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Sunto di letteratura italiana, prof. Dalmas, la letteratura arturiana in Italia fra 13 e 14 secolo

I primi centri di diffusione del romanzo arturiano

Già nel 1180 Chretien de Troyes componeva la serie dei suoi romans dove c’era un unico eroe della corte arturiana. Mezzo secolo più tardi il romanzo arturiano si trasforma sia sul piano strutturale che su quello stilistico. La prosa si sostituisce al verso e prende forma una versione volgare della materia del ciclo di Artù. In tutto questo marasma di episodi venivano diluiti più vicende e personaggi intimamente collegato l’uno all’altro secondo una raffinata tecnica d’intreccio (entrelacement), dove le diverse avventure d’armi e amori di diversi cavalieri si intrecciavano. Le prime redazioni romanzesche in prosa della materia arturiana ebbero notevole successo in tutta Europa e il primo centro italiano fu la corte sveva. Altri furono i centri culturali italiani che si procurarono testi francesi in prosa e si attivarono per la loro trascrizione, consentendo una rapida e capillare diffusione dei romanzi arturiani nell’intera penisola, ma per esempio del fondo cavalleresco estense non è rimasto nulla, non facendo scoprire così le fonti a cui si era rifatto Boiardo per il suo Orlando. I romanzi comunque si diffusero anche in Toscana e in Liguria, esempio è Rustichello da Pisa che rielaborò tra i primi alcuni romanzi cavallereschi arturiani. Proprio infatti tra l’asse Genova-Pisa i romans in lingua d’oil trovarono un terreno privilegiato, ma ben presto la Liguria perderà questo primato, mentre la Toscana rimarrà centro di produzione per molto tempo.

La compilazione di Rustichello e altri romanzi in lingua d’oil scritti da autori italiani

Dalla seconda metà del Duecento in avanti alcuni autori italiani cominciano a comporre testi di matrice arturiana, produzione, che pur essendo di origini francesi, fa emergere precisi caratteri di autonomia letteraria. Questi scrittori preferiscono infatti la lingua d’oil, essendo la conoscenza del francese non più una prerogativa esclusivamente aristocratica. Uno di questi autori è Rustichello, autore ancora misterioso, appartenente alla realtà culturale della Toscana d’occidente. Scrive un lungo romanzo, su commissione in cui la fedeltà dello scrittore all’ideologia aristocratica emerge chiaramente dove i vassalli, ribellatisi al re, vengono sconfitti. Le fonti principali di Rustichello furono il Tristan, il Lancelot, il Guiron le Courtois. Rustichello riduce, seziona e poi, con la tecnica dell’entrelacement, collega le avventure e i personaggi appartenenti ai vari canovacci romanzeschi. L’altra opera in oil di un autore italiano che era incentrata sulla figura del tutore di Artù e sulle sue virtù divinatorie è le Prophecies de Merlin, scritte da un anonimo veneziano. L’autore decise di affidarsi al francese essendo un mezzo espressivo più efficace. Qui il celebre mago Merlino offre una copertura letteraria funzionale all’intento polemico dell’opera: dietro le profezie di Merlino si celano le diniazioni e le invettive tese a mettere sotto accusa moralmente i fasti della chiesa di Roma. Ultimo romanzo è il Chevalier errant, il cui autore, Tommaso III Marchese di Saluzzo, a più di un secolo di distanza dai precedenti, si cimentò nella scrittura in oil di questo romanzo in cui il valariere-autore, in compagnia di un valletto, intraprende un lungo percorso attraverso i regni di amore, fortuna e conoscenza.

I volgarizzamenti

Cominciavano anche i primi volgarizzamenti dei romanzi di Artù e furono proprio questi ad agevolare l’integrazione dei materiali romanzeschi a tutti i livelli del sistema letterario italiano. Ma la conversione linguistica era favorita anche da un sensibile mutamento storico sociale: gli autori dovevano venire incontro alle esigenze di un pubblico sempre più consistente, di estrazione borghese e comunale. Tra la fine del 200 e inizio 300 le prose di romanzo subiscono ritocchi all’impostazione ideologica e altri piccoli accorgimenti che rendevano il contenuto dei testi vicino al modo di vivere e pensare dei nuovi lettori. Così le intere saghe arturiane furono ben presto tradotte da letterati italiani.

La materia tristaniana

Il Roman de Tristan fu uno dei più fortunati a circolare in Italia. Viene trascritto nel tardo 200 con il cosiddetto Tristano Riccardiano, dalla prima versione in francese, oggi sconosciuta. La lingua e la grafica, insieme all’aspetto non molto curato, rivelano l’ambito di provenienza e l’utenza di riferimento del romanzo: la Toscana, Firenze e la sua classe mercantile in rapida espansione. Nel Tristano troviamo già alcune particolarità ideologiche e letterarie che influenzeranno la letteratura cavalleresca, specie in Toscana. In questa versione molti sono gli elementi stravanti rispetto alla redazione comune del Tristan, mentre restano in armonia con l’originale francese i volgarizzamenti operati soprattutto in Veneto.

La tavola ritonda

Fu scritta da un ignoto toscano intorno alla metà del 300. Il suo autore conosceva molto bene e li ha sfruttati pienamente un buon numero di romanzi arturiani in prosa, compresa la compilazione di Rustichello, ma il libro guida dell’anonimo era senz’altro il Tristano Riccardiano. L’autore governa la fabula con grande autonomia, aggiungendo molti episodi, non rielaborandoli, ma rileggendoli sotto una nuova luce che riflette gli interessi e i gusti di una società borghese comunale sedotta dalle Arturi Regis ambages pulcerime e più in generale dalle costumanze cortesi. L’anonimo in pratica si ingegna ad adattare il mondo arturiano alla mentalità del suo pubblico. L’eroe principale è Tristano, superiore a Lancillotto, che fa parte degli eletti della corte di re Artù. Il libro descrive la biografia dell’eroe, che ha in se innamorato lo cuore, come diceva Merlino per descrivere un cavaliere prode. All’interno del libro stabilisce un dialogo diretto con il lettore. Nel libro sono molte le scene ricche di pathos, tuttavia l’anonimo ama speziare la sua prosa con dettagli realistici, ereditando il personaggio buffo del Tristan, Dinandano, con un forte sostrato popolaresco che si fa talora portavoce scanzonato del narratore.

Testi merliniani

In Italia l’interesse per Merlino fu notevole. La fusione di elementi magici e religiosi, pagani e cristiani, produceva una mistura culturale che affascinava e rendeva Merlino sempre attuale e disponibile a qualsiasi impiego. Libro che parla di lui è Storia di Merlino di Paolino Pieri, la cui stesura risale attorno al Tristano Riccardiano e a La Tavola Ritonda.

La letteratura canterina e le storie di Tristano e Lancillotto

A divulgare ulteriormente il materiale romanzesco arturiano contribuirono i cantoni in panca che operavano un po’ in tutte le città. I cantari di argomento cavalleresco derivano in genere da un romanzo in prosa, il canterino infatti, è solo uno scaltro rielaboratore di lavori altrui, definendo così i cantari come opera di sintesi e di semplici fazione. Di solito il canterino scarnifica la trama, annulla le sfumature psicologiche dei personaggi e riduce al minimo le descrizioni. Si serve di una lingua facile, povera, ridondante sui medesimi costrutti sintattici, ma quando può cerca di amplificare le emozioni del testo grazie ai sentimenti religiosi, gli antagonismi bellici e gli spiriti di parte. Il suo pubblico doveva essere conquistato di primo acchito dalla lettura e soddisfatto in ogni modo. L’ottava toscana o su tre rime raggiunge il successo proprio grazie a questo genere poiché si prestava benissimo all’accompagnamento musicale del liuto o della viola. In Italia le origini di questo genere metrico vengono accreditate a Boccaccio.

I cantari di Antonio Pucci e altri testi in ottava rima di materia arturiana

Firenze fu la patria dei cantambanco, che ancora nei primi anni del 500 richiamavano una folta schiera di ascoltatori. Antonio Pucci è ritenuto esponente principale di quel gusto municipale e popolareggiante così tipico della letteratura toscana medievale. Fu l’indiscusso maestro dell’arte canterina, intuendo precocemente le potenzialità espressive del cantare in ottava rima e se ne servì per descrivere sia per analizzare le vicende storiche a lui contemporanee e anche quelle cavalleresche. Scrive Bruto di Brettagna e Gismirante. Gli altri cantari sono quasi tutti anonimi e uno dei testi più antichi in ottava rima è quello dedicato al Febus (cantari di febus-el-forte è il più famoso). Dalla lettura del Gismirante o dei cantari di Febus si evince che potevano trovare spazio anche personaggi secondari del ciclo arturiano, i quali improvvisamente assurgevano al ruolo di protagonisti. Nel secondo caso il cantare diventa sempre più essenziale e stringato e vengono inseriti elenchi di vittime dell’amore e le rassegne di bellezze femminili che pure diverranno tipici della modesta cultura dei poeti di piazza.

La produzione cavalleresca in lingua francoveneta

Una nuova lingua per il romanzo: il francoveneto

L’incompetenza grammatica e sintattica, le esigenze di divulgazione e comprensione, gli errori e gli aggiustamenti nella trasmissione orale e scritta dovuti ai giullari o ai copisti, possono aver favorito la fioritura di una particolarissima Koiné, sulla quale si è poi fondata una compatta e originale tradizione letteraria. Nell’area dell’alta Italia, soprattutto in quella veneta, si sviluppa una lingua mescidata definita francoveneta o franco lombarda, lingua nella quale non sono stati trasmessi numero classici del ciclo carolingio, ma anche composti nuovi romanzi cavallereschi. Questa lingua diventa una cerniera importante fra la produzione cavalleresca medievale in lingua d’oil e le rielaborazioni toscane sulle quali si innesta l’epica rinascimentale in lingua volfare. Con i romanzi francoveneti non si parla né di trascrizione né di traduzione, ma di autonoma, innovativa elaborazione sia linguistica che ideologica degli originali in lingua d’oil. Sul piano linguistico si assistette alla progressiva italianizzazione delle forme come Deu/Deo e sul piano ideologico i testi filtrano una nuova situazione sociale: si sostituisce il valore dell’intraprendenza e della libertà individuale, mentre si scommette sul concetto di uguaglianza da opporre ai privilegi originari degli antenati. L’epoca carolingia viene poi proposta ad un nuovo pubblico, quello di estrazione alto-borghese. Questi mutamenti sociali, linguistici e letterari avvengono in un arco cronologico dilatato, entro il quale sono stati distinti tre periodi: il primo, contraddistinto dalla trascrizione fedele dei romanzi in lingua d’oil offerti ad un pubblico aristocratico che non necessitava di mediazioni linguistiche e che si rispecchiava nei valori feudali; il secondo è la fase di grande espansione della borghesia cittadina che induce gli scrittori ad intervenire pesantemente sui testi per modificarne l’impianto linguistico e i parametri ideologici; il terzo vede la società borghese a prendere i panni dell’aristocrazia e conseguentemente a creare un prodotto letterario nuovo.

Dai classici carolingi ai romanzi italianizzati della Geste Francor

Presso i Gonzaga c’era una grande raccolta di testi di origine carolingia, che spesso erano molto più forniti dei codici francesi originari. Tra questi c’era anche Geste Francor, sei canzoni ciclicamente saldate le une alle altre, anche se non in modo del tutto organico. Il codice risale alla metà del 300, ed è copia di un manoscritto ancora più antico. Ma quello che colpisce nella sua compilazione è il nuovo spirito che anima il racconto, così diverso da quello epico e tragico delle Chanson de Geste. Le grandi aspirazioni collettive vengono subordinate agli angusti tornaconti individuali o familiari. Al suo interno c’è di nuovo anche il nuovo comportamento nei confronti dell’imperatore, Carlo Magno, che viene svilito e il suo mito distrutto. Le sue azioni sono infatti all’insegna della gran stoltie e della gran folie. Dunque nei romanzi francoveneti si esprimono posizioni contrarie sia alla monarchia che ad una società impostata secondo le regole feudali. In pratica è tutta la classe aristocratica ad uscirne male, mentre è palese la simpatia dell’autore per le classi subalterne. Prevarranno quindi nobiltà d’animo, ma non di sangue.

L’Entrée d’Espagne

Scritta fra il 1320 e il 1340 da un anonimo, è sopravvissuta in un unico manoscritto che circolò in più redazioni, linguisticamente diversificate. Senza questo libro, l’epica italiana di Pulci, di Boiardo o di Aristo, sarebbe incomprensibile. Si tratta di un romanzo strutturalmente ben costruito, che narrando i fatti precedenti alla dolorosa rotta di Roncisvalle, ambisce a gareggiare con il supremo modello romanzesco medievale, la Chanson de Roland. Lo scrittore propone il suo romanzo ad un pubblico di rango sociale elevato. Al suo interno è notevole l’influsso della cultura cavalleresca bretone e in più occasioni il poeta padovano richiama alla memoria episodi famosi del ciclo di Artù, come il duello tra Tristano e Moroldo o le vittoriose campagne Febus. Le novità più interessanti riguardano Orlando, poiché è qui che l’integerrimo cavaliere, apostolo della spada, inizia a fare i conti con la forza indomabile della passione. In più l’autore sembra capire la possibilità di sfruttare comicamente Orlando, implicando così una degradazione, seppur momentanea, del ruolo epico del personaggio. Presuppone anche la conoscenza di alcuni passi del Milione, soprattutto nei passi in cui Orlando va in Persia.

La Prise de Pampelune di Nicolò da Verona

Il libro non ha datazione precisa. L’autore si ricollega puntigliosamente al dettato de L’Entrée, ma è incapace di porsi allo stesso livello dell’autore anonimo padovano. Con la Prise ci si trova davanti ad un impianto tipico delle più antiche Chanson de Geste, con monotoni scontri, battaglie, assedi, descritti con compiaciuta pignoleria sin nei dettagli, tanto che si ha l’impressione di leggere un’arida cronaca più che un romanzo. Il tutto è intrinseco di un piglio nazionalistico, più padano che italiano.

Gli ultimi romanzi francoveneti: la guerra d’Attila e L’Aquilon de Bavière

La guerra d’Attila è stata scritta da Nicola di Giovanni, mentre l’Aquilon da Raffaele da Verona ed entrambi, per certi versi radicalizzano le innovazioni tematiche e stilistiche del padovano, privilegiando nettamente gli elementi romanzeschi rispetto a quelli epici. L’Attila non ha avuto molta fortuna editoriale e gli intenti encomiastici sono visibili nel testo. Nonostante non siano messi in scena i cavalieri di Carlo Magno, Attila, è comunque un romanzo cavalleresco, anche se l’autore voleva mostrarsi come cronista e non come romanziere. Alle battaglie in campo aperto si alternano con regolarità cortesi passioni di dame e cavalieri, però la sua impalcatura epico-storica non regge. Lo stesso Attila non è ritratto solo come un truce guerriero assetato di conquiste, ma viene descritto come innamorato di Gardena, regina di Damasco. Il personaggio della donna è complesso e ricco di sfumature, e diventa il centro propulsore della tematica amorosa in tutto il romanzo. Gardena può considerarsi come un preludio di Angelica.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simosuxyeah di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Dalmas Davide.
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