La filosofia antica
Profilo critico storico
F. Trabattoni
Riassunto
La filosofia antica: profilo critico storico
I presocratici
Il periodo, i filosofi, le opere
La filosofia è nata nel VII secolo a.C. in Grecia (ricordiamo che il mondo greco, costituito da Grecia continentale, insulare e colonie, sia orientali che occidentali, era frantumato dal punto di vista politico e sociale, ma comunque aveva la coscienza di appartenere a un’unità etnico-culturale, cementatasi con le guerre persiane).
Dal VII secolo a.C. nelle poleis, che erano il nucleo geografico e sociale dello Stato Greco, parte un processo di democratizzazione della vita politica, che sostituisce il dominio dell’aristocrazia. Ovviamente il processo non è così lineare, le strutture politiche erano spesso molto fluide e vedevano l’alternanza di aristocrazia, democrazia e tirannia. Questa fluidità politica caratterizza in particolar modo le colonie, che erano più vivaci anche dal punto di vista culturale.
È proprio nelle colonie che nasce la filosofia: lì vivono e operano i primi filosofi, detti presocratici (cioè anteriori a Socrate). Le opere dei presocratici per lo più non ci sono giunte (la tradizione diretta è scarsissima, ci sono pochi testi conservati su papiro, in particolare recentemente ne sono stati trovati alcuni di Empedocle), quindi per conoscere qualcosa su di loro dobbiamo fare affidamento alla tradizione indiretta (cioè ad autori più tardi, soprattutto dossografi), costituita da:
- Frammenti (citazioni testuali)
- Testimonianze (riassunti o parafrasi delle loro opinioni)
I primi filosofi presocratici sono i Milesi o Ionici (dall'isola di Mileto in Asia Minore), di cui abbiamo notizie incerte che oscillano tra storia e leggenda; essi sono:
- Talete: vissuto tra l'ultimo quarto del VII e VI secolo, annoverato tra i sette sapienti;
- Anassimandro: contemporaneo di Talete, autore – secondo la tradizione – del primo libro in prosa, Perì Physeos;
- Anassimene: discepolo di Anassimandro, morto nel 525 a.C.;
- Pitagora: nato nel 570 a Samo, si trasferì a Crotone (in Magna Graecia) dove fondò una scuola, che era anche una comunità politica e religiosa, e lì morì a fine VI secolo;
- Filolao di Crotone: vissuto tra seconda metà del V secolo e i primi anni del VI, fu il primo a mettere per iscritto la dottrina pitagorica;
- Archita di Taranto: vissuto nella seconda metà del IV secolo, fu tiranno di Taranto e valente matematico;
- Eraclito: nato a Efeso nella metà del VI secolo, autore di Perì Physeos, opera di cui abbiamo dei frammenti;
- Parmenide: contemporaneo di Eraclito, nato e vissuto a Elea (attuale provincia di Salerno), scrisse un Sulla Natura di cui abbiamo diversi frammenti;
- Senofane: nato a Colofone tra 580-565, fu un poeta con interessi filosofici e viaggiò per la Grecia;
- Zenone di Elea: discepolo di Parmenide e più giovane di una quarantina d’anni, scrisse Sulla Natura e divenne celebre per le sue sottigliezze dialettiche;
- Melisso di Samo: contemporaneo di Zenone, fu un politico e un generale, scrisse Sulla natura o Sull’essere;
- Empedocle: nato ad Agrigento nel 480, nel 444 partecipò alla fondazione della colonia panellenica di Turi. Partecipò alla vita politica della sua città natale come fautore del partito democratico, per questo fu esiliato e morì, secondo la leggenda, buttandosi nell’Etna. Scrisse due poemi: Sulla Natura e Purificazioni;
- Anassagora: nato a Clazomene, in Asia Minore, tra il 500 e il 496, nel 462 si trasferì ad Atene ed entrò a far parte della cerchia di Pericle e divenne amico di Euripide. Nel 432 dovette riparare in esilio per l’accusa di empietà. Scrisse un libro in prosa, Sulla Natura, che ebbe diffusione vasta;
- Leucippo: nato a Mileto nei primi decenni del secolo V, si recò prima ad Elea e poi ad Abdera dove conobbe Democrito, che divenne suo discepolo;
- Democrito: nato nel 460 ad Abdera (Tracia), morì dopo la scomparsa di Socrate (399). Scrisse due opere: Grande Cosmologia e Sull’intelletto. Ebbe interessi enciclopedici.
La natura e i principi
La physis
I Presocratici non sono accomunati solo dal fatto di aver vissuto prima di Socrate (anche perché ci sono dei presocratici contemporanei di Socrate!), ma anche da un’uniformità del tema di indagine: la natura. Il nome di presocratici vuole quindi sottolineare la svolta avvenuta con l’avvento di Socrate, il quale spostò l’interesse dell’indagine filosofia dalla natura all’uomo. In questo senso Trabattoni e altri studiosi ritengono che sarebbe più corretto usare il termine di “presofisti”, perché la novità del tema di indagine “uomo” è stata attuata anche da loro, non solo da Socrate.
Natura = φὐσις < φὐομαι = generarsi, nascere
Con physis i Greci intendevano un tutto dinamico, in perenne movimento di trasformazione, come se fosse animato da una sua vita propria. Inoltre non indica solo la natura ma anche la sua caratteristica principale (come quando si dice “la natura del fuoco è quella di scaldare”).
Quindi: i presocratici studiarono la natura nel senso che si sforzarono di individuare gli aspetti dominanti del mondo intrinsecamente animato di cui facevano parte. I motivi per cui la loro indagine è filosofica sono due:
- Interesse per il punto di vista generale: essi vogliono determinare le caratteristiche generali della realtà.
- Utilizzo del metodo del logos, cioè l’argomentazione razionale che raccoglie il particolare nell’universale. Questa è la differenza fondamentale con il mito (perché il mito, come la filosofia, vuole determinare l’origine ultima di tutte le cose, ma lo fa attraverso criteri improbabili).
I milesi
I primi tre filosofi sono chiamati filosofi dell’Arché, perché ritenevano che tutta la realtà derivasse da un solo principio (Arché, appunto). Arché per i presocratici è il “principio” in quattro diverse accezioni, tutte fuse insieme e quindi indistinguibili:
- Principio in senso cronologico
- Principio in senso causale
- Principio in senso logico
- Principio in senso materiale
In più c’è un altro tipo di significato, che va a sommarsi a quello di “principio”:
- Elemento divino presente in tutte le cose
Talete è ricordato come il primo filosofo, che individuò l’Arché nell’acqua (δῶρ, termine che non indica precisamente l’acqua ma in generale l’elemento umido) secondo quanto ci riferisce – o forse suppone leggendo Talete – Aristotele. Tale idea nasce dall’osservazione che la vita nasce sempre dall’umido, e che quindi l’umido ha un rapporto fondamentale con la natura. Sempre Aristotele riferisce che, secondo Talete, la terra era un cerchio piatto che galleggiava sulle acque.
Talete è il primo filosofo perché, come una serie di aneddoti ci testimonia (vedi quello del riso della servetta tracia: T. cammina guardando le stelle e cade in un pozzo), egli indagava la natura con mezzi umani e razionali, senza spiegazioni mitiche, con una vocazione speculativa e un disinteressato amore per il sapere.
Anassimandro fu discepolo di Talete, ebbe interessi “scientifici”, infatti si dice che abbia realizzato la prima carta geografica del mondo a lui noto. Egli individuò l’Arché nell’àpeiron, che significa infinito e indefinito: per spiegare la molteplicità presente in natura non si può ricondurre tutto a un solo principio, ma è necessario ipotizzare l’esistenza di un “indeterminato” che possa divenire tutte le cose. Egli credeva che la terra, a differenza di Talete, non avesse bisogno di nessun sostegno, ma che rimanesse nel luogo dov’è grazie al suo perfetto equilibrio con tutte le cose. Come il maestro, invece, riteneva che i primi viventi erano nati nell’acqua, mentre propria di Anassimandro è la teoria evoluzionistica ad essa collegata: anche gli uomini sono nati dai pesci. Sia la teoria dell’apeiron che la cosmologia mostrano un tentativo di astrazione.
Anassimene individua l’Arché nell’aria (aèr, cioè elemento gassoso): l’aer dà origine a tutte le cose che esistono mediante processi di rarefazione e condensazione. Tale teoria è interessante perché Anassimene spiega le differenze qualitative riscontrabili nella realtà tramite mutamenti di tipo spaziale o meccanico. I motivi per cui Anassimene privilegia l’elemento gassoso sono:
- È l’elemento più mobile di tutti
- È legato alla respirazione, e quindi alla vita
Il pitagorismo
Il pitagorismo è una realtà complessa, infatti non è solo una corrente filosofica ma anche un movimento religioso (legato a culti misterici) dalla vita in comune e dall’esercizio sia della vita attiva (politica) che di quella contemplativa (ricerca pura).
I pitagorici seguono la stessa linea di ricerca dei milesi, perché anche essi cercano l’Arché, individuandolo nel numero. È difficile capire in che senso il numero – che per noi è un’entità astratta – possa essere ciò che costituisce il mondo, come una sorta di materia di cui sono fatte le cose. Il fatto è che gli antichi non facevano distinzione tra aritmetica e geometria, per cui il numero era sia lo strumento per contare le cose che le cose da esso contate, non era solo astratto ma aveva anche una consistenza spaziale-materiale, per esempio distinguevano tra numeri quadrati e numeri rettangolari:
Es. Il 3 era rappresentato così, dunque era "quadrato":
** *
Sono due i motivi per cui hanno scelto il numero come principio di tutto:
- La numerabilità si può applicare a tutto, anche alle cose astratte (per esempio per i pitagorici i numeri quadrati – nel senso moderno del termine – erano immagine della giustizia, perché simboleggiano l’atto di dare a ciascuno la stessa cosa: 9=3x3, 4=2x2, 49=7x7).
- Il modo migliore per cogliere l’ordine dell’universo è scoprire le leggi matematiche che lo governano, in particolare le proporzioni. Questo principio è applicabile in special modo alla musica (si ottengono, infatti, suoni gradevoli se si rispettano rapporti numerici) e all’astronomia (gli astri si muovono secondo leggi matematiche); un curioso collegamento tra musica e astronomia è la teoria pitagorica per cui i cieli, muovendosi, creerebbero una musica celestiale.
La matematica aveva un carattere sacro, al punto che la tetraktys (la somma dei primi quattro numeri naturali) era considerata una divinità e rappresentata così:
**********
La tetraktys riassume i principi generativi di tutti i numeri.
Un pilastro della cultura antica è il pensiero polare, per cui la realtà è un insieme di coppie di opposti; a partire da questo principio i pitagorici hanno individuato la polarità originaria: il limite e l’illimitato. Ecco il ragionamento che sta dietro a questa polarità originaria:
- Ogni cosa al mondo è una realtà determinata, cioè ha dei limiti: so che l’inchiostro è inchiostro perché ha dei limiti che lo separano dal foglio.
- Generare la realtà vuol dire quindi mettere dei limiti all’illimitato.
- Dunque nell’illimitato non esiste ancora nulla, così come il limite in quanto limite non esiste: sono due cose che non hanno senso di esistere se non in relazione l’una all’altra.
Limite e illimitato sono diversi dal punto di vista del valore:
| Limite | Illimitato |
|---|---|
| Sinonimo di compiuto, perfetto | Sinonimo di non-finito, non-compiuto |
| Origine delle cose belle e buone | Origine delle cose brutte e cattive |
| Dispari | Pari |
| Uno | Molteplice |
| Destra | Sinistra |
| Maschio | Femmina |
| Retta | Curva |
| Luce | Oscurità |
| Quadrato | Rettangolo |
Le motivazioni di queste differenze sono spesso oscure o difficili, facciamo solo esempio di maschio/femmina: nella procreazione la femmina fornisce la materia, mentre l’uomo impartisce la forma, motivo per cui la femmina è l’illimitato su cui il maschio pone il limite.
Eraclito
Eraclito e Parmenide sono sempre stati contrapposti, facciamo un brevissimo schema:
| Eraclito | Parmenide |
|---|---|
| Filosofo della mobilità delle cose, del divenire, della differenza dell’essere | Filosofo dell’unità, immobilità e omogeneità |
Ma ci sono dei punti in comune:
- Consapevolezza che la ricerca del principio non può limitarsi alle evidenze ma deve andare in profondità ed essere rielaborato concettualmente
Abbiamo notizie di Eraclito dai dossografi, che lo presentano come:
- Un continuatore dei milesi perché trovò l’Arché nel fuoco;
- Il filosofo del divenire, perché tutto cambia incessantemente, l’unica cosa stabile è il divenire stesso (celebre è il motto con cui si sintetizza la sua filosofia “Panta rhi” – anche se non è un frammento eracliteo – o la questione per cui non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume).
Quest’ultima immagine – quella del filosofo del divenire – è stata recentemente messa in discussione dalla critica a partire dalla lettura del frammento 50:
“Non dando ascolto a me ma al logos è saggio dire che con esso che tutto è uno”
Per capire meglio possiamo leggere i frammenti 53 e 88 in cui Eraclito dice che il conflitto (polemos) è padre di tutte le cose, dunque due considerazioni:
- La lotta tra contrari non è solo distruttiva perché è proprio nel conflitto che ogni contrario si determina per quello che è
- Se il conflitto è padre di tutte le cose, allora non esiste alcuna realtà non polare
Da qui traiamo il significato del frammento 50: tutto è uno nel senso che gli opposti sono due facce della stessa realtà. Eraclito ha esemplificato ciò con paragoni:
- Arco: la sua esistenza dipende dall’equilibrio tra due forze (quella del legno e quella della corda), delle quali nessuna riesce a prevaricare. Se una delle due forze prevale, l’arco si rompe.
- Lira: stesso equilibrio
Il conflitto è presente in ogni cosa, a volte in modo nascosto (il conflitto va scoperto col pensiero). L’unità delle cose è sinonimo dunque di conflitto, non di divenire. Tutto è uno proprio perché le cose non potrebbero differire tra loro se non fossero aspetti della stessa unità. In questa visione il divenire è quel particolare conflitto in cui c’è alternanza temporale.
Parmenide e Melisso
Parmenide è il fondatore dell’ontologia, perché è stato il primo a introdurre il concetto di essere. L’essere in greco si dice τὸ ὄν, il participio neutro del verbo essere, che permette di intendere il concetto in modo astratto/generale, preceduto da articolo determinativo che, invece, attribuisce all’essere la dignità di oggetto. L’idea di essere emerge in “Sulla Natura”, poema in esametri. In apertura di tale opera Parmenide si immagina di essere condotto alla presenza di una dea, personificazione della Verità, che gli spiega che le uniche “vie” che si possono pensare sono:
- Una che è e che non è possibile che non sia = l’essere
- Una che non è e che non è necessario che non sia = il non essere
La dea dice che solo la via dell’essere è praticabile, perché il non essere non può né essere pensato né detto. Opponendo le due vie dell’essere e del non essere, Parmenide vuole aprire la ricerca sulle vere caratteristiche dell’essere, che dipendono proprio dalla differenza affermare/negare: solo seguendo la via dell’affermazione si possono scoprire le caratteristiche dell’essere, perché la negazione è impossibile e contraddittoria.
| Caratteristiche dell’essere | Motivazione |
|---|---|
| Ingenerato e incorruttibile | Perché altrimenti non sarebbe stato prima di generarsi e non sarebbe più dopo essersi corrotto |
| Omogeneo | Perché altrimenti per un aspetto sarebbe in un modo e per un altro aspetto non lo sarebbe |
| Immobile | Perché altrimenti, muovendosi, non sarebbe più in un certo luogo |
| Intemporale | Perché in caso contrario non sarebbe più ciò che era |
| Indivisibile e continuo |
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