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Riassunto esame storia della filosofia antica, prof. Bonazzi, libri consigliati Filosofia antica e Filosofia antica - profilo storico critico

Riassunto per l'esame di storia della filosofia antica e del prof. Bonazzi, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo dei libri consigliati dal docente Filosofia antica e Filosofia antica - profilo storico critico. Scarica il file in PDF!

Esame di Storia della filosofia antica docente Prof. M. Bonazzi

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perché dei terremoti legandoli ad una legge generale e razionale valida

universalmente).

Anassimandro, nulla si sa della vita, probabilmente scrisse un trattato di

geografia astronomica e terrestre (descrizione e spiegazione di fenomeni come

tuoni, folgori, lampi, venti e descrizione di una teoria generale di una storia

naturale dell’universo e della terra) in cui esponeva le sue idee sull’origine

dell’uomo intitolato “Intorno alla natura”.

Costruì una squadra per misurare i solstizi e gli equinozi, disegnò delle carte

geografiche con i contorni di terre abitate, forse una sfera che riproduceva i

moti degli astri: trovò così un rapporto tra le loro grandezze e distanze e stabilì

che il sole è una sfera ventotto volte più grande della terra.

Apeiron:

Ha pensato l’universo come qualcosa di misurabile, di soggetto a leggi

universali comprensibili e non forze misteriose o divine.

Concepì l’universo come un tutto unico ed eterno, immobile in sé stesso, e lo

apeiron

chiamo (infinito, o indefinito), perché non era possibile pensarlo in

termini di fenomeni particolari.

dell’apeiron,

All’interno per via di un movimento anch’esso eterno, si produce

perata

l’infinita varietà di fenomeni particolari, dei (peras: limite, fenomeni

finiti).

Ecco perché l’infinito è la condizione del finito, delle cose che acquistano una

propria fisionomia particolare proprio perché assumono dei limiti precisi che le

differenziano da tutti gli altri finiti: in questo senso il finito si separa

dall’apeiron.

Aristotele, come fa con Talete, interpreta l’apeiron anassimandreo come il

principio.

Anassimandro chiama tempo “ciò che determina la generazione, l’esistenza e

la distruzione dei mondi”, a questo ritmo non si sottrai neanche l’uomo, che

non è una creatura privilegiata nell’ordine dell’universo.

Anassimandro ebbe l’importante intuizione di una evoluzione delle specie

viventi, specie umana compresa, da specie di ordine inferiore.

Anassimene di Mileto (585/580 – 528/524) discepolo o forse amico di

Anassimandro, fu uno studioso di fenomeni meteorologici e di geografia

terrestre. Sostiene che la terra è piatta, e questa sua forma è il motivo della

sua stabilità.

Per Anassimene, come per gli altri, l’universo è formato dagli stessi elementi e

non c’è differenza fra la terra e gli astri: le stelle sono di natura ignifuga, questo

fuoco abbraccia i corpi di natura terrosa e si muovono nel loro moto intorno alla

terra.

Pneuma: pneuma

Anche in questo caso, abbiamo un principio unico, lo (aria, soffio), dal

quale si originano tutte le cose che però, a differenza di Anassimandro, è

illimitato nella quantità, cioè infinito, ma dotato di alcune qualità specifiche.

Una testimonianza di Simplicio ci dice che Anassimene pensò allo pneuma

come a una specie di respiro dell’universo, per analogia con il corpo umano:

così anche il cosmo si tiene unito grazie allo pneuma che mantiene la coesione

fra le sue varie parti.

Tutte le cose sono aria che assume forme e qualità diverse a seconda della

quantità di rarefazione e di condensazione che in ciascuna di esse si realizza.

La scuola milesia raggiunse il suo risultato più elevato spiegando la qualità

delle diverse specie di materia mediante la qualità di materia primordiale e

sostenendo che “il movimento esiste fin dall’eternità”, cioè che è un fatto

basilare che non richiede spiegazioni.

IL PITAGORISMO

PITAGORA E LA SCUOLA PITAGORICA

Pitagora di Samo (570-497/496) fondò una delle poche scuole presocratiche

(che aveva carattere di comunità religiosa, politica e scientifica) e per primo

usò il termine ‘filosofia’ per indicare il complesso delle sue dottrine e delle sue

ricerche.

Sulla vita: lasciò Samo nel 540 (inizio tirannide di Policrate) e giunse nella

Magna Grecia dove visitò varie città sostando maggiormente a Crotone e

Metaponto dove forse morì.

Lui e i suoi seguaci furono molto attivi nelle lotte politiche che travagliavano la

vita di tutte le città della Magna Grecia, influenzando le legislazioni di molte

colonie greche e appoggiando principalmente il partito aristocratico e

oligarchico. Quando il partito democratico si impadronì di Crotone furono tutti

costretti a fuggire e a rifugiarsi forse a Metaponto.

Momento politico significativo di questo periodo della Magna Grecia

raccontatoci da Porfiro: dopo la sconfitta dei suoi a Crotone, Pitagora scappò e

si diresse verso Locri, ma prima che entrasse nella città un’ambasceria di

anziani gli disse che se avesse avuto bisogno di qualcosa gliel’avrebbero data,

ma che poi sarebbe dovuto andar via.

La scuola pitagorica ben presto si sviluppò anche in Grecia e la sua tradizione

rimase fino ai secoli dell’era volgare.

Difficile ricostruire le prime dottrine pitagoriche per via dell’accavallarsi delle

testimonianze e la tendenza dei pitagorici a riportare al maestro tutte le

dottrine, anche quelle più nuove, per avvallarle con la sua autorità.

Aristotele parlava di ‘Pitagorici primi’ (primi discepoli di Pitagora) e ‘Pitagorici

secondi’ (generazione vissuta tra il V secolo e i primi decenni del IV secolo): ma

è una distinzione incerta.

Secondo la tradizione sulla scuola pitagorica, si dice che per essere ammessi

bisognava superare prove difficili, che vigeva la comunione dei beni e che

bisognava tenere un certo tipo di comportamento. All’interno vi era una netta

differenza fra discepoli: acusmatici (coloro ammessi solo per ascoltare),

matematici (coloro che approfondivano la dottrina ed erano tenuti al segreto

più rigoroso su di essa).

Si diede inoltre forte impulso a dottrine scientifiche come la matematica, la

geometria e la musica che raggiungevano livelli molto alti e non facilmente

comprensibili dai discepoli.

La più antica scuola pitagorica elaborò una teoria dei numeri come principi di

spiegazione della realtà: i numeri (entità semplici) avevano probabilmente una

consistenza sia ideale (matematica) sia materiale (corporea e fisica). Per

esempio il numero 5 nell’ordine fisico è le cinque pietre che ho di fronte a me,

nell’ordine matematico è il concetto mediante il quale indico l’insieme delle

cinque pietre.

Le varie leggi che regolano i rapporti tra i numeri servivano quindi anche a

spiegare i rapporti tra le cose reali: la matematica si presentava come la forma

di conoscenza più alta.

Come in matematica esistono questi contrasti ed opposizioni tra le due serie

fondamentali di numeri, così anche nella realtà del mondo fisico e della vita

legge della contrarietà.

dell’uomo è sempre riscontrabile questa I pitagorici

elencavano infatti questa serie di coppie di opposti che regolano la vita del

mondo naturale.

La matematica grazie a questa scuola conobbe un notevole progresso nel V

secolo: la concezione dello spazio e del tempo dei pitagorici era

essenzialmente anti parmenidea. Parmenide affermava infatti che ‘niente

continua,

separa ciò che è da ciò che è’, cioè lo spazio è una realtà per i

discreta,

Pitagorici la realtà è cioè composta da entità singole e indivisibili (es. i

numeri).

Anche dottrine religiose trovavano posto nella scuola, come quelle della

metensomatosi, cioè il passaggio dell’anima, immortale, da un corpo all’altro in

trasmigrazione delle anime,

successive incarnazioni, e la dottrina della quando

i Pitagorici assimilarono dottrine orfiche e idee religiose di purificazione. Queste

dottrine furono però successive a Pitagora e alle prime scuole.

I primi Pitagorici, secondo testimonianza di Aristotele, sostennero una dottrina

corpuscolare dell’anima, intesa come elemento materiale principio di

movimento, secondo testimonianza di Platone nel Fedro, sostennero una

dell’anima-armonia:

dottrina l’anima è armonia risultata dalla combinazione di

tutti gli elementi che entrano a far parte del corpo di ognuno, e quindi

anch’essa si dissolve nel corpo che la contiene.

Discepoli più importanti:

Ippaso di Metaponto (fine VI- prima metà V secolo): problemi geometrici

connessi alla scoperta del teorema di Pitagora, ossia l’incommensurabilità di

alcune grandezze e l’irrazionalità di alcuni numeri. Inoltre indagò il rapporto tra

la matematica e i numeri.

Alcmeone di Crotone: la legge della contrarietà, valida per spiegare i

fenomeni dell’universo, acquista una specifica importanza per l’uomo che è

costituito da due elementi opposti (umido-secco, caldo-freddo) che, se in

equilibrio, determinano la salute (isonomia), se uno degli opposti prevale

(monarchia) allora si avrà la malattia.

teoria della percezione sensibile.

Elaborò inoltre una Studiando il meccanismo

dell’attività dei cinque sensi e sostenendo che il centro che coordina e accorda

le varie sensazioni è il cervello.

Vi è un frammento in cui afferma che la caratteristica della conoscenza umana

è il basarsi su sempre nuove ipotesi, contrapposta alla sapienza divina che già

possiede tutte le nozioni cristallizzate in un sapere certo, ma fisso e immobile.

Filolao di Crotone: merito di collegare e ricerche matematiche a quelle

biologiche, mediche, astrologiche. Aveva idea di una ‘matematizzazione’ di

tutta la scienza: ‘leggere’ matematicamente l’universo intero cogliendone

quindi la profonda armonia che risulta dai rapporti tra tutte le cose

apparentemente simili e contrarie. Egli fu il primo ad elaborare un sistema

cosmologico basato sulla centralità di un ‘fuoco’ intorno al quale ruotano dieci

pianeti, che comprendono anche la terra e il sole.

Archita di Taranto: (V e IV secolo a.C.) solo dalla conoscenza della

matematica è possibile derivare la conoscenza delle altre scienze. Approfondì

molto il campo musicale: dalla scoperta del rapporto tra la lunghezza di una

corda e il suono che emette, riuscì a stabilire tutti i rapporti matematici che

regolano gli accordi di quarta della scala della musica e stabilì tre classiche

medietà proporzionali nella musica: media aritmetica (termine maggiore

supera il medio di tanto quanto il medio supera il minore: 12-9=9-6), media

geometrica (primo termine sta al secondo come il secondo sta al terzo:

2:4=4:8) e la media subcontraria o armonica (termine maggiore supera il

medio di tanta parte di sé di quanta il medio supera il terzo termine: [12-8]: [8-

6] = [12-6]).

ERACLITO

Eraclito di Efeso (530/520-470/460 circa) sappiamo solo che si ritirò dalla vita

politica quando il suo amico capo del partito aristocratico filopersiano fu

esiliato. Sulla Natura

Scrisse un libro intitolato di cui sono rimasti più di cento

frammenti che ci sono pervenuti assolutamente privi di ogni contesto testuale,

per di più brevi e non molto chiari (Aristotele definì Eraclito “l’oscuro”): stile

influenzato da quello oracolare e dal linguaggio allusivo. Questo spiega il

perché di interpretazioni diverse e contrastanti, e leggende di vario tipo. Una di

queste riguarda il suo supposto contrasto con la tesi della realtà immobile di

Parmenide. Eraclito avrebbe invece sostenuto la tesi dell’eterno divenire della

realtà: pantha rei, tutto scorre, come le acque di un fiume che non sono più le

stesse. Ma la dottrina del pantha rei non compare mai nei frammenti autentici

di Eraclito, ma risale agli eraclitei dei tempi di Platone.

I frammenti del fiume vanno interpretati come espressione dell’altra dottrina,

tensione dei contrari.

interamente eraclitea, della

In un’ottica molto aristocratica, Eraclito era scettico riguardo coloro che sanno

molte cose ma non comprendono il senso autentico della realtà. La maggior

parte degli uomini infatti non comprende che il mondo in cui si trova sta

dormendo, frase poi ripresa da Platone: i loro occhi sono chiusi alla verità.

logos

Questa verità è il (‘ragione’, ‘parola’, ’discorso’, ’dottrina’, ’libro’) eterno

che è al fondo delle cose, la legge universale che regola l’accadere di tutte le

cose.

Il logos eraclideo non è la lineare e razionale legge scientifica della realtà, ma è

la contraddittorietà profonda che è al di sotto dell’apparente linearità. E’ una

continua tensione di opposti che ci si rivela non appena e ogni volta che

andiamo al di là dell’apparenza; il logos è la legge della realtà, che consiste

nella continua presenza e lotta di elementi contrastanti.

‘Svegliarsi’ significa quindi cogliere la contraddittorietà della realtà.

Eraclito assimila il logos al fuoco, perché il fuoco e non è allo stesso tempo

sempre lo stesso.

Questa tensione è la vera ‘armonia nascosta’ delle cose.

PARMENIDE E ZENONE

Gli ionici avevano scritto le loro opere in prosa, rompendo con la tradizione

precedente della poesia.

Con Senofane di Colofone, di origine ionica, nascita di un nuovo genere di

poesia che, pur conservando i metri e i modi della poesia tradizionale, si

riempie di contenuti nuovi (etica, logica, politica, etc).

Senofane, che ebbe una grande influenza sulla scuola di Elea, è famoso per la

sua polemica contro la visione antropomorfa della divinità e per aver aperto la

strada ai poemi naturali del secolo successivo, quelli di Parmenide di Elea e

Empedocle di Agrigento.

Parmenide di Elea: (520-440 circa a.C.) è il primo tra i presocratici dei quali

possediamo qualche notizia in più: partecipò attivamente alla vita politica della

sua città, il suo discepolo più importante fu Zenone insieme al quale, negli

ultimi anni di vita, compì un viaggio ad Atene dove incontrarono un giovane

Socrate. Sulla Natura,

Di lui ci sono rimasti 160 versi di un poema intitolato in cui

immagina di compiere un viaggio che lo porta al cospetto di una Dea la quale

gli rivela un programma completo del sapere in tutti i campi. Questo ci

permette di verificare e correggere l’immagine tramandata da altri della sua

filosofia, specialmente da Platone che ha interpretato la filosofia di Parmenide

come una conoscenza esclusivamente razionale, contrapponendo quindi

un’astratta ‘verità’ alle ‘opinioni’ dei molti. (Interpretazione funzionale alla

filosofia di Platone)

Parmenide non si discosta da quella intuizione fondamentale propria dei

pensatori ionici della realtà intesa come un tutto omogeneo, uno, eterno e

continuo all’interno della quale hanno senso i fenomeni col loro divenire e col

loro cambiare.

Questa intuizione viene però arricchita da Parmenide da una serie di

considerazioni sul metodo della ricerca che lo rendono il padre della ricerca

scientifica e delle indagini sulla logica.

(1.) Da un lato abbiamo la realtà intesa nella sua totalità, to eon (ciò che è),

che non può né nascere né perire, non ha né passato né futuro. Parmenide

semata

deduce e dimostra tutta la serie di (segni), cioè delle caratteristiche di

ciò che è: ingenerato, indistruttibile, esente dal mutamento e fuori dal tempo,

omogeneo, uno, continuo, indivisibile.

(2.) All’interno di questo tutto (una sfera) vi sono fenomeni particolari, con

semata tutti diversi, la serie delle cose che sono.

Parte più importante aver stabilito la differenza di metodo con il quale

l’uomo deve costruire il suo discorso, metodo diverso a seconda che si parli di

te eon(1.) o te eonta(2.) (ciò che è o le cose che sono). I semata della prima via

sono diversi da quelli della seconda: nascita e morte, ad esempio, sono

concetti non noti al ciò che è, ma sono pienamente adeguati se si parla delle

cose che sono, il tempo non può essere applicato a ciò che è, ed invece è la

sola misura possibile per le cose che sono.

Necessità di considerare i te eonta come il risultato dei due elementi

fondamentali che Parmenide chiama luce e notte.

Parmenide ha delle parole molto dure sia per chi non distingue questi due

metodi, sia per chi non sa dare un senso alle esperienze disperdendosi nella

verità e molteplicità delle esperienze senza vedere il legame necessario.

Convinzione che la legge con la quale il pensiero opera nel costruire la sua

organizzazione delle esperienze è la stessa legge che opera nella realtà, che

connette realmente tutte le cose.

Non c’è quindi fratture tra ragione e sensibilità, tra conoscenza razionale ed

esperienza sensibile, il pensiero costituisce la possibilità di conoscere se stessi

e di conoscere il mondo tutto data la fondamentale omogeneità dell’uomo con

la natura.

Parmenide è il primo che rivendichi all’uomo la possibilità di apprendere ogni

cosa.

Melisso di Samo: allievo di Parmenide (‘scuola eleatica’), unico episodio della

sua vita che si conosce è la sua guida della flotta di Samo nella vittoriosa

battaglia contro gli Ateniesi del 442/441. Aristotele lo accusa di non aver capito

la dottrina del maestro, ma oltre alla scuola di Elea, Melisso è possibile che

abbia frequentato anche la scuola ionica influenza delle argomentazioni

logiche di Parmenide e sviluppo di temi tipici degli Ionici: la natura è un uno-

tutto, omogeneo e continuo; se però secondo Parmenide il tutto è al di fuori del

tempo, secondo Melisse il tutto si identifica con il tempo eterno, senza fine:

esso è ciò che era sempre e sempre sarà. Ne deriva dunque che il tutto è

infinito (diverso da Parmenide, come Anassimandro).

Zenone di Elea: (500/490 a.C.) conobbe Socrate ad Atene secondo una

testimonianza presente del Parmenide, partecipò attivamente alla vita politica

della sua città combattendo contro il tiranno Nearco, dal quale fu fatto

uccidere.

Della sua opera rimangono pochissimi frammenti e qualche testimonianza,

soprattutto aristotelica, tutte dirette a criticare i suoi argomenti.

Sembra che nel suo scritto Zenone attaccasse con saldi argomenti gli avversari

delle dottrine di Parmenide, soprattutto i Pitagorici (tesi della molteplicità di

entità semplici geometriche come i numeri e dell’esistenza del vuoto).

Per l’arguzia dei suoi argomenti, Zenone viene definito l’inventore della

‘dialettica’, cioè del discutere e confutare servendosi di brillanti paradossi.

Contro la tesi degli enti pitagorici, sosteneva che se si ammette la loro

molteplicità, si sta dicendo che sono limitati e illimitati allo stesso tempo, il che

è impensabile.

Ammettere la molteplicità degli enti non significa spiegare i fenomeni, peggio

ancora sarebbe voler spiegare il movimento partendo dalla ipotesi della

discontinuità pitagorica.

Zenone elaborò quatto elementi:

1) ciò che si muove deve giungere prima alla metà che non al termine del suo

percorso, e prima ancora alla metà della metà, e così via all’infinito;

2) argomento di Achille;

3)la freccia in moto sta ferma;

4) argomento dello stadio.

Con la riduzione all’assurdo della tesi pitagorica della monade e del movimento

Zenone non voleva negare la realtà dei molteplici fenomeni dell’esperienza, né

la realtà del movimento: voleva da un lato mostrare le grandi difficoltà che si

incontrano quando si vuole fare dell’esperienza una rigorosa analisi logica e

dall’altro voleva mettere in luce l’importanza nello studio della natura di una

logica delle relazioni.

intuisce la necessità di saldare l’indagine sulla natura al nuovo strumento

della logica.

Scoperta abbandonata a partire dalla fisica sostanzialistica di Aristotele e

ripresa solo in seguito.

EMPEDOCLE

Amore e odio, principi di tutte le cose

Con Empedocle, Anassagora e Democrito di Abdera inizierebbe una nuova

tendenza della filosofia presocratica, quella del ‘pluralismo’. Dopo un primo

momento caratterizzato dal ‘monismo’ della scuola ionica (archè come unico

principio alla base della realtà); dopo la battaglia tra Parmenide ed Eraclito,

sostenitori di una realtà immobile o di una realtà in continuo divenire, i

‘pluralisti’ avrebbero elaborato delle dottrine capaci di risolvere i problemi

emergenti dalle posizioni degli Ionici risolvendo il contrasto essere-divenire

proprio della contrapposizione Parmenide-Eraclito semplicemente aumentando

il numero degli archai. Questo schema, che risale a Platone ed Aristotele e si

spiega nella centralità che l’archè aveva per quest’ultimo, oggi non viene più

accettato sia perché contiene delle inesattezze e perché è una semplificazione

eccessiva di un periodo culturale complesso.

Infatti, 1. In piena epoca ‘monista’ si possono riscontrare posizioni decisamente

pluraliste come quella dei Pitagorici; 2. Non è possibile parlare di una

opposizione Parmenide-Eraclito essendo molti i punti in contatto tra le loro

visioni; 3. Non è possibile applicare semplicisticamente la problematica

dell’archè nei termini in cui è impostata da Aristotele ai pensatori che lo hanno

preceduto.

Pensatori del V secolo: rappresentanti di una filosofia che si andava estendendo

dalla periferia del mondo greco ad Atene e che, in questo estendersi, diventava

più complessa.

Nuove caratteristiche:

- originale ripensamento delle dottrine precedenti (rielaborazione pitagorismo

e filosofia di Parmenide da parte di Empedocle e Democrito);

- risposta nuova data alle esigenze politiche, sociali e culturali,

-acquisizione di un metodo scientifico e razionale di indagine di campi nei quali

aveva predominato una mentalità superstiziosa.

Empedocle di Agrigento: (492-432 circa) fu attivo nella vita politica della sua

città in un periodo particolarmente prospero. Ad Agrigento era caduta la

tirannide nei primi decenni del V secolo e si andava rafforzando, come in altre

città greche della Sicilia, il regime democratico di cui Empedocle fu uno dei più

tenaci esponenti: solo esso può portare benessere materiale e culturale alla

città.

Di lui ci rimangono 11 frammenti da un poema Sulla natura e 42 frammenti da

un altro poema, Purificazioni (secondo alcuni studiosi una sola opera).

Anche Empedocle, come Senofane e Parmenide, seguendo la tradizione ionica

critica i concetti di nascita e morte e parla invece di mescolanza e separazione

rizomata

di quattro elementi originari, eterni, originari e imperituri che chiama

(radici): Zeus (fuoco), Era (aria), Edoneo (terra) e Nesti (acqua).

Questi quattro elementi costituiscono la materia eterna, ma in continua

trasformazione.

Accanto alla materia, Empedocle introduce infatti un nuovo concetto: la forza

interna alla materia, forza che è la causa del trasformarsi della materia.

A questa forza, che è bipolare, Empedocle da il nome di Philia e Neikos, cioè

Amicizia e Contesa (Amore e Odio).

Empedocle introduce quindi il fondamentale principio scientifico della

distinzione tra materia (i quattro elementi) e forza (amicizia e contesa).

Sul piano cosmico, l’amicizia è una forza aggregante, che armonizza gli

Sfero);

elementi in un’unità (lo la contesa come una forza disgregante che

Vortice).

tende alla separazione e al distacco fra gli elementi (il

Tra i due punti estremi in cui prevale o l’Amicizia o la Contesa, vi sono due

periodi nei quali le due forse si bilanciano e si armonizzano variamente tra di

loro, dando luogo a fenomeni particolari.

La realtà che noi vediamo è quindi il risultato del comporsi e dello scomporsi

delle quattro radici, soggette all’azione di amicizia e contesa: soggetta a

continua evoluzione. Anche la vita è un risultato di questa evoluzione.

Empedocle descrive anche i processi biologici alle origini dell’animale e

dell’uomo: differenziazione dei sessi, funzione respiratoria, funzione del

pensiero e della conoscenza.

Conoscenza: secondo Empedocle possibile grazie alla fondamentale

‘omogeneità’ del corpo umano con l’ambiente che lo circonda, e afferma quel

principio che sarà chiamato ‘del simile col simile’.

Pensiero, quindi, strettamente legato alla vita e alla costituzione stessa del

corpo dell’uomo e cambia con il cambiare di questa (come Parmenide: il

‘pensare’ e l’‘essere’ dell’uomo formano una inscindibile unità).

Empedocle ebbe anche l’intuizione della corporeità della luce, per cui essa

viaggia nello spazio obbedendo alle stesse leggi che regolano il modo degli altri

corpi e impiega un certo tempo per raggiungere il sole e la terra.

ANASSAGORA

Con Anassagora la filosofia compare ad Atene.

Atene: periodo di grande splendore, vittoria sulla Persia, al contrario di Sparta.

Politica di predominio marittimo, commerciale e industriale che ne fece il

centro più importante dell’Ellade. Periodo di grande splendore interno dovuto

alla vittoria del Partito Democratico capeggiato da Pericle, che detenne il

potere per circa 30 anni. Anassagora coinvolto nel ‘circolo culturale’ di Pericle.

Anassagora di Calzomene (500-428 a.C.), giunto ad Atene nel 462 a.C.,

introdusse nella Grecia continentale la ricerca e la problematica ‘filosofica’ e

scientifica sviluppatasi nelle colonie.

Possediamo pochi frammenti che danno l’idea del nuovo metodo che ormai

divideva nettamente gli antichi sapienti, o i poeti, dai nuovi ‘filosofi’.

Ma il modello della razionalità anassagorea non è il modello di una ragione

‘pura’, astratta e teorica contrapposta alle arti pratiche e manuali; al contrario,

fare pensare,

è un modello che unisce strettamente il al tipico dell’uomo che

comprende agisce

la realtà che lo circonda perché su di essa.

Importante è quindi la nuova mentalità razionalistica che esplicitamente si

porta nella ricerca, quella mentalità che gli fa affermare l’omogeneità e l’unità

del cosmo.

Questo atteggiamento portò Anassagora in conflitto con i rappresentanti del

potere culturale tradizionale: fu accusato di empietà e processato, grazie

all’intervento di Pericle si salvò, ma dovette lasciare Atene per Lampsaco, dove

morì.

Teoria sulla spiegazione razionale della realtà: semi

la spiegazione razionale della realtà parte dall’ipotesi di che costituiscono

le particelle minime della materia, dotate di una propria caratterizzazione

qualitativa.

Questi semi (per Aristotele, omeomeri o omeomerie cioè ‘parti uguali’, per

indicare che pur dividendoli all’infinito non perdono le loro caratteristiche

qualitative) sono ingenerati, incorruttibili ed eterni e si trovano nella

composizione di tutte le cose.

Ma qual è la legge che regola il comporsi e il separarsi dei semi e quindi

dell’apparire e dello sparire dei singoli fenomeni? Lui ipotizza un processo

cosmico che, partendo da un primitivo ‘miscuglio’ conduce al formarsi dei

mondi e alla caratterizzazione di ognuno di essi. forza velocità

Grande intuizione scientifica: stretto rapporto tra e e vede che la

velocità di questi processi è maggiore della velocità che gli uomini esperiscono

tutti i giorni. nous

Quale legge regola questo processo? Il (intelletto, mente).

L’identificazione di questo nous con una mente divina era impossibile poiché

per Anassagora forze esterne erano escluse, come era escluso interpretare le

leggi che regolano l’universo in senso finalistico, riconoscendo cioè un fine

esterno o precostituito del processo stesso (critiche ti Aristotele e delusione di

Platone).

Anassagora ‘il fisicissimo’.

La conoscenza razionale è dunque lo scopo più alto che l’uomo si possa

proporre di realizzare.

Teoria rapporti esperienza-intelligenza:

la valorizzazione della conoscenza razionale non lo porta a svalutare

l’importanza dell’esperienza sensibile che ci può ingannare solo se la

accettiamo semplicisticamente come immediatamente ci si presenta, ma se la

combiniamo col ragionamento, sarà una guida insostituibile al raggiungimento

di quei principi della realtà (i semi, il nous) che costituiscono proprio i principi

fondamentali della nostra esperienza.

Importante intuizione (sviluppata in seguito dalla psicologia contemporanea):

delle percezioni sensoriali c’è un limite (dato dalla piccolezza degli oggetti

corporei e dalla mescolanza degli elementi che li compongono per cui l’uomo

può comprendere solo il tutto ma non le parti, oppure un processo ma non i

singoli momenti) oltre il quale non ci si può spingere.

Parti e momenti possono essere colti solo con l’intervento dell’ipotesi razionale.

DEMOCRITO

Tra la seconda metà del V secolo e i primi decenni del IV si afferma la scuola

atomistica, il cui iniziatore fu Leucippo di cui restano le testimonianze di

Aristotele e Teofrasto.

Difficile stabilire delle differenze con il suo discepolo Democrito.

Leucippo nasce a Mileto, vive poi ad Elea dove avrebbe fatto parte della scuola

eleatica. Infatti le fonti più importanti della scuola atomistica furono il pensiero

degli Ionici e quello di Parmenide. Ad Abdera ebbe come suo discepolo

Democrito, del quale si sa pochissimo. Probabilmente ad Atene conobbe

Socrate.

Adottando l’ormai imprescindibile modello di spiegazioni matematiche e fisiche

di Parmenide e Zenone, lo scopo era trovare concretamente un’ipotesi di

spiegazione della realtà che, pur essendo razionalmente corretta e coerente,

offrisse nello stesso tempo una valida giustificazione di tutti i fenomeni

particolari e principalmente dell’uomo.

l’atomo.

Questa ipotesi è

Tutti i corpi sono divisibili, ma per spiegare questa divisibilità e le qualità

diverse che assumono, bisogno ammettere che sono composti da elementi

primi indivisibili (atomos, indivisibile).

Questi corpi materiali primi si muovono eternamente nel vuoto. (NB.

Movimento eterno e non ha bisogno di nessuna giustificazione, come per gli

Ionici).

La scuola atomistica, dunque, rielaborava le problematiche ioniche della morte

e della trasformazione in rapporto a due questioni:

1. Il rapporto tra esperienza e ragione nell’elaborazione di una teoria

scientifica;

2. Il rapporto tra sensazione, conoscenza e verità nell’ambito del discorso

umano sulla realtà.

Sulla prima questione gli atomisti impostano una continuità tra esperienza

sensibile e ragionamento: l’ipotesi che la realtà sia composta di diversi atomi e

di diverse forme e grandezze che aggregandosi e disgregandosi danno luogo

razionale

alla molteplicità dei fenomeni è un’ipotesi logica e in accordo con

l’esperienza.

Questo accordo tra esperienza e ragione nasce dal fatto che l’una e l’altra sono

solo modificazioni del nostro essere corporeo.

Da qui la seconda questione: come tutti gli enti, l’uomo è formato da atomi, e

questi atomi sono in rapporto con quelli di tutti gli altri enti, questo rapporto è

chiamato ‘sensazione’.

La nostra anima è impressionata dagli oggetti esterni (anima: facoltà di sentire

e venire impressionati agli enti esterni, quindi anch’essa deve essere corporea

e composta da atomi). sentire, accorgersi di

Accanto a questa facoltà di l’uomo ha anche la facoltà di

sentire, pensare.

di l’intelletto.

Quest’altra facoltà è E’ una facoltà strettamente legata alla prima

perché per l’uomo sentire e pensare sono tutt’uno, motivo per cui Aristotele

rimprovera Democrito: ha identificato intelletto e anima col risultato a suo

avviso di confondere verità e opinione.

Per Democrito però verità ed opinione non sono la stessa cosa.

Degli atomi non si può avere sensazione perché sono piccolissimi: essi sono

un’ipotesi razionale. Possiamo avere sensazioni soltanto dei composti degli

atomi, sensazioni comunemente chiamate ‘qualità’ dei corpi. Esse sono ‘vere’

in quanto esprimono reali modificazioni del nostro essere che si determinano in

base ai mutevoli rapporti tra i nostri organi di senso e i corpi a noi esterni, ma

sono mutevoli poiché questi rapporti cambiando continuamente, così come il

pensiero che su di essi si fonda.

Democrito chiama questa forma di conoscenza ‘oscura’.

Vi è una forma di conoscenza che Democrito chiama ‘genuina’, che si fonda

non sugli aspetti mutevoli di quei rapporti e sulle disposizioni del nostro corpi,

ma sulle strutture stesse della realtà: l’intelletto.

Evidente l’influenza di Parmenide su Democrito.

Tra sensi e ragione vi è un rapporto di continuità ma vi è anche un salto

qualitativo: non vi è però mai una frattura perché la conoscenza razionale deve

muovere da quella sensibile e a lei deve tornare per darne le giustificazioni.

Il compito più alto che l’uomo possa proporsi è la costruzione di un sistema di

conoscenze sicure. Conoscenza ed etica sono per Democrito strettamente

connesse.

Etica non fatta di astratte virtù, rinuncia ai piaceri, soffocamento delle passioni,

ma fatta di un uso moderato e giusto dei godimenti che la vita ci offre per

realizzare la crescita dell’uomo nella sua sensibilità e nella sua razionalità.

Equilibrio e misura indispensabili per la felicità.

Democrito: una delle più luminose teorizzazioni dell’ideale dell’uomo greco che

può trovare la sua piena realizzazione solo nell’armonico sviluppo e nel

potenziamento del corpo e della mente, dei sensi e dell’intelligenza in un

quadro di valorizzazione della città democratica del V secolo.

Contemporaneamente a Democrito, di fronte alla crisi della città, si avrà la

risposta drammatica e non sempre ottimista dei sofisti e la proposta utopistica

e rivoluzionaria di Platone.

PROTAGORA

Protagora nasce all’inizio del V secolo (490/470 circa) ad Abdera ed entrò in

contatto in giovane età con la cultura del mondo ionico e persiano

intraprendendo poi la carriera di sofista e maestro in giro per la Grecia.

Riscuote successo ad Atene e secondo diverse testimonianze era ben integrato

nella cerchia di intellettuali di Pericle, legame che solleva una delicata

questione riguardante il suo effettivo coinvolgimento con l’ideologia

democratica allora imperante ad Atene. Un collegamento ci fu sicuramente,

infatti al declino di Pericle corrisponde un offuscamento di Protagora che fu

messo sotto processo. La verità, Sugli dei

Tra le sue opere più importanti: un trattato uno scritto e una

Antilogie

raccolta di (una serie di discorsi contrapposti).

La tesi più nota: “L’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in

quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono”.

Di difficile interpretazione è il significato di ‘uomo’.

Bisogna poi stabilire a quale ambito della filosofia questa frase vada riferita: se

a problemi gnoseologici (teoria della conoscenza) o di etica.

Secondo Platone (Teeteto) questa tesi ci conduce in prima istanza a un ambito

gnoseologico, e ‘uomo’ rinvierebbe a ciascun singolo individuo: ognuno è

giudice ultimo ed inappellabile delle proprie conoscenze.

Non esiste dunque una verità assoluta e valida universalmente.

La verità non è oggettiva, ma soggettiva: la conoscenza accade nell’uomo, non

fuori di lui, e dunque l’uomo è l’unico vero strumento di misura per la verità.

E in cosa consiste la verità? Proprio in questo rapporto dialettico con i fatti, con

la realtà, che ogni singolo stabilisce di volta in volta.

Fuori da ciò non esiste nessun criterio di riferimento assoluto: si potrebbe in ciò

leggere una prima professione di relativismo (infatti, riguardo agli dèi,

Protagora affermava di non sapere né se esistessero né se non esistessero).

Ma qui subentra l’etica. L’abolizione del criterio di verità serve a promuovere

altri criteri regolativi più facilmente applicabili, come viene mostrato nel

Teeteto. Ciò che appare ad una persona è per questa vero, ma ci sono alcune

apparenze più utili e vantaggiose di altre: il sofista, come il medico, è capace di

ristabilire per sé e per gli altri un rapporto più vantaggioso. Il criterio che si

sostituisce a quello della verità è l’utile.

‘Uomo’ è quindi qui inteso in senso generale.

Questo apre l’uomo alla comunità: all’uomo non bastano le doti naturali o i

progressi tecnici, tenderebbe altrimenti come gli animali a commettere

ingiustizia. Per questo Zeus ha decretato che tutti gli uomini partecipano di

giustizia e pudore. Questa predisposizione alla giustizia e alla morale distingue

gli uomini dal regno della violenza che caratterizza invece gli animali. Ma

perché una comunità umana possa costituirsi è necessario che questa

predisposizione genetica si concretizzi in una legge e in valori morali condivisi.

La legge in questo senso coincide con ciò che reca utilità alla comunità.

La sostituzione del vero con l’utile apre la strada all’esercizio della retorica:

compito del sofista è infatti prendere atto delle leggi e dei valori che una

società ha stabilito per prosperare e promuoverli anche e soprattutto nei casi in

cui l’utile di questi non risulti evidenti o sembri controproducente. “Rendere più

forte il discorso più debole”, “Intorno ad ogni oggetto ci sono due ragionamenti

contrapposti”.

L’insegnamento della filosofia assolve ad un importante compito educativo:

tutti gli uomini sono predisposti all’apprendimento della virtù politica, ma

ovviamente alcuni saranno più capaci di altri, quindi bisogna promuovere le

capacità di questi ultimi per far prosperare la comunità.

GORGIA

Le parole e le cose

Gorgia nasce a Lentini, colonia greca di Sicilia, nel 485 a.C.

Arrivò ad Atene nel 427 e sbalordì gli Ateniesi per l’originalità del suo discorso.

Del non essere o della natura

Di lui possediamo Il trattato a cui vanno aggiunte

l’Encomio di Elena l’Apologia di Palamede.

due declamazioni, e Inoltre,

nell’Orazione funebre tenuta ad Atene per celebrare i caduti ateniesi delle

guerre persiane avrebbe cercato di esortare tutti i Greci alla concordia.

Del non essere o sulla natura

Il trattato va contro il luogo comune secondo cui

la sofistica si sarebbe interessata solo dell’uomo, trascurando l’indagine della

realtà.

A partire dal titolo, l’opera si colloca infatti in un orizzonte presocratico, in

polemica con la filosofia dell’eleatismo, riassunta da Melisso, suo ultime

Sulla natura o sull’essere

esponente che aveva composto un trattato

riassumendo le tesi della scuola.

L’obiettivo è quello di rovesciare dall’interno le tesi dell’eleatismo, sfruttando

quegli stessi strumenti di cui si erano avvalsi proprio gli Eleati nelle loro

polemiche.

Tre affermazioni che costituiscono la tesi di fondo dell’opera:

1. Nulla esiste;

2. Se anche esiste qualcosa non è comprensibile all’uomo;

3. Se anche è comprensibile, è incomunicabile e spiegabile agli altri.

Dimostrazione 1. argomento: prendendo le mosse da alcune coppie tradizionali

di opposti (uno e molteplice, generato e ingenerato, finito e infinito) mostrando

che, sia attribuendo all’essere uno solo dei due attributi contrastanti sia

attribuendoglieli entrambi, risultano comunque conseguenze assurde.

E’ però errato intendere la sua ‘tesi tripartita’ come una manifestazione di

nichilismo.

L’obiettivo polemico è la presunta identità tra ‘essere (realtà), pensiero e

linguaggio’ che stava alla base dell’eleatismo. La corrispondenza tra essere e

pensiero, infatti, non è affatto garantita (seconda tesi: se anche esiste non è

conoscibile), come dimostra il fatto che si può pensare anche ciò che non è.

E la stessa difficoltà riguarda anche il linguaggio che non è né può essere

identificato con gli oggetti della realtà: non si comunicano le cose, ‘ciò che è’,

ma il discorso che costruiamo su di essere, che è distinto dagli oggetti che sono

fuori di noi (terza tesi: se è conoscibile non è comunicabile).

La riflessione è dunque su ciò che separa la ragione umana (il logos) e la realtà.

Ma il punto non è isolare gli uomini nella consapevolezza del loro solipsismo, al

contrario è muovendo da questa consapevolezza che bisogna dare senso alla

propria esistenza.

Alla filosofia intesa come indagine dell’essere si affianca così la retorica.

Il suo contributo è proprio la giustificazione filosofica della retorica: in assenza

di una verità assoluta, quello che conta è la persuasione, che non è nelle cose,

ma nelle parole.

La parola non ha più il compito di descrivere la realtà con la mediazione della

ragione, ma deve convincere: L’Encomio di Elena rappresenta una delle prime

analisi della potenza della parola, un pharmakon dagli effetti ambigui.

La tesi di fondo dell’Encomio non è diversa da quella espressa nel trattato Del

non essere o della natura. La spaccatura che separa le parole dalle cose rende

vano ogni discorso sulla verità intesa come conformità tra logos e realtà.

Il che non conduce alla negazione della realtà esterna, ma alla consapevolezza

della sua problematicità. Parafrasando Nietzsche: il problema non sono i fatti,

ma le interpretazioni. In questo sta la drammaticità della condizione umana.

Esclusi dalla realtà, gli uomini non potranno fare altro che interpretarla,

consapevoli che ogni interpretazione comporta sempre un’alterazione, o

meglio, per usare le parole di Gorgia, un inganno che va coltivato perché ci

permette di costruire una relazione con la realtà delle cose e con la realtà del

nostro essere stesso: il logos non serve a raggiungere una verità universale,

ma ad ‘arricchire’ il nostro universo.

E tutto ciò avviene tramite il linguaggio, il mezzo con cui si costruiscono i

significati: il linguaggio appare come ciò che costituisce l’uomo.

In Gorgia è viva la consapevolezza che la tragicità della condizione umana

consiste proprio in questa problematica frattura tra una realtà indifferente e il

linguaggio, che rispetto a essa è sempre spiazzato o in ritardo.

ANTIFONTE

La realt à e la legge

Figura di spicco dell’Atene del V secolo a.C.

Le fonti hanno descritto due persone diverse: Antifonte di Ramnunte,

promotore del colpo di stato organizzato nel 411 a.C. per abbattere la

democrazia, di cui racconta Tucidide. Di costui si sono conservate tre orazioni

per casi di omicidio, le Tetralogie e l’orazione che egli avrebbe tenuto di fronte

all’assemblea ad Atene dopo il fallimento del colpo di stato.

L’idea dell’altro Antifonte si ricava da un frammento papiraceo Sulla verità

pubblicato nel 1915, qui si ha un teorico dell’uguaglianza degli uomini e critico

delle differenze sociali che li separano. A costui si potevano inoltre attribuire un

trattato Sulla concordia, un Politico e un trattato sull’interpretazione dei sogni.

L’ipotesi di vedere nel retore e nel sofista la stessa persona porterebbe ad un

personaggio chiave del mondo ateniese in cui riflessione teorica e scelte

pratiche andavano di pari passo.

Problema principale dibattuto ad Atene: relazione che intercorre tra physis e

nomos, tra la natura e la legge.

Physis: il modo in cui le cose sono.

Nomos: qualunque cosa sia determinata e reputata valida dagli uomini

(abitudine, credenza, tradizione, norme, istituzione, legge.

Costituiscono due categorie ben distinte e la consapevolezza più matura di

questa tensione tra un nucleo di realtà sempre uguale a sé stesso e la relatività

delle leggi umane investe diversi campi del sapere ed in particolar modo la

politica: divario tra ciò che è richiesto in base a norme esteriori e quello che

invece si percepisce come esigenza naturale.

Per natura infatti gli uomini sarebbero tutti uguali, ma questa uguaglianza

determina una situazione potenzialmente conflittuale in cui tutti desiderano e

vogliono le stesse cose.

A disinnescare questo conflitto potenziale sono le leggi, in teoria, nella pratica

però emergono non pochi problemi. Rispettando le leggi si va contro i propri

interessi ‘naturali’ più immediati (disposizioni della legge: convenzionali,

valgono soltanto in pubblico; disposizioni naturali: “necessarie”, non possono

essere trasgredite senza subire un danno).

Il funzionamento concreto della società dimostra che le leggi non sempre

riescono a tutelare chi le rispetta.

Analizzando la vita in società, Antifonte nota come gli interessi di ognuno siano

sempre individuali prima che collettivi, riguardano l’uomo in quanto individuo e

non in quanto cittadino. Il nomos, tramite la sua impostazione strettamente

egualitaria, sancisce in realtà diseguaglianze e violenze che vanno contro la più

genuina ‘natura umana’ (in questa difesa degli interessi individuali non esclusa

polemica contro le tesi di Protagora o contro la democrazia ateniese).

La sua critica al nomos non significa un’adesione completa alla physis.

L’individuo non deve rendersi schiavo delle proprie passioni immediate, si

tratterà dunque di sapersi muovere con intelligenza. Il fine più arduo e nobile

da raggiungere è la conquista della propria umanità. L’analisi politica si

arricchisce di una conoscenza profonda dell’animo umano e delle sue

debolezze.

Antifonte non è il solo a riflettere sulle tensioni che rendono tanto difficile la

convivenza tra gli uomini. Pensatori realisti come Tucidide e Trasimaco

definiscono la giustizia come nient’altro se non l’utile del più forte, Callice

avrebbe incitato a seguire la ‘legge di natura’ secondo cui chi vale di più

possiede di più. In posizione intermedia si trovano gli anonimi Ateniesi di

Tucidide nel celebre dialogo degli Ateniesi e dei Meli: “non solo tra gli uomini,

come è ben noto, ma anche tra gli dei, per quanto se ne sa, un necessario e

naturale impulso spinge a dominare chi si può sopraffare”.

In questa polemica è evidente una critica al regime egualitario della

democrazia: siamo nel pieno della crisi di valori che investì Atene alla fine del

secolo, una crisi che avrebbe condotto alla sconfitta nella guerra contro Sparta.

E’ di qui che Platone dovrà partire per rifondare la polis.

SOCRATE

Il problema e le sue soluzioni

Socrate: nacque ad Atene nel 470 a.C. da uno scultore, Sofronisco, e da una

donna, Fenarete, che pare fosse una levatrice. Visse la vita tipica di un

cittadino delle classi medie. Entrò in rapporto con il circolo di Pericle, i fisici

della tradizione ionica, i medici, i poeti. Da Platone si ricava che conobbe

Parmenide e Zenone in occasione del loro viaggio ad Atene nel 454 a.C., che

entrò in contatto con Anassagora, Protagora, Gorgia e Prodico. Si allontanò da

Atene solo in occasione di alcune campagne militari nelle quali combatté da

oplita (Potidea, Delio, Anfipoli). Sposò una donna, Santippe, secondo alcune

fonti forse due.

406 a.C.: coinvolto come giudice nel processo ai comandanti ateniesi che dopo

la vittoria navale alle Arginuse non avevano salvato i soldati rimasti in mare. Fu

il solo voto contrario in un’assemblea illegale.

404 a.C.: sconfitta di Atene nella guerra del Peloponneso, dopo la quale si

instaurò un governo oligarchico e filospartano, detto dei Trenta Tiranni e

capeggiato da Crizia. Socrate non interagì con questo nuovo governo anzi si

oppose in alcuni suoi atti illegali. Questo regime durò circa un anno e fu

rovesciato da una reazione popolare e dai democratici guidati da Trasibulo.

399 a.C.: la democrazia restaurata vuole il processo di Socrate, accusato di

empietà (Socrate non riconosce gli dei tradizionali, ma ne aggiunge di nuovi)

da Licone, Meleto e Anito. Socrate pronunciò la sua difesa e il tribunale lo

condannò a morte con 360 voti contro 140.

Le testimonianze che abbiamo sulla sua dottrina sono contraddittorie, infatti

tutte le opere furono scritte molto tempo dopo la morte di Socrate e non furono

scritte con intenti storici, ma solo per esaltare o per denigrare la sua figura. Da

queste prime testimonianze nacquero tante ‘immagini’ di Socrate. Questa

varietà di interpretazioni potrebbe essere spiegata dallo stupore che causò la

sua morte, morte per la quale è diventato il prototipo dell’eroe del pensiero, un

uomo che non si piega mai. Anche questa immagine di Socrate si è rivelata una

costruzione a posteriori, a partire dai suoi discepoli immediati.

E’ un fatto che per molto tempo si sia ritenuta inspiegabile la sua morte: come

è potuto accadere ciò in un regime di restaurata democrazia? Questa

inspiegabilità era però dovuta alle versioni tramandateci della sua morte da

Platone e altri esaltatori della sua figura.

In realtà il suo processo non fu inspiegabile, ma si inscrivono perfettamente

nella logica del regime democratico che voleva ricostruire un’unità politica e

spirituale all’interno della città. “Alcibiade e Crizia erano morti, ma mi i

democratici non si sentivano al sicuro finché l’uomo che s’immaginava avesse

ispirato i loro tradimenti esercitava ancora influenza sulla vita pubblica”

(Taylor). Certo è che Socrate non fu quell’uomo al di sopra delle parti che i suoi

difensori descrivevano. Mettendo insieme le indicazioni di Platone, di Senofonte

e di Antistene (nell’Aspasia) possiamo essere certi che la critica alla

democrazia fosse già propria di Socrate.

Comunque, si può supporre che né gli accusatori né il tribunale volessero la sua

morte: avrebbe infatti potuto avere salva la vita se avesse riconosciuto la sua

colpa e avesse lasciato Atene, ma Socrate fu coerente nel non voler

riconoscere alle istituzioni democratiche nessun diritto di giudicare e la sua

morte avrebbe dimostrato la malvagità del governo popolare.

Per gli ateniesi, però, certo è che la morte di Socrate non fu questo evento

sconvolgente e chi subì le ostilità di tale accaduto furono proprio i suoi

sostenitori che dovettero allontanarsi da Atene rifugiandosi presso Euclide a

Megara.

Contemporaneamente a questi eventi fiorirono dei logoi Sokratikoi che

propagandavano e apologizzavano la figura di Socrate. Tra le fonti più antiche:

Aristofane (Nuvole), Senofonte (Apologia di Socrate, Memorie socratiche,

Economico, Convito), Aristotele e, la fonte principale, Platone.

Tra queste, l’unica che risale ad un periodo in cui Socrate era ancora vivo,

sono le Nuvole, commedia rappresentata nel 423, da cui viene fuori

un’immagine di Socrate strettamente legato agli ambienti della ‘nuova cultura’

ateniese di cui Aristofane era un tenace avversario. La testimonianza di

Aristofane è apertamente contraria a quella di Platone o di Senofonte, ma non

può essere sottovalutata: se è vero infatti che la figura di Socrate viene

deformata e usata per concentrarvi gli aspetti salienti di quella cultura contro la

quale Aristofane si scagliava, è però anche vero che esso non può essere stato

a tal punto da renderlo irriconoscibile per un pubblico che aveva a che fare con

Socrate in carne ed ossa.

Più politico è invece il taglio delle accuse che formulò contro Socrate il

democratico Policrate poco tempo dopo la sua morte: Socrate è responsabile di

aver propagandato il disprezzo della costituzione democratica e delle

procedure in essa vigenti e di essersi proposto come maestro di giovani

oligarchici come Alcibiade e Crizia.

Senofonte scrisse le sue opere molto tempo dopo la morte di Socrate.

L’immagine del maestro ricavabile dai suoi scritti è abbastanza scialba: un

Socrate molto rigido, moralista, sostenitore della virtù e dell’amor patrio

secondo gli schemi più ortodossi della cultura tradizionale e conservatrice.

Questo non spiega affatto come filosofi e politici siano stati attratti dalla sua

figura.

Molto più rilevante è la testimonianza di Aristotele: Socrate è colui che ha rotto

una tradizione culturale di ricerca e di riflessione sulle questioni naturali per

privilegiare i problemi dell’etica, introducendo nella filosofia morale il

procedimento che muove dall’osservazione di casi particolari verso concetti e

definizioni di carattere universale.

Aristotele però non conobbe Socrate ed inoltre tende in generale a tradurre in

termini propri le dottrine dei suoi predecessori, appunto per dimostrare che la

sua filosofia è ‘naturale’ conseguenza di tutte le ricerche correttamente

condotte prima di lui.

Un discorso a parte richiede la testimonianza platonica. Fino a che punto è

possibile distinguere nei dialoghi la dottrina autentica di Socrate da quelle che

Platone gli attribuisce? E’ un problema insolubile perché: 1. Le immagini di

Socrate che risultano da quarant’anni di attività Platonica sono diverse e anche

in contrasto; 2. Tutta l’opera platonica vuole essere principalmente una

testimonianza della fedeltà dello scrittore Platone all’insegnamento e al

metodo del maestro; 3. Manca il punto di riferimento essenziale ossia lo scritto

di Socrate.

E’ possibile supporre che Platone sia passato da un periodo di maggiore

vicinanza al maestro ad un’elaborazione autonoma di dottrine di metodi

diversi.

Nei primi dialoghi che Platone scrisse (definiti “socratici”) possiamo individuare

alcuni aspetti del ‘metodo socratico’:

1. Il dialogo, permette agli interlocutori di cercare insieme le risposte ai

problemi che li assillano;

2. L’ironia, per mettere in discussione un sapere fatto di asserzioni non

giustificate e preconcetti;

3. La maieutica, l’arte del far partorire: Socrate non possiede nessuna

dottrina da comunicare agli altri, si preoccupa solo di aiutarli a trovare in

sé stessi le ragioni profonde del loro sapere.

Questo è comunque il metodo che Platone attribuisce a Socrate.

Stessa cautela per alcuni principi etici messi in bocca a Socrate: la virtù è una

sola, la conoscenza; nessuno compie il male volontariamente; la cattiveria non

è volontà di male ma ignoranza del bene.

ANTISTENE, EUCLIDE, ARISTIPPO

Ricerca della felicit à e studio del linguaggio

“Scuole socratiche minori” o “scuole minori” sono quelle che dopo la morte di

Socrate continuarono a insegnare la ‘filosofia socratica’. (Minore per via del

raffronto con la filosofia del maggiore discepolo, Platone).

Antistene (444-365) secondo una tradizione sarebbe stato l’iniziatore di una

scuola chiamata ‘cinica’, tuttavia si è dimostrato che questa tesi non è

affidabili.

Non è neppure certo che Diogene di Sinope, colui che viene considerato il vero

e proprio iniziatore dell’indirizzo cinico, sia stato discepolo di Antistene.

E’ possibile che i Cinici si facessero chiamare così proprio perché predicavano e

conducevano una vita simile a quella dei cani, cioè sciolta da qualsiasi vincolo

familiare o politico.

I principali esponenti del cinismo, oltre lo stesso Diogene, furono Cratete,

Metrocle e, nel III secolo, Menedemo e Menippo. I Cinici furono i rappresentanti

di una filosofia ‘popolare’ che continuò a sussistere per molto tempo

nell’ambito della cultura greca e ispirarono generi letterari come la ‘satira’ e la

‘diatriba’: anche quando i loro insegnamenti confluirono nelle dottrine degli

Stoici (IV sec a.C.), l’atteggiamento ‘cinico’ rappresentò sempre l’anima

popolare degli stoici, parallela alla loro impostazione aristocratica.

Antistene fu in polemica con Platone e fu aspramente criticato da Aristotele.

Egli sosteneva che non è possibile costruire un discorso conoscitivo sulla realtà,

che è fatta di tante entità individuali irriducibili l’una all’altra; ogni entità ha un

proprio nome, che è l’unico ‘segno’ che di essa abbiamo a disposizione.

Data l’unicità di questa relazione ne risulta che ‘è impossibile contraddire’ e

che non si può dire il falso. La cosa più importante dell’uomo è invece la ricerca

della felicità, che è conseguibile solo attraverso l’esercizio della virtù, e

virtuoso è l’uomo che non ha bisogno di nulla, che disprezza i piaceri e le

comodità, che vive ‘secondo natura’ e in completa autosufficienza.

Dal punto di vista teorico è riscontrabile una continuità con Diogene. I Cinici

infatti radicalizzano la posizione antistenica, coinvolgendovi elementi della

polemica sofistica contro la convenzionalità delle leggi, verso un rifiuto totale

delle regole della convivenza sociale. La crisi dei valori politici e morali della

città trova nella filosofia ‘socratica’ dei Cinici una prima espressione: non si

crede più nel regime democratico e nemmeno in quello aristocratico, quindi lo

spazio offerto dalla polis è angusto per realizzare se stessi, la città è il mondo.

Euclide di Megara accolse presso di sé i discepoli di Socrate scappati da

Atene. Fu sensibile all’atteggiamento parmenideo.

Il bene è uno, anche se acquista vari nomi: ogni discorso che non faccia

riferimento a quest’unico essere è un discorso vuoto, che si sforza invano di

definire ciò che non è.

L’esistenza di una ‘scuola megarica’ è dubbia: serie di personaggi di varia

estrazione accomunati da un grande rigore logico delle dimostrazioni e dalla

capacità di avvalersi di trucchi propri del linguaggio e dei giochi di parole.

Tra questi, Ebulide di Mileto (IV sec) famoso per i suoi argomenti dialettici nei

quali faceva grande uso di questa tecnica confutatoria.

La dialettica ‘megarica’ svolse anche un’accesa polemica contro le dottrine

trionfanti di Aristotele e Platone, e specialmente contro i loro presupposti che il

linguaggio fosse sempre in grado di tradurre in enunciati scientifici la realtà. In

tal senso importante la polemica megarica contro il concetto di possibilità

particolarmente sviluppata da Diodoro Crono (‘megarico’) che riprese e

sviluppò gli antichi paradossi zenoniani contro il movimento.

Socratismo ed Eleatismo quindi essenzialmente fusi in funzione antiplatonica e

antiaristotelica.

Stilpone di Megara contro la teoria del giudizio di Aristotele e contro la

possibilità di predicare un termine qualsiasi di un altro. Insegnante di Zenone di

Cizio fondatore dello stoicismo.

Sul campo etico, le teorie proclamanti l’apatia e la vittoria e il dominio sulle

passioni e sul dolore dei Megarici si confondevano sempre di più con quelle dei

Cinici ed entrambe sarebbero state presto assorbite dallo stoicismo.

Aristippo di Cirene (435) detto cirenaico. Tra i Cirenaici bisogna distinguere i

discepoli di Socrate (Aristippo, Antistene ed Euclide) e le proprie ‘scuole’.

Secondo i Cirenaici dolore e piacere sono due ‘movimenti’ fondamentali

dell’anima, il primo forte, da rifuggire, e il secondo lieve, da ricercare. Il piacere

è il fine ultimo della vita e la felicità è la confluenza dei singoli piaceri.

Ma un piacere perseguito per sé stesso si rivela illusorio: la somma dei piaceri

della vita dell’uomo è di gran lunga inferiore alla somma dei suoi dolori. Questa

è l’interpretazione della filosofia cirenaica data da Egesia (fine IV inizio III sec),

per il quale la felicità è del tutto impossibile. Dall’esaltazione del piacere

all’esaltazione della morte che è massimo piacere.

Altro filosofo cirenaico è Teodoro detto l’ateo.

La filosofia cirenaica è un’ulteriore conferma della crisi dei valori della polis.

Parmenide, Empedocle, Protagora, Anassagora, Platone, Aristotele: il saggio è il

cittadino attivo che promuove la ricerca scientifica, filosofica, la vita morale e

civile nella città.

Ora il saggio è ormai l’uomo che si rinchiude in sé stesso alla ricerca di una

improbabile felicità.

PIRRONE

La meta dell’imperturbabilit à

Dati sulla sua vita disponibile dal libro IX delle Vite dei filosofi di Diogene

Laerzio.

Tra i maestri vi furono i ‘megarici’ e discepolato presso Anassarco, che aveva

influenze dell’atomismo democriteo.

Ruolo importante anche la partecipazione di Pirrone alla spedizione in Oriente

di Alessandro Magno. In tale occasione ebbe contatto con alcuni esponenti

della ‘sapienza’ indiana, brahmani e gimnosofisti (dottrine volte a predicare

una scelta di vita lontana da ogni eccessivo coinvolgimento rispetto alla realtà

reale esterna).

Già a livello biografico emergono discrepanze, difficile dunque interpretare la

sua dottrina anche relativamente al fatto che non lascò alcuno scritto, come

Socrate.

Ciò che possediamo sono testimonianze tratte da fonti indirette, es. celebre

brano di Aristocle, filosofo peripatetico della prima età imperiale, ci permette di

fissare due punti: 1. Il suo scopo primario era garantire agli uomini il

raggiungimento della felicità, in accordo con una tendenza eudaimonistica

propria delle filosofie a lui immediatamente precedenti e contemporanee; 2.

Fissare il metodo grazie al quale si sarebbe raggiunto questo fine.

Su quest’ultimo piano, nel brano di Aristocle emerge la strada da fare per

trovare questo metodo che consiste nella risposta a domande precise: A. Sulla

natura delle cose; B. Sulla disposizione da assumere nei loro confronti, C. Sulle

conseguenze derivanti da tutto ciò in vista della felicità umana.

Scelte lontane dall’esigenza dei successivi sviluppi del neopirronismo di evitare

ogni asserzione ontologica che pretenda di dire qualcosa sulla realtà: scelta di

interrogarsi come primo passo sulla natura delle cose, risposta di Pirrone a tale

domanda si approda in una sorta di ‘metafisica negativa’ fondata sulla

convinzione che le cose ‘sono egualmente senza differenze, senza stabilità,

indiscriminate’ in base a questa posizione dogmaticamente forte è possibile

raggiungere posizioni nette sul piano gnoseologico- epistemologico: altrettanto

prive di determinazioni saranno anche le nostre sensazioni ed opinioni; e sul

piano conoscitivo: indifferentismo; arrivando fino al piano etico: la cautela

epistemologica appena descritta produce un atteggiamento di afasia,

indirizzato a mettere in discussione l’esistenza di presunti valori o disvalori

assoluti e ha come esito finale la conquista di una piena imperturbabilità o

ataraxia, vera garanzia di felicità per l’uomo importantissima chiave per la

felicità considerando la realistica considerazione dei limiti della condizione

umana più volte ribaditi da Pirrone anche attraverso la citazione di passi

omerici o massime democritee.

Tale messaggio eudaimonistico giustifica l’etichetta di ‘moralista’ di Cicerone

(che accosta il suo pensiero all’ideale dell’apatia, totale assenza di passioni) e

contestualizza la sua posizione nell’ambito delle scuole ellenistiche: al pari di

queste anche Pirrone si propone come garante di una condotta coerente

caratterizzata come ‘arte della vita’.

EPICURO

L’annuncio ‘laico’ della felicit à

Nell’epoca ellenistica, in cui vengono a mancare punti di riferimento ai cittadini

greci nella gestione della loro individualità, Epicuro risponde.

Primo elemento: esiste uno strumento in grado di sostenere l’individuo nel suo

quotidiano confronto con la vita e condurlo alla felicità: la filosofia.

Questo ‘vangelo laico’ epicureo trova realizzazione nel ‘Giardino’, comunità

incentrata alla figura del maestro e fondatore.

Prima filosofia esplicitamente materialistica.

Critiche: polemica cristiana ha finito per accreditare Epicuro come un edonista

piatto e volgare e negatore della divinità e della sua funzione provvidenziale.

Opere: ritrovamenti dei papiri di Ercolano hanno riportato alla luce frammenti

dell’opera maggiore di Epicuro, Peri Physeos, che contava ben 37 libri e grazie

all’opera di Diogene Laerzio abbiamo le tre epistole dottrinale e le Massime

Capitali.

Formazione: Nonostante la sua dichiarazione di essere autodidatta, elementi di

continuità e frattura con Democrito e Aristotele.

Pensiero: data una complessiva accettazione della tripartizione della filosofia

inaugurata dall’Accademia platonica e divenuta tipica del pensiero ellenistico,

Epicuro si interessa in modo specifico alla fisica e all’etica, non trascurando la

dottrina fondamentale del criterio impegnata ad individuare il metodo più

adeguato con cui conoscere la realtà.

LOGICA E TEORIA DELLA CONOSCENZA (EPISTEMOLOGIA):

‘Canonica’, in Epicuro sta ad indicare la scienza che risponde alla domanda

circa i criteri di verità.

Per Epicuro (diversamente da Pirrone) l’imperturbabilità dell’animo si fonda

sulla conoscenza, dunque per lui è essenziale stabilire che esistano criteri di

verità affidabili e certi.

Da questo punto di vista epistemologico, la sua dottrina appare sensistica: il

primo e più importante criterio di verità sono le sensazioni che, attraverso un

procedimento percettivo spiegato in senso materialistico e meccanico, ci

restituiscono immediatamente le cose e lo fanno senza errore, implicabile

invece al giudizio. Il ripetersi di una sensazione lascia un’impronta (concetto)

che permette di riconoscere in anticipo cose o di richiamarle alla memoria

quando sono assenti.

Sono il contatto reale con il mondo.

Ricorda la posizione protagorea: la sensazione è vera perché ciascuno è

padrone e giudice unico delle proprie sensazioni; dunque, se qualcuno

asserisce di aver percepito una cosa in un certo modo non ha senso

contrastare la sua affermazione.

Per Platonici: poiché le sensazioni variano da caso a caso bisogna trovare un

criterio diverso dalla sensazione per esprimere giudizi veri sulla realtà.

Epicuro non nega che le sensazioni possano essere contraddittorie, ma a

differenza di un platonico, crede di possedere lo strumento teorico capace sia

di spiegare perché la sensazione può essere contraddittoria, sia di mostrare

che è pur sempre la sensazione la fonte primaria della nostra conoscenza della

realtà. Come lo fa? Si tratta del primo criterio degli effluvi, già

teoria

anticipata da Democrito, che spiega la sensazione mediante un contatto che

non unisce l’organo di senso immediatamente con l’oggetto, ma con una sottile

pellicola di atomi che dall’oggetto si stacca per colpire l’organo.

L’errore nasce quando dalla sensazione si passa immediatamente all’opinione,

cioè quando dalla verità della sensazione si inferisce che l’oggetto è veramente

così come la sensazione lo presenta. Così per Epicuro rimane impregiudicata

una possibile conoscenza effettiva dell’oggetto, purché esistano degli strumenti

per rettificare le sensazioni e per stabilire quali effluvi rispecchiano meglio la

cosa.

Se l’uomo ha la possibilità di rettificare le singole sensazioni, sembra

necessario che egli disponga di concetti generali da usare come termini di

confronto, e lo fa tramite secondo criterio prolessi o anticipazione.

La prolessi indica la formazione nell’organo di senso, mediante il continuo

ripetersi delle medesime percezioni, di una traccia permanente, che può essere

ricordata anche quando la percezione non è attuale.

La dottrina della prolessi sembra il tentativo di Epicuro di dare coerenza alla

sua gnoseologia sensista: infatti, se la fonte unica della conoscenza è la

sensazione, come si spiega il fatto che gli uomini possono pensare a

determinati oggetti anche quando non li percepiscono, e possono usare questi

loro pensieri come criteri di giudizio?

Per evitare una soluzione di tipo platonico, Epicuro deve mostrare che anche il

pensiero deriva dalla sensazione. La prolessi non è sensazione, ma nella

sensazione ha la sua genesi.

L’affidabilità della sensazione può essere rafforzata confrontandola con la

prolessi.

Oltre a ciò, sono vere quelle sensazioni che sono confermate dall’evidenza,

oltre che dalla mancanza di attestazione contraria. Questo strumento, come

spiega Sesto Empirico, consiste nel ricavare giudizi sulle cose non evidenti a

partire da quelle evidenti: spiegazione di Epicuro dell’esistenza del vuoto. Il

vuoto appartiene alle cose non evidenti, ma si può stabilire la sua esistenza

partendo dall’evidenza del movimento, che senza il vuoto non potrebbe essere

spiegato.

Questo esempio risolve un problema della gnoseologia di Epicuro: se tutta la

conoscenza, in modo mediato o immediato, deriva dalla sensazione, come si

arriva a percepire l’esistenza di atomi e vuoto che non si percepiscono?

Terzo criterio l’emozione, il pathos, è il criterio mediante il quale l’uomo

distingue con certezza il piacere dal dolore. Sull’infallibilità di questo criterio si

basa la sua dottrina della felicità come obiettivo.

Su questa base conoscitiva si innestano quindi più raffinate operazioni legate

all’uso della ragione: capace di assemblare, ridistribuire, confrontare le

sensazioni fino a costruire modelli esplicativi o euristici del reale pienamente

soddisfacenti, in grado di rendere conto in modo analogicamente induttivo di

ciò che non cade sotto i sensi.

FISICA:

Tale epistemologia si comprende meglio riconducendola alle nozioni elementari

di fisica, che si inserisce nel solco di una tradizione atomistica, legata ai nomi

di Leucippo e ancora Democrito. Nucleo fondamentale si comprende nella

Epistola a Erodoto, dove vengono presentati e discussi gli elementi

assolutamente ultimi e immutabili della realtà, gli atomi irriducibili, senza

trascurare l’altro vero principio epicureo, il vuoto.

Vuoto da intendersi come concetto generico, ‘natura intangibile’, una sorta di

spazio geometrico o estensione tridimensionale che sussiste in tre modi: a)

occupato da un corpo, b) non occupato, c) percorso dai corpi.

Inoltre, attenta determinazione della struttura degli atomi e delle loro proprietà

o qualità primarie: forma, peso e grandezza. In questo ambito, differenze con

Democrito: 1. indica come finito il numero dei tipi di atomi (per evitare di dover

ammettere l’esistenza di atomi che superino la soglia della visibilità) pur

riconoscendo che di ogni tipo vi sono esemplari infiniti; 2. ammette, accanto ad

una indivisibilità fisica, una divisibilità teorica degli atomi, che tuttavia

troverebbe fine nella postulazione (antizenoniana) dei minima, i minimi non più


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ele.pi

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ele.pi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia antica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Bonazzi Mauro.

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