Le guerre della biodiversità
In un’economia essenzialmente rurale come quella indiana, la presa di controllo sulle sementi, i generi alimentari e l’acqua da parte delle multinazionali costituisce un assalto indiretto ai poveri e al loro diritto ai mezzi di sostentamento e alla vita. I trattati commerciali quali gli accordi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, con cui viene imposta al mondo la globalizzazione, privano i Paesi della propria sovranità economica, nonché la gente della possibilità di gestire pienamente le risorse vitali e i mezzi di sussistenza a sua disposizione. Le regole del commercio impediscono alle persone di provvedere alle proprie esigenze di base e agli Stati di difendere l’accesso ai mezzi per soddisfarle. La globalizzazione equivale ad una guerra contro gli individui perché sottrae ai poveri i loro essenziali mezzi di sopravvivenza: le sementi, il cibo e l’acqua.
La globalizzazione ridà nuovo afflato a sistemi ingiunti di produzione agricola e di consumo. Le regole commerciali stanno smantellando le economie, lasciando la società in rovina. Uno dei cambiamenti più significativi consiste nella trasformazione delle risorse terrestri in proprietà privata ridotta alla stregua di merce liberamente commercializzabile. I beni comuni di tutti vengono privatizzati e trasformati in prodotti.
È il motivo per cui milioni di voci hanno detto no sia alla globalizzazione sia alla guerra (contro l’Iran). In India tutto è cominciato nel 1991, con l’uccisione di Rajiv Gandhi in un attentato kamikaze e la modifica delle politiche economiche nazionali sulla base dei Programmi di Aggiustamento Strutturale richiesti dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. È giunto a completamenti il ciclo noto come Uruguay Round condotto nel quadro dell’accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio, l’allora direttore generale di tale istituzione, Arthur Dunkel, ha redatto una prima bozza di trattato finale (il cosiddetto ‘Dunkel Draft Text’, in India soprannominato DDT per via del contenuto altamente tossico).
Abbiamo allora organizzato tutta una serie di raduni e di proteste di agricoltori contro le clausole in essa previste, che contemplavano brevetti sui semi e la liberalizzazione delle politiche di import-export. Nel marzo 1993, nello storico Forte Rosso di Delhi, ha avuto luogo un raduno di agricoltori, in occasione del quale abbiamo respinto il monopolio sul cibo e sulle sementi. Per un intero decennio la protesta democratica e l’azione parlamentare sono riuscite a prevenire l’introduzione di modifiche di legge atte a sviluppare l’allora nascente controllo dell’acqua e dei generi alimentari da parte delle multinazionali.
Gli eventi dell’11 settembre 2001 hanno, però, cambiato il contesto per la globalizzazione, incoraggiando le forze fondamentaliste cominciate a emergere nel Paese nel 1991. Sono state attuate in tutta fretta leggi e politiche che il governo non riusciva a far approvare da un decennio. La battaglia contro il terrorismo e la promozione del fondamentalismo sono divenute una cortina fumogena per intensificare la guerra condotta contro la gente e la terra tramite la politica delle grandi società transnazionali.
Diritti di esclusiva e biodiversità
I nuovi diritti di esclusiva imposti sulla biodiversità e sui semi dal (TRIPS), l’accordo sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio, pongono le sementi fuori dalla portata dei contadini, spingendoli sulla strada dell’indebitamento e del suicidio e costringendoli a vendere parti del loro corpo, così come il loro stesso terreno, per pagare i debiti indotti dalle aziende che ne detengono il monopolio. I monopoli imposti sull’acqua ne negano, invece, l’accesso alle persone sia ritagliando una zona di proprietà privata, sia privatizzando i servizi e provocando un aumento dei costi (Suez è un colosso del settore).
È stato fatto uno studio sui decessi di minori provocati da malnutrizione verificatisi all’interno delle tribù che vivevano nel distretto di Nandubhar:
- Oltre il 75% delle morti erano imputabili alla malnutrizione.
- In sei villaggi era stato omesso il 57% dei decessi.
- Il 78% delle famiglie non si sfamava adeguatamente da almeno sei mesi o da un periodo di tempo addirittura superiore.
- Il Piano di Garanzia dell’Occupazione non rispondeva alle esigenze degli abitanti locali, che si vedevano costretti a emigrare.
- La copertura sanitaria era scarsa.
Difficoltà nelle regioni indiane
Alcuni esempi delle difficoltà che si trovano attualmente ad affrontare varie regioni indiane:
Rajasthan
Nel 2002 questo Stato ha vissuto il quinto anno consecutivo di siccità in tutti e trentadue i distretti di cui si compone. Oltre a incidere sulla fornitura dell’acqua potabile, dell’elettricità e del foraggio, essa ha fatto salire il prezzo delle verdure e ha causato un fallimento generale dei raccolti.
In quello stesso anno dal distretto di Baran è giunta notizia di oltre quaranta decessi verificatisi per fame; il governo ha cercato di imputare la causa ad un’erba selvatica, la sama, che la gente è stata costretta a consumare in assenza di altro. Le famiglie del villaggio di Suvans vivono in condizioni di miseria degradante pur non essendo ufficialmente classificate come BPL, ovvero sotto i parametri della povertà.
Tra il 1999 e il 2001 si sono suicidati quasi duemila contadini; oltre cinquecento episodi del genere hanno avuto luogo soltanto nell’arco del 2001.
Madhya Pradesh
Nel 2002 i decessi causati dalla fame sono stati più di trenta all’interno delle comunità tribali, specie quella di sahariya. Benché le precipitazioni siano state del 33% inferiori al normale, il distretto non si è visto includere nell’elenco delle zone colpite dalla siccità e, di conseguenza, non vi è stato programmato alcun intervento per porre rimedio alla situazione.
Il movimento Gram Swaraj, avente come obbiettivo l’autonomia e l’autosufficienza dei villaggi, prevede l’esistenza di un fondo chiamato Gram Kosh (Fondo per il villaggio), suddiviso in quattro aree di applicazione: Anna Kosh (destinato ai generi alimentari), Shram Kosh (all’impiego), Vatsu Kosh (ai servizi), Nagad Kosh (al denaro liquido); esso dovrebbe ricavare i propri introiti da contributi e donazioni di contanti o di beni materiali (in surplus).
Jharkhand
Nel 2002 si è avuta la conferma di decessi per fame nella divisione amministrativa di Manatu. Il governo ha tentato di farli passare come dovuti all’età avanzata o alla malattia, il Vicesegretario di Stato ha inviato una lettera a un quotidiano locale denunciando la realtà dei fatti e accusando il governo di aver manipolato le statistiche.
Orissa
Tutti e trenta i distretti di cui si compone questo Stato sono stati colpiti da una gravissima siccità. In tutti i distretti sono state segnalate difficoltà nella vendita del bestiame, del pollame e di altri piccoli animali.
Andhra Pradesh
Oltre il 75% dei distretti di questo cyber-Stato rientra ufficialmente nel novero di quelli colpiti dalla siccità. Nel 2002 più di cento contadini originari di tre diversi villaggi hanno venduto un rene per evitare di morire di fame. Tra il 1997 e la fine del 2000 sono stati 1.826 gli individui (soprattutto contadini) ad uccidersi, a causa della povertà e dell’indebitamento, ingerendo il pesticida Monocrotophos.
A causa della siccità è andato perduto il raccolto; per prevenire la fame e i decessi provocati dal fenomeno si rendono necessari l’intervento pubblico, la creazione di posti di lavoro e altre soluzioni legate alla sicurezza sociale. Dalle analoghe situazioni già presentatesi in passato quando i programmi d’intervento sono riusciti a evitare qualsiasi aumento significativo del tasso di mortalità sappiamo che si tratta di azioni e di politiche possibili.
L’intensificarsi della fame negli ultimi cinque anni, pur in presenza di magazzini stracolmi di grano, non può, pertanto, essere attribuita soltanto alla siccità e alle condizioni climatiche, perché parte in causa sono piuttosto le politiche che governano l’accesso della gente alle risorse alimentari. Le regole della globalizzazione economica, sono norme volte a trasformare il cibo e l’acqua da esigenze di base e diritti fondamentali di tutti in prodotti di consumo controllati, posseduti e venduti da una manciata di multinazionali.
Brevetti e agricoltura
I brevetti imposti sulle sementi rappresentano sempre più una delle principali preoccupazioni del movimento no-global dell’India. Il sistema legislativo indiano ne vieta, infatti, l’imposizione sui prodotti agricoli e medicinali. I movimenti sociali e il Parlamento si sono opposti a ogni modifica di legge in questo campo perché l’instaurarsi di un monopolio dei brevetti avrebbe fatto lievitare il prezzo delle sementi e delle medicine.
L’agricoltura industrializzata come guerra
Nella metà degli anni Sessanta il governo statunitense ha imposto all’India metodi di coltivazione chimici e industriali sotto l’etichetta della ‘Rivoluzione Verde’. Norman Borlaug, ideatore di quest’ultima e dei suoi raccolti a uso intensivo di fertilizzanti, si è visto insignire del Premio Nobel per la Pace, nell’auspicio che la prosperità potenzialmente derivabile da un’agricoltura caratterizzata dal largo impiego di sostanze chimiche e di capitali avrebbe contribuito a creare una situazione generale di serenità e distensione oltre a impedire il diffondersi del comunismo. Contro ogni previsione, entro gli anni Ottanta ci troviamo già di fronte al pieno esplodere del terrorismo in Punjab, regione che rappresentava il fiore all’occhiello del modello agricolo proposto dalla Rivoluzione Verde.
Perché le sementi della Rivoluzione Verde, che sono valse a Norman Borlaug il Nobel per la Pace, negli anni Ottanta in Punjab si sono trasformate in semi di guerra? Perché i contadini indiani sono stati spinti in maniera sistematica a indebitarsi e a impoverirsi da un regime agricolo industriale che avrebbe dovuto essere fonte di prosperità per le comunità rurali?
Il 1984 è stato un anno eccezionalmente tragico per l’India, l’anno in cui la violenza scoppiata in Punjab ha raggiunto il proprio apice e l’esercito ha fatto irruzione nel tempio d’Oro per annientare gli estremisti, il primo ministro Indira Gandhi è stato assassinato e si è verificata la tragedia di Bophal, dove tremila persone hanno perso la vita in seguito a una fuga di sostanze tossiche da uno stabilimento della ditta di pesticidi.
L’estate di quell’anno difficile ha portato alla siccità, nonostante un regime normale di precipitazioni, provocata dai semi ‘miracolosi’ della Rivoluzione Verde che, riducendo la biomassa, hanno creato una penuria di foraggio e una riduzione della materia organica presente nel terreno. Quest’ultimo non è stato infatti più in grado di trattenere la pioggia creando la necessaria umidità, con il conseguente verificarsi del fenomeno dell’inaridimento e della desertificazione.
L’agricoltura industriale si è trasformata in una guerra contro gli ecosistemi; pioggia sugli strumenti e sulla logica che caratterizzano il contesto bellico. L’agricoltura basata sulla diversità, la decentralizzazione e il miglioramento della produttività delle piccole aziende agricole attraverso metodi ecologici è, invece, centrata sull’universo femminile. In essa le diverse varietà di piante vengono viste come beni di tutti, non come una ‘proprietà’. In tali paradigmi non c’è posto per i raccolti geneticamente modificati, né per i monopoli esercitati sulle sementi.
Tanto i monopoli quanto le monoculture simboleggiano, invece, la mascolinizzazione dell’agricoltura; la mentalità bellica sottostante al suo modello militare-industriale. Distruggendo la comunità ecologica e sociale del nostro Paese innalziamo la soglia della violenza; ed è per questo che diamo il via a movimenti a favore dell’agricoltura sostenibile e di metodi pesticidi non violenta.
Pesticidi e suicidi
In tutta l’India i contadini sono indotti all’indebitamento, poiché si trovano costretti a farsi risucchiare dal mercato globale per l’acquisto di costose sementi e sostanze chimiche. I contadini si trovano, così, obbligati a comperare semi ibridi e pesticidi dalle cifre esorbitanti. Con il progressivo rimpiazzo delle coltivazioni di sussistenza a favore di quelle destinate all’esportazione, gli agricoltori, il cibo e la sovranità sulle sementi sono in via di estinzione; le varietà impollinate, che si possono conservare e ripiantare, vengono sostituiti da semi ibridi da acquistare obbligatoriamente ogni anno presso le aziende produttrici. In Punjab e in Andhra Pradesh a far varcare agli agricoltori la soglia del debito e a spingerli a togliersi la vita è stata l’ apertura del mercato destinato alle sementi.
Dall’introduzione, dieci anni fa, delle politiche commerciali all’insegna della liberalizzazione l’uso di queste sostanze è pressoché raddoppiato. Il massimo impiego di pesticidi si registra in Andhra Pradesh, dove vengono soprattutto adoperati nella coltivazione del cotone. La crisi dei coltivatori è strettamente collegata ai sistemi commerciali ispirati alla liberalizzazione avviarti alla Banca Mondiale e dal WTO; essi ne sono responsabili per un triplice motivo, ovvero per aver provocato:
- Il passaggio da politiche che davano la priorità ai contadini e una produzione alimentare di sussistenza a politiche che privilegiano, invece, il commercio e le grandi imprese.
- La trasformazione di sistemi agricoli diversificati e multifunzionali in una produzione standardizzata, accompagnata dall’intensificazione dell’impiego di sostanze chimiche, con conseguente aumento dei costi produttivi.
- La liberalizzazione dei mercati e il ritiro dello Stato dall’effettiva regolamentazione dei prezzi.
Il denaro pubblico, inoltre, utilizzato per acquistare terreno dagli agricoltori e convertirlo in reti stradali dirette e veloci per i colossi dell’industria agricola, facilitando loro lo spostamento ancora più rapido delle derrate.
Standardizzazione e regolamentazione dei prezzi
La nuova politica dell’India ha altresì promosso il passaggio dalla produzione di cereali a quella di verdure e di altri prodotti deperibili. Se i primi possono essere immagazzinati e consumati a livello locale, i secondi devono essere venduti immediatamente. Una politica centrata sulle verdure diminuisce, pertanto, la sicurezza alimentare, incrementando al tempo stesso la vulnerabilità di mercato dei contadini.
Benché il governo indiano continui ad annunciare l’istituzione di tariffe e di centri di approvvigionamento, sotto la globalizzazione, i suoi interventi in materia di regolamentazione dei prezzi sono pressoché venuti meno. In India coltiviamo innumerevoli varietà di patate che nel 2003, l’allora Ministro Statale per l’Agricoltura e il suo analogo collega si sono trincerati dietro la variabilità delle dimensioni e la standardizzazione invece richiesta dall’industria conserviera per giustificare il mancato acquisto dei tuberi dai contadini locali, nonostante la situazione d’indigenza e le difficoltà che questi si trovavano ad affrontare. La ragione vera risiedeva nel fatto che essi non rispondevano alle esigenze delle multinazionali del settore alimentare (sembra, per esempio, che McDonald’s abbia bisogno di una certa varietà di patata, per le sue dimensioni. Infatti, il 40% delle patatine fritte sfornate dalla catena americana devono essere lunghe cinque-sette centimetri, un altro 40% superare tale lunghezza e il restante 20% presentare una misura inferiore).
Le forze economiche spingono alla coltivazione il più possibile uniforme di ogni singolo prodotto. L’introduzione dell’uniformità dei raccolti viene giustificata dai governi e dalle multinazionali come un compromesso per incrementare la resa. Una volta intrappolati in questi piani per la cosiddetta diversificazione dei raccolti, i contadini si trovano ad affrontare un’esistenza fatta di debiti e dipendenza.
In Punjab i contadini, dopo aver ceduto i gioielli di famiglia e il bestiame per racimolare il denaro necessario ad acquistare semi e fertilizzanti per coltivare il riso, sono stati costretti a richiedere prestiti a commissionarie e a usurai per riuscire a sfamarsi e a garantirsi un tetto, in attesa di vendere il raccolto a tariffe di gran lunga inferiori al Prezzo Minimo di Sostegno. Il primo caso di suicidio si è verificato già l’11 ottobre 2000. Nel marzo 2001 il Punjab è divenuto il primo Stato ad ammettere che i contadini avevano cominciato a far ricorso a quella soluzione estrema.
Libero commercio e carestia
In Maharashtra ogni anno si verificano ventimila decessi tra i minori, nel 70-80% dei casi non riferiti dal Ministero della Salute. Per continuare a mantenere vivo il mito del miglioramento approvato dalla globalizzazione i governi dei vari Stati e quello centrale cercano di tenere l’opinione pubblica all’oscuro del numero effettivo di morti per fame. Alcuni Stati ne danno anche la colpa alla malnutrizione.
La fame è la conseguenza inevitabile della globalizzazione e delle sue politiche, che hanno trasformato il cibo da elemento di base, cui tutti hanno diritto, in prodotto commercializzato a livello mondiale. La gente muore di fame a causa del progressivo venir meno di ciò cui ha diritto, per via della mancanza di cibo. Tale processo si verifica, allo stato.
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