Formare al Sud
Tommaso Fiore
Tommaso Fiore, educatore del popolo, uomo onesto, intelligente, solidale, si è occupato dei problemi dell’educazione e della scuola. Egli nacque nell’1884 da una famiglia modesta, si iscrisse all’università di Pisa dove gli studi lo avvicinarono al socialismo; tornato ad Altamura si immerse nella vita politica locale, in cui dominava la logica giolittiana e il potere dei latifondisti.
Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale assunse una posizione interventista che sembrava in contrasto con la sua formazione democratico-liberale. Egli si avvicinò a Gaetano Salvemini e al ritorno dal fronte scrisse della sua esperienza in due volumi. Al ritorno ad Altamura ricominciò la sua lotta politica e si schierò a fianco dei contadini e dei reduci che reclamavano le pessime condizioni di vita e lo sfruttamento degli agrari. Nel 1923 iniziò la collaborazione alla “Rivoluzione liberale” di Gobetti sui nessi tra fascismo e giolittismo.
La sua vita politica iniziava a disturbare, specie dopo l’omicidio di Matteotti, che spinse Fiore all’idea che l’intellettuale non può restare imprigionato nei suoi studi ma deve intervenire, partecipare alla lotta politica. Nel 1930 scrisse “La poesia di Virgilio”, un saggio incentrato sull’indipendenza del poeta dal potere politico (metafora dei tempi presenti). Si trasferì a Bari, insegnò al classico di Molfetta, pubblicò la traduzione dell’opera di Russell “L’educazione dei nostri figli”, scrivendo una prefazione sui problemi educativi.
Fiore e Russell erano legati dalla carica polemica nei confronti degli educatori tradizionalisti; entrambi considerano l’educazione “la chiave del mondo” e gli insegnanti “custodi della civiltà”; affermano che i valori fondamentali da inculcare nei giovani sono amore, conoscenza, giustizia. Egli evidenziò gli aspetti antiautoritari e libertari del pensiero di Russell, nel senso che educare non vuol dire costringere ma stimolare le energie creative del ragazzo.
Per la sua attività politica vennero arrestati prima i suoi tre figli, poi lui stesso: venne scarcerato il 28 giugno 1943, ma quel giorno suo figlio fu ucciso dalla polizia durante una manifestazione pacifica. Per questo Fiore si gettò di più nell’agone politico, combatté per la libertà di stampa, fu tra i protagonisti dei Partito d’azione e uno dei promotori del primo Congresso dei Comitati di Liberazione dell’Italia libera. Nel 1944 divenne Provveditore, lavorando per la defascistizzazione della scuola a favore di un processi di rinnovamento.
Insegnò letteratura latina all’università e nel 1951 fu pubblicata “Un popolo di formiche”, la sua opera più nota: storia di un viaggio nella storia di cafoni pugliesi, si narra del Sud chiuso nel dolore e negli usi, senza conforto. La Puglia come espressione geografica. Egli possedeva una forte carica utopica tipica di grandi educatori, come Don Milani. In ogni grande educatore c’è la critica alla società presente e il progetto di un sistema (scolastico, sociale, politico, economico) proiettato nel futuro: utopia di un mondo migliore.
A Fiore interessava la religione degli utopiani poiché anche i principi religiosi sono sottoposti alla ragione che ha il compito di unificare le varie credenze e il risultato ne è la religione della natura. La natura è regola di vita. “Elogio alla follia” e “Utopia” sono importanti come tappe della storia della libertà intesa come fondamento dell’educazione. Non c’è educazione se c’è autoritarismo, mancanza di dialogo. Il sentimento utopistico prende le mosse dalla consapevolezza di una frattura tra l’essere e il dover essere, l’ideale e la realtà.
L’utopia tende ad una nuova vita di valori che trascendono la realtà. Non c’è educazione senza la trascendenza, verso la persona pienamente funzionante che è un ideale: mai nessuno sarà pienamente e perfettamente funzionante. Un secondo orientamento educativo fu il “ruralismo egalitario” di discendenza roussoviano: la convinzione che la classe dei contadini è la più vicina alla natura, perché nello stato di natura emergono i valori etici: giustizia, amore, fratellanza.
C’è sempre stata una dimensione etico-religiosa nel pensiero di Fiore, il mito dell’uguaglianza totale. Nessuno deve credersi superiore agli altri, solo così si costruirà una società di giustizia e fratellanza. Ci sono diversi motivi per considerare Fiore uno dei più grandi educatori della Puglia (e del Sud): egli volle educare il popolo a prendere coscienza di sé e ad essere protagonista della propria storia. La sua vita fu caratterizzata da valori come eguaglianza, autenticità, giustizia sociale. Egli non ci lasciò un sistema educativo ma l’idea di una formazione dei giovani basata su una dimensione etica rigorosa.
Santomauro Gaetano
Santomauro Gaetano nasce nel 1923 ed ha percorso l’intera carriera scolastica come insegnante elementare, docente di Filosofia nei licei, Direttore Didattico, Ispettore e docente di Pedagogia all’Uni. Di Bari. È stato consulente regionale per l’educazione degli adulti e promotore dei Centri Sociali per l’Educazione Permanente. Gli è stata assegnata la medaglia d’oro da parte del Ministero della Pubblica Istruzione ed è stato nominato componente della delegazione italiana presso l’Unesco.
Nel suo pensiero pedagogico, di matrice cattolica, si possono rintracciare gli influssi del Personalismo e dell’Attivismo (Decroly). Egli si approccia all’istruzione delle masse meridionali e del mondo contadino. Lo sviluppo del suo pensiero pedagogico segue tre tappe: osservazione del contesto socioculturale pugliese, teorizzazione di una sintesi pedagogica, proposta di intervento educativo nel contesto. Nel 1959 pubblica un saggio pedagogico/sociologico, in cui vi è l’analisi storico-politica del Mezzogiorno d’Italia dall’Unità alle Riforme degli anni ’50, l’indagine socio antropologica del mondo contadino, l’ispirazione etico morale del modello sociale meridionale, affermazione dei suoi valori educativi.
Tutto descritto con una sintonia e simpatia verso quel mondo che conosceva e che sentiva di difendere ed aprire allo sviluppo; i processi contemporanei come industrializzazione ed evoluzione di costumi ed abitudini mettono in evidenza la frattura tra la società contadina e quella urbana. Santomauro è consapevole del passaggio storico e non si pone come conservatore ma cerca di mediare tra il tesoro storico culturale che il mondo contadino meridionale ha maturato nei secoli precedenti e l’emarginazione socio-politica dal resto del Paese.
La mediazione consiste nell’istruzione vista come strumento di riscatto delle masse contadine e affermazione di una Civiltà fondata su propri valori ed espressioni culturali, che non giustificano il suo rinnegamento o la sua scomparsa. Santomauro descrive e analizza la cultura contadina, espressione più genuina della Civiltà Meridionale, apportandosi all’antropologia, alla sociologia, geografia e politica. Egli espone sinteticamente il percorso storico e ricco di manifestazioni, realizzando una sintesi della questione meridionale, trattando temi come:
- Senso della vita: il suo valore, accettazione del destino, ribellione dell’animo dinanzi al sopruso, all’ingiustizia, oppressione, desiderio di pace e serenità, lavoro e condanna dei propositi che portano al suicidio;
- Individualismo: tale atteggiamento dei contadini è sintomo d’incertezza e precarietà, attesa ansiosa di un dialogo aperto, cordiale, dignitoso;
- L’altro: per il contadino è il proprio simile, unito dallo stesso destino, povertà, sofferenza, durezza del lavoro quotidiano, visione precaria del futuro da cui loro son distanti perché chiusi nel cerchio delle loro preoccupazioni, bisogni;
- Passato: il passato nel mondo contadino è contemporaneo per la presenza di costumi, forme di vita, di pensiero ed arcaismi del passato, per cui il futuro è visto solo come rottura;
- Natura: la campagna non è perfida e non tradisce come fanno gli uomini; è sincera e schietta, non ti fa del male;
- Lavoro: il lavoro agricolo ha scarsa forza evolutiva, non si razionalizza e tecnicizza;
- Diffidenza: raffiora nei discorsi, consigliando il riserbo e l’autodifesa;
- Senso della legge: per il contadino le leggi impongono solo tributi, obbligazioni, vincoli e limitazioni, per sancire punizioni gravi, per tutelare gli interessi e i privilegi delle stesse classi che detengono il potere e che fanno le leggi, si sentono estranei alla vita politica del paese;
- Governo, Stato, Democrazia: il contadino ritiene che la responsabilità della sua miseria, del disagio materiale, dei suoi mali, dei rapporti di lavoro siano del governo;
- Famiglia: essa conserva religiosamente nel presente gli usi, le consuetudini, gli insegnamenti del passato, ricorda ai giovani il codice dell’onore e le norme della buona credenza, afferma l’egemonia dell’uomo come sposo e padre, difensore e garante dell’unità, dell’onore, della dignità familiare, che coltiva nella donna il senso della modestia, della riservatezza, parsimonia.
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