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I filosofi milesi: Talete, Anassimandro, Anassimene

Tradizionalmente, la filosofia nasce a Mileto, una colonia greca della Ionia, nel VII secolo a.C. Talete, Anassimandro e Anassimene sono ritenuti gli esponenti della scuola ionica o milesia. In realtà si mette in dubbio che Talete e gli altri siano appartenuti ad una vera scuola filosofica, anche perché le scuole di pensiero dell’antichità erano diverse da ciò che intendiamo oggi: rappresentavano non soltanto un comune indirizzo di pensiero, ma erano delle vere e proprie associazioni tra hetairoi (compagni) che avevano in comune anche ideali politici, religiosi, morali e a volte beni materiali. Aristotele, nel IV secolo, contrappose chiaramente la maniera scientifica e razionale di interpretare il mondo di questa nuova scuola all’antica maniera narrativa e mitica. Filosofi i primi, mitologi i secondi.

Talete di Mileto

Talete di Mileto, vissuto tra il 641 e il 546 a.C., fu filosofo e fisiologo (testimonianza di Aristotele). Nessuno scritto e poche notizie sulla vita: partecipò alla lotta delle colonie ioniche alleate del re di Lidia Creso contro Ciro, re dei Persiani. Testimonianze più antiche su di lui: Erodoto (V secolo) afferma che in quest’occasione avrebbe deviato il corso di un fiume per consentire il passaggio dell’esercito di Creso.

Nel 585 a.C. il filosofo avrebbe predetto un’eclissi di sole che poi avvenne, ciò significava la capacità di usare tavole astronomiche già elaborate dalla cultura mesopotamica. Talete però elaborò una vera a propria teoria dell’eclissi, senza miracoli o interventi divini, in cui si elaboravano fenomeni naturali partendo da cause interne alla natura stessa.

Talete fu anche uno studioso di geometria: dimostrò che il cerchio è diviso in due parti uguali dal diametro; scoprì che gli angoli alla base di ogni triangolo isoscele sono uguali, dimostrando il teorema delle rette parallele.

Acqua: Fu ritenuto il primo filosofo perché per primo si pose il problema dell’archè delle cose. Questa, però, è una testimonianza aristotelica e gli studiosi moderni hanno affermato che la teoria del divenire, come formula aristotelica della sostanza che permane identica nel variare e nel divenire della molteplicità dei fenomeni, è appunto propria di Aristotele.

Pur non ponendosi il problema del principio come se lo pone Aristotele, la sua testimonianza evidenzia la novità di pensiero di Talete rispetto alle antiche cosmogonie orientali e greche (da Oceano si originano tutte le cose). L’acqua è il fondamento di tutte le cose perché è il nutrimento di tutte le cose e i semi di tutte le cose sono umidi dimostrazione di una mentalità che sa combinare insieme osservazione, esperienza e ragionamento: dall’osservazione dei casi particolari alla legge generale (mentalità che gli permise di spiegare il perché dei terremoti legandoli ad una legge generale e razionale valida universalmente).

Anassimandro

Di Anassimandro, nulla si sa della vita, probabilmente scrisse un trattato di geografia astronomica e terrestre (descrizione e spiegazione di fenomeni come tuoni, folgori, lampi, venti e descrizione di una teoria generale di una storia naturale dell’universo e della terra) in cui esponeva le sue idee sull’origine dell’uomo intitolato “Intorno alla natura”.

Costruì una squadra per misurare i solstizi e gli equinozi, disegnò delle carte geografiche con i contorni di terre abitate, forse una sfera che riproduceva i moti degli astri: trovò così un rapporto tra le loro grandezze e distanze e stabilì che il sole è una sfera ventotto volte più grande della terra.

Apeiron: Ha pensato l’universo come qualcosa di misurabile, di soggetto a leggi universali comprensibili e non forze misteriose o divine. Concepì l’universo come un tutto unico ed eterno, immobile in sé stesso, e lo chiamò apeiron (infinito, o indefinito), perché non era possibile pensarlo in termini di fenomeni particolari.

All’interno dell’apeiron, per via di un movimento anch’esso eterno, si produce l’infinita varietà di fenomeni particolari, dei (peras: limite, fenomeni finiti). Ecco perché l’infinito è la condizione del finito, delle cose che acquistano una propria fisionomia particolare proprio perché assumono dei limiti precisi che le differenziano da tutti gli altri finiti: in questo senso il finito si separa dall’apeiron. Aristotele, come fa con Talete, interpreta l’apeiron anassimandreo come il principio.

Anassimandro chiama tempo “ciò che determina la generazione, l’esistenza e la distruzione dei mondi”, a questo ritmo non si sottrai neanche l’uomo, che non è una creatura privilegiata nell’ordine dell’universo. Anassimandro ebbe l’importante intuizione di una evoluzione delle specie viventi, specie umana compresa, da specie di ordine inferiore.

Anassimene di Mileto

Anassimene di Mileto (585/580 – 528/524) discepolo o forse amico di Anassimandro, fu uno studioso di fenomeni meteorologici e di geografia terrestre. Sostiene che la terra è piatta, e questa sua forma è il motivo della sua stabilità.

Per Anassimene, come per gli altri, l’universo è formato dagli stessi elementi e non c’è differenza fra la terra e gli astri: le stelle sono di natura ignifuga, questo fuoco abbraccia i corpi di natura terrosa e si muovono nel loro moto intorno alla terra.

Pneuma: Anche in questo caso, abbiamo un principio unico, il pneuma (aria, soffio), dal quale si originano tutte le cose che però, a differenza di Anassimandro, è illimitato nella quantità, cioè infinito, ma dotato di alcune qualità specifiche. Una testimonianza di Simplicio ci dice che Anassimene pensò allo pneuma come a una specie di respiro dell’universo, per analogia con il corpo umano: così anche il cosmo si tiene unito grazie allo pneuma che mantiene la coesione fra le sue varie parti.

Tutte le cose sono aria che assume forme e qualità diverse a seconda della quantità di rarefazione e di condensazione che in ciascuna di esse si realizza. La scuola milesia raggiunse il suo risultato più elevato spiegando la qualità delle diverse specie di materia mediante la qualità di materia primordiale e sostenendo che “il movimento esiste fin dall’eternità”, cioè che è un fatto basilare che non richiede spiegazioni.

Il pitagorismo

Pitagora e la scuola pitagorica

Pitagora di Samo (570-497/496) fondò una delle poche scuole presocratiche (che aveva carattere di comunità religiosa, politica e scientifica) e per primo usò il termine ‘filosofia’ per indicare il complesso delle sue dottrine e delle sue ricerche. Sulla vita: lasciò Samo nel 540 (inizio tirannide di Policrate) e giunse nella Magna Grecia dove visitò varie città sostando maggiormente a Crotone e Metaponto dove forse morì.

Lui e i suoi seguaci furono molto attivi nelle lotte politiche che travagliavano la vita di tutte le città della Magna Grecia, influenzando le legislazioni di molte colonie greche e appoggiando principalmente il partito aristocratico e oligarchico. Quando il partito democratico si impadronì di Crotone furono tutti costretti a fuggire e a rifugiarsi forse a Metaponto.

Momento politico significativo di questo periodo della Magna Grecia raccontatoci da Porfiro: dopo la sconfitta dei suoi a Crotone, Pitagora scappò e si diresse verso Locri, ma prima che entrasse nella città un’ambasceria di anziani gli disse che se avesse avuto bisogno di qualcosa gliel’avrebbero data, ma che poi sarebbe dovuto andar via. La scuola pitagorica ben presto si sviluppò anche in Grecia e la sua tradizione rimase fino ai secoli dell’era volgare.

Difficile ricostruire le prime dottrine pitagoriche per via dell’accavallarsi delle testimonianze e la tendenza dei pitagorici a riportare al maestro tutte le dottrine, anche quelle più nuove, per avvallarle con la sua autorità. Aristotele parlava di ‘Pitagorici primi’ (primi discepoli di Pitagora) e ‘Pitagorici secondi’ (generazione vissuta tra il V secolo e i primi decenni del IV secolo): ma è una distinzione incerta.

Secondo la tradizione sulla scuola pitagorica, si dice che per essere ammessi bisognava superare prove difficili, che vigeva la comunione dei beni e che bisognava tenere un certo tipo di comportamento. All’interno vi era una netta differenza fra discepoli: acusmatici (coloro ammessi solo per ascoltare), matematici (coloro che approfondivano la dottrina ed erano tenuti al segreto più rigoroso su di essa).

Si diede inoltre forte impulso a dottrine scientifiche come la matematica, la geometria e la musica che raggiungevano livelli molto alti e non facilmente comprensibili dai discepoli.

La più antica scuola pitagorica elaborò una teoria dei numeri come principi di spiegazione della realtà: i numeri (entità semplici) avevano probabilmente una consistenza sia ideale (matematica) sia materiale (corporea e fisica). Per esempio, il numero 5 nell’ordine fisico è le cinque pietre che ho di fronte a me, nell’ordine matematico è il concetto mediante il quale indico l’insieme delle cinque pietre. Le varie leggi che regolano i rapporti tra i numeri servivano quindi anche a spiegare i rapporti tra le cose reali: la matematica si presentava come la forma di conoscenza più alta.

Come in matematica esistono questi contrasti ed opposizioni tra le due serie fondamentali di numeri, così anche nella realtà del mondo fisico e della vita dell’uomo è sempre riscontrabile questa legge della contrarietà. I pitagorici elencavano infatti questa serie di coppie di opposti che regolano la vita del mondo naturale.

La matematica grazie a questa scuola conobbe un notevole progresso nel V secolo: la concezione dello spazio e del tempo dei pitagorici era essenzialmente anti parmenidea. Parmenide affermava infatti che ‘niente continua, è discreta, separa ciò che è da ciò che è’, cioè lo spazio è una realtà per i Pitagorici la realtà è cioè composta da entità singole e indivisibili (es. i numeri).

Anche dottrine religiose trovavano posto nella scuola, come quelle della metensomatosi, cioè il passaggio dell’anima, immortale, da un corpo all’altro in successive incarnazioni, e la dottrina della trasmigrazione delle anime, quando i Pitagorici assimilarono dottrine orfiche e idee religiose di purificazione. Queste dottrine furono però successive a Pitagora e alle prime scuole.

I primi Pitagorici, secondo testimonianza di Aristotele, sostennero una dottrina corpuscolare dell’anima, intesa come elemento materiale principio di movimento, secondo testimonianza di Platone nel Fedro, sostennero una dottrina dell’anima-armonia: l’anima è armonia risultata dalla combinazione di tutti gli elementi che entrano a far parte del corpo di ognuno, e quindi anch’essa si dissolve nel corpo che la contiene.

Discepoli più importanti

  • Ippaso di Metaponto (fine VI- prima metà V secolo): problemi geometrici connessi alla scoperta del teorema di Pitagora, ossia l’incommensurabilità di alcune grandezze e l’irrazionalità di alcuni numeri. Inoltre indagò il rapporto tra la matematica e i numeri.
  • Alcmeone di Crotone: la legge della contrarietà, valida per spiegare i fenomeni dell’universo, acquista una specifica importanza per l’uomo che è costituito da due elementi opposti (umido-secco, caldo-freddo) che, se in equilibrio, determinano la salute (isonomia), se uno degli opposti prevale (monarchia) allora si avrà la malattia. Elaborò inoltre una teoria della percezione sensibile. Studiando il meccanismo dell’attività dei cinque sensi e sostenendo che il centro che coordina e accorda le varie sensazioni è il cervello. Vi è un frammento in cui afferma che la caratteristica della conoscenza umana è il basarsi su sempre nuove ipotesi, contrapposta alla sapienza divina che già possiede tutte le nozioni cristallizzate in un sapere certo, ma fisso e immobile.
  • Filolao di Crotone: merito di collegare e ricerche matematiche a quelle biologiche, mediche, astrologiche. Aveva idea di una ‘matematizzazione’ di tutta la scienza: ‘leggere’ matematicamente l’universo intero cogliendone quindi la profonda armonia che risulta dai rapporti tra tutte le cose apparentemente simili e contrarie. Egli fu il primo ad elaborare un sistema cosmologico basato sulla centralità di un ‘fuoco’ intorno al quale ruotano dieci pianeti, che comprendono anche la terra e il sole.
  • Archita di Taranto: (V e IV secolo a.C.) solo dalla conoscenza della matematica è possibile derivare la conoscenza delle altre scienze. Approfondì molto il campo musicale: dalla scoperta del rapporto tra la lunghezza di una corda e il suono che emette, riuscì a stabilire tutti i rapporti matematici che regolano gli accordi di quarta della scala della musica e stabilì tre classiche medietà proporzionali nella musica: media aritmetica (termine maggiore supera il medio di tanto quanto il medio supera il minore: 12-9=9-6), media geometrica (primo termine sta al secondo come il secondo sta al terzo: 2:4=4:8) e la media subcontraria o armonica (termine maggiore supera il medio di tanta parte di sé di quanta il medio supera il terzo termine: [12-8]: [8-6] = [12-6]).

Eraclito

Eraclito di Efeso (530/520-470/460 circa) sappiamo solo che si ritirò dalla vita politica quando il suo amico capo del partito aristocratico filopersiano fu esiliato. Scrisse un libro intitolato Sulla Natura di cui sono rimasti più di cento frammenti che ci sono pervenuti assolutamente privi di ogni contesto testuale, per di più brevi e non molto chiari (Aristotele definì Eraclito “l’oscuro”): stile influenzato da quello oracolare e dal linguaggio allusivo. Questo spiega il perché di interpretazioni diverse e contrastanti, e leggende di vario tipo. Una di queste riguarda il suo supposto contrasto con la tesi della realtà immobile di Parmenide. Eraclito avrebbe invece sostenuto la tesi dell’eterno divenire della realtà: pantha rei, tutto scorre, come le acque di un fiume che non sono più le stesse. Ma la dottrina del pantha rei non compare mai nei frammenti autentici di Eraclito, ma risale agli eraclitei dei tempi di Platone.

I frammenti del fiume vanno interpretati come espressione dell’altra dottrina, interamente eraclitea, della tensione dei contrari. In un’ottica molto aristocratica, Eraclito era scettico riguardo coloro che sanno molte cose ma non comprendono il senso autentico della realtà. La maggior parte degli uomini infatti non comprende che il mondo in cui si trova sta dormendo, frase poi ripresa da Platone: i loro occhi sono chiusi alla verità. Questa verità è il logos (‘ragione’, ‘parola’, ‘discorso’, ‘dottrina’, ‘libro’) eterno che è al fondo delle cose, la legge universale che regola l’accadere di tutte le cose.

Il logos eraclideo non è la lineare e razionale legge scientifica della realtà, ma è la contraddittorietà profonda che è al di sotto dell’apparente linearità. È una continua tensione di opposti che ci si rivela non appena e ogni volta che andiamo al di là dell’apparenza; il logos è la legge della realtà, che consiste nella continua presenza e lotta di elementi contrastanti. ‘Svegliarsi’ significa quindi cogliere la contraddittorietà della realtà. Eraclito assimila il logos al fuoco, perché il fuoco non è allo stesso tempo sempre lo stesso. Questa tensione è la vera ‘armonia nascosta’ delle cose.

Parmenide e Zenone

Gli ionici avevano scritto le loro opere in prosa, rompendo con la tradizione precedente della poesia. Con Senofane di Colofone, di origine ionica, nasce un nuovo genere di poesia che, pur conservando i metri e i modi della poesia tradizionale, si riempie di contenuti nuovi (etica, logica, politica, etc). Senofane, che ebbe una grande influenza sulla scuola di Elea, è famoso per la sua polemica contro la visione antropomorfa della divinità e per aver aperto la strada ai poemi naturali del secolo successivo, quelli di Parmenide di Elea e Empedocle di Agrigento.

Parmenide di Elea: (520-440 circa a.C.) è il primo tra i presocratici dei quali possediamo qualche notizia in più: partecipò attivamente alla vita politica della sua città, il suo discepolo più importante fu Zenone insieme al quale, negli ultimi anni di vita, compì un viaggio ad Atene dove incontrarono un giovane Socrate. Di lui ci sono rimasti 160 versi di un poema intitolato Sulla Natura, in cui immagina di compiere un viaggio che lo porta al cospetto di una Dea la quale gli rivela un programma completo del sapere in tutti i campi. Questo ci permette di verificare e correggere l’immagine tramandata da altri della sua filosofia, specialmente da Platone che ha interpretato la filosofia di Parmenide come una conoscenza esclusivamente razionale, contrapponendo quindi un’astratta ‘verità’ alle ‘opinioni’ dei molti. (Interpretazione funzionale alla filosofia di Platone).

Parmenide non si discosta da quella intuizione fondamentale propria dei pensatori ionici della realtà intesa come un tutto unico ed eterno.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ele.pi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia antica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Bonazzi Mauro.
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