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Introduzione

La filosofia dei Lumi è il principale motore della rivoluzione che vede le passioni e la ragione i suoi fulcri. Ogni passione riceve una forma, grazie alla ragione, che modella il sentimento e l'emozione dopo aver indagati fin dove possibile. La riflessione filosofica del Settecento è la più forte e radicale che ha portato la nascita di nuovi generi letterari e la riforma del teatro. I linguaggi narrativi e gestuali vengono indagati da diverse prospettive con diverse conseguenze.

La riforma delle arti del Settecento

La riforma delle arti del Settecento è una trasformazione profonda, completa e rivoluzionaria che interessa tutta l'Europa ma in particolare la Francia. I principi espressivi vengono creati sulle filosofie e stimolano la nascita dell'estetica che si interessa dei sensi, della sensibilità, del sentimento e della revisione ai fondamenti della rappresentazione e ricezione. Il pensiero dei Lumi guarda al conte e al romanzo, stimolando la scrittura di (racconto, fiaba, novella) cose nuove e affermando alcuni generi tra cui il romanzo. Questo, pur non essendo considerato un genere elevato, si contamina con la riflessione filosofica che viene più o meno resa esplicitamente. Tutte le contaminazioni tra romanzo e filosofia sono rese esplicite e rimarranno anche nell'Ottocento e nel Novecento ma che già nel Settecento erano state indagate.

Nonostante il Settecento sia il secolo di nascita del romanzo, sono pochissimi quelli che anche oggi vengono letti. Perché da un lato il conte è l'emblema di un pensiero spregiudicato ma sempre moderato e dall'altro perché le idee più spregiudicate passano per i romanzi più licenziosi che sono anche i più letti.

È con questi che passano idee quali l'antidogmatismo e l'egualitarismo, la lotta ai pregiudizi e si sviluppa una nuova espressività che emancipa la passione della parte più sensuale e lasciva. Le arti sono macchine per produrre piacere e passione. L'attività emotiva è piacevole e il piacere va perseguito per esser felici. Porre la sensibilità a fondamento del piacere non è negare la ragione.

Le passioni hanno sempre una parte fisica ma devono anche esser sottoposte a regole. Il vero artista deve sapere esercitare il sentimento e la ragione nelle sue rappresentazioni e solo così le passioni troveranno una via adeguata di espressione. Le passioni settecentesche si basano sul principio simpatetico di essere espressione del vivere comune. L'amore viene prima di tutto ed è importante la componente sessuale e passionale, senza la quale gli uomini sarebbero dei solipsisti. Le reazione fisiologiche ed emotive sono garanzia di un comportamento morale vero e l'emozione, se ben indirizzata, può portare a compiere azioni eticamente elevate.

L'artista del Settecento

Nel Settecento, l'artista è invitato a lasciare il proprio studio. Si rivendica la potenzialità del gesto, un linguaggio per le passioni che non è arbitrario ma neanche del tutto codificato. Il gesto va colto nelle potenzialità strutturali. Quando il fruitore vede il gesto, sa di condividere i sentimenti con la maggior parte degli spettatori.

Si rompe l'automatismo passione-espressione descritto nel Paradosso sull'attore di Diderot: l'attore e l'artista osservano l'espressione della passione, la imitano e nuovamente la esprimono. Ricreano in sé l'emozione che guida l'espressione e la rappresentazione perché l'artista non deve imitare i segni della passione ma esprimerli. Il rapporto tra passione ed espressione si fa più libero ma vincolato da una forma e l'attore deve tradurre il naturale in artificiale.

La bellezza è inseparabile dall'apparenza sensibile ma se l'immaginazione non persiste dopo quell'immagine o se non è capace di ricostruirla, allora è la prova del fallimento dell'artista. La tecnica deve essere al servizio di un sentimento che arrivo all'uomo attraverso gli occhi.

Diderot riconosce, nella natura come nell'arte pittorica e attoriale, la forma in formazione, il cui processo è regolato da un'energia vitale che la filosofia deve indagare. Il nuovo teatro di Diderot rivaluta la pantomima e l'esibizione dei tableaux vivants. Nel gesto, la passione si esprime nella sua precisione e peculiarità e il tableau rappresenta la concentrazione di tutte le forze e il loro punto di arrivo: è la visione che dice tutto, più della parola.

Il quadro e il tableau sono il prodotti delle due arti e di una prassi in parte consapevole e in parte no.

La passione di narrare: le origini filosofiche del romanzo

Mille e un racconto, mille e un romanzo. Nel 1704 A. Galland, grande viaggiatore e esperto di usi e costumi di varie popolazioni dell'Impero Ottomano, traduce, e aggiunge di sua iniziativa, i primi sette Contes arabes poi arrivati a dodici volumi con il titolo di Mille et une nuits che hanno contribuito a modificare il genere dei contes. Questo genere di racconti erano i preferiti delle sultane perché le donne amano i racconti senza significato: non si sa quanto ci sia di vero, ma nel Settecento questo era quanto si credeva.

Gli ingredienti del romanzo sono una sensibilità femminea, un linguaggio morbido e lascivo che incontrano un gusto affettato e delicato ma con delle pretese. Il secolo che vede la nascita del romanzo lo considera un genere minore perché se il pubblico dei romanzi sono le donne, allora non può essere un genere elevato.

Anche il filosofo Montesquieu si sente in dovere di preferire la poesia drammatica al romanzo. I poeti drammatici possiedo l'arte della parola che orienta il cuore per eccitarlo, calmarlo e indirizzarlo al bene o al male. Montesquieu ritiene assurdi e senza significato i racconti (dieci anni prima che uno possa vedere l'amata o una maga che fa sorgere un esercito dalla terra).

Neanche il conte philosophique, genere che con Voltaire raggiunge l'apice, assurge al vertice. Nonostante sia una forma narrativa intrisa nella filosofia, la sua origine mondana lo rende minore tanto che neanche Voltaire definisce i propri scritti come conte ma piuttosto come bagatelles. La struttura narrativa semplice, la compromissione con il conte fantastique o con quello libertino, la sua diffusione nei salotti non devono sminuire il romanzo come potente veicolo di rinnovamento e di circolazione di idee e temi filosofici.

C'è una palese differenza tra conte e fable: la fable narra un unico fatto in uno spazio determinato e in un tempo unico, il fine è rendere la verità sensibile e ha un esplicito scopo morale dove la falsità è l'elemento di fantasia sempre esplicito. Il conte non rispetta le unità aristoteliche e il suo scopo è divertire e quindi inserisce maldicenze, paradossi e estremizzazioni. Conte, novella, romanzo e romanzo epistolare sono l'universo della prosa narrativa per diletto. La novella aderisce alla realtà quotidiana e fino a metà del Seicento questo la distingueva dal romanzo. Ma, tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento, anche il romanzo ha iniziato a trattare di soggetti della quotidianità e si appropria dei modelli della novella seicentesca. Il romanzo, per aderire ad un'organizzazione interna più lineare, elimina le storie intrecciate tra loro. Invece il conte ha un andamento fantastico la cui articolazione interna è solo in funzione dell'esplicitazione di un pensiero, la cui coerenza è a priori.

La complessità della divagazione, della descrizione e dell'articolazione del romanzo si oppone alla complessità della vicenda, all'irrealtà degli episodi del conte. In quest'ultimo l'interesse è per la situazione e la dimostrazione, mentre la caratterizzazione psicologica dei personaggi è in secondo piano.

P.-D. Huet scrisse una sorta di compendio di storia della letteratura, descrivendo la nascita del romanzo. Huet si scopre sostenitore dei romanzi perché sono fantasie di avventure amorose, scritte in prosa con arte per piacere ed istruire i lettori. I romanzi istruiscono i lettori attraverso la virtù premiata e il vizio castigato.

J.-B. Du Bos, sostenitore di un'estetica emozionale, non osava sostiene appieno il romanzo anche se poteva esaltare il sentimento e la passione. Du Bos allora affermò che i poemi in prosa potevano esser legittimi perché vi si poteva ritrovare la finzione e lo stile della poesia. Pensa anche che il romanzo, grazie alla stampa, avrà una diffusione impensabile per la poesia.

Il romanzo è riconosciuto come utile strumento espressivo: si contamina con la riflessione filosofica. Nel romanzo libertino, il sostrato filosofico si attiva a diversi livelli: la riflessione precede o segue l'evento di finzione che si traduce come esemplificazione della teoria.

E. Bonnot de Condillac, esponente del sensismo francese, sottolinea la funzione didascalica della prosa contro quella ludica della poesia. Il poeta ha la capacità di celare l'obiettivo didattico e didascalico a favore del piacere; il prosatore ha un intento educativo lontano da piacere che non risulta cercato ma è comunque presente. L'argomento di prose e poesia può essere lo stesso ma il poeta deve saperlo trattare con più arte.

La prosa si rivolge al pubblico femminile e ad uno dotto ma salottiero. Al pubblico femminile, Voltaire riconosce buon gusto e una predisposizione alla conversazione. Il linguaggio femminile diventa anche filosofico: è il linguaggio che Voltaire usa per i suoi attacchi attraverso parodie ironiche. Il linguaggio di Voltaire è breve e paratattico opposto al quello prolisso di Rousseau in Julie ou la Nouvelle Héloise. La prosa di Voltaire è lontana dal gusto del patetico e del melodrammatico che caratterizzerà il romanzo dell'Ottocento ma sottolinea l'inconciliabilità tra poesia e prosa.

Il romanzo è un genere ibrido che viene fatto risalire alle invenzione poetiche e romanzesche degli indiani, al retore siriano Luciano da Samosata e alla Fabula Milesia del Vicino Oriente. La lettura della prosa è consueta anche sovrani, filosofi e papi; risponde al bisogno di amore e avventura. Il romanzo d'amore nasce dalla tradizione dei narratori popolari contaminata dalla prosa degli storici greci. Durante i periodi oscuri, con l'arrivo dei barbari, il romanzo ha un colpo di arresto e servirà un millennio per ripristinarlo con la presa di coscienza della donna.

Il romanzo si sviluppa con la sensibilità femminile a cui gli uomini si sono malamente adattati. La lettura di un romanzo non è di per sé una cosa disdicevole perché se una mente è malvagia, non verrà indotta ad esserlo solo dal romanzo. Un secolo dopo Rousseau sosteneva che una brava ragazza non dovrebbe leggere i libri d'amore e se, nonostante il titolo, lo leggerà non si sarebbe dovuta lamentare del male che le avrà fatto.

Voltaire, che sostiene il buon gusto come qualità dell'uomo onesto alla ricerca del bello come fonte di verità, non può e vuole sostenere l'idea di Rousseau, il suo stile e le questioni sollevati in Julie. Non solo per antipatia personale ma anche perché c'è una distanza incolmabile tra il gusto e il relativo giudizio dei due.

Voltaire sostiene il classicismo mentre Rousseau è contro i romanzi perché ritiene che la morale è per gente oziosa. Solo nella solitudine i libri hanno un'utilità e il libro non è un rimedio contro la noia. I romanzi corrompono soprattutto perché si leggono più in campagna che in città rendendo il campagnolo infelice. Infatti i romanzi esaltano la città ma offuscano i veri doveri e i sani costumi. Per Rousseau la salvezza è fuggire da Parigi. Esalta il patetico che è opposto ai motti di spirito di Voltaire.

Voltaire che sviluppa nei contes le sue nuove idee, sostenendo che dove il buon gusto classico non si sia sviluppato, vige ancora uno stato barbaro. Rousseau promuove il ritorno ai costumi semplici e rustici, vuole abolire gli incanti dei romanzi aumentando il disgusto per il proprio stato. Se un romanzo è ben fatto, sarà fischiato dai parigini. Queste sono le stesse accuse che Voltaire rivolge a Julie contro le convenzioni non rispettate, l'assenza di genio e la mancata elaborazione di uno stile adeguato. Rousseau sapeva bene di aver realizzato ciò di cui Voltaire lo accusava.

Voltaire rifiuta la tragedia in prosa perché in teatro, al verso, non si può rinunciare. Diderot scrive in prosa il dramma borghese, sapendo di non star scrivendo tragedie. La prosa è sinonimo di verosimiglianza ma la poesia è irrinunciabile nella tragedia, sinonimo di buon gusto. La poesia è il valore della tragedia perché un eroe non si potrebbe esprimere che in versi.

Ma già nella seconda metà del Settecento Diderot e Lessing si chiederanno perché un re non possa esprimersi come tutti. Voltaire non condivide perché il teatro deve piacere più all'orecchio che al cuore. Il teatro ha leggi convenzionali e una nuova sensibilità. La progressione logica delle passioni è più importante della coerenza drammaturgica.

Un imperativo del Settecento: scrivete lettere patetiche!

L'Éloge de Richardson è un interessantissimo testo del 1762 di Diderot che rivoluziona la concezione del romanzo. I suoi personaggi evocano temi reali come la saggezza, la nobiltà, la severità del lavoro dell'arte. Nel romanzo attira l'attenta osservazione della natura umana. Diderot comprende che i tratti costituivi del romanzo epistolare incidano sulle modalità di scrittura e sulla struttura del romanzo in genere ma solo se depurati dagli elementi del fantastico e dell'oriente.

La narrazione è un'enunciazione del reale basata sulla polarità tu-io ma la comunicazione epistolare può manifestarsi come finzione. Ad esempio nella Nouvelle Héloise, il racconto è parziale a causa dell'andamento epistolare. Questa parzialità è però sopperita dai meccanismi di condensazione ed allusività che permettono la coerenza e l'autosufficienza. La storia d'amore tra Julie e Saint-Preux giunge ad un epilogo tragico dove l'affettività amicale tra i due raggiunge l'apice. Julie è il perno delle lettere che, anche se scritte da persone diverse, mostrano un'uniformità stilistica poco plausibile.

Lettres Portugaises ha un grande successo e manifesta tutte le potenzialità del genere epistolare: uno stile incerto e sconnesso aumenta il realismo; una relazione preesistente che viene interrotta dall'abbandono; una donna, una monaca che risponde al suo amante di cui non si conoscono le risposte. La sola voce della donna per narrare i fatti aumenta il senso di attesa.

70 anni dopo F. de Graffigny replica il successo con Lettres d'une Péruvienne che sono un'esibizione raffinata di esotismo e grazia. Il filone si intreccia con il roman larmoyant (romanzo alla Prévost che incontra un gusto che i filosofi amano e giustificano concettualmente. sentimentale) Questo tipo di scrittura era quella che Diderot aveva tentato di elaborare con La Religieuse dove la natura è capace di regolarità ma anche di causalità mostruose. Il Richardson di Diderot descrive la natura; esalta la virtù e condanna il vizio come emerge ne La Religieuse deve la deformità dell'animo umano, le differenze sociali e la perversione individuale sono dentro una società corrotta.

La Religieuse è un drammatico quadro dell'animo umano nato intorno al 1758 da uno scambio epistolare tra Diderot, che si finge una monaca che vuole ottenere l'annullamento dei voti, e de Croismare che si era interessato al caso della ragazza. La Religieuse è una satira contro i conventi, una requisitoria contro la religione cattolica e la sua coercizione, la presa di coscienza di una donna segregata. Diderot era contrario all'istituzione monastica ma dipinge Susanna, la protagonista, con una fervente religiosità, la cui vita testimonia l'oppressione delle istituzioni e la violenza della società. È la presa di coscienza che la libertà individuale va ricercato nella verità e la realtà che per Diderot coincidono con la natura e le sue leggi.

La critica alla società è rivolta contro la famiglia e la Chiesa ne La Religieuse, mentre ne Le Neveu de Rameau è contro la società tutta corrotta e corruttibile. Le Neveu è un personaggio unico che ingigantisce e deforma tutti i mali della società ipocrita ed egoista convinta che il mondo sia tableau vivant dove ognuno assume la posizione che preferisce. Susanna è natura e libertà allo stesso tempo e la scoperta di sé non le permette di tornare alla natura originaria. Le convenzioni soffocano l'individuo e la società impone regole che frenano gli atteggiamenti.

Con Clarissa di Richardson nasce la religione dell'amore sentimentale. La storia è semplice: Clarissa è una giovane borghese che viene insidiata dall'aristocratico Lovelace. Questi, non riuscendo a piegare la sua virtù, la violenta dopo averla narcotizzata. Clarissa muore come una martire e incarna il simbolo della virtù e innocenza perseguitate ingiustamente. Richardson si avvicina al proibito, cattura il lettore ma poi scioglie la tensione nelle virtù dell'eroina. Il pietismo però copre solo superficialmente il fondo torbido e sensuale: Clarissa è attratta dal male anche se lo respinge. Richardson sviluppa e Rousseau alimenta il linguaggio del sentimenti che si orienta verso tonalità altissimi, registri iperbolici e vocaboli presi dalla lirica.

Kundera sostiene che se Richardson ha scoperto con il romanzo epistolare le possibilità introspettiva dell'arte romanzesca, è Diderot con Jacques le fataliste che ha gettato le indispensabili basi. Jacques le fataliste è uno snodo importante nel genere del racconto di viaggio che Kundera riprende per la sua pièce.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher LaTita di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Estetica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Mazzocut-Mis Maddalena.
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