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Storia dell'italiano

Dalle origini a Boccaccio

L'italiano è una delle lingue romanze nate dalla dissoluzione del sistema latino e dalla successiva riaggregazione dei tratti linguistici in territori meno ampi in un lungo processo durato dal 5 secolo d.C. fino al 7-8 secolo circa.

Ogni lingua si realizza con differenze fisiologiche dette "variazioni" a seconda del luogo da cui proviene il parlante, del suo grado di istruzione, della sua età e soprattutto del contesto più o meno formale in cui si esprime. Era così anche per il latino: quello codificato delle grammatiche e insegnato dalla scuola è il latino scritto dalle persone colte nell'età della Roma imperiale, diverso dal latino parlato dalle stesse persone nella stessa epoca.

Tra il IV e il V secolo d.C. l'unità statuale entrò in crisi, tanto che nel 395 l'impero fu diviso in due parti: l'orientale (rimasta grecofona) e l'occidentale. Quest'ultima si disgregò nel 476. Con la dissoluzione dell'Impero Romano d'Occidente vennero meno tutte le forze che fino ad allora avevano unificato un territorio così vasto e popolazioni tanto diverse: decaddero le vie di comunicazione, si allentano gli scambi commerciali e anche l'istruzione e l'apprendimento del latino persero valore.

Le popolazioni si ritrovarono sempre più isolate. Senza l'azione della scuola si affermarono come regola della lingua tutte le caratteristiche del parlato colloquiale spontaneo: agnello da AGNELLUM ‘agnellino’, non da AGNUS.

Il processo di disgregazione dei tratti del latino parlato nelle diverse regioni della penisola è conoscibile soltanto parzialmente grazie alle documentazioni epigrafiche incise da lapicidi non sempre in grado di dominare la norma, e grazie alle testimonianze dei grammatici: la più importante tra queste è l’Appendix Probi, un elenco di 227 coppie di parole: la prima delle quali, latina, corregge l'errore presente nella seconda forma definita scorretta.

Quando e perché una lingua comincia ad essere scritta?

Il primo testo scritto in una varietà italiana è una breve formula di giuramento inserita in un placito, cioè una sentenza arbitrale emessa da un giudice nel 960: “Sao ko kelle terre, perkelli fini ki kontene trent’anni le possette parte Sancti benedicti.” Secondo il principio dell'usucapione, tutt'ora in vigore seppure con modifiche rispetto al Medioevo, se a qualsiasi titolo si detiene un bene per almeno trent'anni se ne acquista la piena proprietà.

In Toscana le prime documentazioni del volgare nascono in un ambiente completamente diverso: quello del commercio e della finanza. La borghesia cittadina aveva bisogno di strumenti per gestire gli affari e mantenere memoria. Il primo testo toscano interamente in volgare ad oggi noto è il Conto Navale Pisano, un elenco di spese sostenute per l'allestimento di una o più navi risalente ai primi decenni del XII secolo. A Firenze abbiamo il conto dei banchieri fiorentini del 1211, un frammento di un libro contabile.

La dimestichezza con la scrittura in volgare dei mercanti e dei notai ebbe importanti conseguenze nella vita culturale. Notai e mercanti si dedicarono per passione a copiare testi altrui o a tradurre romanzi francesi: a partire dalla seconda metà del Trecento svilupparono un genere memorialistico originale, quello delle ricordanze: dei libri di famiglia che si succedevano di padre in figlio.

Nel corso del 200 anche la poesia passò sotto il segno del volgare: il primissimo relitto lirico italiano è la canzone Quand’eu stava in le tu’ cathene, ascrivibile all'area linguistica romagnola, è databile all'inizio del XIII secolo, lascia supporre l'esistenza di una produzione ora scomparsa perché allora non copiata in forma libraria. La messa in libro implica la consapevolezza della rilevanza di ciò che si sta copiando.

Il residuo più fecondo per la storia della lingua poetica è la rima siciliana. La prosa in volgare è documentata e si diffonde più tardi rispetto alla poesia perché per gli argomenti da trattare in prosa esistevano due tradizioni ben consolidate che lasciavano poco spazio al volgare peninsulare. Le prime opere in prosa sono volgarizzamenti, cioè traduzioni in altre lingue (dal latino o dal francese) di opere già circolanti per un pubblico cittadino desideroso di acculturarsi.

La pratica del volgarizzare ha favorito l'introduzione di nuove parole per designare concetti astratti e indicare significati specialistici: ne sono esempio azione, cautela, costola, femore, ugola, assenzio, basilico. I tratti più tipici dei volgarizzamenti sono costituiti dalle grosse e dalle dittologie sinonimiche, ovvero dalle coppie coordinate di parole dal significato simile.

La caratteristica più evidente della letteratura italiana predantesca, sia in poesia che in prosa, è data dai prestiti lessicali dal provenzale. Le lingue d’oc e d’oil godevano nel 200 di un prestigio culturale indiscusso, come riconosce lo stesso Dante nel De vulgari eloquentia. A livello più superficiale tale prestigio si manifestava nell’assunzione di parole occitaniche e oitaniche per nobilitare il dettato poetico in volgare italiano esattamente come si fa oggi quando si usano parole inglesi per impreziosire quanto si sta dicendo.

Molti prestiti antichi, soprattutto dal francese, sono diventati parole italiane a tutti gli effetti perché anticamente i prestiti lessicali venivano adattati alla struttura delle parole toscane. Dal francese all'italiano ha preso burro (da burre), giardino (da jardin), gioiello (da joiel).

Dante

Dante, dalle liriche stilnovistiche alle petrose, dalla prosa della Vita Nova alla severa scrittura argomentativa del Convivio, fino alla varietà tematica e tonale della Commedia, sia per l'importanza che nei secoli successivi ha avuto prima per la diffusione del fiorentino e poi per la normazione dell'italiano, fu un personaggio fondamentale nella cultura italiana.

Dante condusse una riflessione sulla lingua: il De vulgari eloquentia e il Convivio, scritti entrambi durante il soggiorno Bolognese, riconoscono nel volgare lo strumento per diffondere presso il nuovo ceto il nuovo sapere che deve essergli proprio. Il De vulgari eloquentia si rivolge ai dotti, in latino, per dimostrare loro come esista un volgare illustre in grado di dar voce e identità alla nuova classe dirigente.

Per la scrittura del volgare occorre premettere che di Dante non sono stati conservati scritti autografi e che quindi non possiamo dire nulla delle sue abitudini grafiche; della fonetica e della morfologia possiamo sapere solo quanto ci garantisce la posizione in rima. Il Convivio arricchisce la lingua di tecnicismi propri del discorso intellettuale. Nella Divina Commedia la contaminazione tra gli stili è tale da infiltrare parole estremamente realistiche anche nelle zone più elevate del Paradiso, quali discorsi di Cacciaguida e di San Pietro.

L’estrema varietà di toni e registri ben si confà al poema che tratta del mondo terreno di quello ultraterreno, dell'uomo e Dio, della storia e dell'attualità politica, dell'arte e della frode, dell'esperienza quotidiana e dell'ineffabile, e a buon diritto è stata definita plurilinguismo.

Petrarca

I Rerum vulgarium fragmenta di Francesco Petrarca danno un'impressione di omogeneità e levigatezza; occorre però precisare che il loro monolinguismo è tale rispetto alla Commedia, alla lirica precedente né alle esperienze poetiche che da essi dipendono.

Petrarca elimina i sicilianismi e gran parte dei gallicismi che avevano caratterizzato la prima stagione poetica italiana, accoglie molti dantismi ma ancor più ne rifiuta: dato che diverrà modello indiscusso per la lirica successiva, funziona come un filtro, che determina cosa sopravviverà e cosa no.

Boccaccio

Il Decameron di Boccaccio è un formidabile arricchitore delle strutture sintattiche che modella ad imitazione del latino e complica rispetto alla prosa precedente. Una caratteristica della prosa di Boccaccio è l'ordine artificiale delle parole, come lo spostamento del verbo alla fine della frase. Boccaccio non faceva che adottare alcuni tratti tipici del latino e alcune figure della tradizione retorica ereditata dal mondo classico come ad esempio l’iparbato, cioè la separazione di un gruppo unitario di parole.

La lingua letteraria del Trecento ha avuto un ruolo fondamentale nella storia della lingua italiana. Le opere dei suoi tre massimi autori: Dante, Petrarca e Boccaccio, furono riconosciute come eccellenti sia per quello che dicevano sia per come lo dicevano. Questo non avvenne subito ma a partire dagli ultimi decenni del XV secolo.

Dalla crisi del volgare alla ricerca della norma

L'influenza delle opere volgari di Dante, Petrarca e Boccaccio sarà decisiva per la lingua italiana, ma non fu immediata. Dalla fine del 300 per tutto il secolo successivo il latino tornò ad occupare la scena della cultura alta. Il movimento umanistico si rifaceva direttamente alla classicità. In latino si poteva scrivere qualsiasi cosa, e qualsiasi cosa scritta in latino era destinata a durare nel tempo.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lisaralin di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Giovanardi Claudio.
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