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Riassunto esame Geografia, docente prof ssa Bertini, libro consigliato Le nuove guerre della globalizzazione - Vandana Shiva Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Geografia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente prof.ssa Bertini: Le nuove guerre della globalizzazione, Vandana Shiva, Università Carlo Bo - Uniurb. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Geografia I docente Prof. M. Bertini

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poche mani: si mantengono su quei livelli perché vengono fissati dal monopolio delle

multinazionali. L’industrializzazione e la globalizzazione portano a un incremento del

controllo esercitato dall’agrobusiness globale sulla fornitura degli strumenti di produzione

e sull’acquisto delle derrate. I colossi del settore sono in grado di stabilire i prezzi perché

i contadini dipendono da loro sia per comprare i semi e gli strumenti necessari a coltivare

la terra, sia per venderne i frutti.

I monopoli implicano, di solito, alti prezzi, ma nel caso dell’agricoltura in tutto il mondo si

verifica il contrario, in quanto le multinazionali non rivestono il ruolo di produttori, bensì

commerciano i prodotti agricoli finiti, controllando le sementi, i fertilizzanti o i pesticidi,

così come l’acquisto dei raccolti.

Con la liberalizzazione del commercio, la globalizzazione e l’annullamento delle restrizioni

sulle importazioni, i prezzi di mercato in India verranno determinati dalle quote tariffarie

stabilite a livello mondiale dai monopoli dei cereali, oltre che dalle sovvenzioni elargite

alle imprese dai governi dell’emisfero settentrionale del pianeta.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un crollo sistematico dei prezzi sul piano

internazionale: frumento invernale, mais, cacao, caffè, cotone, zucchero, tè, banane.

I prezzi registreranno un ulteriore collasso a causa del nuovo progetto di legge

sull’agricoltura previsto dagli USA. Le tariffe statunitensi determinano quelle mondiali.

Dal momento che solo l’1% dei Fondi per lo Sviluppo Rurale raggiunge coloro per cui

davvero sono stati pensati, i piccoli coltivatori si troveranno a non ricevere nulla dal

mercato per via dei prezzi bassi e nulla dal governo a causa delle corrotte dinamiche

imperanti.

Per uscire da un’economia negativa, in cui i costi di produzione superano quelli delle

merci, è necessario arrivare a ridurre i primi, sia diminuendo il costo dei fattori produttivi

sia riflettendo nei prezzi di mercato i reali costi sostenuti in fase produttiva. Il passaggio

dall’attuale economia agricola negativa a una positiva ripristinerebbe l’autorità di

contadini e consumatori, aumentando così la sicurezza alimentare. Rendendo superflue a

fini produttivi le sostanze chimiche e le sementi geneticamente modificate prodotte dalle

multinazionali, relegherebbe poi anche queste ultime a un ruolo marginale nell’ambito

dell’agricoltura.

Nel 2000 l’amministrazione Clinton ha investito in crediti sulle esportazioni, abbassando

in maniera artificiosa i prezzi sul mercato internazionale. La recente riforma della politica

agricola partorita dall’amministrazione Bush ha ulteriormente incrementato le sovvenzioni

elargite alle grandi compagnie del settore. I sussidi statunitensi non vanno soggetti,

infatti, alle decisioni del WTO. I piccoli produttori del Terzo Mondo possono sperare di

sopravvivere solo applicando restrizioni, ovvero limitando il numero delle importazioni e

delle esportazioni al fine di proteggere il mercato interno. L’India conserva simili

contenimenti su una serie di prodotti, facendoli rientrare nel cosiddetto ‘Elenco soggetto

a limiti’ o ‘Lista Canalizzata’ oppure in quello delle merci per cui si richiede una Licenza

Speciale di Importazione.

Nel dicembre 1999 Susan Esserman, rappresentante del Dipartimento del Commercio

statunitense, e N.N. Khanna del Ministero del Commercio indiano hanno messo a punto

un accordo secondo cui, il 1° aprile 2000 l’India avrebbe notificato agli Stati Uniti un

elenco di 715 prodotti, inclusi nella lista dei 1.429 caratterizzati da restrizioni doganali,

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per i quali tali limitazioni sarebbero cadute entro tale data. Per i restanti la scadenza si

sarebbe presentata il 1° aprile 2001.

Questo cosiddetto ‘accordo’ ha, pertanto, rappresentato non solo un dirottamento

dell’economia nazionale, ma anche una sovvenzione della nostra democrazia. A tutt’oggi

il carteggio Esserman-Khanna non p ancora stato reso pubblico e il popolo indiano

continua a ignorare i dettagli della risposta governativa.

Benché il governo indiano continui a sostenere che le tariffe o le tasse sono in grado di

porre dei limiti alle importazioni, la situazione attuale lo smentisce.

Il crollo dei prezzi non è, però, un fenomeno meccanico, dipendente dalla percentuale

d’importazioni. Lo si può descrivere, come un turbamento non lineare all’interno di un

sistema complesso, in grado di portare quest’ultimo al caos e alla disintegrazione. La

rimozione delle restrizioni doganali ha fatto precipitare i prezzi in una spirale verso il

basso, gettando in crisi i produttori e l’economia agricola.

Un’agricoltura migliore è possibile

Il futuro degli alimenti e dell’agricoltura risiede a metà strada tra due paradigmi in

conflitto tra loro. Uno si basa su aziende agricole industrializzate in larga scala con

l’impiego di costose sementi e di prodotti chimici sotto il monopolio di una manciata di

colossi, nonché su un commercio globalizzato. L’altro è fondato, invece su centri

produttivi rappresentati da piccole fattorie e su sistemi produttivi interni ecologici, a

basso costo e accessibili ai coltivatori. Il principio ispiratore che lo anima non è la

globalizzazione, bensì la localizzazione, garantendo così la sicurezza alimentare.

I sistemi alimentari industriali, su vasta sala e globalizzati non sono sostenibili perché si

basano su una falsa economia, a livello tanto produttivo quanto distributivo. La soluzione

dei problemi legati alla fame e alla povertà risiede ne promuovere le piccole fattorie

ecologiche, ispirate alla biodiversità, che non commettono sprechi utilizzando meno

energia risorse naturali, riducono i costi dei fattori produttivi e realizzano una maggiore

quantità di prodotto nutritivo.

La fame spesso è dovuta non alla mancanza di cibo, bensì all’impossibilità di accedervi. Il

passaggio dalle sementi impollinabili e conservabili alle varietà ibride non rinnovabili e

geneticamente modificate ha portato ad alti livelli d’insuccesso nella coltivazione dei

raccolti, all’indebitamento e al suicidio dei coltivatori. Oltre a essere cari, i semi devono

anche essere riacquistati all’avvio dio ogni stagione, insieme con altrettanto costosi

pesticidi e diserbanti.

I rendimenti sbandierati dalle multinazionali delle sementi e delle biotecnologie sono di

solito falsi e gonfiati.

Il dibattito sul ruolo svolto dalle importazioni si riduce, spesso, a una puta e semplice

considerazione dell’aspetto dei sussidi. Così si ignora la necessità di porre dei limiti alle

importazioni e di ripristinare le barriere doganali. Si tende, poi, a fare di tutta un’erba un

fascio tra sostegno e sussidi , due concetti in realtà distinti. Il sostegno consiste

<< >> << >>

nella spesa pubblica rivolta a beni o servizi per tutti, ed è necessario perché i sistemi

sociali funzionino in maniera sostenibile. I sussidi sono, invece, spese sostenute a livello

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governativo finalizzate a incrementare il profitto privato. Mischiando deliberatamente i

due concetti, l’agrobusiness e gli interessi del commercio globale mirano a smantellare il

sostegno sociale a favore di un’agricoltura sostenibile, oltre che di prezzi equi. Tutto ciò

distrugge la sicurezza dei mezzi di sussistenza, quella alimentare e quella ecologica.

La globalizzazione riduce alla fame anche abolendo il minimo al di sotto del quale i prezzi

dei prodotti agricoli non dovrebbero scendere.

Ciò che i governi devono abolire sono i sussidi che distorcono i prezzi e quelli rivolti ai

sistemi di produzione non sostenibili, tra cui le specie geneticamente modificate e le

sostanze chimiche, eliminandoli gradualmente. Cosa ancora più importante, bisogna poi

ripristinare le restrizioni doganali.

Se è opinione comune che, attraverso i programmi di assistenza, le nazioni ricche

elargiscano a quelle povere le derrate indispensabili per la sopravvivenza, in realtà

quanto esse creano è un mercato per l’agrobusiness dell’emisfero settentrionale. Alcune

volte, poi, come nel caso della recente siccità, con conseguente carestia, che ha colpito il

Sudafrica, gli USA hanno cercato di sfruttare simili interventi per ricattare le nazioni

interessate, costringendole ad accettare prodotti transgenici.

Occorre, pertanto, orientare gli aiuti verso la costruzione di una sicurezza alimentare a

lungo termine tramite un’agricoltura sostenibile. Gli aiuti possono essere un sostegno per

l’agricoltura sostenibile e la sicurezza alimentare, oppure un sussidio per riversare del cibo

inappropriato, prodotto in maniera sostenibile, sulle vittime della povertà e dei disastri

naturali. È ora che i cittadini di tutto il mondo insistano perché le loro tasse e il denaro

pubblico vengano utilizzati per migliorare i beni di tutti, invece che per sovvenzionare le

multinazionali e il profitto privato.

Il Summit Mondiale sull’Alimentazione tenutosi nel giugno 2001 doveva, in teoria,

affrontare la peggiore violazione dei diritti umani dei nostri tempi: la negazione del diritto

al cibo per milioni di persone. Se si è rivelato un totale fallimento riguardo al problema

della fame, è servito, però, da trampolino di lancio per l’industria delle biotecnologia.

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2. Le guerre dei semi

La presa di controllo sulle sementi da parte delle multinazionali

La principale minaccia oggi incombente sulle persone e sull’ambiente deriva dal potere e

dal controllo accentratori e monopolizzanti, il cui impulso genera strutture

monodimensionali e quelle che io stessa ho definito le ‘monoculture della mente’. Queste

ultime trattano ogni forma di diversità come una malattia e creano meccanismi per

plasmare il mondo in cui viviamo sui concetti di una sola classe, una sola razza e un unico

genere di una sola specie.

Ne conseguono tre forme di colonizzazione: quella delle diverse specie esistenti in

natura, quella dell’universo femminile quella del Terzo Mondo. Le politiche della diversità

rappresentano a mio avviso il terreno su cui è possibile pensare di opporre resistenza a

tutti e tre i fenomeni. Le monoculture generano povertà e handicap pur promettendo

crescita, abbondanza e progresso. Per i potenti sono uno strumento attraverso cui

esercitare sempre più dominio e controllo; per i deboli e per la natura sono, invece,

veicolo d’impoverimento.

L’uniformità e la centralizzazione sono alla radice della vulnerabilità e del controllo del

nostro sistema sociale ed economico.

La così detta liberalizzazione, con relativa ‘globalizzazione’, imposta a ogni paese del

terzo Mondo è, in realtà, un meccanismo che mira a introdurre la monocoltura destinata a

stroncare ogni forma di diversità, creando una sorta di apartheid economico in cui i

piccoli coltivatori, produttori e commercianti si vedranno private dei propri mezzi di

sostentamento.

Il seme, ad esempio, si autoriproduce e si moltiplica. I contadini lo utilizzano sia come

chicco in sé che per il raccolto dell’anno successivo: è autosufficiente perché in grado di

duplicare in forma gratuita i mezzi di sussistenza degli agricoltori. Tale sua caratteristica

rappresenta, tuttavia, uno degli ostacoli principali per le multinazionali del settore.

Per me il seme ha cominciato a incarnare lo scenario e il simbolo della libertà. Mi è

ritornato in mente l’arcolaio di Gandhi, divenuto un simbolo così importante di libertà

non perché grande e potente ma, al contrario, in quanto piccolo, il suo potere risiedeva

proprio nelle ridotte dimensioni.

Anche il seme è piccolo. Esso simboleggia la diversità, la facoltà di restare in vita e in

India costituisce ancora il bene comune dei piccoli coltivatori. Per il contadino vuole dire

l’indipendenza. Nel seme si associano questioni ecologiche e giustizia sociale. Il seme

indigeno è diventato un sistema di resistenza contro le monoculture e l’esercizio dei

monopoli. La diversità rispetta i diritti di tutte le specie, è sostenibile e richiede un

controllo decentrato. Coltivarla non è un lusso, è un requisito indispensabile per la libertà

di tutti; nella diversità anche l’elemento più minuscolo è rilevante.

È tale interdipendenza tra diversità, decentramento e democrazia che occorre conservare

e coltivare.

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I semi dell’inganno della Monsanto

Il 26 marzo 2002 il Comitato di Approvazione dell’Ingegneria Genetica (GEAC), istituto

del governo indiano, ha autorizzato la Monsanto a coltivare a scopo commerciale cotone

geneticamente modificato (BT). Il nullaosta è stato rilasciato sulla base del suo completo

testaggio nelle condizioni climatico-ambientali indiane, per non aver bisogno di

trattamenti con pesticidi e per la sua resa più elevata.

Nel 1998 la Monsanto ha avviato le sperimentazioni sul cotone BT contravvenendo del

tutto alle regole, in quanto non aveva ottenuto l’obbligatoria autorizzazione del Ministero

per qualsiasi forma di deliberata introduzione nell’ambiente di tale organismo

geneticamente modificato.

Quelle piante possono trasmettere al terreno i geni modificati in esse contenuti, provocando forse

un cambiamento della sua struttura ecologia

Le sperimentazioni effettuate nel 2001 sul cotone contemplano quattro problemi

sostanziali, legati all’impatto ecologico e sociale:

1. Rischio di inquinamento e di contaminazione genetici tramite impollinazione

incrociata e ibridizzazione

Gli studi non forniscono una solida certezza scientifica, ma la distanza normale

impiegata per mantenere la purezza dei semi dei cotoni ibridi è di trenta metri.

2. Impatto delle tossine BT su specie che giovano alla pianta e non oggetto di

bersaglio

Dallo studio è emerso che le sperimentazioni sono state effettuate senza

contemplare la presenza di specie che giovano alla pianta nel caso di entrambe le

varietà di cotone, BT e non. I risultati non dimostrano, pertanto, l’esistenza di

‘alcuna differenza significativa’. Il cotone BT è progettato per rivelarsi resistente

solo al bruco del cotone, mentre in India i raccolti di questo tipo vengono attaccati

da una gamma estremamente vasta di insetti nocivi. I contadini devono, di

conseguenza ricorrere a tutti i vari pesticidi.

3. Emergere della resistenza nelle specie target

I raccolti geneticamente modificati dovrebbero, in teoria, essere immuni dagli

attacchi del bruco del cotone. Di fronte allo sviluppo da parte degli insetti di una

sempre maggiore immunità nei confronti della tossina BT presente nella pianta, le

aziende d sementi transgeniche consigliano ai coltivatori di adottare il metodo dei

rifugi , ovvero di seminare anche raccolti non geneticamente modificati in

<< >>

modo che gli insetti che si nutrono di questi ultimi possano accoppiarsi con quelli

presenti nelle piantagioni di BT, rallentando così l’emergere di esemplari capaci di

sopravvivere a ogni trattamento.

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4. Confronto socio-economico con le alternative ai pesticidi sintetici

I dati parlano di un rendimento del cotone non BT maggiore di quello della

variante geneticamente modificata. Il fallimento del cotone BT ha causato agli

agricoltori una perdita.

La Monsanto, rifiutandosi di ammettere l’insuccesso, ha stabilito una serie di

rapporti ambigui. Essa, tuttavia, non si basava sui dati concreti ricavati

direttamente dai coltivatori durante il raccolto di quell’anno, bensì sui numeri

forniti dalle multinazionali e ottenuti sui loro appezzamenti di prova, in totale

assenza di verifiche esterne o indipendenti.

L’elemento apposto dalla Monsanto alla Legge indiana sui brevetti

In barba alle proteste di massa e un decennio di rinvii dovuti al dibattito democratico, nel

maggio 2002 la minaccio di un incombente conflitto indo-pakistano è stata sfruttata come

cortina fumogena per approvare in fretta e furia una serie di modifiche alla Legge

nazionale sui brevetti. Se il testo originale, varato nel 1970, non ne permetteva

l’imposizione in agricoltura o sulle forme di vita, gli emendamenti apportati nel 2002

autorizzano la brevettazione di semi o di piante.

La principale variazione apportata alla legislazione vigente, attraverso il Secondo

Emendamento, ha riguardato, piuttosto, le piante e le sementi, specie quelle

geneticamente modificate. La Legge nazionale escludeva fino a quel momento i metodi

di coltivazione e la rigenerazione o modificazione dei vegetali dalla possibilità di andare

soggetti a brevettazione allo scopo di garantire che i semi venissero trattati come una

risorsa di tutti, assicurando ai contadini il diritto di conservarli, scambiarli e migliorarli.

Sul cotone BT, in altre parole, adesso la Monsanto, può rivendicare il brevetto sul

territorio indiano.

Il Secondo Emendamento ha introdotto pure un nuovo Articolo che permette di far

rientrare tra le invenzioni la produzione o la propagazione delle piante transgeniche.

Per impedire alla concorrenza di vendere le proprie sementi e ai contadini di conservarle,

la Monsanto ha ora volto la propria attenzione alle leggi. Gli emendamenti da essa

apportati alla legislazione indiana in questo campo sono una logica conseguenza del via

libera accordato alla coltivazione commerciale degli OGM nell’agricoltura nazionale.

I brevetti sui semi sono una conseguenza inevitabile della distribuzione sistematica di

sementi e di raccolti transgenici da parte delle multinazionali. Si può affermare che il

Secondo Emendamento alla Legge indiana sui brevetti abbia messo a repentaglio la

sicurezza agricola e alimentare nazionale sotto tre aspetti:

1. ha autorizzato quella brevettizzazione dei semi e delle piante che impedisce ai

contadini di mettere da parte le sementi e alle ditte specializzate locali di produrle;

2. In presenza di inevitabile contaminazione genetica, la Monsanto sfrutterà i brevetti

per reclamare il diritto di proprietà anche sui raccolti cresciuti in campi non suoi,

bensì dei contadini, ma che sono stati raggiunti dal gene grazie all’azione del

vento o degli insetti impollinatori;

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3. L’emergere del fenomeno della resistenza tra le specie nocive di insetti come il

bruco del cotone e la creazione di loro super-varianti. Con il diffondersi di tali

insetti dai meccanismi immunitari estremamente potenziati i contadini saranno

obbligati a rivolgersi alla multinazionale per rifornirsi di sementi, ritrovandosi

prigionieri del suo monopolio dei brevetti.

Bija Satyagraha / Salviamo il seme

Negli ultimi anni in India è emerso un movimento di massa in risposta alle minacce di una

ricolonizzazione. Secondo Gandhi nessuna tirannia può rendere schiavo un popolo che

consideri immorale obbedire a leggi ingiuste. Egli afferma che ‘la schiavitù continuerà ad

esistere finchè permarrà la superstizione secondo cui il popolo sarebbe tenuto a obbedire

anche a leggi contrarie a ogni forma di giustizia’.

Il satyagraha, ovvero la forma di lotta nonviolenta, è la chiave per lo swaraj,

l’autogoverno. Autogoverno vuole dire autorità governativa esercitata non da un ente

statale centralizzato, bensì da tante comunità decentrate. Nel corso di un raduno di

massa tenutosi a Delhi nel marzo 1993 abbiamo sviluppato una carta dei diritti dei

contadini che vede includere la sovranità locale.

Un altro concetto gandhiano riportato in vita dal Bija Satyagraha è quello di swadeshi. Lo

spirito di rigenerazione, un metodo di ricostruzione creativa, per il quale il popolo già

possiede ciò di cui ha bisogno per liberarsi dalle strutture oppressive. Visto che a rendere

schiavo un popolo sono le loro varianti imposte, agli occhi del Mahatma lo swadeshi

risultava, pertanto, centrale per addivenire alla pace e alla libertà. Nell’epoca del libero

commercio le comunità rurali indiane ridefiniscono i concetti di swadeshi,   swaraj, e

satyagraha per dire no a leggi ingiuste.

Una parte centrale consiste nel proclamare i diritti intellettuali collettivi delle comunità del

Terzo Mondo. Il Bija Satyagraha ha creato costruendo banche dei semi collettive.  

  15  

3. Le guerre dell’acqua

In India gli insediamenti abitati dall’uomo vengono chiamati ‘abadi ’, a significare che si

basano sull’acqua. Il diritto all’acqua è un diritto naturale, acquisito dalla nascita e

comune a tutte le creature.

Grazie allo sviluppo scorretto, che ha incrementato il commercio ma originando ampie

distorsioni nelle realtà sociali e ambientali, ci siamo ritrovati con fiumi inquinati, falde

acquifere esaurite, suoli desertificati e popoli assetati. La privatizzazione e la stretta

collaborazione tra pubblico e privato, conduce al controllo delle forniture idriche da parte

delle multinazionali, con il risultato che chi è privo di potere di acquisto si vede negare il

diritto all’acqua e, pertanto, anche quello alla vita. La privatizzazione delle risorse idriche

è l’estrema violazione dei diritti umani, il torto più grave perpetrato dall’uomo.

Dal Summit Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile, conclusosi di recente ha preso il via il

progetto di collaborazione tra pubblico e privato denominato ‘Washing Hands’ (‘Lavarsi le

mani’) che, lanciato dalla Banca mondiale, insieme ad una serie di aziende specializzate in

prodotti detergenti, si ripromette di salvare delle vite dimezzando le patologie diarroiche.

Raddoppiando la frequenza delle abluzioni alle mani e vendendo sapone. Per attuare il

progetto sul territorio indiano è stato scelto il Kerala, malgrado esso sia lo Stato che

presenta gli standard di igiene più elevati. Il progetto non ha, ovvio, nulla a che vedere

con il fatto di salvare delle vite, ma semplicemente con quello di vendere sapone.

Questo Stato possiede le più ricche risorse locali per la realizzazione di prodotti naturali

non inquinanti e privi di sostanze chimiche destinati all’igiene personale. Il progetto

‘Washing Hands’, pertanto, è destinato a mettere a repentaglio l’industria artigianale

locale che si avvale del lavoro a cottimo, oltre a introdurre sostanze inquinanti..

Guerre dell’acqua a Plachimada

Il 4 agosto 2002, a Plachimada, in Kerala, sono stati arresti trecento membri della tribù

adivasi aderenti al Comitato di Lotta Anti-Coca-Cola, che protestavano contro

l’appropriazione da parte della multinazionale americana delle risorse idriche pubbliche

del villaggio per il suo impianto d’imbottigliamento. L’azienda aveva estratto un milione e

mezzo di litri d’acqua al giorno, prosciugando e inquinando le falde. Rivendicavano,

pertanto, il proprio diritto all’acqua, chiedendo che la Coca-Cola riparasse i danni

ambientali, pagasse un risarcimento, chiudesse lo stabilimento e se ne andasse dal Paese.

L’azienda ha cominciato, tuttavia, a estrarre illegalmente; il livello delle falde ha iniziato a

scendere, 260 pozzi si sono prosciugati. La Coca-Cola non si limitava solo a rubare le

risorse idriche della comunità locale, ma inquinava pure quelle restanti. I suoi impianti di

smaltimento dei rifiuti solidi pompavano l’acqua di scarto nei pozzi asciutti e, durante la

stagione delle piogge, tali rifiuti dilagavano nelle risaie, nei canali e nei pozzi, causando

seri pericoli per la salute.

Inoltre, la Coca-Cola distribuiva gratis come fertilizzante agli abitanti del villaggio le

sostanze tossiche prodotte dal suo stabilimento. I test effettuati su tali scorie hanno

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dimostrato che contenevano livelli estremamente elevati di camino e di piombo, forti

potenziali di cancro e di patologie epatiche e renali.

Per le comunità locali ciascun impianto di imbottigliamento è fonte di un duplice

pericolo: quello della penuria di risorse idriche provocata dall’intervento umano e quello

dello scarico di rifiuti tossici. Se l’India rurale è chiaramente vittima anche la sua borghesia

urbana corre seri pericoli, visto che quanto la Coca-Cola mette nelle sue bottiglie non ha

niente da invidiare in tossicità a ciò che gli sta a monte.

Quando il panchayat ha chiesto spiegazioni in merito all’estrazione dell’acqua, l’azienda

non si è mostrata collaborativa. Le autorità locali le hanno allora inviato un avviso di

garanzia, annullandole il permesso. A quanto pare la Coca-Cola ha cercato di corrompere

il presidente del consiglio degli anziani con una bustarella, ma lui non ha ceduto. Nel

2003 l’ufficiale medico distrettuale ha informato la popolazione di Plachimada che l’acqua

non era potabile. La Coca-Cola era riuscita a creare una penuria di risorse idriche

all’interno di una regione che in realtà ne abbondava. La popolazione femminile di

Plachimada ha dato il via ad un sit-in di protesta, di fronte ai cancelli dello stabilimento

della multinazionale.

La vittoria del movimento di Plachimada è stata il frutto di un’ampia serie di coalizioni: le

alleanze arcobaleno presso la Corte Suprema del Kerala. In una sentenza approvata il 16

dicembre 2003 è stato imposto alla Coca-Cola di smettere di piratare le risorse idriche

del villaggio.

La Dottrina della Pubblica Fiducia si basa in primo luogo sul principio che certe risorse come l’aria, l’acqua

marina e le foreste siano così importanti per tutti da rendere completamente ingiustificata la loro

trasformazione in oggetto di proprietà privata.

Lo Stato è l’amministratore fiduciario di tutte le risorse naturali concepite a scopo di utilizzo e godimento di

tutti. In qualità di amministratore fiduciario lo Stato ha il dovere legale di proteggere le risorse naturali che,

pensate per il pubblico utilizzo, non possono essere convertite in proprietà privata.

Lo Stato, con i suoi organi strumentali, deve agire come amministratore fiduciario di questa grande

ricchezza. La Corte Suprema ha sostenuto che in esso rientra anche il diritto di godere di aria pulita e di

acqua non inquinata.

- l’acqua sotterranea appartiene alla comunità;

- il secondo convenuto dovrà smettere di utilizzare le falde acquifere a uso privato entro un mese a

partire dalla data odierna.

La Conferenza Mondiale sull’Acqua, tenutasi nel gennaio 2004, ha fatto convergere verso

un’unica piattaforma tutti i partiti politici e il leader dell’opposizione.

La protesta delle donne, il cuore e l’anima del movimento, ha guadagnato appoggio

tramite l’azione legale e parlamentare e la ricerca scientifica.

Dichiarazione di Plachimadia, emessa nel corso della Conferenza Mondiale sull’Acqua del

23-24 gennaio 2004: DICHIARAZIONE DI PLACHIMADA

1. L’acqua è la base della vita, appartiene a tute le creature viventi presenti sulla

faccia della Terra.

2. L’acqua non è proprietà privata. È una risorsa comune.

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3. L’acqua è un diritto fondamentale dell’uomo. Deve essere conservata, protetta e

gestita. Nonché preservata per le generazioni future.

4. L’acqua non è un prodotto. Dovremmo opporre resistenza a tutti i tentativi

criminali della sua commercializzazione privatizzazione e industrializzazione.

5. Occorre formulare la Politica dell’Acqua sulla base di tale punto di vista.

6. La resistenza sviluppatasi a Plachimada è il simbolo della lotta attuata contro le

multinazionali che piratano la nostra acqua.

7. Esortiamo la gente di tutto il mondo a boicottare i prodotti della Coca-Cola e della

Pepsi Cola.

Tanto il tribunale quanto il Parlamento hanno riconosciuto la violazione del diritto

all’acqua per la gente da parte della Coca-Cola, nonché il suo eccessivo sfruttamento di

un bene pubblico comune.

Guerre dell’acqua sul Gange

La Suez, la più grande multinazionale al mondo del settore, infatti, ha aperto uno

stabilimento a Delhi per vendere l’acqua del fiume ai ricchi residenti della capitale. La

pianura del Gange è una delle regioni più fertili del pianeta.

La privatizzazione della distribuzione si traduce nel possesso e nel controllo della risorsa,

nonché nella mercificazione delle basi della vita.

L’acqua del Gange, la corda di salvataggio dell’India settentrionale nonché la sicurezza

alimentare del Paese, viene ceduta alla Suez per spegnere la sete della classe abbiente di

Delhi, malgrado centomila abitanti siano costretti ad allontanarsi, anche con la violenza,

dalle proprie case per far posto alla diga. La sua sede di realizzazione è situata all’estrema

periferia dell’Himalaya.

È inoltre potenzialmente poco sicura, in quanto sorge in una zona a elevato rischio

sismico. La Commissione Internazionale sulle Grandi Dighe ha giudicato il sito

estremamente pericoloso. In caso di crollo la devastazione sarà inimmaginabile. Si

calcola, inoltre, che la vita utile della figa non supererà i trent’anni a causa della pesante

sedimentazione del fiume.

Ganga Yatra: in viaggio per studiare il Gange

Dal 12 al 14 marzo 2003 diversi movimenti finalizzati alla conservazione idrica e alla tutela

dei diritti legati all’acqua hanno intrapreso un viaggio sul Gange.

Abbiamo osservato come i villaggi del bacino della diga si vedano sistematicamente

negate le risorse idriche. Tutti i sistemi di pompaggio, infatti, sono stati cancellati in

quanto ne farebbero diminuire il livello. Negli ultimi anni il fenomeno ha portato cento

donne al suicidio. Altre, si rifiutano di abbandonare la lotta, affermando di essere

disposte a commettere un suicidio collettivo nel caso fossero costrette a lasciare la zona.

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DETTAGLI
Esame: Geografia I
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in lettere classiche e moderne
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher beariassunti.net di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Bertini Maria Augusta.

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