Che cos'è la linguistica cognitiva
Stefano Arduini - Roberta Fabbri
Introduzione
La linguistica cognitiva ha cominciato a svilupparsi fra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, avendo come punto centrale delle proprie ricerche l'importanza del significato e dei processi concettuali. Nell'ottica cognitiva, il linguaggio non è altro che manifestazione di una potenzialità cognitiva che permette di connettere diverse informazioni. Per la linguistica cognitiva, inoltre, il linguaggio è strettamente legato all'uso, in quanto le strutture in semantica, sintassi, morfologia e fonologia vengono costruite a partire dalla nostra cognizione di specifiche occorrenze in specifiche situazioni.
1 - La linguistica cognitiva: un nuovo paradigma
Negli ultimi trent'anni nell'ambito degli studi sul linguaggio si è venuta approfondendo la critica alla grammatica generativa che considera il linguaggio come un dato biologico con universali linguistici innati e parametri specifici riguardanti le lingue particolari. Sulla base di questi ripensamenti è stata inoltre sottoposta a critica la visione modulare del linguaggio di Noam Chomsky. Nella prospettiva della linguistica cognitiva, la facoltà del linguaggio non può essere isolata dalle altre abilità cognitive.
Gli inizi della linguistica cognitiva si possono collocare attorno al 1975, quando George Lakoff usa l'espressione per la prima volta. Negli stessi anni Charles Fillmore comincia a lavorare alla Frame Semantics, mentre Ronald Langacker getta le basi della Space Grammar, che più tardi diverrà la Cognitive Grammar. La linguistica cognitiva non nasce da un unico filone ma è piuttosto il risultato di ricerche diverse che però hanno alcune caratteristiche comuni. La linguistica cognitiva è tale perché considera il linguaggio come il deposito della conoscenza del mondo. Una prospettiva del genere considera il significato un aspetto centrale dell'indagine linguistica. Il significato non è separato dalla grammatica, ma ne diviene la sostanza. Mark Johnson ha inquadrato questo nuovo paradigma all'interno di tre svolte cognitive più generali.
La prima svolta è quella determinata da Chomsky e dalla grammatica generativa. Chomsky da una parte ha messo in discussione l'ipotesi che la mente non esistesse, e dall'altra che la linguistica fosse puramente descrittiva e avesse come compito quello di definire le strutture della lingua senza spiegare i processi mentali che stanno dietro quelle strutture. Chomsky ha affermato che l'acquisizione di una grammatica è possibile perché organizzata secondo alcuni principi universali innati, mentre le diverse lingue differiscono secondo determinati parametri locali.
In secondo luogo Chomsky ha sostenuto che la mente è modulare e che il linguaggio costituisce uno specifico modulo che appartiene solo alla specie umana. Queste premesse conducono la grammatica generativa ad alcune assunzioni che la linguistica cognitiva metterà in discussione. Innanzitutto il richiamo cartesiano porta a una distinzione netta fra mente e corpo. Le strutture mentali non hanno nulla a che fare con il corpo ed è possibile ricostruirle per mezzo di sistemi formali. Il significato non entra fra i temi specifici della linguistica. Per Chomsky, quindi, la sintassi (forma linguistica) è separata dalla semantica (significato).
Un'ulteriore conseguenza degli assunti chomskiani è la sua modularità. La grammatica è un modulo specifico della mente, essa dunque è una facoltà cognitiva separata dalle altre, organizzata secondo principi del tutto autonomi. Johnson considera quella che provocherà la nascita della linguistica cognitiva la seconda svolta cognitiva. Un primo contributo a indirizzare la ricerca verso il significato venne dall'interno della grammatica generativa con il tentativo di costruire una semantica generativa. L'idea era quella di interpretare il livello profondo della grammatica chomskiana in termini semantici, cercando di individuare le forme logiche sottostanti la forma linguistica.
Tali forme erano intese come le basi per la costruzione del significato e del ragionamento. Sarà tuttavia a partire dagli anni Settanta con l'introduzione del concetto di frame da parte di Fillmore, le ricerche dello stesso Johnson, di Langacker e di altri, che prenderà piede la seconda svolta cognitiva, che mira a rovesciare l'idea cartesiana della mente disincarnata per giungere a un'ipotesi ben differente. Secondo Johnson, il primo assunto è che la mente non è staccata dal corpo, essa interagisce con l'ambiente e con il corpo, e questa interazione struttura le nostre operazioni mentali.
In secondo luogo, la mente umana non costituisce un qualcosa di separato rispetto agli altri esseri viventi, vi è continuità fra la capacità umana e quella degli animali. Inoltre ragionare non significa semplicemente elaborare simboli che non hanno significato; le forme non sono vuote ma sono dotate di significato. Riguardo al linguaggio non esistono la sintassi e la semantica come oggetti separati ma i vari livelli sono strettamente connessi. Sia la grammatica generativa sia la linguistica cognitiva rivendicano un approccio cognitivo. La differenza riguarda il ruolo del linguaggio.
Per la linguistica cognitiva il linguaggio svolge una funzione categoriale e l'interesse maggiore è capire il funzionamento di questo legame tra soggetto e mondo. La grammatica generativa è invece interessata alla nostra conoscenza del linguaggio e a come lo acquisiamo. In altri termini, se la grammatica generativa è interessata alla conoscenza del linguaggio, la linguistica cognitiva è interessata alla conoscenza attraverso il linguaggio.
La terza svolta cognitiva riguarda gli sviluppi più vicini a noi che toccano l'ambito delle neuroscienze. In questa direzione l'idea che la concettualizzazione si sposta a livello neuronale. Alle tre svolte illustrate da Johnson, bisogna aggiungere la svolta culturale elaborata da Michael Tomasello, secondo il quale la cognizione umana ha caratteristiche specie-specifiche perché i moderni esseri umani hanno evoluto la capacità di identificarsi con i conspecifici e ciò ha reso possibili nuove forme di apprendimento culturale nel corso del tempo, e perché i bambini crescono circondati da tradizioni e artefatti socialmente e storicamente costituiti.
La linguistica cognitiva si presenta come un indirizzo nuovo per alcune questioni specifiche che collegano il linguaggio alla mente. Innanzitutto il problema della categorizzazione: si tratta di un tema centrale che obbliga a rivedere l'idea di lingua della seconda metà del Novecento. Un secondo aspetto da considerare è che la percezione visiva offre un modello per l'organizzazione delle conoscenze in termini di "figura" e "sfondo". Si tratta di un punto centrale per la semantica. La distinzione tra "figura" e "sfondo" è legata alla capacità umana di attenzione.
Esistono poi altre caratteristiche della mente che svolgono un ruolo determinante per il linguaggio; basti pensare, ad esempio, alle massime elaborate da Grice, che sono: quantità, qualità, relazione, modo. Queste massime vengono regolarmente violate, sia involontariamente sia perché si è obbligati. In questo caso la massima non è soddisfatta ma sfruttata.
2 - Categorizzazione
Aristotele definisce una categoria in base ai tratti che la compongono. I tratti sono necessari e sufficienti, essi sono inoltre binari, qualcosa dunque possiederà o non possiederà quel tratto e quindi entrerà o non entrerà nella categoria. Tutti i membri della categoria hanno confini netti. Questa prospettiva esclude così i casi di ambiguità, i casi cioè in cui l'appartenenza dei tratti non sia del tutto chiara. Questo approccio è alla base della teoria binaria in fonologia.
I tratti fonologici sono binari, non ulteriormente scomponibili, sono universali e innati. I tratti fonologici possono essere sostituiti con tratti semantici che determinano il significato. Anche questi sono binari, primitivi, universali e innati. I problemi che derivano dal modello classico sono diversi. Innanzitutto in certi casi non è possibile una definizione adeguata in termini di tratti necessari e sufficienti. In secondo luogo non tutti gli elementi di una categoria hanno lo stesso status, nel senso che alcuni elementi sono più rappresentativi di altri.
Infine all'interno del modello classico è impossibile rendere conto della vaghezza dei confini fra categorie. Un suggerimento sul fatto che la soluzione tradizionale non funzionava è venuto da un'intuizione di Ludwig Wittgenstein. Egli cerca di spiegare in che senso noi riconosciamo come giochi attività molto diverse fra loro. In questo caso la definizione attraverso tratti non funziona perché alcuni giochi condividono determinati tratti mentre altri giochi ne condividono diversi.
Wittgenstein conclude che è difficile identificare caratteristiche comuni ed è possibile piuttosto individuare alcune somiglianze ("somiglianze di famiglia"). I confini, quindi, non sono netti ma costituiscono un continuum. Questo significa che gli attributi che assegniamo a un oggetto non sono primitivi semantici. Eleanor Rosch ha condotto il lavoro più completo sulla categorizzazione introducendo il concetto di prototipo. La Rosch partiva da un'indagine sui colori secondo la quale i colori di base costituiscono il punti di partenza nell'acquisizione del linguaggio e sono il terreno comune delle diverse lingue.
In altri termini l'idea è che esista una sorta di centro del colore che lo identifica come tipico e che questo sia più saliente da un punto di vista cognitivo. Rosch chiama "categorie naturali" quei concetti che vengono definiti da parole. Dalla maggiore o minore vicinanza al prototipo dipende l'ordine di apprendimento. Dalla vicinanza al prototipo dipende poi anche il più facile riconoscimento di una somiglianza di famiglia e dunque anche la velocità con cui si assegna una parola a una categoria.
Rosch sostiene che un prototipo è semplicemente il risultato sperimentale derivato dai giudizi di un certo numero di soggetti. Taylor considera il prototipo una rappresentazione mentale schematica. Le entità appartengono alla categoria perché in qualche modo sono simili al prototipo. Qui entra il concetto...
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