un beneficio, ma

perché, utilizzando modalità apposite comunicative, il consulente può agevolare il consultante nella ricerca

interna e favorirne il cambiamento.

5)mappe internesono le rappresentazioni parziali, a volte anche distorte, della realtà della nostra mente e che

consentono di agire velocemente in risposta ad una specifica situazione: le persone riconoscono solo alcune

possibilità ed escludono altre che non conoscono o non sanno interpretare; se il soggetto infatti si approccia

alla consapevolezza di diverse possibilità operative, personologiche o di pensiero, e le esperisce, potrebbero

risultare valide alla risoluzione del problema o alla crescita del proprio benessere;

6)la prescrittivitàè l’atto che sancisce la continuità o il termine di un rapporto di relazione di aiuto; si

prescrivono esercizi di rilassamento, psicologici, compiti, si raccomandano comportamenti salutari e

funzionali; da un lato abbiamo il consultante che richiede aiuto, sostegno o mezzi per migliorare il proprio

benessere o evitare di ridurlo, dall’altro il consulente che con le sue specifiche competenze risponde a questa

richiesta; in mezzo si pone l’indicazione prescritta che si speri possa dar luogo a dei cambiamenti nel

consultante, rivelabili in un eventuale nuovo incontro.

Questa somiglianza tra le varie categorie ha generato confusione, anomalie e scarse informazioni tra cui

fraintendimenti professionali, scarsa visibilità lavorativa, con scarsa conoscenza da parte dell’utenza,

difficoltà di distinzione di ruolo, ecc.

Campione di ricerca effettuato: sono stati intervistati professionisti che nei servizi sociali usano la

supervisione come strumento educativo e di prevenzione del disagio per gli educatori. Dai dati raccolti è

emerso in modo omogeneo e condiviso che: si considera la supervisione uno spazio di confronto, crescita

personale e professionale, e superamento di problematiche ma anche luogo di formazione per le figure

professionali del terzo settore; si ritiene fondamentale che il supervisore, per svolgere questa assai importante

e delicata mansione di sostegno dell’equipe educativa, deve aver precedentemente svolto un determinato

percorso di formazione, essere in grado di prevedere e prevenire eventuali difficoltà o situazioni di burnout,

avere competenze costantemente arricchite e aggiornate, deve essere in grado di occuparsi della cura degli

altri ma ancor prima deve aver cura di sé, deve avere esperienza maturata nell’ambito di diversi servizi

educativi in modo da fornire ai supervisionati le svariate difficoltà e dinamiche si possono incontrare nel

rapporto con l’utenza o all’interno della stessa equipe educativa.

Gli operatori del sociale che siano assistenti sociali, educatori o altre figure professionali, sono chiamati sul

campo a promuovere un cambiamento, per sviluppare risorse e curare situazioni di disagio sociale mentale e

fisico di bambini, donne e uomini in qualità di cittadini di diritto. Ma, poiché ogni professionista d’aiuto,

nonostante il generale fine comune, ha la sua specificità, vi è l’esigenza di ricevere una supervisione

monoprofessionale: essa, attraverso la figura del supervisore, riconosce e dona la giusta luce ad ogni

professionalità, fornisce nuovi e aggiornati strumenti di lavoro, fa chiarezza sulla specificità del ruolo

professionale e sul suo collocamento all’interno di un progetto, sviluppa la capacità di riflessione e

confronto, rafforza la stima di sé e migliora le prestazioni professionali.

La nascita della professione di assistente sociale ha origini molto lontane e profonde: i primi assistenti

sociali si occupavano di persone in stato di bisogno e oggi come allora il loro intervento non si limita al

semplice aiuto legato al sostentamento e quindi al reperire nuovi mezzi ma anche e soprattutto a scovare quel

tipo di risorse spesso nascoste che agevolano la crescita e lo sviluppo sociale dell’individuo. Per la

complessità dello scopo è importante che i professionisti collaborino insieme ed investano energie utili al

conseguimento dell’obiettivo. L’assistente sociale si misura continuamente con il cambiamento e la

complessità: il primo elemento, nonché vera finalità del processo di aiuto, non può essere imposto ma

guidato e orientato attraverso il riconoscimento di risorse e strategie necessarie, il secondo è determinato

dalle trasformazioni sociali che richiedono competenze professionali alte e in continuo aggiornamento in

vista dei diversi bisogni dell’utenza. Le persone in difficoltà necessitano di servizi integrati, collegati e

coordinati tra loro per un soddisfacimento complessivo del benessere. E’ importante che l’assistente sociale,

così come le altre figure, sia supportato da un’adeguata formazione e da una supervisione metodologica ed

emozionale, quali strumenti idonei a favorire la costruzione di strategie per l’approfondimento e la

risoluzione di situazioni problematiche.

Il percorso di supervisione:il lavoro di supervisione si è sviluppato in un anno e mezzo, coinvolgendo 100

assistenti sociali del comune di Firenze, suddivisi in nove gruppi, e condotti da 5 supervisori. Esso viene

suddiviso in tre fasi:


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di metodi e strategie socioeducative per la diversità del professore Vincenzo Piccione, basato su appunti personali e studio autonomo e rielaborato del testo consigliato del docente, L'educatore supervisore nell'organizzazione dei servizi sociali. Gli argomenti trattati, suddivisi ognuno per sezione, sono i seguenti: una visione epistemologica che attraversa i contesti; formazione del supervisore e azione per un DNA che cambia;i linguaggi della supervisione; l'arte della supervisione; supervisione e solidità della professione; supervisioni esperte; dalla parte della pedagogia


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in educatore professionale coordinatore dei servizi
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Franci0703 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodi e strategie socioeducative per le diversità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Piccione Vincenzo.

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