Flussi divini all'alba dell'umanità
Tutte le culture, come sostiene il biblista Gianfranco Ravasi, hanno intravisto nell’acqua un segno divino, naturalmente secondo forme differenti, corrispondenti alle diverse concezioni filosofiche e tecnologiche. I miti antichi sono ricchi di racconti che hanno al centro l’acqua. Quando la terra era una massa senza forma e vuota, lo spirito del Dio degli Ebrei “aleggiava sulle acque”. Non esisteva distinzione tra cielo e terra, finché il Signore non “separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che sono sopra il firmamento”.
L’acqua è vita che genera l’uomo e il creato. Un principio che impregna quasi tutte le culture e le religioni. Nel Corano si legge che “Dio fa scendere acqua dal Cielo e ne fa vivava la Terra che prima era morta”. Il risveglio della Terra dopo la siccità è un tema che ricorre spesso nel testo sacro dell’islam. Per non parlare di Allah assiso su un trono d’acqua.
La forma dell'acqua
Bibbia e Corano sono intrisi dell’elemento vitale. Le loro scene sono ambientate in un panorama assolato, una steppa arida, un’oasi verdeggiante incastonata in una valle che si perde negli spazi infiniti, con qualche raro arbusto (un roveto). È questo l’habitat prevalente dell’uomo della Bibbia.
Non è un caso, quindi, che proprio in questa vasta regione del mondo, il vicino oriente, si siano sviluppate le prime tecniche idrauliche. Il rapporto tra la siccità e l’esistenziale elemento vitale è pertanto di cultura e di religiosità, sin dall’inizio, lungo la distesa dei secoli.
Agli albori dell’umanità, a cavallo tra preistoria e storia, l’acqua è già un forte simbolo religioso. Certamente, è il deserto che genera la cultura dell’acqua, ma le prime civiltà hanno modo di evolversi proprio vicino ai grandi fiumi che solcano le distese sabbiose del Nord Africa e del vicino Oriente.
I primi canali del tardo neolitico
Nel tardo paleolitico e poi nel neolitico, tra il 10.000 e il 3.500 a.C., il complicato rapporto dell’umanità con le acque portò alla realizzazione di opere notevoli. Canali di drenaggio e di irrigazione, per quanto primitivi, opere di sbarramento, anche di dimensioni mastodontiche, protessero i primi insediamenti umani dalle inondazioni, oppure deviarono corsi d’acqua per alimentare serbatoi naturali o per irrigare vaste aree agricole.
L’agricoltura nacque dall’azione di sotterrare parte del seme; a questa primordiale agricoltura si aggiunge la capacità di condurre l’acqua sui campi nei modi e tempi opportuni: l’irrigazione. L’agricoltura irrigua fu la causa prima dello sviluppo dei centri abitati, nei quali l’uomo di trasformò da cacciatore-raccoglitore nomade, a cacciatore-allevatore seminomade, e poi passò alla forma, ormai completamente sedentaria, di allevatore-coltivatore. La fase di concentrazione della popolazione in comunità stabili iniziò in diverse parti del mondo, con un processo che gli storici definiscono policentrico.
L'acqua e la scrittura cuneiforme
Esistono alcune zone, e in particolare nell’Asia Minore e Occidentale, dove si hanno testimonianze archeologiche di siti particolarmente sviluppati già nel neolitico superiore, intorno ai 10.000 anni prima di Cristo. In questi luoghi, patria delle tre grandi religioni monoteiste, nasce anche la scrittura, cioè qualcosa che segna l’inizio della storia. Cinquanta secoli prima di Cristo, tra i fiumi Tigri ed Eufrate si stabilì un popolo migrato: i Sumeri. Il ‘popolo dalle teste nere’, così essi stessi si definivano, si stabilì nella parte più prossima al mare della pianura compresa tra i due grandi fiumi della Mesopotamia. La loro scrittura pittorica passò, nel corso di un millennio, alla forma simbolica, attraverso un processo di progressiva stilizzazione delle immagini che le ridusse a poche decine di caratteri composti da segni a forma di cuneo; nacque così nella Mesopotamia meridionale, circa quaranta secoli prima di Cristo, la prima scrittura dell’umanità: la scrittura cuneiforme.
L’Eufrate consentì la realizzazione di tre canali principali, che collegavano i due corsi d’acqua, sfruttati anche per il trasporto fluviale.
Alcuni studiosi ritengono che proprio il complesso sistema di governo delle acque, con il quale i Sumeri prosciugano le paludi e garantirono l’irrigazione fu il principale stimolo allo sviluppo della scrittura, in grado di soddisfare l’esigenza di fissare, in modo univoco, tempi e modalità di manovra dei canali di irrigazione: un vastissimo sistema in grado di portare in ciascun terreno acqua derivata dall’Eufrate anche a centinaia di chilometri i distanza, grazie alla sola forza della gravità.
Perché tutto funzionasse a dovere, era essenziale risolvere in modo efficiente il problema della quotidiana manutenzione di tutte le opere. I Sumeri elaborarono un sistema culturale che faceva dell’irrigazione un bene collettivo dell’intera società: tutti i cittadini, indistintamente, erano chiamati a svolgere lavori di manutenzione nei canali che garantivano la sopravvivenza stessa della nazione. La capacità dei Sumeri di governare le acque non si riduceva al solo uso irriguo. I loro canali servivano anche da via di comunicazione e trasporto nonché da linea di confine tra i domini delle città che, sebbene di uno stesso popolo, vivevano in costante competizione con dispute spesso sanguinose.
La fortunata combinazione di terreni fertili, clima caldo, sole costante e fonti di irrigazione, portò il regno dei Sumeri a diventare oggetti di desiderio dei più primitivi popoli delle montagne dell’altopiano iranico. Poi gli Accadi, 2350 a.C., con re Sargon.
I Sumeri sono detentori di tanti altri primati nella storia dell’umanità. Le loro popolose e ricche città furono la fucina di molteplici innovazioni la cui conoscenza si irradiò, attraverso i commerci, nel mondo eurasiatico: le prime scuole, le prime favole, le prime sentenze, il primo parlamento, i primi dogmi religiosi, le prime leggi.
Alla Mesopotamia e alla Babilonia, culla della civiltà sumerica, è spesso associato il Codice di Hammurabi, re degli Assiri. Questo insieme di leggi è considerato il primo codice di leggi scritte, nel quale si trova anche un richiamo a una regola di irrigazione:
- Se qualcuno è indolente nel mantenere il suo argine in buone condizioni; se così l’argine si rompe e tutti i campi vengono allagati, venderà il necessario per denaro ed il denaro ripagherà il grano del quale egli ha causato la perdita.
- Se egli non è in grado di ripagare il raccolto perso, egli ed i suoi poderi saranno divisi tra gli agricoltori il cui grano è stato allagato.
- Se uno apre i suoi canali per portare acqua alle culture, ma l’acqua irrompe sui campi dei suoi vicini, allora egli ripagherà per la perdita del raccolto.
La legge e l'acqua: i primi codici
Il Codice di Hammurabi, pur essendo il primo testo legislativo organico della storia, non è originale; esso infatti deriva da leggi e da regole scritte dal precedente popolo delle ‘teste nere’. Il più antico di questi, oggi conosciuto, è il Codice di Ur-Nammu. In questo troviamo accenni di diritto delle acque.
Molti primati sono contesi ai Sumeri dalla quasi contemporanea civiltà dell’antico Egitto. Fondatori della Prima Dinastia, intorno al 4000 a.C., costruirono una diga in muratura sul Nilo, a Memphis. Attraverso il canale di Giuseppe, il preistorico lago Maeris era utilizzato per accumulare grandi volumi d’acqua durante le piene del Nilo. Al tempo di Ramses II, nel XIV secolo a.C., fu sviluppato un sistema assai esteso di canalizzazioni. Nell’ultimo periodo dello splendore egizio, intorno al 500 a.C., fu costruito un canale alimentato con l’acqua del Nilo dall’attuale Cairo fino a Suez.
I fiumi e i laghi furono il luogo privilegiato per le prime esperienze di controllo delle acque. Lo sfruttamento delle fonti sotterranee avvenne in tempi meno remoti perché richiedeva una capacità tecnica più sviluppata. Un nuovo passo, che apre la strada a un nuovo capitolo della storia dell’acqua, fu l’utilizzo di tubazioni per condurre l’acqua anche a notevoli distanze, aggirando montagne, superando dislivelli e valli.
Sotto i re di Giuda, mille anni prima di Cristo, Gerusalemme fu dotata di un complesso acquedotto; dalla piscina di Salomone due condotti partivano verso la città.
La sacralità delle fonti
In Sardegna, nel 1200 a.C., nel comune di Bitti (Nuoro), in un altopiano sugli 800 m di altitudine, una comunità di sacerdoti abitava un villaggio santuario. Emerge un pozzo, come un nuraghe (struttura con copertura a cupola) interrato, che dà vita a un grande bacino. È un pozzo sacro che certamente era utilizzato per attingere un liquido prezioso, ma allo stesso tempo era un luogo in cui si svolgevano i riti di purificazione, in un continuum che dalla materia giungeva fino allo spirito senza soluzione di continuità.
I pozzi sacri non furono una specificità tutta sarda, era diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo. Il periodo di transizione noto come Età del Bronzo Finale, vide la cessazione della costruzione di nuraghi e l’inizio della formazione, di nuove tipologie costruttive.
Secondo una studio di Massimo Rassu, autore di numerosi studi di storia medievale, di architettura e di antropologia, queste architetture sarde risentono dell’influsso miceneo. Interessanti analogie formali e tecnico-strutturali con e cosiddette ‘fontane’ micenee si possono individuare anche dal confronto fra il mondo egeo-miceneo e quello ittita-anatolico. L’esempio più simile ai pozzo sardi, per dimensioni e morfologia, si trova però in Bulgaria. Questo monumento bulgaro corrisponde in particolare, nella struttura e nella forma, alla Fortuna Coberta di Ballao.
Il pozzo di Garlo, i pozzi sacri di Ballao e di Santa Cristina di Paulilatino, appartenenti a contesti culturali così lontani l’uno dall’altro, senza alcuna relazione diretta apparente, denunciano affinità sconcertanti. Si compongono di un ingresso seminterrato, un corridoio con scala in pietra discendente, verso una cella cupolata con un pozzo profondo nel mezzo e apertura sovrastante. Sorprende, soprattutto, la somiglianza tra quello di Garlo e quello di Ballao: il numero dei gradini, le proporzioni della cupola e le profondità del pozzo sono quasi identici. Questa similitudine può interpretarsi soltanto sulla base di un culto comune, quello delle fonti sotterranee.
In realtà un tenue legame culturale tra la Bulgaria e la Sardegna esiste, a iniziare dal nome stesso dell’isola che ricorda quello antico della capitale bulgara: Sardica. Culti legati alle acque sono diffusi un po’ ovunque nell’antichità.
Una fonte guaritrice, si trova a Chitignano, un villaggio medievale sorto sopra un insediamento di epoca etrusca, molto vicino alla Verna. Secondo la tradizione, la fonte apparve in modo miracoloso per le preghiere di un eremita che viveva nell’impervia zona dell’alpe Casella. Il vecchio era in realtà un nobile siciliano che aveva scelto l’eremitaggio per il rimorso di aver ucciso il fratello che invidiava in modo morboso. Un giorno una signora si recò da lui per implorarlo di salvare il figlio molto malato. L’eremita pregò a lungo per ore e ore, finché si addormentò. In sogno gli apparve un angelo che gli indicò il luogo di una fonte miracolosa. Al risveglio il vecchio si incamminò fino a Chitignano, dove effettivamente vide un fiotto scaturire dall’alto di una roccia. Prese un boccale, lo riempì e lo portò al giovane malato che, bevuta l’acqua, guarì in poche ore. La sorgente, che esiste tutt’oggi, si chiama ‘Fonte del tesoro’.
L’acqua che guarisce, soprattutto dal peccato, è un simbolo forte della tradizione cristiana. Il teologo Oscar Cullmann ha rilevato che l’espressione ‘acqua viva’ poteva avere quattro significati. In senso profano, indica l’acqua di sorgente in opposizione a quella stagnate; in senso rituale; indica l’acqua battesimale; in senso biblico, indica Dio come sorgente di vita. Infine, nel senso cristiano, simbolizza lo Spirito Santo.
Cercatori d'acqua nel deserto
L’idea di costruire condotti orizzontali nel sottosuolo, nasce nelle zone aride. Un sistema di approvvigionamento idrici di dimensioni veramente straordinarie: qanat o quanate. Sin dall’epoca sumerica comparvero le prime opere di captazione delle acque sotterranee sotto forma di gallerie drenanti: individuata la presenza di acqua nel sottosuolo, si procedeva alla costruzione di cunicoli che seguivano la vena acquifera nel ventre della montagna. Più gallerie si costruivano e maggiore era la portata che esse potevano raccogliere e concentrare in un punto del sottosuolo, dal quale poi si dipartivano una o più linee della lunghezza a volte di centinaia di chilometri. Anche i cunicoli etruschi, brevi tunnel collegati alla superficie da una serie di stretti pozzi sono simili alle qanat orientali. Erano scavati a poca profondità e avevano lo scopo di intercedere l’acqua piovana filtrata dal terreno.
La tecnica della gallerie drenanti si trova applicata in tutta la fascia che va dall’America Latina alla Spagna fino all’Iran e alla Cina. Un sistema dunque antichissimo che si sviluppò gradualmente nel corso di millenni, soprattutto in Medio Oriente e nel Nord Africa. La rete sotterranea, raccolte tutte le infiltrazioni d’acqua, si in forma di flussi consistenti o gocce stillanti per filtrazione o condensazione, procedeva nella pianura che, digradando, ne provocava l’avvicinamento alla superficie senza necessità di alcun sollevamento meccanico.
L'oasi, una natura artificiale
Lo sgorgare delle acque portava alla nascita di una città o di un’oasi in pieno deserto. Un sistema che consentiva di creare veri e propri giardini lussureggianti. Una natura ‘artificiale’. Un sistema di ricerca dell’acqua che oggi si sta faticosamente cercando di ricostruire e restaurare, grazie al Progetto Foggara. ‘Inseguire’ nel sottosuolo la presenza delle acque è stata un’intuizione che ha portato alla nascita di grandi civiltà. Schiere di lavoratori si consumarono in queste gallerie; non per nulla, infatti, questo compito era considerato tra i più gravosi, fino a meritarsi l’appellativo di lavoro assassino oppure, nell’Asia Minore, di lavoro persiano.
I percorsi di ogni singola galleria potevano superare i cento chilometri e non potevano essere privi di pozzi intermedi: per l’accesso, lo scarico del materiale di scavo e la ventilazione. Dai pozzi verticali delle qanat è nata l’idea di scavarne alcuni indipendenti dal percorso delle gallerie sotterranee per estrarre acqua presente nel sottosuolo per cause naturali. Il sistema delle qanat, una volta realizzato, poteva funzionare, come ancor oggi funziona, per secoli quasi senza manutenzione, se non intervenivano crolli.
La tecnica di esecuzione delle qanat, cioè dello scavo in galleria e l’utilizzo delle gallerie stesse per drenare e concentrare le acque disponibili di una vasta zona, è stata d’esempio per le popolazioni della Grecia, dove fu frequentemente utilizzata nel drenaggio delle sorgenti. Nella civiltà islamica la costruzione era affidata a un vero e proprio corpo di tecnici esperti, detti muqanni, in grado di risolvere il problema principale: fissato il punto di arrivo e individuata la presenza dell’acqua bisognava calcolare le corrette direzioni e pendenze per collegare i due punti, a volte distanti tra loro decine di chilometri.
Qanat a Palermo
Gli arabi portarono in Sicilia la tecnica delle qanat. La scarsità di sorgenti e risorse idriche di superficie nella Piana di Palermo e di contro la ricchezza di acqua di falda freatica sono stati i fattori che hanno spinto gli abitanti di queste terre a far ricorso alla sfruttamento delle acque sotterranee sia per l’irrigazione dei campi sia per gli usi domestici. Inizialmente scavarono pozzi, poi s’installarono le ruote d’acqua a trazione animale, infine si scavarono ‘pozzi orizzontali’, lunghe gallerie a piccolissima pendenza che riuscivano a portare, per gravità, l’acqua in superficie dopo un lungo percorso. Il sistema delle qanat ancora oggi è possibile osservare in alcuni punti del sottosuolo del capoluogo siciliano. Ma il mistero dell’origine e del periodo della loro introduzione in Sicilia permane dal momento che strutture cunicolari analoghe di età greco-corinzia sono state recentemente rivisitate e studiate. A Palermo la massima diffusione delle qanat si è avuta nel periodo spagnolo a partire dal XVI secolo.
Foggara e quettara in Nord Africa
Analoghe alle qanat sono le foggara dell’Algeria e le quettara del Marocco, un vasto sistema di emungimento degli strati permeabili intrisi di ‘acque libere’ sotterranee, note come falda freatica, proveniente dalle precipitazioni o dalle condensazioni. Nelle zone desertiche e semidesertiche è molto importante il ruolo della condensazione che avviene lungo i pozzi e i cunicoli a causa dell’escursione termica tra giorno e notte. Acqua che senza la foggara si disperderebbe nel suolo. Non si tratta quindi semplicemente di un acquedotto, ma di un sistema dinamico, in grado di drenare la falda freatica e di generare esso stesso acqua, eliminando così l’inevitabile dispersione.
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