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La prima variabile, lo stadio nella vita, fa riferimento a fasce specifiche di età, infatti generalmente

le distanza più lunghe o comunque il proprio spazio di attività, è più esteso nelle fasce giovani e

adulte della vita.

La seconda variabile che incide sull’estensione dello spazio di attività è la mobilità, o capacità di

viaggiare, con gli annessi costi e sforzi richiesti per superare l’attrito della distanza.

Un terzo fattore è l’esistenza di opportunità, ad esempio nei quartieri a basso reddito, la povertà e

l’isolamento limitano gli incentivi e le opportunità

di spostarsi. Distanza critica

La distanza e l’interazione umana. Gli individui

effettuano più spostamenti a brevi distanze che a Frequenza Zona

lunghe distanze, un’applicazione al dell’interazione senza

attrito

comportamento umano del concetto di effetto

decrescente della distanza. La frequenza degli

spostamenti tende a diminuire molto rapidamente Distanza dal domicilio

oltre la distanza critica di un individuo, ossia

quella oltre la quale il costo, la fatica e i mezzi

incidono fortemente sulla sua propensione a spostarsi.

Interazione spaziale e accumulo di informazioni. Nel caso dei flussi informativi lo spazio assume

un significato diverso. La comunicazione, per esempio, non implica necessariamente uno

spostamento fisico, inoltre internet e le comunicazioni satellitari hanno reso immediate le

comunicazioni personali e di massa in tutto il mondo e istantanei i trasferimenti di dati.

Una visione ipotetica proiettata nel futuro suggerisce che quando la distanza cessa di essere un

fattore determinante del costo o della velocità di comunicazione, la struttura dei processi decisionali

risulta alterata. I ruoli delle città, i flussi di commercio, i limiti imposta dalla mobilità umana

possono largamente mutare, comportando nuove conseguenze per i modelli di interazione spaziale.

Flussi informativi. I flussi informativi significativi dal punto di vista spaziale sono di due tipi: gli

scambi individuali e le comunicazioni di massa.

Gli scambi tra individui e all’interno di piccoli gruppi tendono ad aumentare man mano che

aumenta la complessità dell’organizzazione sociale, inoltre ciascun individuo sviluppa un campo

delle comunicazioni personali, l’omologo in campo informativo, dello spazio di attività

dell’individuo stesso.

La comunicazione di massa è la trasmissione strutturata di informazioni in un flusso essenzialmente

univoco tra singoli punti di origine e ampie aree di ricezione.

Informazione e percezione. L’interazione spaziale umana, come detto, è condizionata da diversi

fattori: complementarietà, trasferibilità, opportunità, i flussi tra i punti su un’area geografica sono

influenzati dall’effetto decrescente della distanza e in parte sono dovuti ai modelli gravitazionali, gli

individui agiscono in spazi di attività parzialmente determinati dalle fasi della loro età, dalla

mobilità e da una seria di caratteristiche socioeconomiche. In ogni situazione di interazione spaziale

però, le decisioni si basano sulla percezione, ossia sulla consapevolezza e le nostre convinzioni su

determinati luoghi. La percezione dei luoghi fa si che noi avvertiamo le caratteristiche naturali e

culturali di un’area e la sua struttura di opportunità. Tali percezioni potrebbero anche non essere

basate sulla realtà o non essere supportate da informazioni equilibrate, per esempio i luoghi lontani

sono meno conosciuti di quelli vicini e i diversi rischi possono essere mentalmente minimizzati a

causa della familiarità o della razionalizzazione.

LA MIGRAZIONE

Per migrazione si definisce lo spostamento permanente o a lungo termine del luogo di residenza e

dello spazio di attività. Negli ultimi decenni, i massicci movimenti di individui sono divenuti un

pressante elemento di preoccupazione in quanto incidono sulle strutture economiche nazionali e

modificano le tradizionali mescolanza etniche, linguistiche e religiose. 8

Modelli di migrazione. I flussi migratori possono essere analizzati su diverse scale: su scala più

ampia , movimenti intercontinentali vanno dai primissimi popolamenti del mondo abitabile ai più

recenti esodi dei profughi asiatici o africani verso i paesi dell’Europa o dell’emisfero occidentale.

Le migrazioni intracontinentali e interregionali, comportano movimenti tra paesi e all’interno degli

stessi e sovente tali migrazioni sono una forma di fuga da condizioni ambientali, militari,

economiche o politiche difficili o pericolose; ad esempio nel XX secolo quasi tutti i paesi

assistettero a un cospicuo movimento di individui delle zone agricole alle città dato che nelle

economie avanzate esplodeva la rivoluzione industriale.

Tipi di migrazione. Le migrazioni possono essere rilocalizzazioni forzate o volontarie oppure in

molti casi possono essere imposte ai migranti dalle circostanze.

Nelle migrazioni forzate, prendere la decisione di trasferirsi sono esclusivamente individui diversi

dai migranti stessi: gli africani trasferiti con la forza come schiavi nell’emisfero occidentale furono

probabilmente da 10 a 12 milioni; la stessa Australia deve il suo primo insediamento europeo ai

detenuti trasportati nella colonia penale britannica.

La grande maggioranza dei movimenti migratori, però è volontaria: fondamentalmente le

migrazioni hanno luogo perché i migranti ritengono che le loro opportunità e condizioni di vita

saranno migliori nella loro meta rispetto a quanto lo siano nella loro ubicazione attuale.

Fattori che determinano la migrazione. Sono considerazioni di carattere economico a determinare

la maggior parte delle decisioni di migrazione. Le condizioni negative del luogo di origine che

incoraggiano la decisione di migrare prendono il nome di fattori di spinta (push factors). Fra essi si

possono annoverare la disoccupazione, la mancanza di opportunità, il sovraffollamento e svariati

altri elementi quali la povertà, la guerra e la fame. Le presumibili condizioni positive del luogo di

destinazione prendono il nome di fattori di attrazione (pull factors).

Queste valutazioni sono chiaramente collegato al livello di aspirazione dell’individuo, ossia il

livello di ambizione o aspirazione che l’individuo prevede per sé stesso.

La globalizzazione. Abbiamo visto come il costo della comunicazione incida sul livello di

interazione spaziale. A partire dagli anni Novanta, internet, i costi di trasporto più accessibili e una

forte pressione internazionale per ridurre le barriere al commercio influiscono sui modelli

economici, politici e culturali del mondo.

Al riguardo è emblematico l’ambito finanziario, ove si verificano transazioni bancarie internazionali

con trasferimenti istantanei di miliardi di dollari attraverso i confini, a seguito delle opportunità di

investimento che si manifestano.

Le società transnazionali hanno le loro sedi centrali in un Paese e società affiliate, industrie,

magazzini e via dicendo in molti altri.

Come la globalizzazione della finanza, dell’industria e del commercio, l’internazionalizzazione

della cultura di massa è una ulteriore prova della trasformazione dell’interazione spaziale moderna.

CAPITOLO IV: POPOLAZIONE, MODELLI MONDIALI E TENDENZE REGIONALI

Dopo due secoli di crescita lenta, nel

secondo dopoguerra la popolazione

mondiale iniziò un’espansione

esplosiva. Il calo dei tassi di crescita di

molti paesi in via di sviluppo ha

ridimensionato le precedenti stime

della popolazione mondiale per il 2100

portandole da 10 miliardi a non oltre 8-

9 miliardi. Le popolazioni delle regioni

meno sviluppate potranno aumentare

del 60% circa. Mentre nel 2000

soltanto l’80% della popolazione 9

mondiale si trovava in regioni considerate meno sviluppate, nel 2050 saranno situati in tali zone

quasi i nove decimi di un totale maggiore.

ALCUNE DEFINIZIONI IN AMBITO DEMOGRAFICO

Il tasso di natalità. Rappresenta il numero di bambini nati vivi nell’anno considerato ogni mille

individui. Tale indice è fortemente influenzato dalla struttura per età e per sesso della sua

popolazione e dalle politiche adottate a livello statale. Poiché tali condizioni sono soggette ad ampie

variazioni regionali anche il tasso di natalità varia fortemente per area geografica. I tassi di natalità

inferiori al 18 per mille sono considerati bassi e questa tendenza comincia a interessare un numero

sempre crescente di paesi in via di sviluppo, alcuni di essi come la Cina hanno adottato programmi

di pianificazione familiare. “Una coppia un bambino” divenne lo slogan di una nuova manovra di

controlla demografico in Cina; furono incoraggiati matrimoni in tarda età, furono imposte penalità

(pecuniarie, ma anche in termini di esclusione dai servizi) per la nascita di un secondo figlio.

L’infanticidio fu uno dei più diffusi mezzi da parte della famiglie per conformarsi al limite di un

solo figlio o per aumentare le probabilità che fosse maschio. Le proiezioni suggeriscono che a causa

della riduzione della fecondità la popolazione cinese inizierà addirittura a diminuire ed il paese sta

iniziando ad affrontare il problema di una percentuale in diminuzione di individui in età lavorativa e

l’assenza di una adeguata rete di assistenza sociale rivolta al numero di anziani in rapido aumento.

La riduzione del tasso di natalità sembra essere strettamente connesso allo sviluppo economico, ma

anche le questione religiose e politiche possono incidere sul tasso di natalità.

Tasso di fecondità. Il tasso generico

di natalità viene definito generico in

quanto nel suo denominatore

confluiscono anche coloro che non

hanno alcuna possibilità di procreare

(maschi e femmine troppo giovani o

troppo anziani). Il tasso di natalità

invece rappresenta un indicatore più

preciso visto che esprime la capacità

riproduttiva della donne in età feconda

e indica il numero di figli che

nascerebbero da ogni donna durante i

suoi anni fertili.

Benché un tasso di fecondità pari a due

possa sembrare sufficiente per

rimpiazzare esattamente la

popolazione (un bambino per ciascun

genitore) in realtà il livello di sostituzione viene raggiunto soltanto a 2,1 in quanto i decimali sono

necessari per compensare la mortalità

neonatale e infantile.

Tasso di mortalità. Si calcola mettendo

in relazione il numero di decessi

avvenuti nell’anno preso in esame per

ogni mille individui. Il tasso di mortalità

infantile e la speranza di vita

migliorarono quando si diffusero vaccini

e cure più sofisticate. Il tasso di mortalità

infantile risulta significativo perché è

proprio in corrispondenza di tale fascia

di età che si è verificata la maggiore

riduzione del numero di decessi, e quindi 10

la riduzione del tasso di mortalità generale.

Attualmente, nonostante negli ultimi anni vi sia stata una riduzione del tasso di mortalità infantile,

continuano a sussistere importanti variazioni su scala regionale e nazionale.

La piramide demografica. Natalità, fecondità e mortalità fanno parte di un sistema demografico

interconnesso. Per visualizzare le caratteristiche della struttura per età e per sesso della popolazione,

i demografi ricorrono alla costruzione della piramide della popolazione. Il termine piramide

proviene dal fatto che la struttura di popolazione soggetta a tendenze di natalità e mortalità naturali

assumerebbe la forma di una piramide, ma non esistono popolazioni esenti da interferenze esterne,

cosi il diagramma si trova ad assumere varie forme. Le popolazioni con elevati tassi di mortalità e

natalità saranno rappresentate da una piramide a base larga e punta stretta, mentre quelle con

natalità e mortalità basse avranno un diagramma a base stretta più simile e un rettangolo che ad una

piramide.

L’incremento naturale. La conoscenza della struttura per età e per sesso di una popolazione

consente ai demografi di prevederne i futuri livelli demografici. Il tasso di incremento naturale di

una popolazione si ottiene sottraendo il tasso generico di mortalità dal tasso di natalità, il termine

naturale intende sottolineare che non tiene conto di eventuali migrazioni. Se un paese in un anno

registrasse un tasso di natalità dal 22 per mille e un tasso di mortalità del 12 per mille avrebbe un

tasso di incremento del 10 per mille.

Tempo del raddoppio. Può risultare interessante mettere in evidenza il tempo di raddoppio ossia il

numero di anni necessari perché una popolazione che cresce con un dato tasso di incremento

raddoppi la propria consistenza. Tuttavia la crescita di un paese dipende anche dai modelli di

immigrazione ed emigrazione il che equivale a dire che la crescita demografica naturale di un paese,

basata esclusivamente sul numero di nascite e di decessi, può comportare tempi di raddoppio più

lunghi rispetto alla crescita complessiva dello stesso paese che considera anche le migrazioni.

LA TRANSIZIONE DEMOGRAFICA 11

Un tentativo di sintetizzare la relazione che sembra sussistere tra la crescita demografica e lo

sviluppo economico è rappresentato dal modello di transizione demografica. In tale modello sono

compresi diversi stadi, il primo stadio è caratterizzato da un tasso di mortalità elevata

controbilanciato da un tasso di natalità altrettanto elevato. Fintanto che il numero delle nascite è

lievemente superiore a quello dei decessi la popolazione aumenterà lentamente.

Il modello di transizione demografica fu

sviluppato per spiegare la storia della

popolazione dell’Europa occidentale, che

entrò in un secondo stadio con

l’industrializzazione. I suoi effetti (calo del

tasso di mortalità accompagnato da un tasso

di natalità in crescita) si fecero sentire nel

mondo intero.

Il terzo stadio si verifica quando il tasso di

natalità si riduce, man mano che gli

individui iniziano a controllare le

dimensioni delle famiglie. A differenza di

quanto avviene nella società agricola, nelle

culture industrializzate e urbanizzate, i vantaggi di avere molti figli non sono cosi evidenti. Il

modello classico di transizione demografica si conclude con un quarto stadio caratterizzato da tassi

di natalità e mortalità molto bassi. Questo stadio prevede, nella migliore della ipotesi soltanto

lievissimi incrementi demografica e tempi di raddoppio lunghissimi.

In alcuni paesi, il tasso di mortalità ha iniziato a eguagliare o a superare quello di natalità

provocando un calo addirittura della popolazione. Questa estensione del quarto ad un quinto stadio

è stato finora in gran parte confinata al ricco mondo industrializzato, soprattutto a Europa e

Giappone.

Il modello di transizione demografica descriveva il corso inevitabile che si supponeva avrebbero

avuto gli eventi demografici. Il modello non riuscì però a prevedere che non tutti i paesi in via di

sviluppo avrebbero necessariamente compiuto il percorso demografico precedentemente tracciato

dalla popolazione europea. Molte società in via di sviluppo si sono fermate al secondo stadio del

modello, incapaci concretizzare i vantaggi economici e i cambiamenti sociali necessari per passare

al terzo stadio.

DISTRIBUZIONE DEMOGRAFICA MONDIALE

Miliardi di individui non sono distribuiti sulla Terra in modo omogeneo. Dalla distribuzione

irregolare della popolazione possiamo trarre alcune conclusioni generali. In primo luogo quasi il

90% della popolazione mondiale vive a nord dell’equatore e due terzi del totale abitano nelle

latitudini europee. Un’altra conclusione è che, sebbene le zone pianeggianti siano i luoghi di

insediamento preferiti, non tutte le aree sono ugualmente favorite, infatti le zone costiere hanno

attirato gli insediamenti più popolosi. Tra le parti del mondo generalmente favorevoli

all’insediamento, quattro aree contengono consistenti raggruppamenti di popolazione: Europa, Asia

Orientale, Asia meridionale e Nord-Est degli Stati Uniti.

DENSITA’ DELLA POPOLAZIONE

Il termine densità di popolazione esprime la relazione che intercorre fra il numero di abitanti e

l’area da essi abitata. Un indicatore più raffinato è rappresentato dalla densità fisiologica che

esprime il rapporto tra la popolazione di un paese ed il terreno coltivabile. La densità agricola

costituisce un altro utile indicatore. Essa esclude dal calcolo della densità fisiologica le popolazioni

urbane e riporta il numero di abitanti rurali per unità di terreno produttivo dal punto di vista

agricolo. 12

La sovrappopolazione. Il sovraffollamento è un riflesso non del numero degli individui per unità

di superficie, ma della capacità di carico del territorio, ossia il numero di individui che un’area può

sostenere nel tempo.

La sovrappopolazione può verificarsi in corrispondenza di condizioni di vita che riflettono uno

squilibrio tra il numero di individui e la capacità di carico del territorio, e una misura di tale

squilibrio potrebbe essere la mancanza di disponibilità di derrate alimentari.

Urbanizzazione. Le pressioni sulle risorse della terra dei vari paesi sono aumentate non soltanto

per la crescita della popolazione, ma anche per la riduzione del terreno coltivabile a essa associata.

L’urbanizzazione della popolazione nei paesi in via di sviluppo sta aumentando vertiginosamente e

a partire dagli anni ’50, le città sono cresciute molto rapidamente e ciò ha aumentato le pressioni sul

terreno coltivabile e ha provocato l’innalzamento della densità numerica sia di quella fisiologica.

I FATTORI CHE DETERMINANO LA POPOLAZIONE

tutte le proiezioni demografiche partono dal presupposto che a un certo punto la crescita

demografica si arresterà e si stabilizzerà al livello di sostituzione.

Robert Malthus espose il problema nel sio saggio sul principio di popolazione: tutte le popolazioni

hanno un potenziale di espansione che supera l’attuale tasso di crescita e le risorse per sostenere tale

incremento sono limitate. Malthus ampliò tale tesi rilevando quanto segue:

• La popolazione è inevitabilmente limitata dai mezzi di sussistenza

• Le popolazioni aumentano con l’aumentare dei mezzi sussistenza

• Gli ostacoli che inibiscono le capacità riproduttive della popolazione e che la mantengono in

equilibrio coi mezzi di sussistenza sono sia preventivi (castità, celibato..) sia repressivi

(guerre, pestilenze, fame..)

Inevitabilmente seguendo la logica di

Malthus deve essere raggiunto l’equilibrio

tra il numero di individui e le risorse di

sostentamento. Il gambo fortemente

ascendente della curva a J tende quindi a

disporsi in orizzontale e la curva assume

una forma a S.

L’estremità superiore della curva a S

rappresenta una quantità di popolazione

compatibile con le risorse utilizzabili. Quando la popolazione è equivalente alla capacità di carico

dell’area occupata, si dice che essa ha raggiunto il plateau omeostatico. I plateau omeostatici (stati

di equilibrio) in costante ascesa raggiunti dagli esseri umani sono la dimostrazione della loro abilità

di aumentare la capacità di carico del terreno grazie ai processi tecnologici.

Molti economisti chiamati cornucopiani espressero l’idea che la crescita demografica rappresenta,

non un deterrente ma uno stimolo allo sviluppo e che le abilità umani costituiscono la risorsa

fondamentale; inoltre essi rilevano che quantità ancora maggiori di esseri umani siano sostenibili,

forse anche con standard di vita migliori.

LE PROSPETTIVE DEMOGRAFICHE

Una riduzione del tasso di fecondità non implica un arresto immediato della crescita demografica, la

ragione va ricercata nel momentum demografico (o inerzia demografica), infatti quando una

popolazione è giovane, una percentuale sempre maggiore di giovani negli anni successivi entra

nell’età feconda e mentre è in corso questo processo persino le più severe politiche di limitazione

delle nascite non saranno in grado di arrestare completamente la crescita demografica.

PARTE SECONDA

CAPITOLO V: LINGUA E RELIGIONE, MOSAICI DI CULTURA 13

CLASSIFICAZIONE DELLE LINGUE

In senso stretto possiamo definire una lingua come un sistema organizzato di parole e termini

mediante il quale gli esseri umani comunicano tra loro comprendendosi a vicenda.

Una famiglia linguistica rappresenta un gruppo di lingue che discendono da un singolo idioma

originario. Circa 2000 anni fa il latino era la lingua comune parlata da un capo all’altro dell’impero

romano, e nei secoli successivi le lingue derivate dal latino emersero come singole lingue romanze.

Con il termine protolingua si intende questa forma primitiva della lingua e nel caso delle lingue

romanze, tale capostipite è chiaramente il latino.

Un ulteriore studio approfondito delle radici della lingua rivela che le lingue romanze e quelle

germaniche sono da considerare come singole ramificazioni di una famiglia di lingue ancora più

vasta cioè l’indoeuropeo. Tra i principali gruppi linguistici riconosciuti nel mondo, la famiglia delle

lingue indoeuropee è quella più grande e l’inglese attualmente è la lingua indoeuropea più

utilizzata.

Propagazione della lingua. La propagazione linguistica in quanto fenomeno geografico

rappresenta l’estensione areale dell’utilizzo di una determinata lingua o il suo trasferimento nel

corso del tempo dall’area in cui veniva parlata originariamente.

Le lingue possono diffondersi perché gli uomini che le parlano occupano nuovi territori, solitamente

a scapito di altri popoli e delle relative lingue. Un’eccezione è costituita dal latino, che ha sostituito

le lingue di origine celtica nell’Europa settentrionale non in virtù della forza o del predominio

numerico, ma grazie al graduale abbandono delle lingue primitive da parte delle popolazioni

indigene, abbandono innescato dall’influenza e dal controllo esercitato dapprima dall’impero

romano e in seguito dal cristianesimo.

Lo spostamento in massa di una popolazione, è un esempio specifico del fenomeno di propagazione

mediante migrazione. Quando i vantaggi di una nuova lingua diventano evidenti e quest’ultima

viene quindi adottata dalle popolazioni di un altro idioma, si verifica una forma di diffusione per

espansione. Solitamente coloro che occupano o aspirano a occupare posizioni di rilievo, sono i

14

primi ad accettare la nuova lingua del controllo e del prestigio; in un secondo tempo invece,

attraverso l’istruzione e i contatti anche gli strati più bassi della popolazione possono essere

gradualmente assorbiti dalla comunità in costante espansione di coloro che hanno adottato la nuova

lingua.

In India gli inglesi crearono un sistema che conferiva una grande importanza alla loro lingua, in

quanto mezzo esclusivo di educazione, commercio e amministrazione. Altre lingue introdotte con

gli imperi coloniali conservano una posizione di prestigio come lingue ufficiali anche dopo che tali

territori hanno ottenuto l’indipendenza.

In quanto processo di diffusione, la propagazione di una lingua può essere ostacolata da barriere,

siano esse fisiche o culturali. Le barriere culturali possono ritardare o persino impedire la diffusione

di un idioma: la popolazione di lingua greca ha resistito per secoli alla dominazione ottomana ed il

greco è rimasto un polo di identità culturale; il catalano e altri idiomi sono ancora oggi simbolo di

separazione etnica. anche le barriere fisiche ostacolano la propagazione linguistica per il semplice

motivo che gli invasori o i migranti tendono a diffondersi laddove l’accesso risulta facilitato.

MUTAMENTI LINGUISTICI

Fenomeni quali migrazione, isolamento delle differenti società danno origine, anche partendo da

una medesima protolingua, a lingue differenti e reciprocamente incomprensibili. Simili

cambiamenti accadono in modo naturale e poiché si tratta di mutamenti graduali tendono a passare

inosservati. Ciò nonostante se considerati in modo cumulativo possono dar luogo a modifiche

linguistiche di portata tale da condurre alla creazione di una lingua essenzialmente nuova.

LINGUA STANDARD E VARIANTI LINGUISTICHE

Una comunità linguistica solitamente possiede sia una lingua standard, sia una serie di dialetti che

riflettono il parlato quotidiano.

Lingua standard. Un dialetto può diventare lingua standard identificandosi con la lingua parlata

dai membri più prestigiosi. Il dialetto che emerge come base della lingua standard di un paese è

spesso quello che si identifica con la capitale o il centro del potere all’epoca dello sviluppo

nazionale.

Dialetti. Anche le più piccole e compatte comunità linguistiche fanno hanno una seria di varianti

definiti dialetti. Ciò che è interessante sottolineare è che in molte società, quelli che vengono

definiti dialetti denotano l’appartenenza ad una determinata classe sociale e il livello di istruzione

raggiunto. I parlanti con uno status socioeconomico di rango più elevato o coloro che possiedono

una cultura superiore tendono a seguire la lingua standard, mentre soggetti appartenenti a classi

sociali inferiori tendono a utilizzare il dialetto originario.

Ogni dialetto, come tutti gli idiomi, possiede una propria dimensione territoriale, ed il limite esterno

della sua incidenza è una linea di confine denominata isoglossa.

Pidgin e lingue creole. Con il termine pidgin viene indicato un amalgama di lingue, solitamente in

una forma grammaticalmente semplificata, come è ad esempio avvenuto in periodo coloniale, tra

l’inglese e il francese e le altre lingue in particolare non europee.

Quando un pidgin diventa la prima lingua di un gruppo di parlanti, assistiamo all’evoluzione di una

lingua creola, che inevitabilmente finisce per acquisire una struttura più complessa. Le lingue creole

si dimostrano utili strumenti di integrazione in aree linguisticamente eterogenee: in corrispondenza

delle zone costiere dell’Africa orientale è nato lo swahili, un pidgin creato a partire da una seria di

dialetti bantu con aggiunte dall’arabo.

La lingua franca. La lingua franca è una lingua destinata a soddisfare i bisogni elementari di

comunicazione tra gli appartenenti a diverse comunità linguistiche in frequente contatto. Il termine

lingua franca è divenuto con il tempo sinonimo di lingua comune, parlata da popoli con differenti

idiomi: in un mondo globalizzato e poliglotta, l’inglese svolge sempre più di frequente il ruolo di

lingua franca globale. 15

Lingue ufficiali. I governi nazionali possono designare un singolo idioma come lingua ufficiale

dello stato (inclusa una lingua creola come è per esempio il caso dello swahili); tale idioma è la

lingua di istruzione in scuole e università, in ambito governativo e nelle altre attività pubbliche.

RELIGIONE E CULTURA

A differenza della lingua, un attributo che accomuna tutti i popoli, il ruolo culturale della religione

può variare e risultare predominante in alcune società, oppure essere marginale o persino ignorato

in altre. Si definiscono religioni quei sistemi di valori che si basano su pratiche di culto e sulla fede

nel sacro e nel divino.

Spesso i differenti credi religiosi hanno condizionato i modelli economici dei vari paesi: le

limitazioni previste dalle religioni sui cibi possono influenzare le coltivazioni; l’assegnazione delle

mansioni lavorative nel sistema di caste indù è in parte legato alle tradizioni religiose.

Da un punto di vista più geografico è interessante notare l’influenza della religione sull’ambiente, in

quanto le strutture dove ha luogo il culto religioso (templi, chiese, moschee) possono modificare e

conferire ad una data area un carattere peculiare.

CLASSIFICAZIONE DELLE RELIGIONI

Frequente è la divisione tra religioni monoteiste e politeiste.

Cristianesimo, buddhismo e islamismo sono le tre principali religioni universali del mondo. Tali

fedi sono definite universali in quanto sostengono di poter essere applicate a tutti gli esseri umani,

nessuno escluso. La partecipazione ad una religione universale è aperta dunque a tutti coloro che

sono disposti ad assumersi una sorta di impegno simbolico. Le religioni etniche invece, mostrano

una radicata identificazione territoriale e culturale con il gruppo a cui fanno capo e i loro fedeli

formano comunità chiuse, per esempio l’ebraismo, l’induismo indiano o lo shintoismo giapponese.

Le religioni tribali o tradizionali sono forme particolari di religioni etniche, dalle quali si

differenziano per le dimensioni limitate del numero dei fedeli, per l’identità con gruppi culturali

localizzati non ancora completamente assorbiti dalla società moderna e per gli stretti e profondi

legami con la natura, sono un esempio i culti animisti o sciamanici. 16

LE PRINCIPALI RELIGIONI

Ciascuna delle principali religioni possiede proprie espressioni e valori culturali.

Ebraismo. La fede in un unico Dio dell’ebraismo ha posto le basi per la nascita del cristianesimo e

dell’islamismo e si identifica strettamente con un singolo gruppo etnico.

La convinzione degli israeliti di essere il popolo eletto, legato a Dio attraverso un patto di fiducia e

guidato da complesse regole formali di comportamento, li distinse da altri popoli del Vicino

Oriente. I primi successi militari diedero agli ebrei un senso di identità politica e territoriale, ma la

conquista romana della città santa nel 70 d.C. provocò la dispersione degli ebrei nel mondo

(diaspora). L’obbiettivo di una patria per il popolo ebraico e la determinazione nel non essere

assorbiti all’interno di altre comunità sono idee alla base del movimento sionista. Nel 1948 la

creazione dello stato di Israele sotto auspicio dell’Onu, ha coronato il raggiungimento

dell’obbiettivo centrale del movimento, ma ha reso l’area medio orientale un focolaio di conflitto

tra gli ebrei e le popolazioni arabe.

Cristianesimo. In quanto religione universale di salvezza e speranza, il cristianesimo si propagò

rapidamente tra le classi più umili. La

diffusione per espansione si verificò

successivamente alla creazione di

missioni e colonie di convertiti in luoghi

lontani dalla regione in cui nacque.

Roma fu attraverso la diffusione

gerarchica, il principale centro da cui il

culto si diffuse negli insediamenti minori

in Europa. Caduta Roma, la divisione

dell’impero in due metà, quella orientale

e quella occidentale, si tradusse anche 17

nella divisione della cristianità: la Chiesa occidentale cattolica e la Chiesa orientale ortodossa. La

riforma protestante tra il XV e il XVI secolo divise la Chiesa nei territori dell’Europa occidentale,

dove nell’area mediterraneo dominò il cattolicesimo mentre nell’area settentrionale sorsero una

varietà di confessioni protestanti.

La diffusione mediante migrazione, dovuta agli sforza dei missionari e alla colonizzazione europea,

portò all’introduzione della fede cristiana anche nel Nuovo Mondo.

Islamismo. L’islamismo scaturisce molto probabilmente dalle radice e influenze ebraiche.

L’osservanza dei 5 pilastri e la sottomissione al volere di Allah, uniscono i fedeli in una fratellanza

che, similmente a quella cristiana, non fa distinzione di razza, colore o casta. Tale legge di

fratellanza è servita per unificare il mondo arabo, aspramente diviso tra tribù, ranghi sociali e

multiple divinità locali. La nuova religione si diffuse rapidamente dalle regione di origine mediante

un processo di diffusione per espansione. In seguito, attraverso il

processo di diffusione mediante migrazione, l’islamismo penetrò

in Indonesia, nell’Africa e nell’emisfero occidentale.

La moschea è il punto focale della vita pubblica musulmana e il

principale segno tangibile di questa religione sul paesaggio

culturale. Le caratteristiche architettoniche della mosche la

rendono un’inconfondibile testimonianza a livello paesaggistico,

della presenza islamica in un dato territorio, vedi ad esempio la

Moschea Blu in foto.

diffusione islam nel mondo

Induismo. L’induismo non è solo una religione, ma una rete complessa e articolata di elementi

religiosi, filosofici, sociali, economici e artistici connessi a una civiltà specifica. I suoi seguaci sono

prevalentemente concentrati in India.

Tale religione pone l’enfasi sull’essenza divina dell’anima e si basa sui concetti di reincarnazione e

di passaggio da uno stato dell’esistenza a un altro in un ciclo senza fine di morti e rinascite. Tutte le

creature sono divise in categorie, la più elevata delle quali è occupata dagli esseri umani, ma anche

tra questi ultimi esistono delle differenziazioni, e la casta sociale in cui nasce un individuo ne indica

lo stato spirituale. Scopo dell’esistenza è salire ai vertici di tale gerarchia, per essere alla fine

liberati dall’incessante ciclo di morti e rinascite, raggiungendo la salvezza e la pace eterne.

Buddhismo. Fra i tanti movimenti nati in contrasto all’induismo, quello che ha esercitato maggior

influenza è stato il buddhismo. Gli insegnamenti di Buddha costituivano più una filosofia morale

che una religione formale; egli delineò una spiegazione che giustificasse la presenza del male e

della sofferenza umana. Secondo Buddha, la strada per l’illuminazione e la salvezza risiede nella

comprensione di 4 nobili verità: l’esistenza implica la sofferenza; la sofferenza è il risultato del

desiderio; il dolore cessa quando il desiderio viene annientato; la distruzione del desiderio può

18

essere perseguita attraverso la conoscenza di un corretto comportamento e di pensieri retti. Nel

buddhismo gli obbiettivi finali dell’esistenza sono il raggiungimento del nirvana, una condizione di

perfetta illuminazione e la cessazione del ciclo delle perpetue rinascite.

Altre religioni dell’Asia Orientale. Il buddhismo raggiunse la Cina incontrando ed in seguito

amalgamandosi con i sistemi etico religiosi già esistenti e ben consolidati di queste terre. Le

religioni etniche del Lontano Oriente sono dunque il frutto di tali sincretismi.

Il confucianesimo divenne la religione di stato ufficiale, con la sua enfasi sull’etica e sulla moralità

radicate nella saggezza tradizionale cinese, costituì la base del sistema religioso della Cina.

Il taoismo filosofia secondo la quale la felicità eterna risiede nell’identificazione totale con la natura

e nella vita semplice degli esseri umani.

Il buddhismo si unì e influenzò anche lo shintoismo giapponese, il quale è essenzialmente un

complesso di tradizioni e rituali piuttosto che un sistema etico e morale, e venera un insieme

composito di numi, inclusi imperatori divinizzati, spiriti famigliari e tutte le divinità che risiedono

nella natura.

CAPITOLO VI: GEOGRAFIA ETNICA, ELEMENTI DI DIVERSITA’

La cultura è una miscela di elementi che costituiscono il modo di vivere di un gruppo umano

(credenze collettive, valori, norme sociali, religioni, abitudini ecc.). la cultura viene appresa, essa

contraddistingue il gruppo; l’etnicità al contrario, è semplicemente un termine utilizzato per

connotare un gruppo di individui che condividono i tratti di una cultura comune. Laddove i gruppi

etnici si mescolano, i conflitti interetnici possono assumere toni drammatici se viene

improvvisamente a mancare la coesistenza pacifica.

FLUSSI DI MIGRAZIONE

La diversità etnica che emerge dall’attuale panorama angloamericano, è il prodotto di continui flussi

di immigranti. Nel caso degli Stati Uniti, tale afflusso si articolò in tre distinte ondate di

immigrazione, verificatesi molto tempo dopo i primi arrivi delle popolazioni amerinde.

Il primo grande flusso migratorio, era costituito da i bianchi provenienti dall’Europa settentrionale e

occidentale e africani condotti con la forza nel Nuovo Mondo.

La seconda ondata di immigrazione, dal 1870 al 1921 fu contraddistinta dalla presenza di numerosi

europei provenienti dal territori orientali e meridionali.

Negli anni Sessanta del ‘900 si verificò una terza ondata migratoria: l’ingresso di latino americani

che, insieme ai nuovi arrivati provenienti dall’Asia, costituivano il più rilevante segmento della

popolazione di immigrati.

Le crescenti concentrazioni di immigrati provenienti da nuove regioni hanno portato alla creazione

di una seria di misure per rallentare tali afflussi e tutelare lo status quo etnico.

ACCULTURAZIONE E ASSIMILAZIONE

La teoria dell’amalgamazione utilizzata per indicare il concetto di melting pot, l’unione di

molteplici patrimoni culturali e di etnie di immigrati all’interno di una corrente americana

composita.

Tutti i gruppi di migranti dopo un primo momento, si sono dovuti confrontare con la cultura

maggioritaria del gruppo ospitante: se volevano essere accettati, i nuovi arrivati dovevano sforzarsi

di apprendere le tradizioni e le pratiche familiari tra le comunità già insediatesi nel nuovo paese. Il

processo cosiddetto di acculturazione indica come gli immigrati adottino i valori utilizzati nella

società ospitante. È possibile tuttavia che il gruppo resista all’assimilazione totale e il presunto

ideale di melting pot (crogiolo culturale) finisce per essere soppiantato da una mescolanza etnica

nella quale gli ingredienti di insaporiscono reciprocamente, ma rimangono distinti.

Quando il processo di integrazione è completo, si parla di assimilazione. L’assimilazione totale può

essere considerata in una duplice ottica. Da un lato l’assimilazione comportamentale (o culturale)

19

equivale sostanzialmente al processo di acculturazione, implicando l’integrazione nella vita

culturale di valori e abitudini della società ospitante; dall’altro l’espressione assimilazione

strutturale fa riferimento alla fusione di etnie di immigranti con sistemi sociali e attività della

società ospitante. L’assimilazione strutturale è un percorso a doppio senso: non solo richiede ai

gruppi di immigranti di assorbire i valori culturali della società dominante, ma prevede che

quest’ultima accetti i membri del gruppo minoritario, consentendo loro di aspirare a occuoare

posizioni di autorità.

IL SENSO DI APPARTENENZA ETNICA E LE SUE ESPRESIONI TERRITORIALI

In buona parte del mondo la stretta associazione fra territorialità ed etnicità viene ampiamente

riconosciuta ed accettata, pur comportando spesso effetti disgreganti a livello politico.

Culture fondatrici dell’identità dell’America anglosassone. Sebbene nell’America anglosassone

contemporanea non esiste una singola area che possa essere considerata come vera e propria patria

per una specifica minoranza etnica, qui si registra la presenza di gruppi etnici distinti le cui

dimensioni sono tali da aver impresso un segno distintivo a livello territoriale. Parte di tale impronta

deriva da la dottrina del primo insediamento effettivo: ogni volta che un territorio disabitato viene

colonizzato, le specifiche del primo gruppo in grado di creare una società, risultano di importanza

cruciale per la successiva geografia sociale e culturale dell’area in questione.

Negli Stati Uniti gli immigrati britannici furono i principali nuovi occupanti delle colonie orientali,

creando le norme e gli standard sulla base dei quali gli altri gruppi di immigrati sarebbero stati

valutati. In virtù della loro priorità di arrivo e dell’egemonia esercitata inizialmente, i britannici

hanno creato la cultura maggioritaria del regno anglo americano, il cui impatto etnico è ancora

evidente al giorno d’oggi.

La dispersione degli afro americani. Gli afro americani, immigrati contro la loro volontà nel

continente americano, erano quasi esclusivamente confinati alle zone rurali del sud est prima della

guerra civile. Anche a seguito dell’abolizione della schiavitù e del processo di emancipazione, la

maggior parta di essi continuò ad occupare questi territori.

Tra il ’40 e il ’70 milioni di afro americani abbandonarono la tradizionale concentrazione in queste

zone, incoraggiati da un ambiante razziale ed economico in via di miglioramento.

Concentrazione di ispanici. Gli ispano americani, pur essendo riuniti in un unico gruppo

apparentemente uniforme, in realtà presentano numerose differenze tra loro.

Quelli di origine messicana rappresentano più dei due terzi di tutti gli ispano americani, essi si sono

diffusi in tutti gli USA a partire dalle zone iniziale di accentramento situate prevalentemente lungo

il confine tra i due paesi.

Contrasti asiatici. La popolazione americana di origine asiatica, un tempo prevalentemente nata

negli USA e di origine cinese e giapponese, oggi risulta in larga parte nata all’estero e caratterizzata

da una crescente eterogeneità dovuta ai molteplici paesi di origine.

Indipendentemente dalla zona di insediamento, gli americani di origine asiatica sono stati attirati

nelle aree metropolitane, anche se nel tempo vi è stata poi una tendenza, anche in questo caso, a una

maggiore dispersione.

Gruppi di immigrati e vie di accesso. Sebbene i nuovi immigrati siano, in ultima analisi, in cerca

di un luogo dove risiedere, è chiaro che nel breve termine essi tendono a concentrarsi in gruppi.

Inizialmente la maggior parte degli immigrati aspira a concentrarsi nelle immediate vicinanze del

punto di accesso al paese ospitante (il più vicino possibile al paese d’origine) o all’interno di

comunità di immigrati già esistenti.

Si tratta di episodi di attrazione non permanenti: gli immigrati tendono a diffondersi poi in zone

dove la forza lavoro costituita dagli individui degli Stati Uniti non soddisfa le richieste di mercato e

dove la condizione socioeconomica della loro minoranza è in via di miglioramento.

SEGREGAZIONE E DIVERSITA’ ETNICA NEL PAESAGGIO URBANO 20

I quartieri popolati da immigrati sono un indicatore della distanza sociale che separa il gruppo

minoritario da quello fondatore. Maggiori sono le differenze percepite fra i due gruppi, più grande

risulta la distanza sociale e minori sono le possibilità che il gruppo fondatore accetti o assimili

facilmente al proprio interno i nuovi arrivati. Ne consegue che la comunità etnica sopravvivrà più a

lungo sia come luogo sia come luogo di rifugio per gli immigrati, sia come luogo di segregazione.

L’espressione segregazione indica la misura in cui gli individui appartenenti a un gruppo etnico non

sono distribuiti in modo uniforme in relazione al resto della popolazione.

Gli esempi raccolte in città di tutto il mondo evidenziano che la maggior parte delle minoranze

etniche tende ad essere nettamente segregata dal gruppo fondatore.

La Francia, con circa 5 milioni di musulmani residenti, ha mostrato la tendenza a creare miseri

ghetti situati nelle periferie urbane. In Italia la situazione è più fluida, sia perché questa nazione non

ha mai avuto una fase di espansione coloniale, sia perché la distribuzione delle comunità straniere

sul territorio italiano si organizza a partire da legami famigliari.

La segregazione territoriale è in via di aumento anche nei paesi in via di sviluppo. La rapida

urbanizzazione di un paese multietnico come l’India ha originato contesti urbani segnati da contrasti

sociali e culturali. A livello mondiale il livello di segregazione degli immigrati è almeno in parte

condizionato dal livello di distanza sociale percepito tra la popolazioni dei nuovi arrivati e le altre

società ospitanti.

In generale la percentuale di assimilazione di una minoranza etnica da parte della cultura ospitante

dipende da due gruppi di fattori: quelli esterni includono gli atteggiamenti del gruppo fondatore in

competizione con la minoranza; quelli interni sono relativi alla compattezza e alla diffidenza

mostrate dalla minoranza.

Fattori di controllo esterni. Quando la cultura maggioritaria o più minoranza in rivalità tra loro,

percepiscono un gruppo etnico specifico come una minaccia alla propria integrità, tale gruppo tende

a essere isolato territorialmente.

La discriminazione razziale in aree urbane si esprime in genere relegando la minoranza rifiutata

nelle dimore più povere disponibili e all’estremità inferiore della scala occupazionale.

L’Italia si conforma in linea di principio col trend europeo, pur con alcune specificità: in effetti, la

maggior persistenza di situazioni di degrado sociale e edilizio nei centri storici di molte città

meridionali, ha favorito la concentrazioni degli stranieri nel centro storico piuttosto che nelle

periferie.

Fattori di controllo interni. Mentre i fattori di controllo esterni esercitati dalla discriminazione

della cultura ospitante spiegano il modello di segregazione residenziale urbana, la concentrazione di

gruppi specifici in quartieri separati e omogenei dal punto di vista etnico viene meglio compresa se

considerata come il risultato di fattori di controllo interni.

La segregazione autoimposta di alcuni gruppi etnici può assolvere a quattro funzioni principali:

difesa, supporto, conservazione e attacco. In primo luogo, tale segregazione offre un mezzo di

difesa riducendo l’esposizione e l’isolamento dei singoli immigrati. L’esistenza di un territorio

etnico definito offre ai membri del gruppo un senso di sicurezza che li pone al riparo dall’ostilità

delle comunità sociali antagoniste.

In secondo luogo il quartiere etnico offre molte forme di supporto agli individui che vi risiedono,

esso serve come luogo di iniziazione, fornisce i primi rudimenti per orientarsi, crea opportunità di

lavoro laddove le barriere linguistiche sono minime oltre a legami di amicizia per rendere più

agevole la transizione verso la nuova società.

In terzo luogo il quartiere espleta la funzione di conservazione che riflette l’intento positivo di

custodire gli elementi essenziali della propria eredità culturale, primi fra tutti lingua e religione.

Infine, la concentrazione etnica territoriale può svolgere una funzione che è possibile definire di

attacco ossia una ricerca di rappresentazione politica, specie mediante l’accentramento del potere

elettorale.

Tipologie e risultati a livello territoriale. Quando sia il gruppo fondatore sia il gruppo etnico

percepiscono la distanza che li separa e che rende questi ultimi una minoranza, l’isolamento

21

provocato dagli elementi di controllo esterni (discriminati) e da quelli interni (coesivi) è temporaneo

e i gruppi etnici procedono verso un’assimilazione. Tali gruppi vengono definiti colonie quando

puntano allo scopo primario di costituire un punto di ingresso per gli appartenenti ad un particolare

gruppo etnico.

Se un gruppo etnico si mantiene perché gli individui che vi appartengono scelgono di preservarlo, il

loro comportamento riflette la coesione interna della comunità e il desiderio di mantenere una

enclave etnica duratura. Quando il gruppo viene perpetuato attraverso vincoli esterni e azioni

discriminanti, viene indicato con il termine ghetto.

IL TRANSFER CULTURALE

I gruppi di immigrati giungono a destinazione con un bagaglio già esistente di tecniche, capacità di

produzione, manufatti(oggetti concreti) che possono modificare, abbandonare o persino trasmettere

la cultura ospitante.

Di rado i gruppi di immigrati hanno trasferito intatti i tratti della loro cultura di appartenenza nel

Nord America, se un complesso culturale risultava essenziale per l’identità del gruppo veniva

sicuramente mantenuto; ma ove il nuovo gruppo si fosse imbattuto in usi locali ritenuti più validi,

sarebbe stato disposto ad abbandonare abitudini inadeguate.

IL PAESAGGIO ETNICO

In tutto il mondo i gruppi etnici hanno lasciato il segno della propria presenza sui paesaggi in cui si

sono sviluppati o in cui hanno trasferito la propria cultura e le proprie tradizioni. Ripartizione della

terra, stili di costruzioni diversi per abitazioni e fattorie, modelli di insediamento, strutture religiose

e di culto: le tradizioni e le pratiche di gruppi specifici si riflettono inevitabilmente sul paesaggio

culturale.

Il melting pot capace di produrre una amalgama culturale uniforme è stato più un mito che una

realtà americana: si è venuta perciò a creare una inevitabile e persistente disparità tra i paesaggi

creati dai diversi gruppi di immigrati e l’uniformità nazionale implicita nella dottrina del primo

insediamento effettivo.

PARTE III

CAPITOLO VII: MEZZI DI SUSSISTENZA E ECONOMIA, ATTIVITA’ PRIMARIE

Entro i confini delle possibilità dell’ambiente le strutture culturali possono condizionare decisioni

economiche o produttive; anche il livello di sviluppo tecnologico di una cultura avrà conseguenze

sull’identificazione di risorse e sull’abilità di poterle sfruttare. Per tecnologia si intende la totalità di

strumenti e metodi disponibili e impiegati da un gruppo culturale per produrre beni essenziali per il

proprio sostentamento.

Categorie di attività. Le attività primarie sono quelle attività che raccolgono o estraggono

qualcosa dall’ambiente; si collocano all’inizio del ciclo produttivo, nel quale gli esseri umani sono

in più stretto contatto con la terra.

Le attività secondarie sono quelle che aggiungono valore ai materiali per creare prodotti più utili.

Le attività terziarie consistono in quelle occupazioni e specializzazioni lavorative che forniscono

servizi al settore primario e secondario e beni e servizi all’individuo.

Il termine quaternario si applica a una quarta classe di attività economiche, interamente composta

dai servizi resi dai colletti bianchi, professionisti impegnati nel campo dell’istruzione, del governo,

della gestione ecc.

A volte si distingue una suddivisione di queste funzioni direttive, le attività quinarie per evidenziare

il ruolo dei centri decisionali ad alto livello in tutti i tipi di organizzazioni.

Tipi di sistema economico. In generale le economie nazionali, all’inizio del XXI secolo, rientrano

in uno di questi tre principali tipi di sistema: sussistenza, pianificato o di mercato. 22

In un’ economia di sussistenza i beni e i servizi vengono creati ad uso dei produttori e dei loro

nuclei familiari, dunque lo scambio di merci è modesto.

Nelle economie di mercato divenute prevalenti, la legge della domanda e dell’offerta determina

prezzi e quantità e la concorrenza costituisce l’elemento chiave per regolare le decisioni produttive.

Nella forma estrema delle economie pianificate i produttori disponevano delle merci e dei servizi

attraverso agenzie governative che ne controllavano quantità, caratteristiche, prezzo e distribuzione.

I contrasti nell’organizzazione economica mondiale, una volta cosi palesi, stanno sfumando perché

la globalizzazione riduce la specificità delle economie nazionali.

ATTIVITA’ PRIMARIE: AGRICOLTURA

Prima che si affermasse la coltivazione dei campi, la caccia e la raccolta erano le forme universali di

produzione primaria.

L’agricoltura, intesa come coltivazione di piante e allevamento di bestiame, tanto per il

sostentamento dei produttori quanto per la vendita e lo scambio, ha da tempo sostituito la caccia e la

raccolta come attività primaria economicamente più significativa.

Agricoltura di sussistenza. Un sistema economico di sussistenza implica la quasi totale

autosufficienza dei suoi membri. La produzione destinata allo scambio è minima e ciascun gruppo

sociale conta su se stesso per il cibo e le altre esigenze fondamentali.

Si possono individuare due tipi fondamentali di agricoltura di sussistenza: estensiva e intensiva.

Sistemi di sussistenza estensiva. L’agricoltura di sussistenza estensiva coinvolge vaste aree di

superficie e minima concentrazione di manodopera, sia il prodotto per unità di superficie sia densità

di popolazione sono ridotti.

Tra i diversi tipi di agricoltura di sussistenza estensiva due sono di particolare interesse: il

nomadismo pastorale e l’agricoltura itinerante. Il nomadismo pastorale, ovvero il movimento

migratorio controllato di bestiame che si alimenta soltanto di vegetazione spontanea, è il sistema di

uso del suolo più estensivo. Qualunque sia la specie coinvolta, le caratteristiche comuni del

bestiame sono resistenza fisica, mobilità e capacità di vivere con scarso foraggio. La transumanza è

una forma particolare di trasferimento stagionale delle greggi, per sfruttare condizioni di pascolo

localmente variabili; implica o il regolare spostamento in verticale (dai pascoli di montagna a quelli

di valle) o il movimento orizzontale fra aree di pascolo in pianura, per raggiungere periodicamente

pasture divenute lussureggianti grazie alle precipitazioni stagionali.

Questo genere di agricoltura itinerante ha diverse denominazioni nelle varie lingue. Il termine

italiano più utilizzato è debbio. I coltivatori abbattono la vegetazione spontanea, bruciano ciò che

hanno tagliato, e introducono poi coltivazioni di grande valore commerciale. I raccolti iniziali

possono essere buoni ma negli anni successivi la produttività cala rapidamente e la coltivazione

viene spostata in un altro luogo appositamente preparato.

Si potrebbe sostenere che l’agricoltura itinerante rappresenti un adattamento culturale altamente

efficiente dove la terra è abbondante rispetto alla popolazione e i livelli di tecnologia e capitali

disponibili risultano lievitati.

La tesi di Boserup comporta necessariamente un maggior impegno di manodopera e di tecnologia

per compensare la riduzione dei raccolti naturali della coltivazione itinerante; stando a questa tesi,

l’aumento della popolazione costringe a incrementare il ricorso alla tecnologia e richiede una

conversione da agricoltura di sussistenza estensiva a intensiva.

Sistemi di sussistenza intensiva. L’agricoltura intensiva è caratterizzata dalla grande mobilitazione

di lavoro per unità di superficie, dalla ridotta dimensione degli appezzamenti, dall’uso intensivo di

fertilizzanti. Per assicurarsi comunque del cibo si pratica la produzione di molti raccolti diversi,

spesso sul medesimo campo.

Agricoltura di sussistenza urbana. Non tutta l’agricoltura di sussistenza mondiale si colloca in

aree rurali. Presenti in tutte le regioni del mondo, ma prevalenti soprattutto in Asia, le attività

agricole urbane variano dalla gestione di piccoli appezzamenti all’allevamento di animali da

cortile. 23

In ogni parte del mondo non industrializzato, nei centri urbani in rapida espansione le derrate

alimentari di origine cittadina hanno ridotto l’incidenza della malnutrizione adulta e infantile, e

rappresenta anche una notevole valvola di sfogo per i residenti disoccupati.

Intensificazione agricola e rivoluzione verde. Negli ultimi decenni l’azione chiave per sviluppare

l’attività agricola è stata l’incremento delle rese nei terreni già coltivati.

Molte pratiche di intensificazione appartengono alla rivoluzione verde che fa riferimento a

molteplici innovazioni nelle sementi e nella gestione, adattate ai bisogni dell’agricoltura intensiva e

concepite per ottenere raccolti più ricchi. Alla base della rivoluzione verde c’è il miglioramento

genetico del riso e del frumento: sono state sviluppate varietà che resistono alle malattie delle

piante. Per i successi della rivoluzione verde , in ogni caso, c’è un prezzo da pagare: la grande

quantità di acqua richiesta ha causato un grave impoverimento delle falde acquifere e dunque a una

situazione conflittuale tra le esigenze dell’agricoltura e quelle delle aree urbane industriali in

crescita.

L’agricoltura di mercato inoltre, mira a massimizzare i profitti non ad assicurare il minimo vitale

alimentare. I contadini poveri incapaci di permettersi l’investimento di capitale richiesto dalla

rivoluzione verde sono stati così soppiantati dalla monocoltura di mercato, concepita per

l’esportazione piuttosto che per la produzione alimentare ad uso interno. Nelle nazioni interessate

dal fenomeno la varietà dei raccolti risulta ridotta.

Gli auspicati benefici della rivoluzione verde, non sono dunque a disposizione di tutte le aree

agricole, ne avvantaggiano tutti coloro che si dedicano all’agricoltura.

Agricoltura di mercato. Poche aree e popolazioni mantengono ancora l’isolamento e l’

autosufficienza caratteristici delle economie di pura sussistenza. La trasformazione di quelli che

erano sistemi agricoli di sussistenza li ha inevitabilmente resi più complessi; tali sistemi non

producono per il proprio sostentamento, ma principalmente per un mercato lontano dall’azienda.

Controlli di produzione in agricoltura. Quando prevalgono le condizioni di libero mercato, la

coltura prodotta è il risultato di una valutazione delle possibilità di profitto.

L’espressione sistema agro industriale (agribusiness) si applica alla crescente fusione fra la

tradizionale economia alimentare e i nuovi modelli di produzione e di sistemi di mercato.

Un modello di localizzazione agricola. Il modello di Von Thunen, riconoscendo che con

l’aumento dalla distanza dal mercato il valore della terra diminuisce, Von Thunen sviluppò un

modello descrittivo dell’intensità di sfruttamento del terreno, che funziona abbastanza bene nella

pratica. L’agricoltura intensiva occupa la terra vicina al mercato; le derrate prodotte dalla

coltivazione meno intensiva provengono da aree più distanti.

Agricoltura di mercato intensiva. I contadini che impiegano grande quantità di capitale e/o di

lavoro per unità di superficie si dedicano all’agricoltura commerciale intensiva. Le colture che

giustificano tali costosi investimenti produttivi si caratterizzano per produttività e valore di mercato

elevati. Esse comprendono tutti elementi ad alta deperibilità (frutta, ortaggi e prodotti caseari) in

quanto dal momento che il prodotto è deperibile i costi di trasporto aumentano.

Colture specializzate. La prossimità al mercato non garantisce di per se la produzione intensiva di

colture di elevato valore; neppure l’elevata distanza dal mercato fa si che l’unica opzione sia

l’agricoltura estensiva su superficie a basso costo. Circostanze particolari rendono alcune località

lontane dai mercati aree agricole altamente sviluppate: due casi particolari sono l’agricoltura nei

climi mediterranei e nelle aree coltivate a piantagione.

L’agricoltura mediterranea si caratterizza come economia agricola specializzata, rinomata per i

prodotti del vigneto e dell’uliveto. Queste colture necessitano di temperature relativamente miti per

tutto l’anno e di una notevole quantità di sole in estate.

Il clima è considerato un elemento vitale anche per l’agricoltura di piantagione. La piantagione in se

è una tenuta i cui lavoratori producono uno o due raccolti specializzati.

Agricoltura nelle economie pianificate. Come implicito nel nome le economie pianificate

presentano un alto grado di controllo centrale diretto sulle risorse e sui settori chiave dell’economia,

24

il che permette di perseguire gli obbiettivi stabiliti dal Governo. Quando il controllo si estende al

settore dell’agricoltura fattorie, collettive sostituiscono le aziende private.

ATTIVITA’ PRIMARIE: SFRUTTAMENTO DELLE RISORSE

Oltre all’agricoltura, le attività economiche del settore primario comprendono la pesca, la

selvicoltura e l’estrazione mineraria. Queste attività comportano lo sfruttamento diretto di risorse

naturali, di conseguenza il loro sviluppo dipende dalla presenza di risorse, dalla tecnologia per

sfruttarle e dalla consapevolezza culturale del loro valore.

Le risorse si possono classificare in rinnovabili e non rinnovabili.

Le risorse rinnovabili sono materiali che si possono consumare e poi rimpiazzare abbastanza

rapidamente, attraverso processi naturali o favoriti dall’uomo. La massima resa sostenibile di una

risorsa è il massimo volume o ritmo di utilizzo che non ne indebolisca la capacità di rinnovarsi.

Le risorse non rinnovabili esistono in quantità finite e non si possono rigenerare con un processo

naturale (almeno non all’interno di un orizzonte temporale di interesse per la società che le utilizza).

La pesca. Si ritiene che un miliardo di persone dipenda dal pesce come fonte principale di proteine,

soprattutto nei paesi a basso reddito dell’Asia Sud Orientale, dell’Africa e di parte dell’America

Latina.

La pesca marittima commerciale è in gran lunga concentrata nelle acque dell’emisfero Nord, dove

le correnti calde e fredde si mescolano e dove specie alimentari molto diffuse si radunano o si

muovono in banchi. Due delle regioni in cui la pesca è più intensamente praticata sono il Pacifico

Nord Orientale e l’Atlantico Nord Occidentale. Soltanto una minuscola percentuale della cattura

marina totale proviene dai mari aperti, che per contro costituiscono più del 90% della superficie

marittima del pianeta.

Un sistema per incrementare le scorte di pesce è l’acqua coltura, ossia l’allevamento di pesci in

bacini artificiali. l’allevamento ittico è da tempo praticato in Asia, dove i pesci rappresentano la

fonte principale di proteine, ma ormai è presente in ogni continente. Il suo veloce e costante

incremento produttivo lo rende un settore in rapida crescita dell’economia alimentare mondiale.

La selvicoltura. Le foreste di interesse commerciale sono ridotte a due vastissime fasce che

differiscono per tipo di alberi e di mercato di sbocco, o comunque di utilizzo.

La foresta del nord, di conifere ovvero di legno dolce, è la più ampia e la più continua, e si estende

dalla Penisola Scandinava attraverso la Siberia , sino al Nord America.

Le foreste di legno duro delle Pianure tropicali sono sfruttate particolarmente per ricavarne

combustibile vegetale, sebbene quantità sempre crescenti di qualità pregiate vengono tagliate per

l’esportazione del legname.

L’altra metà 53% della produzione di legname è destinata ad uso combustibile diretto; il 90% della

produzione di legna da ardere proviene dalle foreste dell’Africa, dell’Asia, dell’Oceania e

dell’America Latina.

Miniere e cave. Le industrie estrattive diventano rilevanti soltanto quando lo sviluppo tecnico e le

necessità economiche rendono possibile una più sofisticata esplorazione delle risorse della terra.

I nostri successi nello sfruttamento delle risorse minerarie sono stati ottenuti a spese

dell’esaurimento delle riserve mondiali più facilmente sfruttabili.

Le industrie di raccolta, come la pesca, la selvicoltura, e l’attività estrattiva in miniera richiedono lo

sfruttamento diretto di risorse naturali disponibili in certe aree. Le risorse sono materiali naturali

che gli esseri umani ritengono necessarie e utili. Possono essere rinnovabili attraverso un processo

naturale, oppure non rinnovabili una volta estratte e impiegate. L’eccessivo sfruttamento può

superare la massima resa sostenibile di pesca e foreste e finire con il distruggere la risorsa. La

distruzione è sicura nel caso dei minerali e dei combustibili non rinnovabili, quando risultano

esaurite le loro riserve totali o economicamente utilizzabili.

CAPITOLO VIII: ATTIVITA’ SECONDARIE E TERZIARIE 25

ATTIVITA’ SECONDARIE: MANIFATTURE

Scelte localizzative per le manifatture. Le attività secondarie prevedono la trasformazione di

materie prime in prodotti finiti, che in tal modo acquisiscono un valore aggiunto. Le manifatture

pongono un problema di localizzazione in quanto presuppongono l’assemblaggio e la lavorazione

dei materiali e la distribuzione di quanto viene prodotto verso altri punti, e dunque presentano il

dilemma di dove debba avvenire la trasformazione.

Principi di localizzazione. Certi costi produttivi delle manifatture sono costi spazialmente fissi,

cioè restano più o meno invariati, ne sono un esempio i salari stabiliti dai contratti nazionali.

Altri costi di produzione delle manifatture sono costi spazialmente variabili, cioè presentano

sostanziali differenze da un posto all’altro: questi costi influenzeranno le scelte localizzative e gli

industriali baseranno la ricerca localizzativa sulla minimizzazione dei costi variabili.

Risorse energetiche. Le risorse energetiche possono attrarre alcune industrie da esse dipendenti; in

questo caso l’industria può essere collocata lontana dal mercato ma vicina a fonti energetiche.

Manodopera. Anche la manodopera è una variabile che influenza le decisioni organizzative; si

consideravano determinanti per la manodopera tre diversi fattori: prezzo, specializzazione, quantità.

Oggi per molti produttori è sempre più importante la flessibilità, ovvero è crescente l’impiego di

lavoratori molto istruiti, e in grado di dedicarsi ad un’ampia varietà di compiti e funzioni.

Mercato. Dimensione, natura e distribuzione dei mercati possono influenzare le decisioni

localizzative di una industria. L’attrazione del mercato è in sostanza di espressione del costo di

movimentazione del materiale. Quando i costi del trasporto incidono in misura elevata, l’attrazione

di una sede vicina al consumatore è evidente e origina l’orientamento verso il mercato.

Trasporti. Il trasporto è un elemento così unificante di tutti i fattori relativi alla localizzazione

industriale che è difficile isolarne il ruolo. Qualunque sia lo specifico motivo dell’attrazione,

l’industria moderna è intimamente legata ai sistemi di trasporto.

Il trasporto su vie navigabili è il sistema di spostamento di merci più economico per la lunga

distanza, il miglioramento delle vie d’acqua interne, segnò in Europa, la prima fase della

rivoluzione industriale.

Le ferrovie permettono di spostare in modo efficiente grandi quantità di merci sulla lunga distanza;

sono però fisse in quanto al tragitto, lente nel rispondere ai mutamenti dei modelli di localizzazione

industriale e costosi da costruire e mantenere.

Nell’economia moderna i camion hanno alterato il quadro competitivo in favore del trasporto su

gomma rispetto a quello ferroviario.

Teorie della localizzazione industriale. In pratica le decisioni delle localizzazioni delle imprese

non si basano sull’impatto di un singolo fattore industriale, ma sulla combinazione e sull’equilibrio

di un buon numero di considerazioni.

Tornerà utile un breve sguardo ai tre fondamentali approcci al problema della localizzazione degli

impianti: la teoria del minor costo, la teoria dell’interdipendenza delle localizzazioni e la teoria

della massimizzazione dei profitti.

Teoria del minor costo. La teoria del minor costo, si fonda sul lavoro di Weber. Il modello spiega

la localizzazione ottimale di uno stabilimento in termini di minimizzazione di tre spese base: costi

relativi al trasporto, costi di manodopera e costi di agglomerazione (che si riferisce al raggrupparsi

di attività produttive e di individui per un vantaggio reciproco.).

La localizzazione ottimale si troverà laddove sono più contenuti i costi di trasporto delle materie

prime, ma egli osserva che, se le variazioni dei costi della manodopera o dell’agglomerazione sono

abbastanza elevati, una localizzazione stabilita soltanto in base ai costi di trasporto può non rivelarsi

ottimale.

Teoria dell’interdipendenza delle localizzazioni. Quando la decisione circa la localizzazione di

una azienda è influenzata dalle ubicazioni scelte dai concorrenti, esiste una condizione di

interdipendenza delle localizzazioni. Questo fattore influenza il modo in cui le imprese si collocano

nello spazio, per assicurarsi una quota del monopolio del mercato. L’elemento chiave è l’analisi

variabile dei ricavi, e non la variabilità dei costi proprio del modello di Weber. 26

Approcci alla massimizzazione del profitto. Molti studiosi sostengono che la localizzazione

perfetta di località produttiva si trova dove è maggiore il profitto. Essi propongono di impiegare il

principio di sostituzione, il quale riconosce che è possibile compensare la diminuzione di un fattore

produttivo ( ad esempio manodopera) con l’aumento di un altro (per esempio il capitale investito in

macchinari automatizzati). Con la sostituzione, una quantità di punti diversi può risultare

appropriata per l’ubicazione delle manifatture; questi punti indicano il margine spaziale di

profittabilità e definiscono l’area in cui è possibile operare con profitto.

Altre considerazioni e vincoli localizzativi. Le economie di agglomerazione. Il raggruppamento

in una medesima area delle attività industriali può assicurare alle singole imprese dei vantaggi che

non potrebbero ottenere restando isolate. Questi vantaggi si concretizzano in forme di risparmio

derivanti dalla condivisione di infrastrutture.

Produzione flessibile o just in time. Le manifatture just in time cercano di ridurre le riserve

immagazzinate per il processo produttivo, procurandosi materie prime soltanto al momento di

usarle e producendo manufatti al momento di venderli. Questi processi richiedono consegne rapide

da parte dei fornitori, che dunque sono incentivati a localizzarsi accanto al compratore.

Vantaggio comparato, outsourcing e offshoring. Il vantaggio comparato ci dice che i paesi

possono migliorare le proprie economie se ciascuna area si concentrerà sulla produzione di quegli

articoli per cui ha il più grande vantaggio relativo rispetto ad altre aree.

Per outsourcing si intende la produzione di parti o di prodotti all’estero per il consumo interno;

quando il vantaggio comparato e l’outsourcing vengono sfruttati dalle singole imprese, si fa palese

una delle manifestazioni dei sistemi di produzione flessibile, nell’erosione della rigida

concentrazione delle manifatture. Un chiaro esempio è quello delle trasformazioni subite dalle

industrie automobilistiche: con sempre maggiore frequenza le case acquistano parti di assemblaggio

da fornitori indipendenti e alcuni osservatori prevedono che le case finiranno con il trasformarsi in

proprietarie del marchio di fabbrica, mantenendo per se soltanto i compiti essenziali.

Quando la manodopera straniera meno retribuita può rimpiazzare in modo soddisfacente tecnici,

professionisti e impiegati l’outsurcing prende il nome di offshoring, il quale consiste nell’ingaggiare

manodopera straniera oppure nell’appaltare un fornitore estero di servizi il controllo di particolari

processi o operazioni.

MODELLI E TENDENZE MONDIALI DELLE MANIFATTURE

Qualunque sia il criterio su cui si fondono decisioni localizzative, nel corso degli anni risultati

hanno prodotto un caratteristico modello mondiale delle manifatture.

Si possono distinguere quattro principali regioni manifatturiere: la parte orientale degli Stati Uniti,

l’Europa Occidentale e Centrale, l’Europa Orientale e l’Asia Orientale.

Nord America. L’importanza dell’attività

manifatturiera nel Nord America è in costante

declino. Le manifatture si trovano soprattutto

nelle zone confinanti del Canada, la così detta

cintura manifatturiera dei grandi laghi. La

rete idrografica costituita dai grandi laghi

fornì le prime “autostrade” dell’interno,

integrate più tardi da una fitta rete di canali.

Durante gli anni ’90 del secolo scorso,

l’economia del Nord America visse un

progressivo declino dell’occupazione

industriale e del volume degli affari.

Nell’area del Golfo del Messico petrolio e gas

naturale assicurano ricchezza, energia e

materie prime per la consolidata industria

petrolchimica. 27

Più a Ovest, Denver e Salt Lake City sono divenuti centri industriali finalizzati all’alta tecnologia.

Europa Centrale e Occidentale. La rivoluzione industriale, che ebbe inizio in Inghilterra alla fine

del ‘700 e che si diffuse sul continente fece dell’Europa Occidentale e Centrale la regione

manifatturiera principe nel mondo. Fino al 1900 l’Europa incideva per 80% sulla produzione

industriale mondiale, ma da allora la sua posizione si è indebolita, soprattutto dopo la seconda

guerra mondiale.

Fu l’energia del vapore a fornire l’impulso

per la completa industrializzazione

dell’Europa, di conseguenza in Inghilterra,

furono i giacimenti di carbone le sedi dei

nuovi distretti manifatturieri.

L’area industriale più vasta e importante

d’Europa si estende dal confine Franco Belga

sino alla Germania Occidentale, e il suo perno

e la Ruhr una concentrazione industriale

compatta, altamente urbanizzata.

L’Europa Occidentale sta sperimentando una

fase di deindustrializzazione,iniziata negli

ultimi decenni del ‘900; in Gran Bretagna e

soprattutto in Germania, le aree di più antica

industrializzazione appaiono ormai radicalmente trasformate: la Ruhr, per esempio, ha cambiato

volto nella direzione dell’alta tecnologia, mentre in Italia la riconversione ha interessato soprattutto

la chimica e la siderurgia.

L’Europa Orientale. Dopo l’implosione dell’URSS, gli stati dell’Europa Orientale hanno dovuto

confrontarsi con una struttura industriale di misera concezione. In Russia e in Ucraina dominano

due forme di indirizzo industriale una si incentra sull’industria leggera orientata verso il mercato e

l’altra riguarda l’industria pesante.

Asia Orientale. L’Asia Orientale sta rapidamente diventando la più produttiva regione industriale

del mondo.

La Cina, sfruttando ricche risorse di base, una forza lavoro massiccia e una domanda di mercato

insaziabile, si sta industrializzando in fretta e compare tra i primi dieci produttori di un buon

numero dei principali prodotti industriali. La Corea del Sud, Taiwan, Singapore e Hong Kong erano

note come le quattro tigri dell’Economia Asiatica. L’industria giapponese venne ricostruita, dopo la

seconda guerra mondiale, sino a raggiungere l’attuale posizione dominante in alcuni settori ad alta

tecnologia. Tre economie minori dell’Asia Orientale, Taiwan, Corea del Sud e Singapore, hanno

superato la precedente condizione di paesi in via di sviluppo, e la loro fetta di mercato in quelle

branchie dell’industria in cui hanno scelto di specializzarsi è aumentata in modo esponenziale.

MODELLI

Le classiche teorie della localizzazione sono meno applicabili per spiegare l’ubicazione dell’ultima

generazione di attività manifatturiere: la produzione di alta tecnologia.

L’impatto delle industrie di alta tecnologia sui modelli di geografia economica si esprime in tre

modi.

Prima di tutto, l’ attività high tech stanno diventando fondamentali nella crescita dell’occupazione e

nella produzione manifatturiera.

I prodotti dell’attività ad alta tecnologia rappresentano una percentuale sempre più elevata della

produttività industriale complessiva di singole nazioni e del commercio fra di esse.

Le industrie high tech hanno teso sempre più a concentrarsi in alcune regioni delle nazioni di

origine e al loro interno hanno formato spesso delle agglomerazioni altamente specializzate.

Le dinamiche di insediamento dell’industria high tech suggeriscono che la stessa risponde a forze

localizzative diverse da quelle che controllano le manifatture tradizionali: 28

• La vicinanza alle principali Università o ai centri di ricerca,

• L’assenza di aree fortemente sindacalizzate in cui le rigidità di contratto possono rallentare

il processo e la flessibilità della forza lavoro;

• La disponibilità in loco di capitale di rischio;

• La disponibilità di mezzi di comunicazione e di trasporto di ottima qualità per tenere uniti

tra loro gli stadi separati dal lavoro.

TERZIARIO E OLTRE

Le attività primarie raccolgono, estraggono o coltivano prodotti. Le attività secondarie forniscono

un valore aggiunto ai prodotti primari. Un segmento importante e in crescita del sistema economico

riguarda invece i servizi e non la produzione di merci. Le attività terziarie forniscono servizi ai

settori primario e secondario, alla comunità in generale e perseguono finalità diverse dall’effettiva

produzione di beni tangibili.

L’importanza dei servizi mostra un forte divario tra le società avanzate e quelle di sussistenza, più

elevata è la percentuale dei servizi, maggiore è l’integrazione e l’interdipendenza di quelle società.

Servizi del terziario. La maggior parte delle attività terziarie si occupa dei servizi privati e

commerciali a basso profilo. In tutte le società post industriali del mondo, la crescita della

componente dei servizi riflette lo sviluppo di strutture sociali, economiche e amministrative più

complesse.

Particolare attenzione merita il turismo, diventato non soltanto la più importante attività del settore

terziario, ma anche la maggiore industria mondiale.

Qualunque sia l’origine della crescita occupazionale del terziario, le conseguenze sociali e

strutturali portano a una crescente specializzazione nel lavoro e all’interdipendenza economica

all’interno di una Nazione.

Oltre il terziario. Le statistiche disponibili non sempre permettono una chiara distinzione tra

terziario e le attività più specializzate e di più alto livello del quaternario e quinario.

Il settore quaternario può essere considerato una forma avanzata di servizi riguardanti conoscenze

specialistiche, competenze tecniche o capacità amministrative. Tali attività spesso includono

l’esternalizzazione dei servizi specializzati, pratica simile all’outsourcing delle funzioni terziarie. La

distinzione tra i due termini sta nel fatto che i centri di servizi quaternari autonomi possono essere

spazialmente separati dalla propria clientela, non sono vincolati dalle risorse, influenzati

dall’ambiente o necessariamente o localizzati dal mercato.

Per finire vi sono le attività quinarie, le professioni dei colletti d’oro, un’altra riconosciuta

suddivisone a se stante del settore terziario, che rappresenta le qualificate competenze lavorative

ben retribuite di dirigenti commerciali, funzionari, governativi e così via.

Quando le società progrediscono economicamente quindi, si assiste ad una costante transizione

dalla produzione e lavorazione verso i servizi del settore terziario e verso le attività di informazione

e controllo del quaternario e del quinario.

CAPITOLO IX: MODELLI DI SVILUPPO E DI CAMBIAMENTO

I geografi tentano di

classificare e di raggruppare i

paesi lungo un continum.

Spiegazioni del sottosviluppo.

Una cosa è ideare delle

categorie di sviluppo relativo e

inserirvi delle diverse nazioni,

tutt’ altra cosa è scorgere in

queste categorie una

spiegazione del loro modello. 29


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Metodologia della Ricerca Geografica, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Geografia Umana, Fellman, Getis, Getis. Gli argomenti sono: alcune nozioni di base, concetti geografici essenziali: ubicazione, direzione e distanza, caratteristiche fisiche e culturali, caratteristiche mutevoli dei luoghi.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in civiltà letteraria dell'italia medievale e moderna
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia della ricerca geografica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Trischitta Domenico.

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