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Torquato Tasso e il Gierusalemme

Il Gierusalemme: primo abbozzo di un capolavoro

Il Gierusalemme è il primo abbozzo del futuro capolavoro di Torquato Tasso. Si tratta di un poema iniziato non ancora sedicenne nel 1559-1560, durante il soggiorno a Venezia, su incoraggiamento di un gruppo di giovani letterati, tra cui Danese Cataneo. Nonostante la data più o meno certa, esso si è visto attribuire differenti anni di stesura: il 1559-1560 Campori e Solerti (sebbene inizialmente quest'ultimo avesse avanzato un 1562-1564), il 1559-61 Caretti e il 1563 Serassi.

Il manoscritto

L'unico testimone manoscritto superstite del Gierusalemme è l'Urb. Lat. 413 (U) conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana, di cui dette per primo notizia Fontanini. Ritenuto da Caretti non autografo, fu copiato da Verdizzotti. La sua datazione è incerta (forse il XVI secolo) visto che manca ogni possibilità di confronto con una pluralità di autografi verdizzottiani datati o databili. Infatti, è evidentemente una cosa ben diversa, quantomeno ai fini della definizione dell'autorevolezza della testimonianza verdizzottiana nel suo complesso, la pura e semplice identificazione dell'Urb. Lat. 413 con la copia effettuata da Verdizzotti nel 1559-1560 o il riconoscimento in esso di una copia del Verdizzotti effettuata in data incerta fra gli anni Sessanta e Ottanta su un antìgrafo rimasto a sua disposizione (forse comunque più Ottanta che Sessanta).

Vi è di più: due "note di servizio d'autore" del ms., ovvero "Qui manca una stanza dell'accamparsi dell'esercito" e "Qui si ragionerà de gli aiuti di Francia", collocate rispettivamente fra le ottave 37-38 e 61-61, sembrano garantire che siamo comunque in presenza di una copia tratta da un antìgrafo messo a punto a seguito di una rilettura critica operata dal Tasso sull'opera.

Le 32 carte del manoscritto cartaceo che possediamo sono numerate al verso, eccezion fatta per le prime due, l'undicesima e l'ultima, che sono bianche; la numerazione è comunque continua, nel senso che tiene conto anche delle carte prive di numero esplicitato. L'apposizione del numero al verso e non al recto delle carte lascia sospettare la possibilità di disordini più gravi risalenti ad ancor prima della legatura del codice. Solo in un caso il rovesciamento della carta è certo, ovvero nella seconda, in cui il capolettera sul recto lascia la sua impronta sul recto della terza, senza che l'inchiostro sia passato al verso della seconda, segno evidente, questo, che sullo scrittoio del copista le carte 2r e 3r erano vicine.

Nel ms. la successione delle ottave è la seguente: 1-26, 35-116, 31-34, 27-30. La discontinuità è riscontrabile soprattutto tra il recto e il verso delle carte 9, 30, 31 e l'ordine corretto (seguito qui) è: 9r: 25-26; 9v: 35-36; 30r: 115-116; 30v: 31-32; 31r: 33-34; 31v: 27-28; ne consegue che la successione errata delle ottave non è frutto di uno spostamento fortuito delle carte dopo la confezione del ms., ma della responsabilità dello stesso copista, che a fronte di un antìgrafo disordinato non seppe o non si curò di restaurare la successione corretta delle ottave; solo nelle carte 28v e 29r (ottave 110-112) il copista segnala al margine in lettere maiuscole, rispettivamente B A C, la proposta di un ordine differente, e cioè 111, 110, 112.

La trama

Il Gierusalemme si arresta a un canto e mezzo, nonché a 116 ottave, strofe composte di otto endecasillabi, i primi sei a rima alternata ABABAB e gli ultimi due a rime baciata CC. Esso presenta:

  • Un breve brano in prosa che riassume l'antefatto della spedizione in Oriente, nonché il viaggio di Pier l'Eremita, le sue orazioni dopo il ritorno in Europa e infine la spedizione degli eserciti cristiani che, dopo le battaglie contro Turchi e Persiani, giungono nei pressi di Gerusalemme. Sin da qui si capisce che l'argomento che si andrà a trattare è la prima crociata, bandita da Urbano II alla fine dell'XI secolo, durante la quale le truppe feudali si misero in marcia da Costantinopoli, conquistando Gerusalemme nel 1099, massacrando la popolazione musulmana e liberando il Santo Sepolcro.
  • La dedica a Guidubaldo II Della Rovere, duca di Urbino, che, dopo l'invocazione a Dio, è encomiasticamente indicato come colui che è destinato a rinnovare nei tempi moderni le imprese di Goffredo di Buglione, difensore del Sacro Sepolcro.
  • Dopo le 5 ottave iniziali, senza il "prologo in cielo" e il "prologo in terra" per l'elezione di Goffredo a capitano generale, si possono isolare 3 unità narrative, che saranno presenti anche nella Liberata:
    • 6-37: la marcia dei crociati verso Gerusalemme guidati da Goffredo di Buglione. In questo primo nucleo, in cui si respira la tensione epica del pellegrinaggio in armi verso Gerusalemme, per rendere con precisione l'itinerario dei crociati Tasso usufruisce della Belli Sacri Historia verissima di Guglielmo di Tiro: si tratta di un dettagliato resoconto in 23 capitoli della storia delle prime crociate e del Regno di Gerusalemme dal 1095 al 1183 che l'autore visse in prima persona; così facendo, rivela sin dai primi versi uno dei caratteri essenziali del suo poema, ovvero il fatto che la storia non è uno sfondo della narrazione ma la sua parte essenziale, su cui egli costruisce con fantasia i suoi personaggi e crea i presupposti perché essa resti un'opera di invenzione.
    • 38-85: l'ambasceria nel campo cristiano di Alete e Argante, i due messi del re d'Egitto Solimano, che propongono invano a Goffredo un patto di non belligeranza. Qui su respira la perizia retorica, adulatoria e insieme minacciosa del discorso di Alete, cui nella risposta di Goffredo corrisponde la tensione alla vittoria. All'ambasceria di Alete e Argante Tasso trasmette l'entusiasmo della propria giovinezza: perfino Goffredo, che ricoprirà in seguito la funzione di ridurre nei giusti limiti le esuberanze dei suoi soldati, ha in questi versi un aspetto giovanile, dove a prevalere non è la sua gravitas, ma la sua bellezza (il suo processo di maturazione sarà portato a compimento nella Conquistata, dove egli acquisterà tratti regali e quasi senili).
    • 86-116: la rassegna dell'esercito cristiano, in cui Tasso presenta la divisa e le armi dell'unico cavaliere orientale registrato fra gli "erranti guerrier", ovvero quell'Ermiferro la cui presentazione rinvia direttamente alle vicende della presa di Antiochia (destinato però a cadere nella Liberata).

Le fonti storiche

Oltre alla Belli Sacri Historia verissima di Guglielmo di Tiro, le fonti storiche più vicine a Tasso nella stesura del Gierusalemme (così come della Liberata e della Conquistata) sono anche:

  • L'Historia Hierosolymitana di Monaco: si tratta di una cronaca stampata nel 1532 di un partecipante alle crociate.
  • Il De rebus gestis Francorum di Paolo Emilio: si tratta di una storia della monarchia transalpina apparsa a Parigi nel 1539 e composta per incarico di Carlo VIII e Luigi XII, di cui si ha sia una traduzione in francese che una in italiano.
  • L'Italia liberata dai Goti di Trissino: si tratta di un poema in 27 libri, stampato tra il 1547 e il 1548, in cui il poeta narra in endecasillabi sciolti una parte della guerra dei Bizantini contro i Goti per la riconquista dell'Italia, proponendo una rifondazione classicistica dell'epica costruita sul verisimile storico e non sulle fantasie cavalleresche. Ma, come osservò Bernardo, la via da Trissino intrapresa si rivelò fallimentare in quanto, nonostante l'obbedienza ai canoni aristotelici, l'imitazione di Omero e l'erudizione, nessuno era disposto a sottoporsi alla fatica di leggere il suo poema.
  • Rimanda a Trissino la scena in cui Tancredi, dopo aver inconsapevolmente colpito a morte Clorinda, la riconosce quando le toglie l'elmo per battezzarla (là il goto Turrismondo ferisce a morte Nicandra e, quando si accorge, tolto l'elmo, che era una fanciulla, è colto da amorosa pietà e la bacia prima di consegnarla ai nemici).
  • L'Amor di Marfisa di Cataneo: si tratta di un poema in ottave del 1562 ambientato al tempo della guerra di Carlo Magno contro il re longobardo Desiderio, attraverso cui si intende celebrare Carlo V. In particolare, l'ottava 44 del canto X rievoca l'impresa della prima crociata, nominando alcuni degli eroi principali, come Goffredo, Raimondo di Tolosa, il normanno Tancredi ed Erminia, non a caso ereditati da Tasso.

Tutte queste fonti, soprattutto di Tiro e Paolo Emilio, offrivano informazioni sui caratteri dei personaggi e sugli eventi anche minori, particolari di tecnica militare (come la notizia che i cristiani spesero un mese nella composizione delle macchine da guerra), miracoli, prodigi e altri segni manifesti della partecipazione di Dio all'impresa. Dunque, se per la prima parte in cui Rinaldo distrugge gli incanti della selva, il poeta teme che il meraviglioso possa nauseare i revisori, per la seconda, invece, può invocare l'autorità delle sue fonti storiche come elemento di attendibilità: tale discrimine pone in evidenza la differenza rispettivamente tra "verisimile" e "vero", quindi tra la costruzione dei prodigi attraverso l'idea della possibilità e la rappresentazione poetica di un evento storico che si vuole fare in sé meraviglioso.

Le edizioni

  • Buanarrigo (Collina) 1722
  • Tartini e Franchi (Bottari), 1724
  • Capurro (Rosini), 1830
  • Zanichelli (Solerti), 1891
  • Barbera (Solerti), 1895
  • Laterza, (Bonfigli), 1936
  • Mondadori (Caretti), 1957
  • Mondadori (Caretti), 1993
  • www.bibliotecaitaliana.it, 2003, che restituisce, anche per quello che riguarda le grafie, la lezione di U, rinunciando di conseguenza ad alcuni restauri proposti da Caretti e con qualche incidente di lettura del ms.

Dal ms. alla nostra edizione:

  • Ottava 19, v. 8: inni et ode → inni e lode: la t è ricavata da una l ed è da attribuirsi a una cattiva lettura dell'antìgrafo da parte del copista
  • Ottava 22, v. 8: vago → vago?
  • Ottava 33, v. 6: cade → calde
  • Ottava 54, v. 4: la quali → le quali
  • Ottava 57, v. 6: tuoi → suoi
  • Ottava 59, v. 1: effetto → affetto
  • Ottava 98, v. 2: Tallo → Tullo
  • Ottava 106, v. 6: pinni → pini
  • Ottava 113, v. 7: ne cimiero → nel cimiero
  • quatro → quattro
  • azura → azzurra
  • mezo → mezzo
  • hode → ode (poiché h etimologica o pseudoetimologica di valore diacritico)
  • -tia → -zia
  • et → e/ed

All'età di diciotto anni Tasso riprese la materia del romanzo cavalleresco e nel 1562 pubblicò il Rinaldo, che narra in 12 canti la giovinezza del paladino della tradizione carolingia e le sue imprese di armi e di amori. Nella prefazione al poema Tasso dichiara di voler imitare in parte gli “antichi” (Omero e Virgilio), in parte i “moderni” (Ariosto).

Dal Gottifredo alla Gerusalemme liberata

Il Gottifredo

Nell'autunno del 1565, appena ventunenne, Tasso arrivò alla corte di Ferrara al servizio del cardinale Luigi d'Este, proponendo al suo signore dei possibili argomenti per un poema eroico (cosa che si evince da una lettera scritta al governatore di Modena Tassoni), ovvero: spedizioni di Goffredo contro gli infedeli e ritorno, spedizioni di Belisario e di Narsete contro i Goti, spedizioni di Carlo Magno contro i Sassoni e i Longobardi. Che il tema della crociata, dopo l'esperimento della Gierusalemme, fosse il preferito non sorprende nessuno; interessante è, però, l'idea di affiancarvi un poema sul ritorno degli eroi, che si configurava come una sorta di Odissea da aggiungere al poema epico vero e proprio.

La scelta cadde non a caso sulla prima crociata e nella primavera del 1566, giunto a Padova, Tasso scrisse al cugino di essere arrivato al canto VI del suo nuovo poema, intitolato Gottifredo. Il testo offriva già compiutamente i due episodi chiave del poema, a indicazione del fatto che il disegno generale era già largamente chiaro: Ubaldo, ucciso Ernando (chiamato nella Liberata Gernando), è costretto ad abbandonare il campo crociato e Armida ottiene che partano al suo seguito non soltanto i dieci cavalieri sorteggiati ma di nascosto anche molti altri.

Del progredire compositivo del Gottifredo vi sono scarsissime testimonianze: si ricordi la lettera a Scipione Gonzaga, in cui Tasso accennava solo a 9 canti, e la Memoria che lasciò prima di partire per la Francia a Rondinelli, un letterato al servizio di Luigi d'Este, con cui chiedeva, in caso di sua morte durante il viaggio, di occuparsi di una serie di proprie composizioni, fra cui anche il Gottifredo.

Nell'aprile del 1571, di ritorno dalla Francia, Tasso, passato alle dipendenza di Alfonso II, aveva il dovere non solo di portare a compimento il Gottifredo, ma anche naturalmente di modificarne il dedicatario: in una lettera del 1574 al nunzio pontificio in Germania Bartolomeo di Porzia, il poeta scrisse che nell'agosto di quell'anno aveva iniziato l'ultimo canto, poi interrotto per improvvisi problemi di salute, ma pochi mesi dopo ne terminò la stesura.

A partire dalla primavera del 1575, Tasso spedì da Padova a Scipione Gonzaga i primi 4 canti, poi il quinto, dopo il sesto e infine il settimo; tornato a Ferrara, l'invio dei canti continuò regolarmente e terminò a ottobre con gli ultimi 3: questa spedizione scaglionata si può spiegare come una rilettura da parte del poeta costituente la prima revisione del poema.

Scipione a sua volta formò, per lo stesso fine, un comitato di lettori composto da lui e da altri personaggi di alto rango, che avrebbero dovuto rassicurare il poeta sia sul versante del buon funzionamento della fabula, sia su quello dell'ortodossia religiosa, visto l'argomento particolarmente delicato del poema (la prima crociata, infatti, era considerata un capitolo di storia sacra). Gli intellettuali del tempo che presero parte alla revisione furono:

  • Il poeta latino Angeli o Angelio da Barga, chiamato "il Barga": era autore della Syrias, un poema in esametri sullo stesso argomento, in 12 libri pubblicati tra il 1582 e il 1591, non letto però da Tasso.
  • Il retore e tragediografo Speroni, da cui giunsero a Tasso obiezioni di tipo teorico.
  • Il filosofo neoplatonico e traduttore di Aristotele de' Nobili: era noto a Tasso per il De hominis felicitate libri tres, il De vera et falsa voluptate, il De honore liber unus del 1563 e il Trattato dell'amore umano del 1567.
  • Il teologo Antoniano, chiamato "il Poetino" per l'abilità di comporre versi sin dalla prima giovinezza: professore al Collegio Romano e al servizio degli Este, era conosciuto per i Tre libri dell'educatione christiana del 1584 dedicati a Borromeo. Della combriccola l'Antoniano era forse il personaggio più insidioso, in quanto il suo ruolo nella revisione fu quello di pudico censore nemico degli episodi erotici e meravigliosi del poema, dal momento che desiderava che esso fosse letto non tanto dai cavalieri, quanto soprattutto dai religiosi.

Tasso replicò a tutte queste osservazioni, e una parte considerevole delle sue risposte (in tutto 50) andò a formare le cosiddette Lettere poetiche del 1587, delle quali però nessuna sopravvisse.

Le fasi editoriali: Gottifredo → Gerusalemme liberata

Si deve al compianto Poma e alla sua "Quaestio philologica" della "Liberata", aiutato a sua volta da Solerti, se le tappe della revisione e dell'evoluzione del Gottifredo sono oggi finalmente chiare; egli ha individuato, in particolare, tre fasi di composizione:

  • Fase α: comprende la prima redazione del poema ed è popolata da vari manoscritti portatori di stesure e lezioni anteriori alla confezione del codice Gonzaga: Gonzaga, infatti, via via che riceveva le parti del testo, ne redigeva una copia cosiddetta "in pulito", nella quale erano registrati gli interventi effettuati dall'autore e il frutto del suo dialogo con i revisori. Nell'estate del 1575 la copia dei primi 10 canti era nelle mani di Tasso e nel novembre dello stesso anno egli si recò a Roma per incontrarsi personalmente con i revisori e nell'occasione portò con sé questi canti, ulteriormente rivisti e corretti, dai quali Gonzaga trasse un'altra copia "in pulito". Per la seconda decade del poema, invece, fu concepita una sola nuova trascrizione che inglobava e integrava le correzioni e i mutamenti intervenuti in corso di revisione. Nel maggio del 1576 giunse a Tasso la copia integrale del poema redatta da Gonzaga, il cui manoscritto autografato fu identificato da Poma con il cosiddetto "codice Gonzaga", ovvero il cod. II 474 della Biblioteca Ariostea di Ferrara (Fr).
  • Fase β: comprende la seconda redazione del poema testimoniata dal Fr e assorbe il dibattito intercorso nei mesi precedenti tra Tasso e i suoi revisori.
  • Fase γ: comprende la terza redazione del poema posteriore al Fr e alla brusca interruzione della revisione romana, non portata a termine a causa dell'arresto di Tasso e della sua detenzione nell'ospedale di Sant'Anna a partire dal marzo 1579; essa è, però, ricostruibile sulla base delle correzioni aggiunte posteriormente sul Fr e su altri due manoscritti, il cod. XIII C 28 della Nazionale di Napoli (N) e il cod. α K 5 39 dell'Estense di Modena (Es).

L'asimmetria di queste tre fasi è evidente per varie ragioni: fermo restando la sostanziale inattingibilità di una cronologia reale, fatta eccezione per la mole di dati recuperabile per la storia del testo dalle Lettere poetiche, è di tutta evidenza da un lato l'indecidibilità della durata del lavoro della fase γ e dall'altro...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tonnina di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Baldassarri Guido.
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