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in muratura o scavato nella roccia, rivestita da diversi strati di intonaco

impermeabilizzante e accuratamente lisciato per facilitare lo scorrere dell’acqua.

L’intonaco era una miscela in schegge di pietra e malta di calce, oppure in sabbia e calce.

Inoltre, i canali erano coperti per impedire che l’acqua fosse contaminata da polvere,

sporco e altre impurità e perché il sole non la scaldasse né si formasse vegetazione

acquatica, ostacolo allo scorrere dell’acqua. C’erano passaggi di ventilazione e di

ispezione.

A volte gli acquedotti erano costituiti da due o tre canali sovrapposti, il più alto dei quali

destinato nel tempo a seguire l’aumento della richiesta.

Gli architetti romani disponevano di arnesi sofisticati: a parte la comune livella,

utilizzavano strumenti come il chorobates, una sorta di panca con fili a piombo sui lati per

misurare l’inclinazione del terreno. Il dioptra dei Greci era un diverso tipo di livella:

poggiato in terra, e finemente regolato mediante angolatura e rotazione della sua parte

superiore, poteva calcolare l’inclinazione di un segmento di acquedotto puntandolo con

un sistema di mirini girevoli.

Il curator acquarum doveva fare di tutto affinché il servizio fosse efficiente e disponibile

per tutti.

Nonostante la grandiosità delle opere, in realtà i canali dovevano essere continuamente

riparati a causa delle incrostazioni o delle crepe che inevitabilmente si creavano. Un’altra

attività molto onerosa era la gestione delle concessioni private, cioè la fornitura d’acqua a

domicilio. Queste derivazioni erano assicurate da tubi di piombo di calibro variabile che

correvano sotto il selciato. In questo settore gli abusi erano all’ordine del giorno e

occorreva quindi molta sorveglianza, per evitare furti e frodi, anche da parte degli stessi

addetti alla manutenzione.

Fino all’anno 312 a.C. i Romani si accontentarono di usare le acque che attingevano dal

Tevere o dai pozzi e alle sorgenti presenti nelle vicinanze. Successivamente, col crescere

della città, si fece sempre più pressante il problema del rifornimento idrico e, soprattutto,

in seguito alla diffusione delle terme, i pozzi e le sorgenti non bastarono più. Le opere di

adduzione portavano in città l’acqua delle polle che scaturivano dalle colline attorno alla

città, a volte fino alle propaggini dell’Appennino.

In un primo tempo Roma finanziò la costruzione degli acquedotti con i proventi delle

conquiste militari; in età imperiale, invece, addirittura con una quota del bilancio

pubblico. I problemi connessi all’attraversamento dei fiumi furono risolti con l’uso dei

ponti a diverse arcate. Quando le condizioni geologiche non consentivano di beneficiare

di sorgenti abbondanti, venivano costruite gallerie drenanti all’interno della montagna

per recuperare ogni goccia.

Sul Pont du Gard

Il Pont du Gard è, il più alto dei ponti-acquedorro dell’epoca romana e il meglio

conservato. L’antico acquedotto costruito verso il 50 d.C. sotto l’imperatore Claudio o

Nerone, nonostante la sua mole, presentava un’armonia nelle forme. I lavori durarono 15

anni.

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Il Pont du Gard è interamente di pietra lavorata proveniente da una cava situata a 600

metri sulla riva sinistra del Gard. I blocchi per i pilastri e le volte arano lavorati

direttamente nella cava, tagliati sul posto, numerati, poi trasportati sulle rive del Gard e

consegnati ai direttori dei lavori.

I numeri gravati nella pietra per indicare l’ubicazione dei blocchi sono ancora visibili.

La costruzione dei grandi acquedotti romani

Ma è a Roma che si manifesta a pieno la grandezza degli ingegneri idraulici che

realizzarono gli acquedotti tra il 312 a.C. e il 226 d.C.

L’acquedotto Appio, è il primo a essere costruito. L’acquedotto dell’Aniene vecchio era

stato costruito grazie al bottino della guerra contro Pirro, e convogliava in città le acque

dell’alto corso del fiume Aniene. Il suo percorso era quasi tutto sotterraneo; purtroppo le

acque si inquinavano regolarmente in caso di piene del fiume o piogge, e, nell’età

imperiale, la loro qualità peggiorò; pertanto fu destinato unicamente all’irrigazione e

all’alimentazione delle fontane.

Altro grande sistema di approvvigionamento è rappresentato dall’acquedotto Marcio,

che prende il nome dal pretore Quinto Marcio Re.

La costruzione dell’acquedotto Claudio, invece, fu finalizzata da Caligola e terminata da

Claudio. Nel corso del tempo subì diversi rifacimenti da vespasiano a Settimio Severo. Il

trattato iniziale continuo è ancora conservato fino al Casale di Roma Vecchia, segue

quindi un lungo tratto demolito; è ben conservata una serie di arcate.

In questa zona l’acquedotto incrociava il Marcio delimitando un’area individuata come

l’antico Campo Barbarico.

Sotto Traiano le opere di captazione furono rifatte per consentire alle acque di decantare,

precedentemente all’immissione nel condotto, nei bacini di tre laghetti artificiali. Il suo

percorso correva parallelo a quello dell’acquedotto Claudio, uscendo allo scoperto

presso le Capannelle. Da qui sino a Roma si sovrapponeva al Claudio.

Gli acquedotti non erano destinati a servire esclusivamente le necessità del nucleo

urbano dell’antica Roma, un terzo di tutta l’acqua dedotta a Roma era in realtà destinata a

servire le proprietà suburbane.

Gli acquedotti erano per Roma una delle forme attraverso cui si esprimeva la potenza

dell’impero. Con i romani la storia dell’Acqua si fonde definitivamente con quella della

città.

Piombo su Piombo

Parole inglesi come plumb e plumber (idraulico) e quelle francesi plomb e plomber

(idraulico) ci ricordano l’uso massiccio del piombo in epoca romana che ha lasciato tracce

a livello ambientale. Il culmine della produzione del metallo in epoca romana coincide

con un massimo di concentrazione di piombo. Secondo alcune teorie, la decadenza

dell’Impero sembra essere stata favorita dalle conseguenze sanitarie causate dal

diffondersi del saturnismo o avvelenamento da piombo che può essere stato provocato

dall’esposizione cronica agli acquedotti e ai contenitori utilizzati per cibo e vino, per i

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quali era d’uso il rivestimento del metallo che già Vitruvio considerava velenoso.

Dall’analisi delle ossa umane rinvenute nei siti romani la concentrazione di piombo è

risultata elevata.

Le condutture erano fatte anche di terracotta, mentre le valvole e i rubinetti erano in

bronzo. La distribuzione avveniva attraverso torri idrauliche a vasche sfalsate (i castella).

Un parallelo e conseguente sistema di raccolta delle acque usate, la rete delle fognature,

garantiva una buona tutela sanitaria.

L’acquedotto, giunto in città, terminava in un castellum, o in più castella alla fine di ogni

diramazione principale. Ogni castellum assolveva alla funzione di torre di distribuzione,

attraverso vasche concentriche o ‘a cascata’: dalla prima vasca si dipartivano le tubazioni

destinate alle fontane e alle piscine pubbliche; la seconda collegava i teatri e le terme; la

terza le case e le fontane private. Quando l’acqua era scarsa, non potendosi assicurare

tutte le utenze, era la terza vasca che, per prima, vedeva ridursi la portata, in modo

automatico, poiché si riduceva l’acqua che usciva, per tracimazione, dalla precedente

seconda vasca del castellum. Se il flusso si riduceva ancor più, era la seconda vasca che

cessava di’essere alimentata.

Ecco quindi la gerarchia nell’alimentazione urbana: fontane pubbliche e piscine, bagni

pubblici (terme) e teatri, case private. Agli ultimi due gruppi di utenze era imposta una

tariffa.

Grandi costruttori di dighe

I romani si distinsero pure nell’abilità a costruire dighe e traverse. Le prime, allora come

oggi, servono a contenere l’acqua, le traverse invece si costruiscono per portare il livello a

un punto tale da poter poi cercare un deflusso in quota.

Il sistema idraulico, così concepito, serviva all’approvvigionamento idrico della città di

Durnovaria.

L’acquedotto e il serbatoio sarebbero rimasti in funzione per circa 70 anni. Intorno al 170

a.C., l’intero impianto sarebbe stato abbandonato probabilmente in seguito al cedimento

di una parete della diga.

Le prime tracce di sbarramenti artificiali di un corso d’acqua risalgono al 3000 a.C.

Nell’antichità queste opere si diffusero in tutta l’Asia, ma è nelle regioni mediterranee e

nella penisola arabica che troviamo gli esempi più maestosi. Questi sbarramenti nelle

aree desertiche avevano diversi scopi. Irrigazione, alimentazione di cisterne, produzione

di limo per i campi terrazzati. Servivano anche ad accumulare umidità in una certa area.

Secondo gli storici la prima vera e propria diga è quella di Probatica, in Israele, a nord del

Tempio di Salomone, probabilmente costruita nell’VIII secolo a.C., è la più antica del

mondo. Una tecnica che non si diffuse molto, se non in seguito a opera dei rimani che la

perfezionarono.

Le dighe romane erano quasi tutte a gravità, cioè il peso dello sbarramento contrastava

quello dell’acqua.

Sull’isola pontina, i romani costruirono la diga Giancos che è ancora in buono stato di

conservazione. Si tratta dell’unico esempio di diga ad arco giunto fino ai nostri giorni, ma

manca un piano per il restauro e il recupero delle opere di adduzione.

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Un mezzo per conquistare i popoli

L’acqua, specialmente durante l’Impero, divenne l’elemento principe per la conquista del

consenso. I romani, ebbero la capacità di soddisfare il bisogno primario delle popolazioni

conquistate: la ‘leva’ idraulica divenne quindi uno strumento molto importante della

politica imperiale.

A tutt’oggi manca un censimento di queste opere imponenti paragonabili alle piramidi se

ne contano a centinaia, alcune delle quali ancora perfettamente funzionanti.

L’acquedotto romano di Bologna

I romani conducevano l’acqua all’antica Bononia (Bologna) dal tunnel che scavarono

intorno al 100 a.C. L’acqua del Setta, attraverso il sistema dei tubi di piombo, veniva

distribuita a tutta la città.

Alle cure degli ingegneri e alle maestranze dei romani seguirono le invasioni barbariche,

così che non si fecero più opere di manutenzione. Quindi l’acquedotto cominciò a gettare

meno acqua, fino a restare praticamente chiuso. Poi se ne perse anche il ricordo.

L’acquedotto fu riscoperto da serafino Calindri, ma devono passare ancora molti anni

prima che si arrivi, dopo quindici secoli d’abbandono, al recupero del manufatto, grazie al

restauro curato dall’ingegner Antonio Zannoni.

Le fontane di Brindisi

I romani realizzarono pure a Brindisi, nel i secolo d.C., sotto l’imperatore Claudio, un

acquedotto. Fu costruita una grande vasca cilindrica, nella quale confluivano, per mezzo

di gallerie filtranti, le acque dei pozzi vicini. Lungo la strada che portava in città,

l’acquedotto romano raccoglieva le acque di altri pozzi appositamente scavati. Prima di

entrare nel centro abitato ed essere utilizzata per l’uso potabile, l’acqua riposava nelle

grandi vasche limarie; in parte rimaste e ora restaurate e servivano a far precipitare sul

fondo il fango. La magnifica volta del grande serbatoio fu demolita, e le vasche furono

interrate. Le vasche furono scoperte nel 1886, in occasione dell’apertura di una strada.

Un altro serbatoio, comunicante con la rete di quell’antico acquedotto, e cunicoli filtrati

furono ritrovati sotto il piano stradale. L’imperatore Traiano ne avrebbe ordinato la

costruzione per dissetare soldati e cavalli che stazionavano nelle vicinanze del porto. Il

grande deposito era collegato all’acquedotto che alimentava le fontane della città.

In località Apollinare, furono trovati resti di terme romane, alimentate evidentemente

dalla grande disponibilità di acqua dolce.

La fontana grande di Brindisi, più conosciuta come Tancredi, che si trova a brevissima

distanza dal termine dell’antica via Appia, fu costruita dai romani. Tancredi, conte di

Lecce e ultimo re normanno, la fece solo restaurare nel 1192.

La fontana grande, che fu di nuovo riparata, e con l’occasione ampliata, nel 1828, forniva

acqua abbondantissima e purissima, non solo per le esigenze dei cittadini e degli animali,

ma anche per irrigare gli orti e i giardini che di trovavano lungo quel tratto di costa. La

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vasca rettangolare era l’abbeveratoio dei cavalli e degli altri animali da tiro. A quel tempo

la città e i suoi immediati dintorni etano ricchi di sorgenti d’acqua potabile, spesso in

vicinanza del mare. Una risorsa pressoché completamente distrutta a seguito dello

spianamento dei colli e delle alture e, più recentemente, dello scavo di molti pozzi

artesiani che hanno sconvolto l’equilibrio naturale e ridotto la grande disponibilità idrica

che una volta era assicurata dalle falde freatiche (superficiali e poco profonde, a

differenza di quelle artesiane.

L’acqua nel diritto romano

Molti concetti propri delle leggi odierne, anche in tema di acqua, risalgono al famoso

diritto romano: la classificazione delle acque in pubbliche e private; i beni patrimoniali

dello Stato e quelli disponibili per tutti i cittadini.

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IL MEDIOEVO DELL’ACQUA

Nel Medioevo la maggior parte degli antichi acquedotti romani cadde in disuso. Le città

si chiudono in se stesse e per resistere ai frequenti assedi sostituiscono molto spesso gli

acquedotti con pozzi o cisterne, in modo da garantirsi una buona riserva idrica, così come

accadeva con le derrate alimentari.

Nel 537 d.C. i Goti di Vitige strinsero d’assedio Roma accampandosi nell’area in cui gli

acquedotti Claudio e Marcio si intersecavano (definita poi ‘Campo Barbarico’)

interrompendo il rifornimento idrico della città. Dopo l’assedio gli acquedotti sarebbero

stati riparati, ma la mancanza di manutenzione nonché la stessa diminuzione della

popolazione della città ne determinarono la progressiva decadenza.

I barbari attaccarono gli antichi acquedotti

Durante le Guerre gotiche (VI secolo), anche gli acquedotti che ancora funzionavano

furono tagliati dal generale gotico Vitige. Gran parte delle fontane si seccarono,

divennero inutili, e furono lasciate andare in rovina. La popolazione cittadina si ridusse

anche per via della scarsità d’acqua.

Nel corso di questi secoli bui, oltre al fiume, le pochissime fonti erano rappresentate dalle

fontanelle, quelle che attingevano da altri acquedotti temporaneamente restaurati, e un

certo numero di pozzi, che raccoglievano l’acqua piovana e a volte sfruttavano piccole

falde.

A parte i pozzi, durante l’alto Medioevo era uso comune delle chiese maggiori disporre di

una fonte d’acqua situata in un giardino o cortile entro il proprio perimetro, dove i fedeli

potevano rinfrescarsi e compiere le abluzioni rituali prima di accedere all’edificio sacro.

Questi giardini erano detti anche paradisi. Solitamente l’acqua zampillava da un grosso

vaso o coppa con manici a spirale, detto cantaro. Qualcuno di questi vasi ancora esiste,

ma l’unico a trovarsi davanti a una chiesa è presso la basilica di Santa Cecilia.

Il cantaro più famoso nel Medioevo fu quello di San Pietro, la cui struttura era quella

tipica della basilica paleocristiana.

Con la decadenza dell’Impero romano venne meno anche la manutenzione degli

acquedotti che assicuravano il rifornimento idrico collettivo delle città. E con il degrado

progressivo delle opere pubbliche scomparve di conseguenza l’erogazione del servizio

pubblico. Per tutto il Medioevo e poi fino al termine del XVIII secolo l’Europa vivrà un

lungo periodo di scarsa disponibilità di acqua potabile nei centri urbani, mentre malattie

come il colera o la malaria, legate all’uso di acqua non potabile e al permanere di acque

stagnanti, diventeranno endemiche in molte zone.

Nelle città i pozzi individuali e l’acqua conservata a cielo aperto aumentavano i rischi

igienici per la popolazione, aggravati dalla diffusa credenza medica che il bagno non

fosse salutare. L’avversione per il bagno nel Medioevo fu influenzata anche dalla

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convinzione della chiesa che la nudità dei corpi nei bagni pubblici fosse occasione di

peccato.

Nelle città, il livello di igiene si abbassò proliferarono le malattie. Con il diffondersi del

cristianesimo, il bagno, di piacere, divenne il simbolo del peccato e per l’intero corso del

Medioevo l’acqua fu vista come una fonte di pericolo per la salute.

Si sconsigliò l’uso di sola acqua come bibita, mentre la bevanda più indicata fu il vino o

una miscela di acqua e vino, oppure acqua addizionata con zucchero o altre sostanze

aromatiche.

Scompaiono le fognature

Le fognature, per mancanza di acqua corrente, scompaiono quasi completamente. Tutto

quindi si riversa in strada. in queste condizioni, dove l’odore degli escrementi e delle

stalle era insopportabile, al centro delle strade correva un perenne rivolo nerastro.

A Roma, dove l’aria era diventata fetida, c’era il pericolo di perdere la vita a causa delle

febbri che si abbattevano continuamente sulla città. Dato che le epidemie erano

all’ordine del giorno, il morbo venne considerato come una caratteristica dell’umanità

peccatrice.

Le malattie diventavano un mezzo con cui Dio puniva i sui figli. Eppure è in questo

periodo che si assiste alla nascita di un nuovo sistema di assistenza sanitaria che modificò

l’accesso alle cure, la figura del medico, le metodologie di diagnosi e trattamento.

Secondo gli indirizzi del Concilio di Orléans del 571, i monaci iniziarono a organizzare

ospizi lungo le vie di pellegrinaggio e a poco a poco si formò una rete ospedaliera che

attraversava l’intera Europa, seguendo soprattutto gli itinerari dei pellegrini.

L’idea di non fare i propri bisogni dove capitava cominciò a diffondersi solo all’inizio del

Rinascimento, ma per tutto il Medioevo in Europa, le epidemie di tifo e colera erano un

fatto ordinario e mietevano centinaia di migliaia di vittime. Conseguenza dell’assenza di

igiene che è perdurata per tutto il XIX secolo.

Le cisterne medievali

L’approvvigionamento idrico era per lo più assicurato da cisterne, anche queste in

condizioni igieniche non sempre ottimali, anzi l’acqua stagnante conservata per mesi era

un’ulteriore fonte di contaminazione.

Grandi cisterne nelle piazze si trovano un po’ dappertutto. Sistemi di raccolta dell’acqua

antichissimi dovevano essere installati lontano da qualsiasi fonte di inquinamento, essere

interrati per favorire una costante temperatura, non dovevano ricevere luce, altrimenti si

favoriva la formazione di alghe, dovevano avere un’apertura o una botola di ispezione,

ben protetta dall’eventuale ingresso di animali. La loro forma doveva essere

preferibilmente a fondo semisferico, per favorire la sedimentazione delle sostanze

sospese e la muratura doveva essere rivestita interamente con materiale assolutamente

impermeabile.

Una fitta rete di canali e cisterne che ancora oggi percorre gran parte del sottosuolo di

Napoli tramite una condotta sotterranea, l’acqua era incanalata verso la città.

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Canali e cisterne nella Napoli sotterranea

Un’intricatissima rete di cunicoli, realizzati nella viva roccia, che si raccoglievano in una

miriade di cisterne disseminate sotto gli edifici hanno assicurato per secoli

l’approvvigionamento idrico dei napoletani. I condotti, prima di terminare in una cisterna,

in particolar modo in corrispondenza dei palazzi delle famiglie più ricche o di edifici sacri,

erano dotati di grossolani filtri in terracotta o addirittura cancelli, con lo scopo di impedire

l’accesso agli estranei, che attraverso il pozzo potevano penetrare nelle abitazioni.

I napoletani potevano attingere acqua fresca senza nemmeno dover uscire di casa.

Tuttavia, questo sistema era estremamente vulnerabile ad ogni tipo d’inquinamento.

Le limpide acque di Milano

A Milano invece fino all’800 non era mai stato costruito un vero e proprio acquedotto

cittadino.

Nel centro storico sono stati rinvenuti alcuni pozzi dotati di sistema di filtraggio che

sembrano di epoca romana.

La toilette secca

Ma il Medioevo così povero di acqua corrente coincide anche con una cultura che vede

nell’acqua non una fonte di pulizia quanto di sporcizia. L’igiene del corpo, che durante

l’Impero romano si identificava con le terme e i bagni regolari negli stabilimenti pubblici e

all’interno delle mura domestiche, divenne nel Medioevo un’operazione a secco

senz’acqua, il lavaggio della biancheria sostituiva i bagni, portando all’affermazione della

cipria e dei profumi.

L’abolizione dei bagni pubblici, perchè erano luoghi associati ai bordelli, non era

comunque solo una questione morale: i corpi nudi che si mescolavano nella vasca

comune, non condividevano solo piaceri e sensazioni erotiche, ma anche malattie. Il

corpo si riteneva vulnerabile se bagnato e sano se asciutto.

Alla negazione dell’acqua non corrisposero sempre e comunque sporcizia e cattivo

odore: ricchi e nobili riposero a questa condizione una maggiore cura del corpo e

dell’aspetto, soprattutto per quelle parti socialmente visibili, come il viso e le mani. La

cipria, che inizialmente comparve come una specie di shampoo secco, divenne in un

secondo momento indispensabile per la pulizia personale di uomini e donne di ceto

elevato. Era un simbolo di ricchezza.

Oltre alla cipria, anche il profumo era considerato indispensabile. Nel Rinascimento

veniva usato per profumare i corpi e gli abiti di nobili e ricchi borghesi, di letterati e

studiosi, e pian piano divenne anch’esso un indicatore sociale, tanto che si arrivò a

distinguere tre categorie di essenze a seconda della classe sociale da cui erano utilizzate.

All’epoca la sua diffusione si impose, però, soprattutto per la capacità di mascherare i

cattivi odori, oltre che per avere una funzione di disinfestazione e purificazione di stanze e

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abiti. Pure le pulci erano parte della vita di tutti i giorni, tanto che le dame portavano con

sé dei cagnolini bianchi: le bestiole attiravano le pulci dando sollievo alle signore.

In tale periodo veniva comunque data più importanza all’apparenza che all’effettiva

igiene; il bianco fu il colore che più di tutti sostenne tale credenza, in quanto gli

indumenti bianchi venivano identificati con a purezza e il candore, tanto da sostituire

lentamente lo stesso utilizzo dell’acqua. Ecco allora che la biancheria intima non solo

assorbiva sudore, ma proteggeva l’individuo dalle impurità. Il lino risultava, dunque, più

importante di una vasca e delle stesse sale da bagno.

L’acqua tornò ad essere comunemente utilizzata alla fine del Settecento. Il bagno venne

reintrodotto fra i rituali di corte, diventando una pratica frequente. I bagni caldi nelle case

private divennero un lusso, mentre incominciarono ad affermarsi anche i così detti bagni

freddi, come fautori della tonicità del corpo. Il bagno freddo divenne il simbolo di una

classe borghese in ascesa, in antitesi con la delicatezza e lascivia della decadente nobiltà.

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LA RIVOLUZIONE IGIENICA

La riscoperta dell’acqua calda è destinata ad avviare un notevole cambiamento non solo

di costume. A mutare radicalmente un paesaggio urbano piuttosto puzzolente, insieme

con il ritorno dell’acqua, sono state la rivoluzione igienica e più tardi la scoperta dei

microbi.

La costruzione degli acquedotti e la diffusione del servizio idrico vanno di pari passo con i

grandi processi sociali che hanno portato al superamento dell’ancien régime e allo

sviluppo della democrazia in Occidente. L’acqua acquista un valore economico crescente

e grandi imprese si lanciarono nell’affare del XIX secolo: costruire e poi gestire gli

acquedotti.

Dopo una violenta epidemia nel 1832, il colera ricomparve a Londra nel 1848. Dal 1854 si

è scoperto che molte malattie infettive, anche gravi, possono essere provocate proprio

dalle cattive condizioni igieniche dell’acqua.

In quel periodo erano già relativamente diffusi nella città i water closet, servizi igienici

dotati di acqua corrente, e che fin dal 1830 erano stati messi in funzione i primi impianti

fognari che confluivano nel Tamigi. L’acqua prelevata dal fiume veniva portata alle

abitazioni attraverso le ramificate condotte gestire da alcune aziende private. Ogni

società ampliava a propria discrezione la propria rete, anche in concorrenza con altre

imprese, e quindi si era venuta a creare una sovrapposizione di reti idriche tale che lo

stesso quartiere, anche lo stesso edificio, era sovente servito da due o più società.

L’opinione pubblica dell’epoca si era resa conto che i privati nel gestire un servizio così

vitale pensavano più ai quattrini che alla salute della gente.

Pasteur e la scoperta dei microbi

Occorre attendere il 1863, quando Pasteur scopre l’esistenza di microrganismi che più

tardi chiamerà microbi. Putrefazione e fermentazione fino a quel momento erano stati

considerati come miti da esseri viventi e a ogni fermentazione corrisponde una categoria

particolare di microbi. Questi non nascono spontaneamente: i loro germi sono

sparpagliati nell’atmosfera e di depositano nella polvere.

In materia di igiene pubblica, cambia radicalmente la percentuale del pulito e dello

sporco. Si assumono misure sanitarie rigorose e le epidemie poco alla volta regrediscono.

Nel 1885 si crea il primo indice di qualità dell’acqua.

Alla fine del XIX secolo far bollire l’acqua è ancora il mezzo più sicuro per eliminare i

microbi, ma lo sviluppo delle reti idriche ormai imponeva sistemi centralizzati di

trattamento dell’acqua.

Nella seconda metà del XIX secolo, gli inglesi riscoprono gli antichi letti di sabbia per

filtrare l’acqua del Tamigi. Due grandi impianti di potabilizzazione sono stati realizzati a

fine secolo: nel 1896 a Saint mAur e nel 1900 a Ivry.

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La situazione sanitaria a Parigi migliora, ma si svilupparono comunque grandi epidemie di

febbri tifoidee. Le tecnologie di potabilizzazione migliorano ulteriormente e nel 1898, a

Saint Maur, si fa precedere alla filtrazione una fase di decantazione.

Questione di vita o di morte

Avere una sistema idrico salubre era nell’Ottocento una questione di vita o di morte. Tra

il 1870 e il 1890 scoppiarono in Europa oltre 600 epidemie più o meno gravi, il 70 per

cento delle quali causate dall’acqua.

Durante il XIX secolo, avanza pure l’idea di utilizzate prodotti chimici per purificare

l’acqua efficaci per eliminare microbi e batteri.

L’ipoclorito di sodio può distruggere il germe responsabile del colera; si può produrre

facilmente sul luogo e a basso prezzo. La prima clorazione delle acque di Parigi avviene

nel 1891. Lo spettro delle grandi epidemie è ormai allontanato. L’impiego di cloro

gassoso, messo a punto durante la prima guerra mondiale, permette di ridurre le dosi

utilizzate e quindi di migliorare il sapore dell’acqua.

Altro sistema per purificare l’acqua è l’ozonizzazione introdotta a Nizza nel 1907. Nel

dopoguerra il cloro si impone definitivamente.

Becco, caprone o rubinetto?

Il rubinetto non è sempre esistito così come lo conosciamo oggi. Si ha menzione per la

prima volta nel 1237, anche se già i Romani utilizzavano sistemi ‘a maschio’ per ‘chiudere’

il flusso idrico: il vitone o valvola di apertura e chiusura è apparso attorno alla fine del

1800, data in cui sono stati definitivamente eliminati i mezzi prodotti già al tempo dei

romani.

Ma già nel 1980 ne sono apparsi di nuovi fatti con materiali ceramici. Tuttavia

l’innovazione più important3e s’è verificata attorno al 1970, con l’avvento dei miscelatori

monocomando. Una conquista tecnologica fondamentale, perché ha permesso di

ottenere rapidamente e con facilità, acqua calda miscelata con quella fredda. E dal 1900

è entrato in commercio un nuovo rubinetto elettronico con comando a raggio infrarosso,

per cui è sufficiente avvicinare le mani ed ecco che l’acqua esce.

Quanta acqua consumiamo

L’evoluzione tecnologica è avvenuta in poco più di cento anni. Alla fine della metà del

1800, solo la metà dei Comuni italiani disponeva di una rete di acqua potabile e più del

77 per cento era sprovvisto di fogne.

L’acquaiolo era colui che attingeva dalle fontane pubbliche e portava l’acqua in casa.

Oggi c’è una figura simile: è il venditore di acqua minerale che con camioncini e furgoni

offre un servizio a domicilio.

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I GRANDI ACQUEDOTTI MODERNI

Fino ai grandi lavori ottocenteschi di sistemazione urbana, l’acqua nelle case era un lusso

che pochissimi potevano permettersi. Non esistevano rubinetti e impianti idraulici nelle

abitazioni. I cittadini erano quindi costretti a recarsi alle pubbliche fontane o ad attingere

dai pozzi.

Ogni centro abitato aveva un certo numero di fontane collegate alle sorgenti.

Parigi, ancora alla metà del XIX secolo, solo il 20% delle case risultava allacciato alla rete

idrica. A Siena, dopo il 1860, meno dell’1% poteva vantare un rubinetto in casa. Nel 1881

Milano era senza acquedotto e fognature. E così in tutte le grandi città d’Italia, fino alla

seconda metà dell’800, l’acqua corrente entrava solo nelle dimore dei signori.

Questo frammento di quotidiano dell’epoca rende bene l’idea di quale grande evento

sociale fosse l’arrivo dell’acqua nelle case dei cittadini. Il 6 giugno 1881 l’acqua potabile

arrivò a Bologna. Era stato riattivato l’antico acquedotto romano riscoperto dopo secoli di

abbandono e restauro.

Chiare fresche acque della Milano da bere

Oggi abbiamo perso la memoria collettiva della grande impresa compiuta tra il XIX e il

XX secolo per portare l’acqua in ogni casa. Un diritto che ci sembra scontato, quasi

naturale. Milano si è sviluppato un po’ in ritardo rispetto a quanto avvenuto altrove. Il

rifornimento avveniva tradizionalmente grazie a una miriade di pozzi privati, che

attingevano dalla falda freatica.

Proprio questa relativa abbondanza d’acqua è probabilmente la spiegazione più semplice

del tardivo sviluppo della rete idrica a Milano. Ci sono voluti quattro anni, dal 1877 al

1881, perché l’amministrazione comunale prendesse in esame ben tredici progetti,

nessuno dei quali convinse le autorità comunali. Alla fine del 1881, sembrava che dovesse

essere preso in considerazione un progetto della Società Italiana Condotte d’Acqua. Ma

si scatenò una irriducibile opposizione di tutte le autorità della provincia di Bergamo.

Passarono ancora sei anni e nel 1887 furono presentati ventidue nuovi progetti.

Alla fine di una lunga discussione prevalsero le modestie, ma concrete e realistiche

opinioni dell’Ufficio Tecnico Comunale, in particolare del giovane ingegnere Felice Poggi,

che proponeva di attingere alla falda freatica costruendo però pozzi profondi, in modo da

aver garanzie di purezza e salubrità dell’acqua.

In effetti si constatò che a profondità di 20-30 metri degli strati compatti di argilla

proteggevano la falda dalle infiltrazioni superficiali, così che l’acqua era ottima e

abbondante. In questi pozzi l’acqua risaliva per pressione naturale fino a 3-4 metri dal

livello del suolo, ed era così possibile aspirarla facilmente con delle pompe sistemate

qualche metro più in basso del livello stradale.

L’abbondate disponibilità di acqua potabile permise, oltre che la distribuzione agli edifici

privati, anche la costruzione di bagni e servizi pubblici. Questi impianti consentivano

  32  

l’accesso, a prezzi popolari, a stabilimenti balneari certo meno eleganti, ma

funzionalmente non diversi da quelli che la Milano ricca già da molti anni utilizzava.

L’affermarsi del concetto della fornitura d’acqua attraverso l’acquedotto segnò anche il

destino dei tanti canali d’acqua che da secoli solcavano la città, in particolare i navigli,

trasformati, poi, in canali di scolo.

Col passare degli anni, la falda freatica cominciò a dar segni di ‘stanchezza’: i primi

segnali di un pur modesto abbassamento risalgono già al 1928, e la situazione sarebbe

gradualmente peggiorata in conseguenza dell’incremento dei prelievi operati soprattutto

dalle grandi industrie. Il fenomeno si sarebbe poi invertito, a partire dal 1990, in

conseguenza della chiusura degli stessi grandi stabilimenti, fino a procurare

preoccupazioni opposte, legate all’allargamento di sotterranei, parcheggi, metrò.

Le fabbriche avevano anche creato, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, seri

problemi legati all’inquinamento chimico che hanno costretto i tecnici ad aumentare la

profondità dei pozzi fino a 160-180 metri.

L’acqua di Napoli

Agli inizi della seconda metà del XVI secolo, il viceré, incaricò di ispezionare l’intero

acquedotto Claudio, giacché n’era in progetto il restauro.

Circa i 2/3 dell’opera erano in buono stato di conservazione. La cospicua spesa face

desistere l’amministrazione dall’idea di varare il progetto, e tutto fu accantonato.

Nel 1627 il nobile Cesare Carmignano e il matematico Alessandro Ciminelli proposero

all’amministrazione, in cambio di una percentuale sull’utile di alcuni mulini, di portare, a

proprie spese, l’acqua del fiume Faenza a Napoli.

L’acquedotto fu ultimato in due anni, e venne denominato ‘del Carmignano’. I vantaggi di

questa nuova opera durarono poco, infatti, il 16 gennaio 1631, a seguito di una violenta

eruzione del Vesuvio, gran parte dell’acquedotto fu distrutta, e dopo circa due anni di

controversie giudiziarie, tra l’amministrazione e i costruttori, vertenti su chi dovesse

sobbarcarsi l’onere del ripristino, il Carmignano e il Cimelli si riaccollarono i costi della

ristrutturazione delle parti danneggiate modificandone il tracciato in alcuni punti.

Nel 1774 fu stabilito che l’acquedotto chiamato ‘il Carolino’ potesse aumentare la portate

del Carmigiano. Tutte queste opere erano sostanzialmente diverse da quelle che

alimentano i grandi centri urbani dall’ottocento in poi.

Napoli, dopo l’Unità d’Italia, era una delle città più popolose del regno, con quartieri

poveri e degradati, dove le condizioni igieniche erano davvero mortali, a causa delle

febbri tifoidi che colpivano sovente la popolazione. L’inaugurazione dell’acquedotto, il 10

maggio 1885, segna quindi una tappa importante nella lotta alla povertà e alle malattie.

Fino all’apertura del nuovo acquedotto, la città utilizzava due condotti, chiamati della

bolla e del Carmigiano, vecchi e inadatti alle esigenze del capoluogo partenopeo.

L0acqua scorreva nei canali scavati nel tufo o in veri e propri condotti per giungere nei

pozzi di caseggiato o nelle fontane pubbliche. Il servizio era gestito dal Comune e nei

quartieri più poveri, per non pagare l’acqua, la gente scavava dei pozzi all’interno delle

case a poca profondità e quindi si contaminavano facilmente.

  33  

La rete fognaria si disperdeva nel sottosuolo composto da strati di tufo e finiva per

mescolarsi con l’acqua potabile generando non pochi problemi igienici. In quegli anni, le

società private dettavano legge perché era grazie ai loro capitali che si erano potuti

realizzare i primi servizi idrici.

L’Acqua Marcia nelle case dei romani

La crescita della capitale tra il 1870 e la fine del secolo rese ben presto difficile

l’approvvigionamento idrico. L’acqua scarseggiava ed era pure inquinata. Bisognava

dunque correre ai ripari, potenziando la rete e cercando nuove fonti. In quegli anni, tra la

fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, parlare di acqua potabile significava

automaticamente evocare la Società Acqua Marcia.

Si costruiscono nuovi quartieri e per l’Acqua Marcia si prospettano grandi affari grazie alla

continua richiesta di nuovi allacciamenti e all’assoluto monopolio del servizio pubblico.

C’era allora chi incomincia a mettere in dubbio il fatto che un servizio pubblico essenziale

come l’acqua potabile possa essere gestito da una sola società che ne ricava ricchi

proventi. E incomincia a esserci un dibattito politico alimentato da coloro che reclamano

la municipalizzazione dei servizi pubblici.

Pisa, i pozzi che sanno di palude

L’approvvigionamento idrico nella città toscana non era molto diverso da quello che per

secoli hanno utilizzato i milanesi. Durante il Medioevo la popolazione pisana si serviva

delle acque dei pozzi, ma il terreno paludoso finiva per inquinarli. Inoltre, l’Arno straripava

frequentemente e peggiorava la situazione, facendo diventare l’acqua salmastra.

A causa dell’acqua insalubre, i pisani erano malati di cachessia, uno stato grave di

deperimento organico, con riduzione delle masse muscolari e colorito giallognolo. La

conduttura sotterranea costava meno di quella sopraelevata sugli archi e si presentava

anche meno laboriosa, considerando la natura instabile e paludosa del terreno sul quale

gli archi dovevano poggiare. Ma il nuovo acquedotto non diede i risultati sperati e si

decise allora di costruire una condotta sopraelevata ad archi. L’acquedotto fu terminato

nel 1613 e fino alla prima metà del 1800 è stata la principale fonte di

approvvigionamento della città, quando, a causa dell’aumento della popolazione, la

quantità d’acqua non fu più sufficiente.

Con l’Unità d’Italia nel 1861, il Comune di Pisa divenne responsabile del servizio idrico.

Crolli, radici, scarsa pendenza non permettevano di evitare il ristagno delle acque; si è

dovuto attendere addirittura fino al 1925, anno in cui fu inaugurato l’acquedotto di

Filettole, che permise di portare il servizio idrico in tutte le case dei pisani.

Padova, città d’acqua

I pozzi privati erano la fonte principale di approvvigionamento, ma erano spesso inquinati

e provocavano ondate di febbri tifoidi e colera. Dopo la costruzione del primo

acquedotto, le vittime si erano dimezzate. Furono però necessari quasi vent’anni per

  34  

arrivare a una soluzione, anche perchè non tutti i padovani erano convinti che utilizzare i

pozzi fosse pericoloso e che fosse necessario realizzare un acquedotto per servirsi da

sorgenti distanti. Questo tuttavia non era il solo problema da risolvere per modernizzare

la città.

Subito dopo l’unione all’Italia, nel luglio del 1866, in Consiglio comunale si discute sulla

necessità di allargare le strade, costruire due ponti, restaurare le carceri, la pescheria, il

macello e realizzare un nuovo cimitero. Andava completata l’illuminazione pubblica a gas

e risolto il problema dell’acqua potabile.

Il Comune diede l’incarico a diverse società di presentare i loro progetti. Alla fine

rimasero in gioco solo tre progetti. Quello della Società Condotte, quello dell’ingegner

Vanni e il piano della Società Veneta. La scelta della Giunta cadde sul progetto della

Società Veneta, approvato nel 1885.

L’acquedotto sarebbe stato realizzato secondo le prescrizioni della Commissione

comunale: condotta libera fino a Padova, rete di distribuzione cittadina completamente in

tubi di ghisa, acqua con una pressione sufficiente ad arrivare a 16 metri di altezza nelle

abitazioni. La società privata offriva il servizio al Comune in cambio di un canone annuale

che sarebbe diminuito all’aumentare delle qualità vendute. Tuttavia, almeno all’inizio,

pochi cittadini sarebbero stati disposti a pagare l’acqua per averla in casa, la maggior

parte si sarebbe servita ancora dei pozzi.

Inoltre, la Società Veneta non era riuscita ancora a vendere l’acqua a Vicenza e Venezia

come sperato, cosicchè doveva recuperare l’investimento vendendo agli abitanti di

Padova quanta più acqua possibile.

Di fronte alle difficoltà economiche, la Società Veneta propose quindi che il Comune

potesse mantenere aperti i pozzi pubblici esistenti, ma non la rete dei fontanini

dell’idroforo, inoltre pretendeva che non fosse distribuita acqua negli edifici pubblici o

dagli idranti antincendio, spesso aperti abusivamente. Infine, le fontanelle pubbliche

dovevano essere riservate ai padovani meno abbietti. Tutti gli altri avrebbero dovuto

installare in casa un rubinetto a pagamento. La politica del Comune era invece per la

diffusione capillare anche nelle zone più povere, e a disposizione di tutti gratuitamente

presso le fontanelle pubbliche. Alla fine si giunse a un compromesso: si decise di

collocare dodici fontanelle nei luoghi indicati dal Comune, sempre aperte per tutti, ma

severe norme prescrivevano che non si potessero usare recipienti più grandi di un secchio

per raccogliere l’acqua. Nel 1891, ovviare al rischio della cessione dell’acquedotto a

un’altra società privata, nonostante l’impiego finanziario considerevole, decise di

acquistarlo. In seguito la rete dell’acquedotto venne ampliata alla maggior parte del

territorio comunale, installando anche numerose fontanelle per diffondere il più possibile

l’uso dell’acqua potabile. L’acquedotto fu completato in tre anni, e inaugurato nel giugno

del 1888.

La canaletta, come i padovani chiamarono il condotto, fu sufficiente per le esigenze di

Padova per più di sessant’anni, prima che fosse necessario costruire nuove condotte ed è

in funzione ancora oggi, assieme agli altri acquedotti che riforniscono la città.

L’acquedotto cominciò a crescere, fino a diventare la rete capillare che oggi raggiunge

tutte le case dei padovani.

  35  

Quei pozzi nell’antica capitale d’Italia

Anche a Torino l’acqua fornita dai pozzi, in particolare quelli poco profondi, andava

facendosi sempre meno buona per il quotidiano inquinamento causato dalle materie

organiche di rifiuto.

Il fenomeno, naturalmente, s’accompagnava all’espansione edilizia della città e fu

appunto per assicurare sul piano igienico, un adeguato e sereno incremento demografico

che autorità, medici ed esperti orientarono i loro sforzi verso l’unica soluzione possibile:

quella cioè di procedere alla realizzazione di opportune condutture sotterranee, in grado

di apportare direttamente nelle case l’acqua ‘salubre e pura’ delle sorgenti o, quanto

meno, di ‘falde lontane dai centri abitati e perciò non soggetta a inquinamento’.

Le acque di molti pozzi furono sottoposte ad analisi con risultati sempre meno favorevoli.

Alla corte di Carlo Felice nel 1832 (anno dopo la scomparsa del re) la vedova Maria

Cristina incaricava l’ingegner Ignazio Michela di studiare i mezzi più idonei per

convogliare a Torino ‘acqua potabile di sorgente.

La relazione dell’ingegnere prevedeva sei progetti. Nel frattempo un gruppo di facoltosi

cittadini intendeva costruire una società che potesse eseguire i lavori e gestire il servizio.

Maria Cristina mise a loro disposizione il progetto dell’ingegnere, a condizione che

l’acqua venisse fornita gratuitamente e a perpetuità a tutti gli istituti di beneficienza

torinesi.

La società venne ufficialmente costruita nel giugno del 1847 e tra i suoi fondatori figura il

nome del conte Camillo Cavour.

La mafia e l’acqua

Dal Piemonte alla Sicilia: il panorama non solo geografico muta radicalmente. Fin

dall’antichità, la connessione fra acqua e potere è stata lampante, soprattutto in Sicilia.

La Sicilia è una delle regioni più tormentate dalla siccità. Il controllo mafioso dell’acqua è

un esempio di uso privato di una risorsa pubblica. La mafia siciliana non è solo

un’organizzazione criminale ma qualcosa di più complesso: i clan agiscono all’interno di

un sistema di relazioni, hanno rapporti con il contesto sociale, con l’economia, la politica

e le istituzioni, le attività delittuose sono intrecciate con attività legali e perseguono fini di

arricchimento di potere.

Con la costituzione dello Stato unitario non c’è stata in Italia una politica di

pubblicizzazione e regolamentazione delle acque. Così, nelle campagne palermitane, ha

prevalso il controllo privato esercitato da appositi guardiani, i ‘fontanieri’, pagati dagli

utenti. I fontanieri erano nella maggioranza legati alla mafia, così pure i ‘giardinieri’, cioè

gli affittuari degli agrumeti. Il controllo sull’acqua ha così causato forti conflitti che sono

all’origine delle prime guerre di mafia.

Il controllo dell’acqua e del mercato agrumicolo è nelle mani di gruppi mafiosi che

avviano i primi rapporti con gli emigrati in America, tra cui i fondatori dell’organizzazione

mafiosa d’oltre Oceano.

Le acque sotterranee avvennero dovuto essere inserite nell’elenco delle acque pubbliche,

invece sono state lasciate allo sfruttamento dei privati, spesso noti rappresentanti

  36  

dell’associazione mafiosa. La falda freatica andava impoverendosi per il vero e proprio

saccheggio operato dai privati e, in particolare, dai mafiosi, mentre in molti pozzi

l’intrusione di acqua marina ne rendeva impossibile l’uso.

L’acqua dovrebbe essere un bene pubblico, invece l’Azienda municipale acquedotto di

Palermo (Amap) prende in affitto i pozzi dei privati e, negli anni Settanta, il Comune di

Palermo paga quella che dovrebbe essere la sua acqua.

Il controllo pubblico degli acquedotti

Tornando alla costruzione e gestione dei primi acquedotti ottocentesche, a un certo

punto della storia i Comuni hanno incominciato a riprendere il controllo diretto degli

impianti realizzati grazie alle società private.

Il dibattito sulla municipalizzazione, si sviluppò quando l’incalzare degli eventi rese il tema

del controllo pubblico un argomento politico di prima urgenza. Iniziative generalmente

assunte sulla spinta di esigenze concrete: da un lato finanziare le casse comunali con le

ingenti rendite connesse alla gestione dei servizi, dall’altro dare risposta ai problemi

alimentati dalla crescita delle città.

Nel 1880 l’ambito di intervento si estese anche agli acquedotti. Le prime concrete

realizzazioni non ebbero una connotazione politico-ideologica, al punto che l’unico

Comune a porsi su questa strada a motivazioni esplicitamente politiche fu Reggio Emilia,

dove una giunta nel 1899, procedette alla municipalizzazione del gas e dell’illuminazione

e nel 1900, all’istituzione della prima farmacia comunale.

In Gran Bretagna, considerato da molti modello di riferimento, esisteva già da oltre

trent’anni una legislazione favorevole all’assunzione diretta dei servizi da parte degli enti

locali. Ciò aveva permesso la diffusa presenza di aziende municipalizzate, producendo

risultati positivi a vantaggio sia dei cittadini sia delle finanze comunali.

Certo, le società private hanno avuto il merito di portare l’acqua un po’ dappertutto nel

XIX secolo, quando era necessario trovare i capitali per costruire le grandi opere di

adduzione. Tuttavia, superata una certa soglia, la natura commerciale dell’impresa, si

rivelano penalizzati per la qualità del servizio. Da una parte, vi erano forti incentivi a

risparmiare sulle opere di filtraggio e purificazione della’acqua a scapito della qualità;

dall’altra, la rigida spartizione dei bacini di utenza fra un gruppo ristretto di società e la

redditività decrescente dei nuovi investimenti rallentavano l’adeguamento della rete alle

dimensioni metropolitane della grande Londra.

L’Italia segue l’esempio inglese

Anche in Italia avveniva qualcosa di simile a quanto accaduto in Gran Bretagna. Sotto

l’effetto della grande epidemia di colera del 1888 si arrivava ad approvare un nuovo

codice sanitario. Il pericolo del contagio richiedeva interventi urgenti e risoluti. Durante il

periodo del governo Crispi.

  37  

Tra la fine del secolo e l’inizio del Novecento, nella stagione dei grandi lavori, sono i

privati a prendere in mano la situazione costruendo la gran parte delle reti idriche, con la

speranza di lauti guadagni.

L’acqua ritorna nelle mani dei Comuni

I grandi profitti realizzati dalle società private e la necessità di estendere il servizio anche

alle fasce della popolazione che non potevano permettersi di pagare l’allacciamento alla

rete idrica, spinse il Parlamento nel 1903 a varare un’apposita legge per la

municipalizzazione degli acquedotti. Già nel 1904 in 26 capoluoghi di Provincia, il servizio

idrico era direttamente nelle mani dei Comuni.

Non è che gli utili derivanti dalla vendita dell’acqua fossero spartiti, finivano però nelle

casse dei Comuni. Ed erano proventi piuttosto cospicui che servivano a migliorare ed

estendere il servizio, in modo che anche i ceti popolari vi potessero acceder.

Ma non è un fenomeno solo italiano, anche gli altri Paesi europei sono contagiati e

particolarmente la Gran Bretagna, che della municipalizzazione fu l’antesignana.

La base di questo movimento era costruita da una corrente municipalista nella quale si

riconoscevano tutti coloro che credevano nella democrazia municipale e cioè nel diritto e

nella capacità delle comunità locali di decidere delle scelte più idonee a risolvere i loro

problemi collettivi, superando quel centralismo burocratico che il nostro Paese aveva

ereditato dal sistema amministrativo napoleonico.

In quel periodo si parlava addirittura di ‘socialismo municipale’ per il quale la

municipalizzazione doveva costruire la prima tappa di una generale collettivizzazione o

statizzazione dei mezzi di produzione.

Si arriva così all’avvento del fascismo che contrasta da subito la municipalizzazione. Così,

in qualche caso i servizi locali ritornano ai privati, come è accaduto a Reggio Emilia.

Lo sviluppo delle aziende municipalizzate e delle gestioni comunali in economia riprende

dopo la guerra. Ma ben presto emergono gravi problemi economici. Il deficit delle

aziende municipalizzate cresce a dismisura.

Una serie di provvedimenti legislativi spingono allora verso la privatizzazione per tentare

di risolvere i gravi problemi finanziari degli enti locali. Un secolo dopo gli acquedotti

ritornano nelle mani dei privati e delle multinazionali.

  38  

IL RITORNO DELL’ACQUAIOLO

L’acqua pura. L’acqua che guarisce. L’acqua che dona benessere. Suggestioni che

ritroviamo nei messaggi pubblicitari e nelle aspettative di milioni di italiani che ormai si

dissetano esclusivamente con l’acqua minerale. Un fenomeno del consumismo

contemporaneo che alimenta un mercato gigantesco e crea enormi problemi ambientali.

La ricerca della purezza è la molla principale che spinge all’acquisto.

Sin dai tempi della civiltà greca si conosce il legame tra le malattie e la salubrità

dell’acqua. Ma è a partire dal XIX secolo che questo è provato scientificamente. Alla fine

dell’Ottocento si è così intensificata la ricerca dell’acqua pura che, unita alla moda

salutista in voga a quei tempi, portò alla riscoperta delle terme, dove tra le altre cure a

base di acqua di beveva molto per depurare e guarire l’organismo.

In principio fu l’idroterapia

È più o meno all’inizio del XX secolo che le famose bottiglie incominciano a essere

vendute e consumate anche a centinaia di chilometri dalla fonte. L’impiego delle acque

termali per idroterapia nel bacino del Mediterraneo, era conosciuto fin dai tempi antichi.

Se, dunque, i Greci furono tra i primi popolo a conoscere e apprezzare le acque termali, i

romani esaltarono questo metodo di cura e di relax attraverso la realizzazione delle

monumentali Thermae pubbliche.

I medici romani confermavano i salutari effetti del ricorso alle acque e procedevano a vari

tentativi di classificazione in relazione alle caratteristiche chimico-fisiche e alle relative

patologie. La cura termale dell’epoca imperiale portò in seguito Roma a sfruttare le

sorgenti anche per usi terapeutici specifici.

Nel corso del Medioevo la pratica termale venne ristretta al solo uso terapeutico. I primi

studi idrologici condotti a partire dal XIII secolo da scienziati e medici.

Da centri di cura le località termali si andarono trasformando in centri di villeggiatura e di

vita mondana che richiamavano la classe borghese dell’epoca. Le classi economicamente

e culturalmente elevate si recavano presso le terme per trascorrere giornate di riposo.

Come tutto questo a un certo punto della nostra storia si traduca in un colossale business

da supermercato fa parte dei meccanismi della moderna società di consumi.

La storia dell’acqua minerale è la vera storia della corsa all’oro blu, l’elemento naturale

alla base della vita capace di generare un giro di affari mondiale. Acqua e denaro è ormai

un binomio inscindibile.

Siamo al confine tra Abruzzo e Marche, non è sud, ma l’economia agropastorale e il

dialetto fanno pensare più all’Abruzzo che a una Regione del centro con distretti

industriali all’avanguardia. Unica vera ricchezza, da sempre, è l’acqua. Siamo nel regno

della Sibilla e qui è scoppiata una strana ‘guerra’ dell’acqua, con sindaci e altri

amministratori locali che se la contendono.

  39  

Massimo Rossi, avvocato, presidente della Provincia, esponente del Contratto mondiale

dell’acqua, lancia un interessante dibattito: è giusto imbottigliare e commercializzare

<<

l’acqua, un bene comune? E ancora, è giusto avviare il progetto prima di aver avuto una

valutazione tecnica quando lo stesso Ciip (ex Consorzio idrico intercomunale) ha

ammesso che ci possono essere problemi in caso di emergenza idrica? . Mentre la

>>

Provincia sospende tutte le autorizzazioni richieste per lo sfruttamento delle acque,

scende in campo pure il sindacato, ma diviso: da una parte la Cisl favorevole alla fabbrica

dell’acqua, dall’altra la Cgil contraria. La controversia coinvolge anche le associazioni

ambientaliste, e perfino il Cai (club alpino italiano), che difende sorgenti e laghetti di

montagna.

Nel regno dei Sibillini

Spostiamoci al di là dei Sibillini, in quel di Perugia, precisamente a Gualdo Tadino, patria

della Rocchetta. Qui si combatte da anni un’altra ‘guerra’, ma questa volta sono gli

abitanti che non vogliono l’ampliamento della fabbrica dell’acqua.

La Rocchetta ha richiesto alla Provincia di Perugia la concessione di 20 litri al secondo per

dissetare un mercato in crescita. Il Comitato dell’Arpa (Agenzia regionale protezione

ambientale), insorge, organizza assemblee pubbliche, raccoglie prove sulla volontà della

Rocchetta di voler a ogni costo accaparrarsi l’acqua della zona costringendo il Comune di

Gualdo Tadino a rinunciare addirittura ai suoi litri.

Ma non è l’unica ‘guerra’ dell’acqua che si combatte in italia: piccoli e grandi contenziosi

sono presenti un po’ ovunque, mentre aumenta la richiesta di permessi di ricerca di

nuove fonti o si progetta l’ampliamento di qualche stabilimento per far fronte alle

necessità di un mercato in costante crescita.

La rondine della San Benedetto

A Padernello in provincia di Treviso in un’area Sic (Sito di interesse comunitario), la San

Benedetto vorrebbe costruire un nuovo stabilimento, ma il progetto ha suscitato la

protesta della popolazione, delle associazioni ambientaliste e una interrogazione

parlamentare proprio per la vicinanza dello stabilimento all’area protetta.

Il via al progetto era stato dato il 6 agosto 2004. Il 12 gennaio 2004, l’Osservatorio acque

interne dell’Arpav (Agenzia regionale protezione ambiente del Veneto) ha stilato una

relazione. Dalle indagini idrogeologiche e chimiche sul sito del nuovo insediamento su

campioni di acqua prelevati nei pozzi risultano concentrazioni di ferro disciolto,

<<

manganese e arsenico superiori al limite di legge: possono presentare un rischio per la

salute pubblica. Inoltre è stata rilevata la presenza di particelle inquinanti. Si tratta,

dunque, di un’area idrogeologicamente critica, in cui qualsiasi fattore esterno potrebbe

stravolgere i delicatissimi equilibri esistenti e sconsiglia di imbottigliare acque sotterranee

con le caratteristiche chimico-fisiche come quelle accertate per il fatto che alcuni

parametri sono superiori ai limiti imposti dalla normativa vigente in materia di

inquinamento delle acque e delle acque per il consumo umano .

>>

  40  

Oltre tutto la provincia di Treviso aveva accertato la presenza di microinquinante nelle

acque di falda dei comuni di Quinto e Paese. Sembra che il composto inquinante citato

sia un prodotto di degradazione del principio attivo Bromocile, commercializzato per il

diserbo di aree incolte e probabilmente smaltito nella discarica ex cava Tiretto situata in

prossimità del sito della San Benedetto.

Secondo gli ambientalisti, lo stabilimento trevigiano porterà a un forte aumento del

traffico sulla statale Postumia.

Quelle concessioni a buon mercato

Nella primavera del 2004, la Corte dei conti del Piemonte ha finalmente squarciato il velo

sul ‘mistero’ delle concessioni minerarie per l’estrazione dell’oro blu. Sono le provincie a

incassare i magri canoni di concessione delle fonti.

La Corte dei conti lamenta la mancata collaborazione di molte Provincie nel fornire i dati.

Una vecchia legge del 1927 prevedeva la partecipazione dello Stato agli utili delle

aziende che imbottigliano. La Regione incassava dei canoni annui di concessione.

Nonostante le Regioni pretendano sempre di più come tassa di concessione, i produttori

pagano ancora l’acqua meno di un centesimo di euro al litro, mentre la Lombardia, per

esempio, per smaltire le bottiglie di plastica spende 20-25 milioni di euro all’anno.

Secondo un calcolo la colla usata per attaccare l’etichetta costa di più del contenuto. La

bottiglia di plastica (chiamata preforma) può costare 5 centesimi di euro; il tappo meno di

un centesimo cos’ come l’etichetta (dalle 4 alle 20 lire).

Quell’acqua pura e cristallina arriva sulle nostre tavole come se fosse appena sgorgata

dalla fonte: è un servizio/lusso che si deve pur pagare. Vedremo invece che la vera forza

di questo prodotto deriva da un immaginario collettivo che il marketing e la pubblicità

sono riusciti a intercettare con grande successo.

Per legge non è acqua ‘potabile’

La normativa relativa all’acqua minerale è diversa da quella che regola l’acqua potabile.

Per cui, formalmente, la minerale non può essere definita ‘acqua potabile’, anzi la

definizione giuridica è ‘acqua da uso umano’. Questo non significa che ciò che è

contenuto in una bottiglia non è ‘buono da bere’, semplicemente alcune acque minerali

in commercio hanno parametri che non rispecchiano quelli relativi all’acqua potabile.

Numerose acque minerali possono contenere sostanze ed elementi salini in

concentrazione così elevate che, se sottoposte alle analisi di laboratorio il responso

potrebbe essere: ‘acqua non potabile’ oppure ‘acqua non destinata al consumo umano.

Come si spiega questa apparente contraddizione? Spulciando la Guida alle acque

minerali naturali si legge ad un certo punto: prima di consumare un’acqua minerale

consultate il vostro medico.. la ragione di questa avvertenza è semplice: essendo in

origine un prodotto ‘terapeutico’ che si vendeva in farmacia potrebbe avere indicazioni e

controindicazioni. Anche se oggi la legge dice che più ‘avere proprietà eventualmente

favorevoli alla salute’.

  41  

Nonostante la minerale sia ormai bevuta in alternativa all’acqua di rubinetto continuano a

persistere delle differenze normative.

La lobby dell’oro blu

C’è stata un’azione di lobbying che ha permesso alle aziende di ottenere una normativa a

volte compiacente.

Tutto ha origine nel 1999 a Rionero in Vulture, provincia di Potenza. Il Vulture altro non è

che un vulcano spento da oltre 150.000 anni. L’acqua piovana che attraversa le antiche

lave si carica di molti elementi naturali, alcuni dei quali possono rendere l’acqua

particolarmente ricca di arsenico. Attorno alla vecchia caldera, ci sono fonti sulfuree,

ferruginose e perfino leggermente frizzanti. Pasquale Merlino non riusciva a darsi pace a

causa della presenza di due stabilimenti che imbottigliano l’acqua del vulcano, la stessa

che da bambino poteva bere senza correre al supermercato. Essendo perito chimico, si è

dotato di un piccolo laboratorio ed è così che si è reso conto che qualche acqua minerale

era meglio non berla oppure la si poteva tutt’al più sorseggiare con parsimonia come se

fosse una medicina e non mandata giù a sorsate generone. Inoltre, scoprì che la legge

permetteva di mettere in commercio perfino acqua non potabile.

Merlino si rivolse al Sindaco e successivamente anche al Prefetto di Potenza, ma nulla da

fare. A questo punto non rimaneva che appellarsi all’Unione europea.

Era il 2 luglio 1999 e quando Merlino finì di scrivere la sua lettera alla Commissione

europea, non poteva certo immaginare il terremoto che avrebbe causato. Merlino

segnalava che 19 sostanze tossiche potevano essere presenti nella minerale in misura

superiore rispetto ai limiti previsti per l’acqua di rubinetto.

La Commissione europea ha ascoltato l’allarme e ha avviato una procedura d’infrazione

nei confronti dell’Italia. In sostanza, il governo italiano doveva chiarire perché ha fissato

limiti per le sostanze tossiche largamente superiori a quelli ammessi per l’acqua di

rubinetto.

Incalzato dalla Commissione europea, il ministero della Sanità ha inviato, nell’ottobre

2000, uno schema di modifica del decreto 1992, fissando limiti più severi per le 19

sostanze tossiche o indesiderabili, in linea con quanto previsto per l’acqua potabile dal

vecchio decreto del 1988.

Così, dopo l’intervento dell’Unione europea, l’Italia con il decreto ministeriale del 31

maggio 2001 ha abbassato per la acqua minerali i limiti per alcuni parametri.

Lo Stato italiano, per cercare di bloccare la procedura di infrazione dell’Unione europea,

aveva provveduto a inviare a Bruxelles una proposta di modifica, con qualche deroga.

Molte marche fuorilegge

Il nuovo decreto finisce per mettere nei guai molte aziende, perché non erano e non sono

in grado di assicurare la totale assenza di microinquinanti organici. Dopo il maggio 2001

e fino alla fine del 2003, si è andati avanti con il ministero della Salute costretto a

chiedere i certificati con le analisi conformi al volere dell’Unione europea, e le aziende

  42  

che temporeggiavano o inviavano analisi parziali oppure ottenute con metodi non

contemplati dalla legge. Alla fine, oltre 200 marche su 260 sono risultate fuori norma.

Che cosa ci si poteva aspettare a questo punto? Poteva il ministero della Salute

diffondere una lista nera e mettere in ginocchio un intero e lucroso settore industriale? Di

fronte a questa situazione il ministero della Salute ha colto al balzo l’occasione offerta da

una nuova Direttiva europea sull’acqua minerale, dove in una tabella allegata resuscita i

microinquinanti organici, che sono ritornati a essere tollerati.

Il ministero salva le bollicine

Il decreto ha introdotto una soglia di tolleranza per una serie di sostanze tossiche ad alto

rischio grazie alla quale le grandi aziende produttrici di acque minerali possono

continuare a immettere sul mercato prodotti irregolari, in danno dai consumatori e in

contrasto con le normative europee. Le aziende produttrici potranno continuare a

dichiarare che le acque minerali imbottigliate sono esenti da ogni inquinamento.

Dunque, invece di affrontare all’origine le cause dell’inquinamento, il ministro della Salute

si è inventato questo singolare espediente giuridico, grazie al quale le acque minerali

inquinate diventano miracolosamente pure. Con questo decreto si consente la presenza

di composti nocivi in acque spesso pubblicizzate come benefiche per la salute.

E la minerale finisce in tribunale

A proposito di rischi sanitari, nel 2004, la Procura della repubblica di Bari ha concluso le

indagini sulla presunta non genuinità e pericolosità per la salute pubblica di alcuni lotti di

acque minerali della zona del Vulture (Potenza). Secondo l’inchiesta, una certa acqua

effervescente naturale è risultata non solo pericolosa per la salute pubblica, ma anche

non genuina e in cattivo stato di conservazione. Ma questo processo è un caso piuttosto

raro.

La potente lobby dei produttori di acqua minerale gode di privilegi e coperture che forse

non ha eguali in altri Paesi. Comunque dei processi a carico dei produttori di bollicine

raramente si parla sui giornali.

Un silenzio sospetto

In rapporto dedicato ai problemi dell’inquinamento, presentato al primo ministro francese

si dice: ‘Lo sviluppo dell’offerta e il livello di consumo dell’acqua minerale fortemente

mineralizzata, un tempo riservata a chi aveva bisogno di cure mediche, non è oggetto di

un’attenzione sanitaria sufficiente, soprattutto per i possibili effetti sui bambini’.

Impossibile ritrovare una simile attenzione su questo tema in Italia da parte delle

pubbliche istituzioni. Il fatturato sfiora i 3 miliardi di euro.

Probabilmente è a causa dell’importanza economica di questo settore che sulla stampa

non si trovano quasi mai notizie che possono mettere in pericolo il lucroso business.

Un settore industriale imponente

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DETTAGLI
Esame: Geografia I
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in lettere classiche e moderne
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher beariassunti.net di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Bertini Maria Augusta.

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