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Riassunto esame letteratura italiana, Prof. Baldassarri, dispensa consigliata "Tasso. Il Gierusalemme" (C. Gigante)

Riassunto dettagliato e rielaborato per l'esame di Letteratura italiana, basato sullo studio autonomo della dispensa consigliata dal Prof. Baldassarri, intitolata "Tasso. Il Gierusalemme" di C. Gigante. Sono trattate le fase editoriali che, partendo da "Il Gierusalemme", portarono alla stesura de "La Gerusalemme liberata", il tutto arricchito con trama, fonti storiche, edizioni, revisioni,... Vedi di più

Esame di Letteratura italiana docente Prof. G. Baldassarri

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ESTRATTO DOCUMENTO

l'attenzione fu quello di Olindo e Sofronia, che de' Nobili e Bargeo reputarono troppo vago e troppo

improvviso e Antoniano troppo amorale. Nell'aprile 1576, nell'unica lettera a lui indirizzata per

ingraziarselo, Tasso annunciò che, pur di non offendere "gli orecchi de' pii religiosi", per timore

dell'Inquisizione e per paura che potessero essere causa di far proibire il libro, era disposto a rimuovere

quei versi e anche una serie di altri incanti, come la visione di Rinaldo e la metamorfosi dell'aquila che,

dopo aver guidato Rinaldo, Carlo e Ubaldo all'accampamento cristiano, si posava sull'elmo della

magnifica armatura destinata al paladino estense divenendo "un gran cimier d'argento". Continuarono

però a rimanere al loro posto (poi comunque scartati nella Conquistata) la trasformazione dei cavalieri in

pesci, la miracolosa comparsa della tomba di Sveno e proprio l'episodio di Olindo e Sofronia, sebbene

corretto su consiglio di Gonzaga (i due giovani, infatti, non si trovavano più volto a volto sul rogo, ma

schiena contro schiena). Insomma, alla fin fine, tutte le parti erotiche e meravigliose del poema

conobbero la stampa; infatti, il poeta ammetteva di essere interessato al successo non solo presso il

pubblico dei "maestri dell'arte", ma anche presso gli "uomini mediocri".

Riguardo l'episodio di Sveno non si trattò soltanto del sepolcro che miracolosamente sorse per ospitare

le spoglie del crociato danese, ma anche della spada dell'eroe destinata a essere impugnata da Rinaldo:

inizialmente il poeta aveva immaginato che l'arma fosse tinta e infetta del sangue dei nemici, gli Arabi di

Solimano, contro cui Sveno aveva combattuto morendo, e che solo a un guerriero prestabilito dal fato

fosse concesso, impugnandola, di renderla "luminosa e netta"; giunto nel campo cristiano, molti

cavalieri inutilmente cinsero la spada sperando che il prodigio si avverasse, ma l'arma fu destinata a

Rinaldo, come Carlo ben sapeva. L'episodio fu limato da Tasso sia sopprimendo il particolare del

sangue, sia la ricerca di Carlo che porta la spada sapendo già che sarà Rinaldo a doverla impugnare.

Da tutto ciò si può capire come Tasso non volesse intervenire sul poema in modo distruttivo

eliminando di sana pianta gli episodi meravigliosi, ma come cercasse una sorta di equilibrio fra

meraviglioso e verisimile, senza ovviamente oltrepassarne i confini: il poeta trovò così un escamotage, una

via d'uscita, per aggirare alcune delle contestazioni dei revisori, facendo passare quegli episodi

censurabili come allegorici ed eliminando comunque spontaneamente quelle parti del meraviglioso che

più difficilmente si prestavano a una lettura duplice, come l'episodio della battaglia di Carlo e Ubaldo

contro il mostruoso custode del giardino di Armida "a fatto ozioso nell'allegoria".

La necessità di una difesa per i versi del poema, a fronte delle critiche che giungevano soprattutto da

Antoniano, spinsero il Tasso a stendere, dopo la partenza dello studioso per la Germania, il testo

dell'Allegoria del poema, inviandola a de' Nobili il 15 giugno 1576; si trattava di un esercizio speculativo

che lo avrebbe spinto a ripudiare la Gerusalemme sino ad allora concepita per inseguire una nuova poesia

che fosse portatrice di verità grazie alla garanzia della storia e grazie ai significati nascosti dietro

all'allegoria stessa; così facendo, poteva proteggere gli amori di Armida e gli "errori" degli eroi crociati,

garantendo quella varietà che sapeva fondamentale per un successo presso i lettori. Le maggiori

allegorie sono:

esercito → corpo

− città arroccata da espugnare → virtù

− Goffredo → intelletto che governa anima e corpo e quindi rappresentante dell'ordine e

− dell'unità

Rinaldo, cavaliere immaginario supposto avo degli Este → parte irascibile dell'anima e quindi

− ribelle portatore di istinti

demoni e altre figure del male → tentazioni che insidiano dall'esterno al conseguimento della

− virtù

inganni della selva → falsità delle ragioni del male

− aiuti prestati da Dio, dagli angeli e dalle figure del bene → ispirazione divina e umana sapienza

− che in forme diverse prestano soccorso all'uomo in preda alle tentazioni

vari avvenimenti che ostacolano l'esito dell'impresa → attori del conflitto tra intelletto, che

− persegue la virtù, e le parti concuscipibile (amori in cui cadono i cavalieri) e irascibile (ribellione

di Rinaldo) dell'anima

riconciliazione di Rinaldo con Goffredo → ubbidienza della parte irascibile dell'anima

− all'intelletto e cooperazione fra le due potenze dell'animo per il buon fine dell'impresa (da soli

non potrebbero sconfiggere i nemici)

conquista finale della città → risultato a cui si perviene quando, ubbidendo alla volontà divina,

− le potenze inferiori dell'anima si assoggettano alle superiori, consentendo all'uomo di ottenere la

felicità politica, che è tramite verso la beatitudine cristiana.

L'ultimo atto della revisione della Liberata fu la Favola de la Gerusalemme, inviata a Capponi nel luglio

1576 perchè questi la facesse pervenire a Salviati, il quale aveva lasciato intendere di essere stato

disposto a un'onorata menzione ma che di lì a qualche anno sarebbe divenuto uno dei più feroci nemici

del poema. Questa lettera fu in realtà un bluff, nel senso che Tasso presentò la propria opera

camuffando i nodi tematici e strutturali che immaginava potessero suscitare polemiche da parte di

Salviati e non solo, e a volte passando sotto silenzio molti degli episodi meravigliosi (es. nave della

Fortuna che Carlo e Ubaldo usarono per giungere al castello di Armida).

Dopo la lettera a Capponi, le manifestazioni violente della mente alterata condussero Tasso all'ospedale

di Sant'Anna e il poema rimase così come egli l'aveva ridotto negli ultimi mesi del 1576.

La Gerusalemme liberata: i modelli letterari

1. l'Iliade di Omero del VIII secolo a.C.: la ribellione di Rinaldo e il suo allontanamento dal campo

di battaglia, coincidente con la fase di maggiore difficoltà dell'esercito cristiano, sono ispirati alla

vicenda di Agamennone e Achille; Erminia, che descrive dall'alto di una torre al re Aladino i

cristiani, sembra Elena rivolta a Priamo; i crociati nel canto I e gli Egiziani nel XVII sembrano

derivare dal doppio catalogo iliadico delle forze in campo; il desiderio di vendetta di Solimano

contro Argillano per la morte del paggio Lesbino e quello di Argante contro Tancredi per la

morte di Clorinda sono esemplati su quello di Achille per l'uccisione di Patroclo.

In particolare, è proprio il duello fra Tancredi e Argante il più memorabile del poema: fra i

personaggi crociati Tancredi è l'unico eroe che vive di inquietudini e timori; è un eroe che si

ferma a riflettere, come nel canto VI quando si incanta a contemplare Clorinda invece di correre

al duello con Argante, conosce il lessico d'amore che adopera nel canto III per dichiararsi alla

guerriera e prova l'oscurità dei sensi di colpa; proprio per queste caratteristiche egli non ha

nulla, anche nella fase più bellicosa del poema, del furore istintivo di Rinaldo o della crudeltà di

Goffredo; nel duello con Argante, egli ha la meglio solo dopo un lungo combattimento e non vi

è alcuna fierezza né orgoglio né disprezzo nei suoi atti, a tal punto che, alla fine del duello, ha

un giramento di testa e sviene; non solo, visto il nemico tramortito, gli offre cavallerescamente

la vita in cambio della resa (e Argante, offeso dalla proposta, lo ferisce al tallone);

2. l'Odissea di Omero del VIII secolo a.C.: invano Armida cerca di invaghire di sé Goffredo con il

suo canto da sirena ma egli ne è immune, come l'Odisseo omerico; il rapporto fra Clorinda e

Argante, cavaliere e donna-guerriera, sembra essere quello di Diomede e Odisseo (il loro

rapporto sembra limitato alla partecipazione in coppia a varie imprese, ma fra i due esistono dei

veri sentimenti, che si rivelano soprattutto nel dolore di Argante dopo la morte della

compagna);

3. l'Eneide di Virgilio del I secolo a.C.: le "arme pietose" di Goffredo lo iscrivono sin da subito

sulla scia di Enea (per entrambi la pietas significa obbedienza al volere divino e del guerriero

troiano il capitano imita frasi e movenze per quello che riguarda la sfera militare e religiosa); il

rapporto fra Clorinda e Argante sembra essere quello di Niso e Eurialo (il loro rapporto sembra

limitato alla partecipazione in coppia a varie imprese, ma fra i due esistono dei veri sentimenti,

che si rivelano soprattutto nel dolore di Argante dopo la morte della compagna).

Tasso si avvale dell'Eneide, e in particolare del racconto della caduta di Troia, anche nella

rappresentazione dell'invasione dei crociati a Gerusalemme, dove il poeta mette in luce gli

affanni e il terrore dei pagani: come nel canto virgiliano, il lettore assiste alla rappresentazione

della caduta della città apprendendo gli eventi dal punto di vista degli sconfitti; ma se là il pathos

era giustificato dal racconto in prima persona di Enea, qui, invece, il poeta mette in scena la

crudeltà dei crociati pronti a infierire sulla popolazione inerme con stupri e rapine, cosa che non

può che suscitare nel lettore un istintivo affetto nei confronti dei vinti. La commozione che

l'assedio suscita nei lettori non è un effetto collaterale indesiderato, anzi, si tratta di una scelta

poetica consapevole, in quanto lo spazio per la pietà nell'azione epica è previsto anche nella

Poetica aristotelica proprio come elemento essenziale (non a caso nel Giudicio Tasso spiegherà

che è lecito far nascere nei lettori la pietà non solo nei riguardi dei cavalieri cristiani, ma anche

verso i nemici). Per questa via, Tasso proponeva un nuovo modello letterario fondato sul

sentimento umano del conflitto e sulla dignità e il fascino degli eroi sia della parte "vincitrice"

che di quella "nemica".

La Gerusalemme liberata: gli spunti cinquecenteschi

l'Orlando furioso di Ariosto del 1516: come Angelica Erminia fugge e, quando scorge Tancredi

− riverso a terra dopo il duello con Argante, credendolo morto, cura Medoro dopo la sfortunata

spedizione notturna in compagnia di Cloridano, conoscendo come lei le virtù delle erbe.

Si ricordi che, stremato dal confronto con i revisori romani, Tasso era arrivato al punto di

immaginare per la donna una conversione con tanto di clausura in convento, proposito

comunque fortunatamente mai attuato e limitato alla sospensione del suo destino una volta

rientrata nel campo cristiano (quanto i contemporanei fossero scontenti di tale finale è

testimoniato dalla continuazione del poema tentato da Camilli in 5 canti pubblicati nel 1583 e

spesso ristampati in appendice alle edizioni della Liberata).

Anche la selva svolge un ruolo comparabile per converso al castello di Atlante: là il castello è il

luogo dove i cavalieri inseguono i fantasmi dei propri desideri senza poterli mai cogliere, mentre

qui i cavalieri sono inseguiti dalle proprie paure, che prendono forme diverse a seconda dei

soggetti. È proprio nella selva che si consuma l'ultimo atto del dramma di Tancredi, costretto a

fuggire dopo che l'albero da lui colpito parla con la voce di Clorinda (come il dantesco Pier delle

Vigne), pur conscio che si tratta di un inganno; il fantasma della voce di Clorinda e il sangue che

scorre dall'albero sono non soltanto il prodotto del maleficio diabolico, ma anche la

rappresentazione visiva del senso di colpa di Tancredi.

Anche il viaggio intrapreso da Carlo e Ubaldo sulla nave della Fortuna attraverso l'Oceano si

inscrive nel solco della navigazione che Astolfo compie dall'Asia all'Africa, accompagnato da

Andronica che gli profetizza l'avvento di una nuova era di navigatori che consentirà la scoperta

non solo delle colonne d'Ercole, ma anche di nuove terre destinate a essere cristianizzate e a

divenire parte del dominio imperiale di Carlo V; sulla scia di Ariosto, Tasso consente all'angelica

Fortuna di predire a Carlo e Ubaldo il superamento delle colonne d'Ercole e la scoperta

dell'America da parte di Cristoforo Colombo, senza però proporre alcuna connessione con l'era

imperiale di Carlo V (connessione recuperata nella Conquistata, dove la profezia è inserita nel

sogno di Goffredo in una serie di ottave encomiastiche celebranti appunto il trionfo

dell'imperatore);

il Morgante di Pulci del 1478 e l'Italia liberata di Trissino del 1547: Armida arriva nel campo

− cristiano rispettivamente come Antea, che giunge bellicosa fra i cristiani di Carlo Magno ma che

presto si innamora di Rinaldo, e Ligridonia, che chiede aiuto ai paladini di Belisario narrando,

come lei, un'improbabile storia di soprusi subiti;

le Etiopiche di Eliodoro del III-IV secolo d.C.: Clorinda è figlia di Senapo, re cristiano di Etiopia,

− nata da genitori di colore ma "candida" per il misterioso rifrangersi su di lei del colore della

donna salvata dal drago, bianco che simboleggia certo la purezza ma che suggerisce al

contempo la presenza nel suo aspetto di una natura sconvolgente. Così, al momento del

concepimento della figlia Cariclea, Persinna, regina di Etiopia, e il marito si trovavano in una

stanza della reggia decorata con un dipinto raffigurante la liberazione di Andromeda da parte di

Perseo; la carnagione di Andromeda, mirata da Cariclea durante il rapporto amoroso, provocò

la nascita di una bimba bianca, che la madre dovette far sparire, lasciandola credere morta, per

timore di essere accusata di adulterio.

Il candore di Clorinda, che lascia stupefatto e turbato chi la guardi, sembra essere anche il segno

del suo destino di beatitudine: ella, infatti, è la donna gentile del poema che salva Tancredi dal

traviamento inducendolo a sublimare il dolore.

l'Orlando innamorato di Boiardo del 1483: l'idea del cavaliere prigioniero di una maga in un

− giardino, quello di Armida, dimentico dei doveri di guerra, ricorda il giardino di Dragontina

dove sono imprigionati Orlando e molti altri cavalieri cristiani e saracini.

Il giardino sembra isolare la scena amorosa, tipicamente romanzesca, allontanandola nello

spazio e nel tempo dall'azione principale epica della crociata; nella sua descrizione la natura

maliziosamente partecipa all'amplesso dei due amanti ("vezzosi augelli", "verdi frondi", "canto

del pappagallo" come inno a cogliere il piacere della giovinezza, ecc.) e il ritorno al registro

epico è segnato dalle invettive di Armida e con il rientro di Rinaldo al campo di battaglia.

L'Orlando innamorato dona un altro spunto con la scena della maga Falerina ritratta mentre si

specchia nella spada che dovrebbe servire a uccidere Orlando: tale idea confluisce nella famosa

immagine di Armida che si mira nel "cristallo" pendente al fianco di Rinaldo al posto della

spada;

il Decameron di Boccaccio del 1349-1351/3: la missione di Vafrino, scudiero di Tancredi, ricorda

− la novella IX di Boccaccio. Vafrino è una figura singolare e bizzarra che sembra finita per caso

fra le pagine della Gerusalemme, ma la cui spedizione segna un'importante svolta nella narrazione

del poema: egli, infatti, in qualità di spia in campo egiziano, si imbatte in Erminia, scomparsa

dagli occhi dei lettori dal momento in cui si era ritirata a vita pastorale, e lei lo riconosce grazie a

un movimento particolare del viso. Questa scena sembra ricordare la novella IX del Decameron

sia per il fatto che il re di Babilonia Saladino era arrivato in Europa travestito da mercante per

controllare in che modo i cristiani si stessero preparando per la crociata capeggiata da

Barbarossa per poter organizzare adeguatamente le proprie difese, sia per l'espressione

particolare della bocca di messer Torello che permette il riconoscimento fra i due (si ricordi,

infatti, che, arrivato nei pressi di Pavia, Saladino chiede indicazioni per raggiungere la città a

messer Torello, il quale lo invita intanto a casa propria. Saladino, dopo aver finito il giro

dell'Europa, torna nel suo regno dove organizza le difese per l'imminente guerra; anche messer

Torello parte per la crociata, ma viene catturato dai saraceni e, vista la sua abilità di addestratore

di falconi, viene portato al palazzo di Saladino come uccellatore, dove dopo un po' di tempo lo

riconosce grazie appunto a una sua particolare espressione, organizzandogli poi una grande

festa e riempiendolo di doni per ricambiare la sua ospitalità passata). Vafrino e messer Torello

agiscono certo in modo analogo, ma seguendo un percorso specularmente rovesciato nei ruoli

sociali e nelle appartenenze religiose: rispettivamente servo e sovrano, cristiano e musulmano,

viaggio di un cristiano nel campo egiziano e viaggio di un egiziano in territorio cristiano, ma

sullo sfondo in entrambi i casi la vittoria, quella dei crociati e quella degli Egiziani.

La Gerusalemme liberata: il "bifrontismo spirituale"

Il cosiddetto "bifrontismo spirituale" è quell'idea desantisiana per cui un poeta ha la coscienza divisa tra

l'anelito alla libertà e gli scrupoli confessionali. Uno dei nodi di maggiore problematicità a tal riguardo è

quello del concilio dei demoni del canto IV: Plutone nel suo comizio propone una ricostruzione

sdegnosa della caduta sua e degli angeli ribelli, marcata da un tono polemico verso Dio, ma quel che

colpisce nell'arringa non è l'esortazione ai demoni affinché ostacolino con ogni mezzo l'impresa dei

crociati, ma la figurazione in termini gloriosi ed eroici del tentativo fallito di ribellione contro Dio;

infatti, Plutone parla ai demoni ricordando l'ingiustizia del destino che insieme hanno patito, costretti

ad abbandonare i felici regni celesti per poi cadere "in questa orribil chiostra", vittime della vendetta di

Dio che ora "regge a suo voler le stelle"; ciononostante, se Egli ha vinto la guerra relegando i demoni

nell'Inferno, lo spirito ribelle di Plutone non è per questo sopito e l'idea che ne emerge è che egli è il

gigante sconfitto che non si piega alla forza superiore, l'eroe irriducibile e quasi prometeico incurante

del confronto impari a cui sottopone se stesso e la sua corte, l'emblema della virtù che si scaglia contro

un potere invincibile.

È un esempio di "bifrontismo spirituale" anche quello della rappresentazione dell'invasione dei crociati

a Gerusalemme: sin dai primi versi, infatti, si coglie la difficoltà di Tasso di conciliare le ragioni dei vinti,

infiacchiti dalla violenza dei cristiani, con l'ideologia della Liberata che vorrebbe esaltare l'impresa come

esplicito frutto della volontà di Dio; così il poeta attua consapevolmente la rappresentazione di due

universi distinti, cristiani e musulmani, operanti nello stesso spazio narrativo con pari dignità.

La Gerusalemme liberata: le polemiche

Importante da ricordare è la famosa polemica che oppose i sostenitori di Tasso a quelli di Ariosto: nel

1584 venne edito a Firenze Il Carrafa o vero della poesia epica, un dialogo di Pellegrino dove si discuteva

riguardo chi avesse conseguito maggior onore nella poesia epica fra Ariosto e Tasso. Attraverso i due

personaggi messi in scena, ovvero Luigi Carafa e Giovan Battista Attendolo, portavoce delle idee

dell'autore, Pellegrino sosteneva la superiorità della Liberata sul poema ariostesco poichè rispettoso

dell'unità d'azione, poichè fondato su una vicenda storica mista a eventi favolosi rispettosi dell'ideale

oraziano del miscere utile dulci e poichè i personaggi cristiani rappresentati erano il modello di

comportamento morale; al contrario, l'Orlando furioso, privo di unità d'azione e di verisimiglianza storica,

era pieno di "sconvenevolezze del tutto indegne d'un poema eroico"; ad Ariosto veniva riconosciuta

solo la superiorità nell'ambito della sentenza, cioè nella chiarezza del dettato, usando Tasso modi di dire

poetici, lontani dal parlare di uso comune e perciò duretti.

All'inizio del 1585, a Firenze apparve la Difesa dell'"Orlando furioso". Contro 'l dialogo dell'Epica poesia di C.

Pellegrin, o Stacciata prima, un pamphlet firmato dall'Accademia della Crusca, nata qualche anno prima, e

composto da Salviati, che al tempo della revisione romana si era invece dimostrato ben disposto nei

confronti di Tasso: si tratta di un attacco contro il poeta, condotto prevalentemente sul piano della

lingua, la cui apertura verso latinismi e forme impure era considerata nociva alla chiarezza e alla purezza

toscana.

Alla Stacciata prima Tasso rispose con l'Apologia della "Gerusalemme liberata", apparsa a Ferrara e dedicata a

Ferrante Gonzaga; l'operetta, scritta in forma di dialogo fra l'autore con la maschera di Forestiero,

l'amico Fantini e il Segretario di questi, si apre con una difesa del padre, a giustificazione dell'onore

familiare, e continua cercando di replicare punto per punto alle varie obiezioni della Stacciata prima: sul

fondamento delle auctoritates toscane ne difende la legittimità, pur protestando di non aver stampato una

versione per lui soddisfacente; sulla critica del poeta che perde la caratteristica dell'essere poeta quando

è privo di invenzione o quando scrive la storia o quando, peggio ancora, scrive la storia già affrontata da

altri, Tasso risponde che "quel che è nulla, non è: dunque le cose false non sono; e l'invenzione non è

delle cose false, ma delle vere, che sì sono ma non sono ancora state ritrovate", aggiungendo che "se 'l

male è fondato nel bene, il falso ha nel vero ogni fondamento: dunque la poesia dee porlo sopra

l'istoria" (nel suo pensiero, infatti, il falso era divenuto accettabile solo a patto di essere tale

apparentemente, di essere cioè allegoria di una verità nascosta).

Nella successiva risposta al Discorso intorno ai contrasti che si fanno sopra la "Gerusalemme liberata" di

Lombardelli, composto alla fine del 1585 sottoforma di lettera a Cataneo, si trovano in quest'ottica due

elementi essenziali: il vero, definito da Tasso "fondamento di tutte le verisimiglianze", e il meraviglioso,

distinto dal falso e legato all'allegoria. In luce di questo, si può capire come Tasso non difendesse più la

Liberata piena di inserti romanzeschi, ma come cominciasse ad abbozzare i cardini teorici del futuro

poema riformato.

Nel frattempo erano entrati nell'agone poetico anche Orazio Ariosto con le Risposte ad alcuni luoghi del

dialogo "Dell'epica poesia" e Patrizi con il Parere in difesa dell'Ariosto, stampati entrambi nello stesso volume

dell'Apologia: in particolare, l'opera di Orazio Ariosto nacque per la stessa esigenza di difesa del nome di

famiglia che anima Tasso e il suo intento non è quello di attaccare il poeta, verso il quale ostenta anzi

amicizia, ma chiarire le norme aristoteliche; secondo lui, l'Orlando furioso è unitario non perché una sia

l'azione, ma perché tutti gli episodi sono diretti dalla stessa mano magistrale che dirige i vari filamenti

narrativi. Da parte sua, Patrizi contesta la definizione aristotelica di favola come imitazione dell'azione:

secondo lui l'imitazione non è propria del poeta ma di chiunque scriva e non ha quindi senso sancire la

superiorità di qualcuno in base a un criterio così vago; inoltre, il poema di Ariosto è un capolavoro

proprio perché, non obbedendo a nessun precetto astratto, è l'espressione della fantasia e dell'invettiva

dell'autore.

In un suo pamphlet apparso a Ferrara nel 1585, Tasso rispose a Patrizi con il Discorso sopra il "Parere" fatto

dal Sig. F. Patricio in difesa di L. Ariosto, difendendo la dottrina aristotelica e negando che l'imitazione

fosse un termine equivoco, visto che tutta la poesia è imitazione, e ribadendo i caratteri necessari

dell'unità d'azione e della storicità della materia trattata.

Patrizi replicò a sua volta con la Deca disputata.

All'Apologia di Tasso reagì Salviati con una violentissima Risposta in cui, al di là di un tono maleducato

che lascia sospettare ragioni personali, si ribadiva il valore superiore dell'invenzione sull'imitazione, della

fantasia sulla storia, negando che il compito del poeta fosse esprimere o ricercare il vero. Tasso lesse la

Risposta del Salviati e all'inizio del 1586 scrisse a Grillo di avere iniziato a comporre una controreplica

ma di volere attendere di conoscere l'esito della trattativa per la sua liberazione. Quello che resta di quel

lavoro sono le annotazioni che il poeta appose a un esemplare della Risposta, oggi conservato al British

Library.

Nel 1587 venne data alle stampe a Venezia la risposta che Tasso aveva concepito per Orazio Ariosto, il

breve discorso Delle differenze poetiche, nel quale sono ribaditi, pur in una cornice di formale riverenza nei

riguardi di Ariosto, i principi aristotelici che vi sono alla base della Gerusalemme.

La polemica comunque si protrasse a lungo senza risultati di rilievo, mentre la Gerusalemme continuava a

stamparsi e ristamparsi.

LA GERUSALEMME CONQUISTATA E IL GIUDICIO

La Gerusalemme conquistata

Il progetto di una riforma più o meno radicale della Gerusalemme fu elaborato da Tasso durante la lunga

detenzione nell'ospedale di Sant'Anna e le linee generali del nuovo disegno, che assorbe moltissimo

degli spunti critici nati dal confronto con i revisori del primo poema, sono esposte in una lettera a

Malpiglio.

Acquistata una fisionomia quasi definitiva ma ancora incerto a chi dedicarlo, Tasso si lamentò col

Costantini, scrivendogli di non avere ancora una persona fidata a cui farlo ricopiare.

Tra la fine del 1591 e l'inizio di quello successivo Tasso rifuse il materiale elaborato nell'attuale ms. Vin.

Lat. 72 della Biblioteca Nazionale di Napoli: tale trascrizione, presumibilmente concepita con l'intento

di sistemare l'opera in modo definitivo, divenne di fatto il secondo tempo della revisione, effettuata in

ambito strutturale, come si evince dallo slittamento numerico che si riscontra nel ms. per molti dei

canti. Alla fine Tasso dedicò l'opera a Cinzio Passeri, destinato, in quanto nipote del nuovo papa

Clemente VIII, a divenire in breve tempo cardinale e ad assumere il cognome Aldobrandini, il quale

prese il poeta sotto la sua protezione, impegnandosi affinché la Conquistata vedesse la luce. Per poterne

allestire l'edizione, egli diede al poeta la possibilità di servirsi di Ingegneri, che per primo aveva

stampato integralmente la Liberata e aveva già una certa familiarità con la sua difficile grafia; il suo

lavoro, sì determinante, fu però anche oscuro per alcuni aspetti, soprattutto se si considera che

nell'autografo vi erano moltissime varianti alternative e che quindi è possibile che le scelte siano state

compiute proprio da lui chissà con quali criteri.

La composizione del poema si può ritenere conclusa nel marzo 1593 ma stampata fra luglio e agosto; la

dedica a Passeri, invece, è datata 10 novembre. Molti errori furono fatti nella stampa e così Tasso si

ripromise di redigerne un elenco.

Con l'aggiunta di 4 canti, insieme a molti tagli e aggiunte, Tasso modificò profondamente l'aspetto della

prima Gerusalemme: lo sviluppo narrativo è tendenzialmente più lineare e quindi, se nella Liberata un

episodio era articolato in più canti, qui invece è concentrato in uno solo (es. storia dell'amore fra

Erminia/Nicea e Tancredi) e, se si effettua una partizione analoga a quella proposta per la Liberata, ci si

accorge subito che la sezione centrale (la perturbazione) è vistosamente più affollata:

1. introduzione , I-IV

2. perturbazione, V-XIX

3. rivolgimento, XX-XXII

4. fine, XXIII-XXIV

In particolare, sono aggiunti:

dei cenni sulla storia dei musulmani e della Giudea;

− la preghiera di Gerusalemme a Dio;

− nel discorso con cui Goffredo si rivolge agli altri capi esortandoli a dare compimento all'azione,

− il ricordo del giuramento prestato davanti a Urbano II nel concilio di Clermont, a sottolineare la

sacralità dell'impresa, le sue motivazioni storiche e il prestigio dell'autorità divina;

il colloquio tra Goffredo e Raimondo, preoccupati dell'imprudenza degli avventurieri cristiani al

− loro primo scontro con i pagani;

la richiesta invano a Goffredo da parte di Baldovino e Ruperto delle armi di Riccardo creduto

− morto;

il nuovo personaggio del guerriero Giovanni, doppio di Raimondo e dell'Eremita;

− l'incontro con una spia egiziana ingannata e uccisa da Vafrino;

− dal canto XVII al XIX migliaia di versi completamente nuovi che aggiungono valore alla

− narrazione senza sviarsi dall'unità di luogo e d'azione, ma dal risultato sconcertante, visto che gli

atti bellici raccontati portano tutti a delle uccisioni, e contemporaneamente meraviglioso, visto

che poi i crociati riescono a sbaragliare gli avversari (mutazione della "fortuna" imitativa

dell'Iliade in cui i Greci vinti e cacciati in fuga acquistano la vittoria con l'aiuto di Achille): per

esempio, l'azione si sposta nel porto di Joppe dove sono ancorate le navi cristiane; vi si svolge

un'intensa battaglia fra i cristiani guidati da Roberto di Fiandra e Roberto di Normandia,

semplici comparse nella Liberata, e gli Egiziani guidati da Argante; i musulmani incendiano le

navi dei crociati; Riccardo, nascosto con Ruperto su un colle, vede giungere per mare sette navi

provenienti dal regno di Napoli che sua madre Lucia invia in soccorso; la battaglia ricomincia

con a capo Ruperto e lo scontro si sposta sotto Gerusalemme, dove sono giunti gli Egiziani;

Ruperto combatte con Solimano e ne viene ucciso e il canto si chiude con la descrizione della

siccità seguita dalle preghiere di Goffredo;

viene ampliato il sogno mistico di Goffredo nel canto XX, limitato a poche ottave nel XIV della

− Liberata, seguito da un oraculum, ovvero l'incontro con il defunto padre Eustazio, tramite cui ha

una visione della corte celeste, apprendendo sia il futuro immediato (la vittoria dei crociati e la

corona "luminosa e grande" preparata per lui in cielo), sia quello remoto (le future imprese di

imperatori e re cristiani);

il rito di espiazione di Riccardo sul monte Oliveto, il quale deve bere alle cinque fonti

− meravigliose, divenendo così nuovamente un guerriero di Dio, cosa dimostrata dalle armi divine

e "di luce" che egli riceve per sconfiggere le potestates umbrarum;

la prigionia inflitta a Plutone e la sua mostruosa metamorfosi;

− il legare Armida a una roccia con una catena di "adamante" e di "topazio infuso in Lete" (la sua

− ribellione è punita come quella del Prometeo eschileo, anch'egli incatenato a una rupe con lacci

di diamante, o quello dell'Andromeda ovidiana incatenata con le braccia agli scogli poiché aveva

osato vantarsi di essere la più bella delle Nereidi). Ella è legata con il viso rivolto verso il cielo,

emblema del suo ardimento e della sua sfida ai disegni divini.

Sono invece soppressi:

le profezie relative alle glorie della casa estense;

− le rivelazioni del mago Ismeno sulla presenza di Rinaldo alle isole Fortunate;

− l'episodio della statua della Vergine;

− l'episodio di Olindo e Sofronia;

− il viaggio sulla nave della Fortuna;


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Tonnina

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto dettagliato e rielaborato per l'esame di Letteratura italiana, basato sullo studio autonomo della dispensa consigliata dal Prof. Baldassarri, intitolata "Tasso. Il Gierusalemme" di C. Gigante. Sono trattate le fase editoriali che, partendo da "Il Gierusalemme", portarono alla stesura de "La Gerusalemme liberata", il tutto arricchito con trama, fonti storiche, edizioni, revisioni, spunti letterari e polemiche; a ciò si aggiunge la descrizione de "La Gerusalemme conquistata" e de "Il Giudicio".


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tonnina di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Baldassarri Guido.

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