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Territorio e società

Il sistema ambientale

Ambiente e significati

Con il termine ambiente si indica solitamente lo spazio circostante (da ambiens = ambire, andare intorno); in origine, quindi, il significato era quello di spazio delimitato intorno. Per le scienze naturali questo spazio è caratterizzato dalle condizioni fisico-chimiche e biologiche di un dato luogo e, fino a poco tempo fa, nel cosiddetto ambiente naturale non si teneva conto dell’attività modificatrice dell’uomo. Questi, considerato uomo-animale secondo una concezione ripresa dall’ecologia, è ritenuto per esso dannoso; d’altra parte, con la rivoluzione industriale e l’affermazione dell’idea borghese, si è fatta strada l’idea che l’ambiente possa e debba essere modificato per trarne vantaggio.

Subito dopo il secondo conflitto mondiale, fino al 1970, la concezione dello sviluppo si basava su occupazione, PNL, reddito individuale e rimozione del sottosviluppo; le esternalità, come la qualità della vita o l’ambiente naturale, subentrarono solo più tardi. All’inizio degli anni Settanta, infatti, il quadro politico si modificò per l’azione di due idee: la variabile ambientale sul piano politico-economico e il concetto di limite delle possibilità d’uso delle risorse naturali (La United Nations Conference on the Human Environment introdusse il primo pensiero su scala globale, 1972; il Club di Roma sottolineò come le risorse non fossero infinite e che l’urbanizzazione stava limitando sempre più i terreni coltivabili, 1972).

Si definirono due nuove definizioni, che andarono a distinguere il significato di crescita (aumento di dimensioni di un organismo, attraverso l’aggiunta di materiali per assunzione o accumulazione) e sviluppo (raggiungimento di una dimensione più completa e migliore mediante espansione e realizzazione di potenzialità diverse): in tal senso, solo la seconda è imprescindibilmente un’azione migliorativa.

Intanto, nel 1964, nell’ONU si era definito il gruppo dei 77 (UNDP), formato da Paesi in via di sviluppo che volevano indirizzare l’Assemblea verso le problematiche del Terzo Mondo; in quest’ottica lo sviluppo non era identificato con la mera crescita economica, ma come sviluppo umano, da perseguire attraverso crescita economica, qualità della vita e libertà politica (nel 1994 l’UNDP ha introdotto il concetto di sicurezza umana, legato a qualità della vita, stress sociale e politico).

Negli anni Ottanta si sviluppò poi il concetto di sviluppo sostenibile: il primo avvio fu un programma dell’UNESCO (Man and Biosphere), e il concetto di sostenibilità fu affiancato da quello di sviluppo durevole, interpretabile in modi diversi. All’interno delle Nazioni Unite lo sviluppo sostenibile fu portato avanti dalla World Commission on Environment and Development, che produsse il Rapporto Burtland; da qui le basi per la Dichiarazione di Rio (1992), conferenza che mirava a inaugurare una politica apposita.

La dichiarazione – che si concluse con l’approvazione di principi, due convenzioni (cambiamento climatico e biodiversità) e l’Agenda 21 (linee guida di politica ambientale) – aveva fondamentalmente tre obiettivi: integrità dell’ecosistema, efficienza economica ed equità sociale. Il primo prevede il contenimento dell’inquinamento (la sua rimozione ne comporterebbe dell’altro) e un comportamento dell’uomo che non alteri l’habitat e ne preservi la biodiversità; il secondo mira a ottimizzare le risorse rinnovabili ed evitare l’uso delle altre, mentre il terzo è impostato in vista di una sua prosecuzione tra comunità e generazioni.

Evoluzione ideologica del concetto di ambiente

I primi cambiamenti nell’atteggiamento verso l’ambiente si sono registrati quando ci si è accorti che le sue risorse non sono inesauribili: Malthus diede il via al dibattito, e a lui si oppose Marx, che riteneva lo squilibrio fra risorse e abitanti conseguenza delle storture del sistema economico-politico. Le polemiche poi si assopirono, in quanto tecnologia, ricerca e ritrovamento di nuove fonti energetiche (petrolio, nucleare) resero il problema meno impellente. La fiducia nella tecnologia produsse una nuova espansione della produzione dei beni di consumo; infatti, il passaggio da un’economia agricola e artigiana a una industriale, forte consumatrice di risorse ed energie, comportò:

  • Concentrazione della popolazione nei centri di produzione e consumo
  • Costruzione di città, vie di comunicazione e infrastrutture, con drastici cambiamenti dell’ambiente
  • Ricerca di nuove fonti energetiche
  • Costruzione di impianti industriali, con conseguenti modifiche morfologiche, idrografiche e biologiche e inquinamento

Era quindi chiaro che lo sviluppo economico eccessivamente rapido comportava conseguenze sociali (differenze fra ricchi e poveri) e ambientali (l’inquinamento causava malattie cardiovascolari e croniche; nella popolazione, poi, lo stress era accresciuto dalle recenti bombe atomiche e il legame ipotizzato con l’insorgere di malattie). Si pose quindi il problema di limitare lo sviluppo. Partendo dall’idea che l’ambiente non era ovunque ottimale, dovevano esistere zone adatte all’accumulo di agenti inquinanti: si separò così l’energia pulita (elettricità) da quella sporca, conducendo la prima nelle città e la seconda in aree preposte. È evidente, quindi, che l’idea di ambiente come sistema non fosse ancora chiara.

Ambiente come obiettivo

Progressivamente, l’ambiente è entrato in pressoché tutte le scienze. L’economia, per esempio, ha scoperto l’ambiente non solo dal punto di vista teorico ma anche pratico: ambiente, tutela e prevenzioni sono concetti che – grazie anche alla comunicazione di massa – sono entrati nel patrimonio culturale e comportamentale delle persone, e il consumo di alimentari è ora vincolato all’idea di salubrità. Da qui, si è sviluppato il mercato del biologico, e le stesse fabbriche di automobili – grandi imputate del processo – si ingegnano sempre più a produrre veicoli sempre meno inquinanti.

È agevole poi approfittare dell’obiettivo ambientale per costruire edifici antisismici e restaurare quelli vecchi, e altrettanto redditizio è rimboscare aree montane dopo gli incendi (molti, infatti, non sono casuali). La politica invece si giova della cosa per ricavare dalle imposte denaro, non sempre però utilizzato realmente per la qualificazione ambientale.

Ma l’obiettivo ambiente non si ferma qui, e l’uomo vuole sempre più creare l’ambiente stesso, esercitando una selezione su vegetali, animali e paesaggio; si è già detto dell’agricoltura biologica, ma oltre questo esiste oggi l’ingegneria genetica, che si propone fra le altre cose l’allevamento trans-genico e la clonazione. L’ambiente è entrato poi nella realizzazione delle opere pubbliche: la VIA (Valutazione Impatto Ambientale) è oggi richiesta per le opere pubbliche, e calcola non solo l’impatto estetico ma anche quello della modificazione sostanziale dei concetti.

La costruzione del ponte sullo stretto di Messina, per esempio, avrebbe ripercussioni fisiche e biologiche (morfologia, clima, vegetazione, fauna), ma anche sull’inquinamento di acque, suolo e aria e sulla vita stessa delle comunità umane, che dovrebbero modificare professioni e attività tradizionali. L’ambiente è obiettivo anche quando si formano opinioni contrarie, come quella della conferenza dell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 1999, quando si ribaltò il concetto di sviluppo sostenibile secondo un’ottica antropo-economicocentrica. In definitiva, uno sviluppo perfettamente sostenibile potrebbe realizzarsi solo con accordi e responsabilità condivise, per le quali oggi mancano le premesse.

Ambiente come sistema

Ecologisti e geografi hanno classificato la terra in sistemi per la gestione delle risorse, da quando Tansley (1935) coniò il termine ecosistema (seppure il concetto si ritrovi già con Ipparco e Tolomeo). Humboldt presentò per esempio una distribuzione per latitudine di piante e animali in rapporto al clima, mentre Dokuchaev (1899) sviluppò la teoria dei concetti integrati, secondo cui entro le aree estese le condizioni naturali possiedono caratteristiche comuni (le quali cambiano poi da una zona a un’altra).

A scala mondiale, le regioni naturali sono state mappate da Herbertson e riviste da Passarge e Biasutti; Berg definì con previsione i paesaggi e in Germania nacque il termine Landshaft. Carl Sauer (1925) introdusse quindi il termine landscape nella geografia americana; contemporaneamente la geografia si occupò di morfologia, rilievo, clima e simili, senza riferimento alla loro associazione in regioni. Tra gli schemi principali, meritano approfondimento quello di Herbertson e Biasutti: il primo distingue la Terra in regioni naturali (Polari, a bassa temperatura, ad alta temperatura, deserti tropicali occidentali e terre tropicali orientali, altopiani intertropicali, alte montagne tropicali o subtropicali e basse terre equatoriali), sfruttando come parametri principali morfologia e clima; il secondo presenta invece una classificazione che tiene conto della presenza umana (regioni disabitate, spazi residuali con economia primitiva, regioni silvane tropicali, silvane fredde, regioni del nomadismo e delle oasi, regioni delle coltivazioni tropicali asciutte, dell’agricoltura intensiva e delle piantagioni, dell’agricoltura temperata, regioni subtropicali di antico e nuovo popolamento e regioni industriali e minerarie.

Una delle più recenti classificazioni è invece quella in eco-regioni di Bailey: eco-regioni continentali: dominio polare (6 subregioni), temperato umido (12), secco (8), tropicale umido (4); a queste eco-regioni, poi, ne viene aggiunta una per le montagne con zonazione altitudinale. Le eco-regioni oceaniche sono invece: dominio polare (2), temperato (6), tropicale (6) e lo shelf (piattaforma continentale, profondità inferiore ai 200 metri). La trattazione dell’ambiente come sistema è in linea con la teoria dei sistemi, in cui l’approccio è la ricerca dei rapporti che legano le diverse parti di un insieme; l’ambiente è il sistema per eccellenza, e l’uomo non può opporsi alle leggi naturali, ma solo agire più o meno consapevolmente rispetto a esse.

Ecosistema ed ecumene

L’ambiente è quindi definibile ecosistema, e cioè sistema ecologico che comprende materia inorganica ed esseri viventi animali e vegetali, in vario rapporto fra loro; la prospettiva non è quindi antropocentrica, bensì paritaria. Il punto di vista di uomo ed economica è invece focalizzato sull’ecumene (parte della terra che offre le condizioni di abitabilità minime): gli antichi greci pensavano che non tutta la terra emersa fosse abitabile, perché gli opposti eccessi di temperatura non lo consentivano, e discutevano sull’esistenza di uno o più ecumeni (Tolomeo riteneva ve ne fosse uno solo, altri quattro disposti simmetricamente e circondate da fasce oceaniche).

Oggi il termine è ideologicamente diverso: a una natura presupposta immodificata e statica (almeno a breve termine) si sovrappone l’ecumene dell’uomo, che considera la terra uno spazio al suo servizio. Egli si è accorto che l’ambiente deve trovarsi in certe condizioni affinché possa operarvi al meglio, ma non è detto che tali condizioni siano le migliori per l’ambiente stesso; molti aspetti del naturale, quindi, vengono percepiti come rischiosi (terremoti, eruzioni vulcaniche). L’ecumene, quindi, è la prospettiva umana, mentre gli sforzi di ampliarla definiscono quella economica.

Ambiente parartificiale e artificiale

Di recente ripristino, riuso e riproduzione dell’ambiente naturale sono diventate pratiche usuali, secondo alcuni modelli di pianificazione:

  • Oasi ambientali, come parchi nazionali e regionali, veri e propri musei all’aperto, dove una nicchia ecologica è delimitata con criteri non sempre strettamente ambientali (scopi scientifici, didattici, economici: si pensi ai grandi parchi africani)
  • Aree di vitalità ambientale, che seppure inserite in contesti costruiti dall’uomo, mantengono la loro dinamica ambientale
  • Aree ambientali artificiali, create dall’uomo in modo simile a quelle naturali (laghi artificiali, nati dallo sbarramento di un fiume)

Le aree a rischio

Rischio = esposizione più o meno grave e più o meno imminente a un danno: può essere volontario = connesso all’attività che si decide di intraprendere, o involontario = connesso con eventi che capitano senza consenso o conoscenza preventiva. Esso viene calcolato in percentuale di probabilità di essere esposti a un dato danno. Ancora: i rischi possono essere a grande scala (notevole estensione e coinvolgimento di numerose vittime) o a piccola scala (limitati nel territorio e coinvolgenti pochi individui).

Altra distinzione riguarda i rischi naturali (radiazioni), quelli prodotti dall’uomo (urbanizzazione) e quelli che hanno cause miste (effetto serra). Le aree a rischio vengono poi classificate secondo l’intensità e il numero dei fenomeni, tali da turbare i precedenti equilibri uomo-terra:

  • Rischi naturali = fenomeni tettonici e vulcanici, non dipendono dalle attività umane e non sono per nulla connessi a esse
  • Rischi antropici = urbanizzazione, dovuta solo all’uomo e al suo desiderio di vivere in società e gruppi strettamente legati
  • Rischi con cause miste = effetto serra, fenomeno naturale dovuto alla capacità dell’atmosfera di agire appunto come una serra, che cattura e assorbe le radiazioni a onda lunga e il calore

Se l’uomo non esistesse questo fenomeno di verificherebbe per la presenza naturale del gas serra. A partire dall’epoca della rivoluzione industriale, però, per effetto delle fabbriche e di svariate invenzioni umane, il fenomeno si è intensificato: per la combustione (aumento dei gas serra nell’atmosfera) e la diminuzione del rivestimento vegetale che in gran misura assorbe il biossido di carbonio (insieme a mari e oceani). Tra i fenomeni conseguenti vi è in primis il buco dell’ozono, imputato dell’inquinamento e causato da un uso eccessivo di clorofluorocarburi (gas leggeri che si dirigono verso l’alto e reagiscono con la barriera dell’ozono assottigliandola).

Ecosistemi e dinamismo

L’ambiente terrestre è solitamente diviso in quattro grandi parti, dette sfere = 1) litosfera, involucro esterno della terra, 2) atmosfera, zona dell’aria, 3) idrosfera, zona dell’acqua e 4) biosfera, regno della materia vivente. Queste sfere, quindi, sono organizzate verticalmente secondo la loro densità: aria (bassa), acqua e materia vivente (media) e rocce (elevata). Tutti gli organismi del pianeta esistono dipendente ad altre forme di vita, quindi la vita stessa dipende da reti o sistemi di altri organismi. Tali sistemi sono detti ecosistemi, unità di base che organizzano gli ampi complessi di vita terrestri. Tutti gli ecosistemi occupano un posto sulla terra e tutti sono legati funzionalmente a questo spazio (habitat dell’ecosistema). Tre fondamentali classi di ecosistemi, basati sui tipi di habitat e ambiente che occupano, sono:

  • Terrestre
  • Marino
  • Delle acque dolci

All’interno di queste classi vi sono innumerevoli tipi di ecosistemi che si sovrappongono e connettono. Da quali fattori, quindi, dipende la complessità degli ecosistemi? Anzitutto:

  • Dalla variabilità e modificazione dei singoli componenti e dell’insieme (il mare per esempio cambia i suoi parametri fisici in relazione alle stagioni, e il suoi livello nel breve o nel medio e lungo periodo; nel mare sfociano i corsi d’acqua che variano portate e regime, responsabili delle modificazioni morfologiche)
  • Dai differenti tempi e ritmi di variabilità e di modificazione dei componenti (considerando ancora l’idrosfera, le variazioni del mare interferiscono con l’idrologia continentale e il clima, dando luogo a fenomeni che si svolgono nel breve, medio e lungo periodo; la biosfera si modifica secondo ritmi stagionali, mentre molte specie animali e vegetali si evolvono naturalmente per motivi interni ed esterni al sistema, come il clima)

Questi fattori mettono in luce ciò che avviene in natura, senza l’intervento dell’uomo, evidenziando le aree a rischio ambientale di origine naturale. In realtà non si può parlare di rischio naturale, in quanto esso riguarda sempre l’uomo e le sue attività, non la natura che si evolve e cambia secondo le proprie leggi. Si può però parlare di aree a maggiore dinamismo della crosta terrestre:

  • Aree di dinamismo geomorfologico = zone di contatto fra zone litosferiche e aree costituite da rocce scarsamente coese
  • Aree di dinamismo troposferico = variazione della composizione dell’atmosfera, cambiamento climatico, spostamento di masse d’aria, venti costanti, periodici, irregolari e piogge intense o bufere di neve e valanghe
  • Aree di dinamismo marino = espansione dei fondali oceanici, spostamento di masse
  • Aree di dinamismo idrologico = modificazioni del reticolo idrografico, variazioni del livello della falda freatica, alluvioni, movimento dei ghiacciai, erosione
  • Aree di dinamismo biologico = variazione delle aree vegetali, estinzione di specie e variazione delle dimensioni di popolazioni vegetali e animali

Ecumene e dinamismo

Sugli ecosistemi l’uomo costruisce il suo spazio vitale, dove sembra che ambiente e risorse siano sufficienti a garantire un certo benessere, fisico ed economico. Col tempo è però cambiato il concetto di risorsa: per i primitivi poteva essere la selce, per costruire gli attrezzi fondamentali, per i moderni il petrolio. L’idoneità è quindi variabile nel tempo, perché tramite la tecnologia è stato possibile adattare gli ambienti alla vita dell’uomo; con essa si è cercato di ampliare le aree ecumeniche, soprattutto dove lo sfruttamento delle risorse consentiva redditi elevati, nonostante le condizioni fisiche di per sé non del tutto ottimali.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/01 Geografia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher VeronicaSecci di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Incani Carta Clara.
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