La cittadella interiore di Pierre Hadot
Capitolo primo: L'imperatore-filosofo
1. Una giovinezza felice, un regno tormentato
Marco Aurelio nasce a Roma da una famiglia di aristocratici che possedevano numerose fornaci, erano quindi molto influenti nel campo dell’edilizia pubblica. Dopo la morte del padre, Marco Aurelio venne notato, favorito e protetto dall’imperatore Adriano che, per assicurare la successione, adottò Antonino il Pio il quale, a sua volta, adottò Marco Aurelio e Lucio.
- 138: Adriano muore e gli succede Antonino il Pio.
- 139: Marco Aurelio insignito del titolo di cesare.
- 145: Marco Aurelio sposa Faustina, la figlia di Antonino → sei figli (5 femmine e Commodo).
- 161: Muore Antonino, Marco Aurelio diventa imperatore a 39 anni, associa il suo potere a quello del fratello adottivo Lucio Vero.
- 161–166: Guerra contro i Parti, che attaccano le provincie orientali dell’impero; dopo un’iniziale sconfitta riescono a vincere.
- 169: Lucio Vero muore.
- 169–175: Guerra contro i Marcomanni e i Quadi, che minacciano il Nord Italia.
- 175: Ribellione di Avidio Cassio che, con una congiura, si era fatto proclamare imperatore nelle province di oriente e nell’Egitto. Marco Aurelio si prepara ad affrontare questa situazione ma poi giunge la notizia dell’assassinio di Avidio Cassio. Marco Aurelio decide lo stesso di partire per l’Oriente con Faustina e Commodo. Durante questo viaggio Faustina muore e, nonostante gli storici abbiano ricordato le sue numerose infedeltà, Marco Aurelio se ne addolora profondamente.
- 178: Marco Aurelio deve ripartire per il fronte danubiano.
- 17 marzo 180: Marco Aurelio muore a Sirmium o a Vienna.
Durante il suo impero Marco Aurelio non deve far fronte solo alle guerre ma anche a catastrofi naturali: inondazioni del Tevere, terremoti, epidemia di peste...
2. L'evoluzione verso la filosofia
Nell’antichità un filosofo non è necessariamente un teorico della filosofia, ma semplicemente qualcuno che conduce una vita filosofica, una vita cioè basata sui principi fondamentali della scuola alla quale ha scelto di aderire. Per capire come Marco Aurelio si sia convertito alla filosofia abbiamo due testimonianze:
- Scambio epistolare con il suo maestro di retorica Frontone
- Primo libro dei Pensieri
144–147: Giunio Rustico insegna a Marco Aurelio la filosofia di Epitteto.
146–147: Marco Aurelio scrive una lettera a Frontone dove sembra essere cambiato in seguito a questo insegnamento.
3. Spensieratezza di un giovane principe e sogni di vita austera
Nelle lettere che Marco Aurelio scrive a Frontone entro i 20 anni emerge la vita familiare alla corte del padre adottivo Antonino, una vita semplice priva di qualsiasi lusso, fatta di lavori di vendemmia, caccia e altri esercizi fisici. Tuttavia, pare che fin dall’infanzia Marco Aurelio avesse intravisto la possibilità ideale di una vita filosofica: racconta nei Pensieri, infatti, che il suo maestro Diogneto gli trasmise l’amore per la filosofia e con essa il desiderio di dormire su un giaciglio scomodo, usare un mantello corto e, in generale, vivere con lo stile di vita “ellenico”. Questa può essere considerata come una prima conversione alla filosofia, anche se rimane un episodio infantile che si assopisce subito.
4. Giunio Rustico
Un ruolo importante nell’evoluzione del pensiero di Marco Aurelio è stato svolto da Giunio Rustico, il suo maestro preferito, che consultava a proposito di tutti gli affari di Stato e anche su questioni private. Giunio Rustico non era solo un filosofo, ma era anche un uomo di Stato, e, secondo la tradizione romana, avvia il suo discepolo non solo alla vita morale ma anche a quella politica. Nel primo libro dei Pensieri c’è un omaggio spassionato a quest’uomo, in cui si spiega come Giunio Rustico abbia dato a Marco Aurelio un insegnamento quasi opposto a quello di Diogneto: la filosofia non è il mantello corto o il letto duro, ma la capacità di correggere il proprio carattere. I rapporti tra i due furono un po’ burrascosi ma il loro legame era fortissimo.
5. Lettura di "Aristone"
Spesso si tende a considerare le conversioni come degli eventi improvvisi, e anche per Marco Aurelio si è pensato che sia accaduto così: in una lettera a Frontone Marco Aurelio afferma di essere talmente sconvolto da non riuscire a mangiare per la tristezza, in quanto aveva discusso con il suo amico Aufidio Vittorino. Aufidio Vittorino sosteneva di essere un uomo giusto superiore a Marco Aurelio, che considera solo un pigro e passivo coadiutore di Antonino. Marco Aurelio, in questa lettera, prosegue dicendo che è triste perché a 25 anni ancora non ha assimilato le buone credenze e non riesce ad essere filosofo come vorrebbe, motivo per cui ha deciso, richiamandosi al consiglio di un oratore che diceva che “in alcune circostanze bisogna permettere alle leggi di dormire”, di lasciar dormire i libri di Aristone e di dedicarsi alle opere retoriche.
La tradizione ha identificato questo Aristone in Aristone di Chio, uno stoico del III secolo a.C., lettura del quale avrebbe provocato la repentina conversione. Champlin ha contrastato tale interpretazione: poiché l’inizio e la fine della lettera in esame fa riferimento al tema della giurisprudenza, allora questo Aristone non è quello di Chio ma Tito Aristone, un giureconsulto dell’epoca di Traiano e dall’indole ascetica. In quest’ottica Marco Aurelio non si lamenta di non aver studiato a sufficienza la filosofia bensì la giurisprudenza.
Hadot contesta la visione di Champlin: il lessico che usa è inadatto all’argomento presunto da Champlin, la giurisprudenza, un registro più filosofico! Inoltre, è improbabile che la perdita dell’appetito sia causata da un’infatuazione per la giurisprudenza. In ogni caso non deve essere stata solo la lettura di Aristone, chiunque egli fosse, a provocare la conversione in Marco Aurelio, ma quel che è certo è che ebbe una notevole influenza sul suo pensiero. Marco Aurelio dice chiaramente nel primo libro dei Pensieri che un influsso decisivo è stato quello delle Diatribe di Epitteto… quindi in generale si può dire che la conversione è una lenta evoluzione provocata da alcune letture stoiche e dalla frequentazione di alcuni filosofi.
6. I professori e gli amici
Vediamo quali erano i maestri di Marco Aurelio:
- Giunio Rustico, padre spirituale vero e proprio.
- Apollonio di Calcedonia: si racconta che egli si rifiutò di andare a impartire lezione a Marco Aurelio a palazzo dicendo “il discepolo deve venire al maestro, non il maestro al discepolo”. Di lui l’imperatore filosofo ricorda gli atteggiamenti morali e i consigli pratici: la libertà, l’arte di far coincidere gli opposti. Alla sua morte Marco Aurelio pianse molto e, deriso dal personale di corte, viene difeso da Antonino il Pio che dice “permettetegli di essere un uomo”.
- Sesto di Cheronea: egli era uno stoico, spesso fu coadiutore di Marco Aurelio in occasione di alcuni processi; l’imperatore ne ricorda la benevolenza, il modo in cui trattava le questioni familiari, l’ideale di una vita secondo natura, l’arte di indovinare i sentimenti degli amici, la pazienza, l’arte di adattarsi a ciascuno, l’arte di coniugare impassibilità e umanità.
Marco Aurelio nel primo libro dei Pensieri ricorda le persone a cui deve molto, in ordine:
- Genitori
- Educatori dell’infanzia (Diogneto)
- Giunio Rustico
- Apollonio e Sesto
- Alessandro il grammatico: insegnò la grammatica.
- Frontone: insegnò la retorica.
- Alessandro il Platonico: retore, segretario dell’imperatore che si occupava della sua corrispondenza greca.
- Catulo, Severo e Massimo, suoi amici
- Antonino il Pio: il principe ideale che Marco Aurelio vorrebbe essere
Conclude l’elenco ringraziando ulteriormente Rustico per averlo aperto alla filosofia e al pensiero di Epitteto.
7. L'imperatore-filosofo
7 marzo 161: Marco Aurelio diventa imperatore, dichiarando di essere un filosofo stoico, fatto ben noto sia a Roma che nelle province dell’Impero. Egli si circondava di collaboratori filosofi per governare e spesso Frontone si mostrò preoccupato che la filosofia potesse essere una cattiva ispiratrice.
Galeno racconta che c’era rivalità tra la corte di Marco Aurelio, dove era di moda portare il capo rasato come gli Stoici, e quella del fratello Lucio Vero, dove si portavano lunghi e si deridevano i personaggi che circondavano Marco Aurelio, accusati di essere dei mimi che imitano l’imperatore per attrarre la sua benevolenza.
Capitolo secondo: Primi cenni
1. Destino di un testo
Pare molto verosimile che l’imperatore scrivesse per se stesso, per uso personale e di suo pugno. Poi un suo familiare o un amico ha conservato questo materiale. Non si sa con certezza se, però, lo ha anche fatto pubblicare, però è certo che due secoli dopo la sua morte il filosofo Temistio fosse a conoscenza dell’opera: egli parla di esortazioni. Parlano di esortazioni anche lo storico Aurelio Vittore e la Storia Augusta: immaginano che Marco Aurelio prima di partire per il fronte Danubiano abbia esposto per 3 giorni i suoi precetti filosofici sotto forma di esortazioni. Tuttavia, sembra che nessuno di questi autori abbia mai avuto in mano l’opera di cui parlano.
È solo nel 10° secolo che compaiono le prime testimonianze dell’opera in ambiente bizantino: La Suda riporta diversi estratti dei Pensieri di Marco Aurelio e precisa che l’opera è composta di 12 libri.
- Il vescovo Areta in una lettera afferma di possedere una copia dell’opera, leggibile ma in cattivo stato, e di averla fatta ricopiare.
In Occidente solo all’inizio del 16° secolo appaiono alcune citazioni dell’opera, nel De arte cabalistica di Ioannes Reuchlin.
- 1559: Prima edizione a stampa dei Pensieri. Unico manoscritto che possediamo: Vaticanus Graecus 1950, del 14° secolo.
Dobbiamo quindi fare delle congetture per ristabilire la versione originale del testo.
2. Il titolo
Nell’Antichità il titolo, di solito, non era dato dall’autore e serviva a riconoscere immediatamente il genere letterario dell’opera. Il manoscritto vaticano non dà nessun titolo all’opera dell’imperatore. Alcune raccolte manoscritte di estratti da quest’ultimo hanno il titolo “ta kath’heauton”, cioè “scritto che riguarda se medesimo”.
L’editio princeps ha “ta eis heauton”, cioè “scritto a se medesimo”. Tutte le traduzioni del titolo saranno diversissime in ogni lingua.
3. Ipotesi sul genere letterario dell’opera
Già il primo editore, Holzmann, aveva congetturato che i Pensieri, poiché non appariva né come un trattato né come un dialogo, doveva essere solo un estratto dell’opera completa, era privo di un ordine e non era sistematico. Merci Casaubon nel 17° secolo traduce l’opera e la riconduce al genere della sentenza, e capisce che Marco Aurelio scrisse per se stesso, inutile quindi ricercare la chiarezza per il pubblico.
Thomas Gataker, invece, definisce con maggior precisione il carattere specifico dell’opera: egli dice che Marco Aurelio scriveva tutti i pensieri che gli venivano in mente, disponendoli semplicemente nell’ordine in cui li aveva concepiti o incontrati nelle sue letture e conversazioni.
Il filologo Barth era convinto, invece, che nell’opera si potesse trovare traccia di un ordinamento, rinvenibile in alcuni lunghi ragionamenti, motivo per cui l’opera doveva essere mutila.
Nel 20° secolo Farquharson ritiene che Marco Aurelio in un arco temporale di 10-15 anni abbia accumulato materiale di ogni genere, in vista della redazione di un’opera di consolazione e incoraggiamento e che poi un suo segretario abbia fatto una scelta antologica di questi pensieri. Il carattere disordinato di questi pensieri non disturbò i lettori del 19° secolo, che credettero di riconoscere nell’opera un diario intimo dell’imperatore.
4. Una strana opera
I primi umanisti si trovarono davanti a un manoscritto contenente:
- Una serie di esempi e consigli che Marco Aurelio aveva ricevuto dai suoi genitori, dai suoi maestri, dai suoi amici, da Antonino il Pio.
- Elenco dei privilegi concessigli dagli dei.
- Notazione di carattere geografico e cronologico: “scritto nel paese dei Quadi, in riva al Granua”.
- Una serie di riflessioni che si estendevano per più pagine.
- Indicazione “scritto a Carnuto”.
- Altre riflessioni.
Le due indicazioni “scritto nel paese…” e “scritto a Carnuto” a chi sono rivolte? Ipotesi:
- A Marco Aurelio stesso.
- Al segretario che doveva conservare gli appunti dell’imperatore.
La prima è più probabile: ci troviamo davanti a degli appunti presi giorno per giorno dall’imperatore e non legati a circostanze precise, semplicemente a variazioni nell’animo dell’autore. Quel che non riusciamo a capire, però, è se esistevano altre indicazioni di tipo geografico, oppure se la maggior parte dell’opera è stata scritta proprio a Carnuto.
Un altro elemento oscuro è la divisione dei libri: oggi noi abbiamo l’opera divisa in 12 libri, ma non si capisce se tale divisione è accidentale o se è stata voluta dall’autore o da un editore (magari Areta?).
Il contenuto dell’opera quindi è disorientante e, se si fa eccezione per il primo libro, le riflessioni appaiono come slegate, indipendenti, non iscrivibili in nessun genere specifico.
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