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Sunto di letteratura greca

Età arcaica (VIII-VI sec a.C.)

Le prime opere della letteratura greca furono dapprima affidate a composizione e trasmissione orale, poi a composizione scritta e a trasmissione orale. Solo a partire dal IV secolo, in epoca ellenistica, il testo scritto divenne il principale strumento di comunicazione e sostituì definitivamente la recitazione orale. Oralità e scrittura implicano due opposte visioni dei fenomeni letterari e richiedono diversi sistemi di comunicazione, fortemente condizionati dal rapporto con il pubblico e dalle sue esigenze e aspettative.

Durante il Medioevo ellenico (periodo di regresso e decadenza cominciato con il tracollo del mondo miceneo, causato dalle invasioni di alcune popolazioni provenienti dalle zone caucasiche, soprattutto i Dori) cadde in disuso il sistema di scrittura usato presso le corti dei Micenei, il lineare B, e così il patrimonio letterario venne tramandato oralmente da aedi (cantori) e rapsodi (cucitori di canti), che esercitavano la loro arte presso le corti e durante le feste più importanti.

Caratteristica più importante della letteratura affidata all’oralità è la determinante e inevitabile influenza del pubblico sul lavoro del poeta. L’autore può instaurare un rapporto diretto e immediato con i suoi uditori solo usando un linguaggio comprensibile a tutti e uno stile vivido, in grado di coinvolgere emotivamente. Il racconto è perciò ricco di epiteti (che indicano i caratteri distintivi dei personaggi) e di formule ricorrenti (che richiamano alla memoria degli ascoltatori personaggi o situazioni noti). Tale stile è definito stile formulare, ed è uno dei procedimenti retorici essenziali dei poemi epici.

L'origine della poesia

Il termine poesia è etimologicamente connesso al verbo poiein “fare, creare”. La nozione racchiude quindi il concetto di creazione, strettamente congiunta all’idea di ispirazione divina (il cosiddetto enthousiasmòs). Il poeta è infatti colui che crea dopo essere stato ispirato da un gruppo di divinità, le Muse (valore sacrale). A questi uomini eletti spetta il compito di tramandare l’identità del popolo greco, e cioè il vasto patrimonio di miti e tradizioni (valore sociale) e di educare le generazioni future tramandando i valori in cui credere (valore educativo o paideutico).

La poesia epica

La poesia epica nasce dall’esigenza di conservare nel tempo la memoria delle proprie vicende e trasformarle in un patrimonio comune divenendo così lo strumento con cui celebrare il senso di appartenenza al proprio gruppo. Si suppone che un epos eroico esistesse già in epoca micenea, come testimoniano alcuni elementi presenti nei poemi omerici, composti nell’epoca successiva, per il fenomeno della cosiddetta stratificazione epica (tendenza di questo tipo di letteratura ad amalgamare materiale antico e recente).

All’interno della civiltà arcaica l’epos, oltre ad avere un valore letterario, rivestiva il ruolo fondamentale di conservare e trasmettere i modelli da imitare (funzione etica) ed il patrimonio di conoscenze da possedere (funzione paideutica); ciò era possibile grazie al mito, contenuto privilegiato dell’epica, narrato dagli aedi in forma impersonale, conferendo a questo genere letterario un carattere anonimo e collettivo.

Stile

La poesia epica è sempre in forma orale, i cui procedimenti tipici sono: stile paratattico, iterazione, linguaggio formulare, modelli narrativi fissi, scene tipiche. Il metro usato è l’esametro.

Omero

La vita

Gli antichi attribuirono a Omero, oltre all’Iliade e all’Odissea, i poemi del Ciclo omerico (poemi epici composti tra il VII e il VI secolo, perlopiù riguardanti le vicende della dinastia tebana e la saga di Troia), gli Inni e una serie di altre opere minori. Non si conosce nulla di preciso sulla vita di Omero. Sette località si vantavano di avergli dato i natali. L’ipotesi della nascita a Chio è basata sull’Inno di Apollo (in cui il poeta si dichiara cieco e nativo di Chio, ma la paternità dell’inno è infondata) e sostenuta dalla presenza nell’isola degli Omeridi, cantori professionisti dell’epos omerico.

Incerta è anche l’epoca in cui Omero visse: alcuni lo dissero contemporaneo della guerra di Troia, altri di poco posteriore; Erodoto datò la vita di Omero intorno alla metà del IX sec. a.C. Alcuni studiosi moderni ne hanno messo in dubbio persino l’esistenza; tutti comunque hanno operato una distinzione tra l’età degli eventi cantati (che si inserisce nel quadro della civiltà micenea verso la sua fine) e l’età della composizione dei poemi, certamente assai più tarda.

La questione omerica

L’indagine sull’esistenza storica di Omero si è esercitata lungo secoli di cultura europea, sia sul fronte della ricerca filologica, storica e archeologica, sia su quello della critica letteraria e della riflessione estetica. Furono gli eruditi alessandrini ad affrontare per primi il problema.

  • I cosiddetti separatisti, tenendo conto delle discrepanze tra l’Iliade e l’Odissea, negarono la loro attribuzione a un solo poeta, ma furono confutati però dal grande Aristarco, il critico più autorevole dell’epoca.
  • Una conciliazione fra le tesi dei separatisti e quelle degli unitari fu proposta dall’anonimo autore del trattato Sul Sublime, che attribuì all’Iliade, in cui domina l’impeto delle passioni, alla giovinezza del poeta e l’Odissea, caratterizzata dalla distesa armonia della narrazione, alla vecchiaia del medesimo poeta.
  • Nel Settecento la discussione sull’esistenza di Omero si riaccese con particolare fervore in Francia con D’Aubignac e in Italia con Vico. Entrambi negarono l’esistenza storica del poeta, ma approdarono a esiti critici opposti: d’Aubignac condannò la poesia omerica in nome della sua supposta rozzezza; Vico ne esaltò la grandezza, come espressione della fantasia creatrice dell’intero popolo greco.
  • Il tedesco Wolf pose per primo la questione in termini scientifici e considerò Omero come un “punto di partenza”: il nucleo della sua opera, diffusa oralmente, sarebbe accresciuto con l’apporto di amplificazioni anonime successive.
  • La filologia tedesca dell’Ottocento sostenne in vario modo la teoria analitica, volta cioè all’individuazione dei nuclei originari dei due poemi, dissolvendone l’unità.
  • Nel Novecento prevale la tesi dell’unità compositiva dei poemi omerici, che presuppongono un lungo processo di formazione e una stratificazione articolata nel tempo. La tesi neounitaria è tuttora prevalente: essa salvaguarda la sostanziale unità di ciascuno dei due poemi, pur composti in momenti diversi.
  • Negli anni ’50 Ventris ha dimostrato l’esistenza nel XII sec. a.C. di una scrittura sillabica, già sostanzialmente greca, per cui alcuni studiosi accolgono, se pure come eventualità, la tesi di una redazione già originariamente scritta di parte, se non di tutta, l’opera omerica.

L'Iliade

L’Iliade è un poema, suddiviso dai grammatici alessandrini in 24 libri, dedicato ad un episodio dell’ultimo anno di guerra tra Achei e Troiani. La decennale guerra contro Ilio (Troia) è presentata nella saga epica come una spedizione di guerrieri achei, guidati dal re di Micene, Agamennone, per riportare in patria la bellissima Elena, moglie del fratello di Agamennone, Menelao, rapita dal troiano Paride, figlio di Priamo, re di Troia. Storicamente la vicenda epica riflette forse una guerra condotta da alcune popolazioni greche verso la fine dell’epoca micenea a scopo di bottino, o per insediarsi in una posizione geograficamente strategica (in prossimità dello stretto dei Dardanelli). La leggenda troiana doveva essere ben nota, nella sua interezza, al pubblico antico, tanto che Omero ne scelse solo un breve episodio precedente la distruzione di Troia.

Trama

Il punto di partenza delle vicende narrate è l’ira di Achille, il più forte guerriero acheo, che, in seguito a un grave oltraggio arrecatogli da Agamennone, si ritira dalla lotta provocando il progressivo logoramento delle forze achee. L’anima della resistenza troiana è Ettore, eroe esemplare per la sua rettitudine morale e la sua umanità. Per lui la necessità di difendere la patria è un dovere assoluto, ma si accompagna con il doloroso e costante presentimento della morte vicina, che lo priverà dell’amore della moglie e del figlioletto. Egli infatti cade in duello colpito da Achille, che era tornato a combattere per vendicare la morte dell’amico Patroclo (il quale si era sostituito a lui per amor di patria ed era sceso in battaglia nel momento più acuto della crisi e rimanendovi ucciso).

La narrazione omerica è interrotta da numerose digressioni, forse risalenti a nuclei compositivi diversi: le aristie (imprese eroiche) dedicate a singoli protagonisti; episodi apparentemente staccati dal contesto in cui sono inseriti; cataloghi di eserciti e descrizioni di armi. Tuttavia la narrazione non perde la sua compattezza di insieme e la vicenda procede con spedita drammaticità verso la catastrofe finale.

L'Odissea

L’Odissea è un poema suddiviso dai grammatici alessandrini, come l’Iliade, in 24 libri. Ne è protagonista Odisseo (Ulisse), re di Itaca, che dopo aver combattuto 10 anni contro Troia e dopo altri 10 anni di avventurose peregrinazioni, riesce finalmente a tornare in patria. Il tema del viaggio e dell’avventura, intessuto di motivi fiabeschi e popolari, si associa al motivo della riconquista della propria casa e della propria donna. Penelope (casta sposa di Odisseo), infatti, è insidiata dai Proci, i pretendenti che aspirano alle sue nozze con l’intenzione di appropriarsi anche del potere.

Trama

I primi canti sono dedicati ai viaggi di Telemaco, giovane figlio di Odisseo, che nelle corti di Nestore e di Menelao va cercando notizie del padre. Le avventure di Odisseo, che in apertura del poema era stato presentato come prigioniero della ninfa Calipso, nell’isola di Ogigia, occupano i canti dal V al XII. Con il XII l’eroe approda a Itaca, sotto mentite spoglie, e affronta con l’aiuto del figlio, a cui si è finalmente ricongiunto, i Proci e li stermina. L’ultima e più restia a riconoscerlo è Penelope, che si convince della sua identità solo quando Odisseo le racconta il modo in cui le aveva costruito il letto nuziale. Il poema si chiude con la ribellione delle famiglie dei Proci uccisi e con la definitiva conquista del potere da parte di Odisseo.

Temi conduttori e personaggi

Gli eroi dell’Iliade sono accomunati dalle elementarità delle loro passioni, prima fra tutte il desiderio di gloria. Il codice dell’onore è alla base del sentire dell’eroe, ma la nobiltà di rango, oltre al valore in armi, deve essere riconosciuta dalla collettività. Il tema conduttore dell’Iliade, l’ira di Achille, nasce appunto da un oltraggio subito, da un insulto all’onore. Per il resto, l’eroe accetta con totale adesione il proprio destino che gli ha concesso una luminosa vita di gloria, a prezzo però di una morte prematura.

L’Odissea, oltre all’articolazione più ricca della materia, ha una più sfaccettata definizione dei personaggi e in primo luogo del protagonista Odisseo, eroe complesso che conosce la pazienza e l’inganno, il gioco lucido dell’intelligenza e la malinconia del ricordo, la curiosità e la stanchezza, la compassione e la ferocia della vendetta. Più ricco è anche il ventaglio delle presenze femminili che alla specularità delle due figure di Elena (sposa infedele) e di Andromaca (fedele e pia sposa di Ettore) sostituisce la varietà delle figure: la giovinezza acerba e sognatrice di Nausicaa, la seduzione malefica di Circe, il fascino malinconico di Calipso, la fedeltà pensosa di Penelope.

Uomini e dei

Il repertorio mitologico dell’epos è prevalentemente incentrato su gesta di uomini. Gli dei che vi operano sono perlopiù assimilati alle dimensioni psicologiche ed etiche degli uomini, di cui assecondano o ostacolano i progetti. Aristocratico e gerarchico, come la società umana sottesa ai poemi, il pantheon greco sembra riconoscere a Zeus l’autorità suprema, ma in alcuni passi anche Zeus deve sottostare a un’autorità che lo trascende, la Moira (o destino). Nei poemi omerici, e soprattutto nell’Iliade, la vita degli uomini è dominata e indirizzata dagli interventi degli dei: le divinità ispirano sentimenti, provocano visioni, assumono sembianze umane per orientare fatti e comportamenti.

Nel gioco dei loro conflitti e delle loro alleanze, gli dei muovono gli uomini come pedine, che sembrano non essere capaci di iniziativa e di pensieri autonomi. Alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che quando i poemi omerici furono scritti, gli uomini non avessero ancora consapevolezza che il loro esistere e agire dipende da una autocoscienza. A dimostrazione di ciò c’è il fatto che i vari termini con cui la lingua dell’epos indica qualcosa di simile alla nostra anima designano in realtà degli organi interni.

Civiltà di vergogna e di colpa

Per spiegare le motivazioni spirituali che spingono i personaggi omerici ad agire come agiscono, gli studiosi hanno parlato di civiltà di vergogna e civiltà di colpa: gli eroi di Omero non si curano tanto dei risvolti etici del loro comportamento e non lo conformano alle categorie del giusto e dell’ingiusto; ciò che importa loro è soprattutto l’onore (timè) inteso come apprezzamento da parte degli altri. È dunque la vergogna (aidòs) a spingere Ettore all’olocausto finale della propria vita, più che l’amor di patria. Il senso del rimorso è sconosciuto: se ammettono di aver sbagliato, ne attribuiscono la colpa all’Ate (accecamento spirituale o entità demoniaca da cui esso è procurato) al dio, o alla Moira.

La lingua e lo stile

La lingua dei poemi omerici è un amalgama di forme dialettali diverse. La base è il dialetto ionico, a conferma dell’origine del poeta dalla Ionia d’Asia; allo ionico tuttavia si alternano numerose forme eoliche. La presenza di aspetti anche attici è storicamente motivata dalla recitazione dei poemi ad Atene, oltre che dalla redazione scritta ufficiale, predisposta da Pisistrato, tiranno di Atene, e dai suoi successori. Il verso in cui sono scritti i due poemi è l’esametro.

Caratteristica principale dello stile è la formula, che, nel caso più semplice e diffuso, è l’associazione costante di un sostantivo con un epiteto costante. Formule stereotipe sono utilizzate per aprire un discorso o per introdurre la risposta dell’interlocutore. La formula costituisce un sussidio importante per la memoria e dunque per la recitazione dei brani epici da parte dei rapsodi. Un altro aspetto tipico della poesia omerica sono le similitudini, frequenti soprattutto nell’Iliade, tratte perlopiù dall’osservazione della vita quotidiana.

Il corpus omerico

Il cosiddetto corpus omerico (opere attribuite dagli antichi ad Omero) contiene 33 Inni, due poemetti comico-parodistici - la Batracomiomachia (Battaglia delle rane e dei topi) e il Margite - e altre opere tra cui i Poemi del Ciclo.

L'Omero minore

Altre opere di Omero (denominazione: Omero minore). Pervenuti integri solo una raccolta di inni agli dei (inni omerici), e un poemetto in esametri chiamato “la battaglia delle rane e dei topi”, più alcuni epigrammi e un poemetto “Margite” composto però da pochi frammenti (attribuiti a Omero da Platone e Aristotele in quanto prototipo della commedia). Narra le imprese ridicole di Margite che “sapeva molte cose ma tutte male”, composto anche questo in esametri.

Inni omerici

33 composizioni di varia estensione in esametri dedicate agli dei del pantheon greco databili tra il 7 e il 4 sec. Nella maggior parte dei casi si tratta di brevi invocazioni agli dei, con cui i rapsodi introducevano la recitazione dei canti epici (proemi). Gli inni maggiori sono dedicati a Demetra, Apollo, Ermes, Afrodite e Dioniso. Gli Inni erano destinati all’esecuzione durante celebrazioni pubbliche, invocazione al dio come elemento fondamentale della cerimonia. Dal punto di vista formale sono della tradizione omerica perché adottano la lingua, gli schemi narrativi e un sistema formulare del tutto simile al resto dei poemi omerici. Diverso però è il valore artistico di queste composizioni che sono state spesso svalutate dalla critica. Gli inni raccontano una storia mitica con grande capacità di cambiare toni e rappresentano un elevato livello della tradizione rapsodica ma non hanno però alcun intento teologico, essi hanno un carattere fondamentalmente narrativo e riproducono un patrimonio collettivo di miti con alcuni modelli tipo della società greca arcaica (Demetra che cerca la figlia). Gli inni esprimono una religiosità collettiva che non si manifesta nel contatto intimo del fedele ma nella dimensione della pubblica festa in cui la musica, il canto della performance rapsodica rappresentano offerte rese al dio.

La battaglia tra le rane e i topi

È un poemetto di 303 versi esametri che mette in parodia la poesia di Omero. Incerta la data di composizione, ma di sicuro posteriore ai poemi omerici vista la deformazione comica del poema eroico. Si pensa che sia stata scritta nel periodo ellenista e parla di un autore che scrive un testo ponendo sulle ginocchia le tavolette della scrittura (diverso da composizione arcaica basata sull’oralità). Autore ignoto. Il poemetto godette di fortuna in epoca medievale durante la quale era usato come testo scolastico.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/02 Lingua e letteratura greca

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simosuxyeah di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Micalella Dina.
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