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I concetti (mondo dell’intelletto) non traggono la loro verità dal fatto che riproducono fedelmente

gli oggetti. Traggono la loro oggettiva validità dal fatto che sono indispensabili per fare

esperienza.

I concetti in questo senso sono autonomi. Sono condizione di possibilità della nostra esperienza.

Possiamo fare esperienza perché possediamo i concetti, non viceversa.

Kant propone di trovare un punto comune nel concetto di ragione.

Per questo ha senso fare una critica della ragion pura. Pura perché Kant vuole fondare il punto

comune a priori, non all’interno dell’esperienza.

Questa è la “rivoluzione copernicana” = guardare come funzionano le capacità del soggetto.

Il trascendentale è guardare al funzionamento delle facoltà.

Così Kant supera la deriva metafisica che vedeva pericolosa per la filosofia.

Vuole fondare la metafisica come scienza come se fosse un’operazione aritmetica.

Vuole superare la filosofia cartesiana, l’evidenza dell’esperienza. Invece dobbiamo garantire

l’oggettività della conoscenza, la validità universale.

L’universalità è fuori del dato, è nelle strutture formali che caratterizzano il soggetto. Anche se è

necessario l’incontro con il sensibile.

Kant distingue limite e confine.

Il nostro intelletto è finito. Ha bisogno di creare un ordine. Da un lato è limitato (senso negativo del

limite), ma Kant dice che ha un confine (senso positivo) → il campo di un contadino ha dei confini.

Oltre i confini c’è altro. La mia ragione può agire solo all’interno di un territorio.

Quali sono i confini della ragione?

La ragione deve stare entro il territorio dell’esperienza. L’intelletto umano non può creare niente,

deve limitarsi a ciò di cui percepisce qualcosa.

Concetti dell’intelletto possono applicarsi solo a ciò di cui facciamo esperienza.

L’esperienza è un concetto ambiguo: ha un senso passivo/recettivo e ha anche un significato attivo

(il materiale dei sensi viene organizzato, siamo abituati a vedere la natura come ordinata).

La nostra ragione legifera sempre.

Abbiamo la molteplicità che si presenta ai nostri sensi.

Esempio della linea → se traccio una linea sto in realtà tracciando una serie di punti. La mia

sensibilità percepisce i punti, l’immaginazione mi permette di percepire i punti raccolti in

successione, l’intelletto mi permette di dire che si tratta di una linea.

Il molteplice va organizzato in 3 momenti. Sono i 3 momenti del processo di sintesi:

La prima è la sintesi dell’apprensione (percepisco i punti della linea). Il molteplice va

• dominato collocandolo in spazio e tempo.

La seconda è la sintesi della riproduzione (riproduco i punti e li raccolgo in successione).

• Va raccolto, raggruppato → opera dell’immaginazione

La terza è la sintesi della ricognizione (ho garantita una conoscenza intellettuale).

• Va unito, riconosciuto. Bisogna unire le parti e costituire un unico oggetto. → opera

dell’intelletto.

La sintesi permette di unificare il molteplice in modo da poterlo conoscerlo.

L’immaginazione ci permette di raccogliere il molteplice.

L’immaginazione è la facoltà di rappresentare un oggetto anche in suo assenza.

La memoria è strettamente connessa all’immaginazione, ma non è la stessa cosa.

L’immaginazione crea un’immagine che non necessariamente è un ricordo. È come se ci facesse

percepire di nuovo, come se rendesse di nuovo presente l’oggetto.

L’immaginazione potrebbe forse essere la radice comune fra sensibile e intelletto perché colma la

distanza fra questi due.

L’immaginazione ha in comune con la sensibilità la spontaneità, ma ha in comune con l’intelletto

la capacità di creare un’unità.

L’immaginazione sta a metà quindi.

A partire da qui si sviluppa lo schematismo = studio del funzionamento dell’immaginazione nel

procurarci un’immagine dell’oggetto, stando fra sensibile e intelletto. Prevale la sintesi

dell’intelletto che ci dà una conoscenza autentica, perché a priori e universale.

LEZIONE 13 – 17 marzo

Schematismo trascendentale di Kant è un modo di superare Hume.

Lo schema è un prodotto dell’immaginazione produttiva. È un’opera.

Se lo schema è un’opera, diventa difficile spiegarne la funzione, il ruolo, l’origine.

Noi cogliamo lo schema attraverso un ipotiposi, cioè una presentazione.

Lo schematismo è tra la funzione della sensibilità e il prodotto di un’attività produttiva.

La conoscenza è capacità di dare regole all’immaginazione perché l’immaginazione è produttiva e

quindi pericolosa.

Regole che diamo all’immaginazione sono universali o personali?

Hume direbbe che le regole non sono né individuali né universali.

Esse appartengono a tutti perché tutti abbiamo il buon senso perché abbiamo la medesima natura

umana che funziona allo stesso modo.

Non dobbiamo però cercare di fondare la natura umana o spiegare perché funziona nello stesso

modo in ognuno di noi perché cadiamo nella metafisica.

Le regole sono comuni a noi tutti.

Il carattere corretto della percezione sensibile è il risultato del senso comune, cioè del controllo

empirico dei nostri atti.

L’immaginazione è un medium funzionale.

Hume → Sez IV libro I: dobbiamo cercare le regole dell’immaginazione.

Le operazioni di questa facoltà sono uniformi.

I principi che connettono le idee non sono universali e necessari, sono comuni e contingenti.

Bisogna cercare le regole che sovrintendono all’esercizio della dolce forza, l’immaginazione.

L’immaginazione è una dolce forza ovunque agisca, è una facoltà associativa, è capacità di

creare connessioni.

Il pensiero di Hume è un pensiero associazionistico in virtù del quale si cercano le regole che

guidano l’immaginazione.

L’immaginazione spiega come la natura umana si rappresenta il mondo.

A Hume interessa come funziona il senso comune, non le leggi fisiche.

Quali sono le regole dell’associazione?

Sono il prodotto dell’immaginazione. Funzionano ovunque vi sia da associare. Regole associative

funzionano sempre perché producono sempre qualcosa.

Queste regole sono funzioni, non sono proprietà metafisiche né del soggetto né delle cose.

Sono psicologiche, appartengono alla natura umana.

Non hanno fondamento metafisico né fondamento nelle cose.

Sono regole empiriche, che deduciamo dai nostri atti d’esperienza.

Sono regole ferree (le usiamo tutti) e deboli (non hanno fondamento metafisico).

Le regole principali sono 3 relazioni (sono regole associative).

Come noi associamo gli oggetti, impressioni o idee:

rassomiglianza

• contiguità

• causalità

Di queste tre regole la più importante è la causalità (sez IV).

Che cos’è la causalità?

Chiedersi cos’è è una domanda sbagliata. Dobbiamo chiederci come funziona il principio causa-

effetto.

Hume per definire la causalità usa una metafora: sez IV “E’ una sorta di attrazione che si trova ad

avere nel mondo mentale, non meno che in quello naturale degli effetti straordinari.

Questi effetti sono evidenti, ma hanno delle cause specifiche? Questa cause, se ci sono, sono

sconosciute e si può riguardarle solo come proprietà originarie della natura umana, che non ho la

pretesa di spiegare”.

“Non vi è cosa tanto necessaria a un vero filosofo quanto quella di frenare il desiderio

intemperante di cercare le cause”.

Hume: La filosofia non deve spiegare il mondo, bensì descriverlo.

Le scienze particolari hanno il compito di spiegare il mondo.

Questo è il presupposto di Husserl: la filosofia non deve spiegare le cause, non è una scienza

cognitiva.

La filosofia non ci dice cos’è l’io, ma guarda come opera, cioè associando.

Dobbiamo studiare gli effetti non le cause.

Quali sono i primi effetti?

La costruzione di idee complesse, cioè delle associazioni di idee semplici messe in atto attraverso la

dolce forza attrattiva chiamata immaginazione.

Le idee complesse sono idee di relazione, di modo e di sostanza.

Ogni idea complessa segue al suo interno regole associative.

Le idee complesse più interessanti sono quelle che riguardano la sostanza (sez VI). Sezione scritta

contro Aristotele. Ci due indicazioni storiche: non è necessario essere platonici per essere

antiaristotelici.

Hume vive accanto ai platonici di Cambridge. Si deve essere antiaristotelici perché la logica di

Aristotele è fondata su un presupposto ontologico, ha fondamento metafisico.

Il concetto di sostanza è un male per la conoscenza perché officia dall’interno la logica di Aristotele.

Quando parliamo di sostanza cosa intendiamo?

Non realtà metafisica, bensì la sostanza (metà sez VI) è una “collezione di qualità particolari”

unite da nessi associativi regolati empiricamente.

L’io non è una sostanza individuale, è un insieme di qualità particolari.

Per Descartes il fondamento della conoscenza era la sostanzialità dell’ego. La logica cartesiana

poggia su un fondamento onto-metafisico.

Hume è contro Aristotele e Cartesio.

Il modo per distruggere l’idea di sostanza è dire che è collezione di qualità particolari.

Nel fare logica usciamo dalla metafisica, dalla teologia, dai presupposti non fondati.

La logica è funzionamento.

“L’idea di sostanza, come pure quella di modo, non è altro che collezione di idee semplici unite

dall’immaginazione.”

La sostanza è un nome a cui dobbiamo associare questa collezione.

Sez VII Hume fa una discussione interna con Berkeley e Locke.

L’unico modo con cui noi ci formiamo le idee è l’associazionismo. Un’idea particolare diventa

un’idea generale quando viene unita a un nome generale.

È un nominalismo empiristico.

Legame fra idee particolari e generali è analogico e non sostanziale.

Facoltà che ci permette di associare un nome a un’idea è l’immaginazione.

L’immaginazione è pronta in questa associazione.

La complessità della conoscenza è una pronta capacità associativa. Più associazioni facciamo più

sviluppiamo la nostra mente.

Quindi non c’è un vincolo nominalistico, non c’è un vincolo realistico → la mente funziona

associando.

Qual è il principio per cui noi costruiamo dal semplice al complesso, dal particolare al generale?

Le idee generali non si formano formando dei nomi.

Noi associamo quanto più siamo abituati a farlo.

Le idee complesse si formano tramite la funzione dell’immaginazione all’interno di un percorso

abitudinario.

Cosa deve fare il filosofo?

Soltanto per abitudine le idee possono diventare generali. La filosofia deve educare all’abitudine,

deve formare idee complesse. L’abitudine è la capacità di giudicare.

Lo stupido è colui che non associando non sa costruirsi idee astratte generali.

LEZIONE 14 – 22 marzo

Quale legame c’è tra una visione ontologica (1° modulo) e una visione fenomenologica

dell’immagine (2° modulo)?

Visione ontologica → qui la filosofia è filosofia dell’essere. Non è un problema di filosofia

• della conoscenza, no problema epistemologico. Non c’è conoscenza estensiva del mondo

Visione fenomenologica → L’immaginazione non dà origine ad alcuna ontologia. Non

• dobbiamo interrogarci su cosa sia la conoscenza, l’immagine ecc. Hume fa una teoria

operativa della conoscenza.

La parola con cui dobbiamo identificare il discorso epistemologico di Hume è associazione o

connessione fra impressioni e idee o delle idee fra loro.

Logica è lo studio del senso comune che attraverso il lavoro dell’immaginazione connette le idee

tra loro e le impressioni e le idee. L’immaginazione non ha funzione ontologica. L’immaginazione

non è una cosa, è un’operazione.

Qual è l’analogia, il legame allora?

L’analogia è che in entrambi i casi l’immaginazione è una struttura di connessione.

L’immaginazione è una funzione di legame.

Nel caso di Nicea è una funzione ontologizzante, nel secondo caso è una funzione solo descrittiva.

L’immaginazione mette in atto strutture di rinvio e connette parti diverse.

Mette in atto als ub (= “come se”), cioè l’analogia.

L’immaginazione è analogica.

Qual è la differenza?

La differenza è nella modalità di passaggio dalla percezione sensibile all’idea.

In un caso si passa da una concezione sensibile a un’idea che rimane invisibile. L’idea è la

• forma invisibile, astratta. È importante il processo che porta verso l’invisibile.

Nel secondo caso la percezione sensibile materializza l’idea. Qui invece l’idea deve

• riportare la concretezza della forma.

Che cosa mi permette di associare?

Innanzitutto l’abitudine.

Le forme connettive sono due: immaginazione e memoria.

La forma di connessione logica tra idea e forma è il principio causa-effetto.

Esempio: Se c’è odore di pecorino che crea l’idea di pecorino, deve esserci la causa, cioè il

pecorino.

Nell’inferenza dall’impressione all’idea c’è il principio di causalità.

La principale forma di conoscenza è la connessione fra una causa e un effetto.

La natura umana ragiona empiricamente secondo questo principio.

Il principio di causalità denota la corrente filosofica meccanicistica, nemica dell’empirismo.

È come se questo principio fosse necessario: vi è legame necessario fra causa ed effetto.

La causalità è un principio forte che dà idea che il mondo sia una struttura necessaria.

La legge di causa ed effetto è intrinseca alla materia.

Il mondo è una macchina ontologicamente stabilita da Dio. Dio è un geometra.

Dio stabilisce leggi causali.

C’è legame ontologico fra causa ed effetto.

Il ragionamento ontologico deve seguire una sequenza di cause ed effetti.

Hume: questo modello è sbagliato.

La relazione fra causa ed effetto deve essere indebolita.

Passaggio tra impressione e idee implica un legame fra le due. Questo legame però non è una legge

ontologicamente determinata. Non è una legge stabile e certa.

Di che tipo di causa stiamo parlando?

Siamo abituati ad avere una visione ontologica della causa: c’è una causa prima da cui discendono

tutte le altre cause ed effetti (Aristotele, il motore primo, la causa in sé). Questo modello è

ontologico e ascensionale perché le cause discendono dalla prima causa.

Il principio di causalità in questo modo dice che il fondamento delle cose è metafisico, è nella

sostanza.

Hume vuole spazzare via tutto questo.

Non c’è relazione metafisica fra causa ed effetto.

Sez. II → questa relazione causale prodigiosa non deve essere cercata in nessuna delle particolari

qualità degli oggetti. La relazione causale non è di carattere qualitativo/ontologico.

Non c’è una sostanza causale.

Il principio di causalità non è una qualità, non è una sostanza, non è una verità metafisica, non è il

modo con cui Dio ragiona.

È vero che se c’è un effetto deve esserci una causa, ma questa causa non è necessaria non è

metafisica.

“L’idea di causalità deve derivare da qualche relazione esistente tra gli oggetti e questa relazione

dobbiamo cercare di scoprire” → scopo del Trattato sulla natura umana e scopo della filosofia.

La causa è una relazione d’ordine soggettivo.

Come si produce la relazione? Sez. V

La relazione è un prodotto dell’immaginazione.

L’immaginazione è responsabile di tutte le connessioni, ma non è una modalità di connessione che

pone legami forti fra le cose, è una dolce forza.

Le facoltà (immaginazione e memoria) sono operazioni che si ripetono.

La causalità è la forma di relazione più comune.

Ma come opera la causalità? Cosa unisce?

Ci sono condizioni di possibilità per queste operazioni della conoscenza? No, l’operazione si

giustifica solo descrivendola.

Husserl chiama questa dimensione in cui non c’è qualità intrinseca delle cose, non c’è certezza del

carattere ontologico della realtà: bancarotta della conoscenza oggettiva. Non ci sono più

fondamenti.

Dire che non ci sono fondamenti significa dire che la conoscenza non ha dimensione trascendentale.

Kant, Introduzione alla Critica della ragion pura: Tutte le nostre conoscenze derivano

dall’esperienza, ma esistono condizioni che rendono possibile l’esperienza → la seconda parte in

Hume non c’è.

Qual è il materiale della connessione causa-effetto?

Materiali di natura mista ed eterogenea. Anche se connessi sono materiali diversi tra loro.

Impressioni e idee sono diverse. La connessione non è tra pari, è tra oggetti diversi.

L’immaginazione non è una facoltà pura.

Ma dicendo questo non parliamo né della natura né delle cause. Le cause sono inesplicabili. Quando

diciamo che vi è una connessione non stiamo parlando della natura della causa, né della natura della

connessione. Stiamo dicendo che stiamo costituendo una connessione tra materiale eterogeneo.

Il principi di causalità è ciò che connette attraverso l’immaginazione l’impressione e l’idea.

Noi dobbiamo solo studiare le forme della connessione, non interrogarci sulla natura di ciò che

connettiamo.

Se tutto è così debole (non ci interroghiamo sull’essenza), come mai crediamo al legame?

Come sorge in noi la credenza? Sez. V

Com’è che nello scetticismo noi crediamo e salviamo la conoscenza?

Come mai crediamo all’inferenza sull’impressione e l’idea senza interrogarci sulla loro natura?

Nicea: credere è il simbolo, l’unione ontologica fra i due elementi.

Hume: la credenza non è un vincolo onto-metafisico. E quindi come facciamo?

La credenza o l’assenso che sempre accompagna la memoria e i sensi non consiste in altro che nella

vivacità delle loro percezioni.

Esiste una forma di credenza forte: le impressioni. E una forma di credenza debole: idee.

Credere è sentire con i propri sensi.

Il fondamento antimetafisico di Hume è che la credenza è la forza e la vivacità della percezione

perché la forza e la vivacità della percezione è quella che costituisce l’atto fondante del giudizio.

Hume dice il fondamento è la forza e la vivacità della percezione ed esse costituiscono l’atto

primitivo del giudizio. Percepire è giudicare. La verità della percezione è il fondamento. Il giudizio

è nell’atto stesso della conoscenza. Tutte le relazioni derivano da questo presupposto di assenso

veritativo dato dalla percezione.

Questa frase è valida per Kant? E per Husserl? Perché si, perché no. → domanda importante.

Kant: no. Percepire non è giudicare. La sensibilità offre materiale ma non opera la sintesi. Il

• giudizio non è operato dalla percezione sensibile. L’estetica offre materiale alla conoscenza,

ma non giudica. La sintesi è un atto spontaneo dell’intelletto, non è un assenso empirico.

Husserl: si. Il giudizio è percettivo. Esperienza è giudizio.

Husserl è nemico di Kant e amico di Hume perché il presupposto è che la percezione è l’atto

primitivo del giudizio.

Qual è la differenza fra Husserl e Hume?

Qual è il fondamento di questo giudizio per Hume? L’atto stesso del percepire.

• Il colore non è proprietà sostanziale delle cose, è un fenomeno percettivo.

Husserl: La verità è data dalla realtà oggettiva del mondo. Le qualità sono proprietà

• intrinseche delle cose. Ciò che a Hume non interessava (l’essenza) a Husserl interessa.

Prima conclusione:

La credenza è data dalla percezione.

Il giudizio è ciò che traiamo dalla percezione stessa.

Non vi è natura ontologica, solo natura percettiva.

Ontologia è ridotta alla mera operatività.

Questa è la credenza da cui escono tutte le altre forme di credenza.

Possiamo credere all’inferenza tra impressione e idea, possiamo credere che la conoscenza sia un

insieme di associazioni, solo se crediamo alla credenza originaria della percezione.

Questo è l’unico presupposto “metafisico” del discorso di Hume.

Seconda conclusione:

Come si verifica questa connessione? Come io credo?

Sez. VI

LEZIONE 15 – 23 marzo

Giudizio secondo Cartesio: operazione soggettiva intellettuale, la cui validità è data dalla sua

giustificazione d’ordine ontologico/metafisico.

Senso conoscitivo del giudizio on è radicato nella dimensione esperienziale, bensì nella sostanza

ontologica da cui il giudizio viene fondato.

Cartesio non sarebbe d’accordo che percepire è giudicare.

I sensi non possono giudicare perché sbagliano.

Hume va consapevolmente contro la metafisica seicentesca.

Dire “percepire è giudicare” significa rimodulare il problema dell’errore.

L’errore non viene dai sensi, ma deriva dalla scorretta applicazione delle regole cognitive.

La correttezza dei nostri atti percettivi è data dal senso comune. È il senso comune che riconosce

l’errore.

Il problema di Hume è trovare le regole.

Kant prende da Hume molte delle sue argomentazioni, soprattutto la polemica alla metafisica.

Si distanzia però dicendo che il giudizio è dato dall’intelletto.

L’intelletto non è la ragione cartesiana, ma il modello è quello cartesiano. L’io è al centro anche se

cambia la concezione dell’io.

Percepire non è giudicare, percepire è raccogliere materiale.

Come si instaurano i processi della credenza?

La base dell’assenso che diamo è la vivacità e la forza della nostra percezione.

Dobbiamo indagare il legame che ci fa passare dall’impressione all’idea. Questo legame, che è il

fondamento di ogni conoscenza possibile, è una connessione necessaria.

Cosa dà la validità a un giudizio?

La validità di un giudizio nella logica classica è il fatto che il giudizio è universale e necessario.

I giudizi empirici sono universali e necessari ma universalità e necessità vanno coniugati in modo

diverso dalla logica classica.

Esse non sono principi sostanziali, ma principi operativi.

Universalità = uniformità della natura umana.

Dobbiamo vedere come opera la connessione per determinare la sua necessità.

“Congiungimento costante e connessione necessaria” → su cosa è fondata? Sulla uniformità della

natura. Il presupposto è preriflessivo, c’è già, è la coscienza che la natura è fatta in un certo modo.

Non ci chiediamo perché la natura è fatta così.

L’uniformità della natura umana fa sì che giungiamo al presente attraverso una impressione pre-

data. Si giunge all’idea solo perché c’è stata una impressione. La catena temporale è necessaria.

L’immaginazione è quella facoltà temporale della natura umana che ci permette di passare

dall’impressione all’idea.

Il passaggio dipende solo dall’immaginazione. Sez. VI

Dobbiamo, per giustificare il passaggio, renderci conto della centralità connettiva

dell’immaginazione.

L’immaginazione è abituata a passare dalla parola all’idea.

Non c’è conoscenza senza immaginazione.

L’immaginazione quindi è produttiva, non si limita a riprodurre il reale, ma crea connessioni nuove,

estende la nostra conoscenza della realtà. È un potere empirico che estende la nostra capacità di

ragionare.

È una facoltà da educare anche se appartiene alla natura umana.

L’intelligenza è la capacità di costruire relazioni sempre nuove. La filosofia serve a creare

connessioni nuove.

Che cos’è la credenza? Sez. VII

Credenza = Idea vivace relativa o associata a una impressione presente.

Questa connessione segue delle regole determinate dalla immaginazione.

L’immaginazione si crea delle sue regole associative.

Come questo principio lavora?

Lavora in modo abitudinario. L’abitudine è un principio di associazione. Il credere deriva da questa

capacità di associare. Il credere non è un’idea paragonabile alle altre idee.

Il credere è un modo di formare un’idea. È un modo per costruire le idee, non è di per sé un’idea.

L’immaginazione lavora accanto a questo principio di formazione delle idee.

L’immaginazione non arriva da sola alla credenza → la credenza non consiste nella natura delle

idee. L’immaginazione non è ontologizzante. L’immaginazione consiste nel modo di concepire le

idee e nel renderle sensibili alla mente.

“È impossibile spiegare perfettamente la credenza” perché è una specie di sentimento associativo.

La credenza è un sentimento della natura umana.

Ragioniamo così perché siamo abituati a farlo perché la natura umana è questa.

Sez. VIII → la credenza non aggiunge niente all’idea, la rende solo più presente al nostro spirito.

Qual è la causa della credenza?

Il nesso che rende sentimentale la credenza, che fa lavorare l’immaginazione, è l’abitudine.

Abitudine = “Se dunque chiamiamo abitudine ciò che procede da una antecedente ripetizione

senza nessun nuovo ragionamento o inferenza, allora possiamo stabilire come verità certa che ogni

credenza la quale segua a un’impressione presente ha nell’abitudine la sua unica origine”.

Causa imprescindibile della credenza è la ripetizione e la forza dell’impressione.

La presenza di un’impressione è una condizione necessaria per la credenza.

Se c’è processo, abitudine è perché c’è un’impressione.

Anche in filosofia dobbiamo seguire il nostro gusto e il nostro sentimento, perché la credenza è una

specie di sentimento.

Ovunque io giudichi, io sto esercitando il mio sentimento.

La connessione tra gli oggetti è sentimentale, deriva da una mia intenzione.

Che cos’è la conoscenza?

La conoscenza è la certezza che nasce dal confronto delle idee.

È ciò che nasce dal processo stesso con cui si sviluppa.

È ciò che noi otteniamo se seguiamo delle regole, se seguiamo in modo abitudinario queste regole,

se ci educhiamo a queste regole (sez IX), se ci rendiamo conto che l’unico vero compito della

filosofia è educare a applicare queste regole.

L’educazione serve a rendere passionale la conoscenza.

L’abitudine per Hume non è un processo meccanico, ma è un processo passionale, è un’esigenza

forte del soggetto. Scaturisce da ciò che noi siamo.

Il giudizio per Hume è a posteriore perché empirico.

L’attribuzione della predicazione al soggetto è a posteriori, cioè non c’è prima dell’atto di giudicare.

Il giudizio è un’attribuzione di senso che deriva dall’esperienza.

7+5=12 per Hume è un giudizio a posteriori.

Per Hume non esistono giudizi che non siano a posteriori.

Per Hume tutti i giudizi sono sintetici → la sintesi è l’immaginazione, l’abitudine, la connessione.

In Hume c’è una sola forma di giudizio e una sola forma di sintesi.

Questo è il punto che Kant critica.

Considerare tutti i giudizi come sintetici significa cadere in un naturalismo ingenuo.

Contro Hume bisogna distinguere i giudizi fra loro.

LEZIONE 16 – 24 marzo

La filosofia serve a insegnarci i modi della conoscenza, non i contenuti del conoscere, che

riguardano le scienze particolari.

L’immaginazione non costituisce il mondo, è costitutiva di una relazione, di una associazione.

Produce una connessione.

Che rapporto c’è tra immaginazione, credenza e abitudine?

La credenza non aggiunge o toglie nulla alle cose.

La credenza è il grado di vivacità dell’impressione. Quanto più la connessione è forte, tanto più noi

crederemo in essa.

L’abitudine è il modo con cui la natura umana effettua connessioni.

Elementi molto diversi sono messi insieme da nessi (es. causa-effetto).

Il legame non è intrinseco all’oggetto, ma è creato da me. Quanto più la connessione sarà presente

ai sensi, tanto più io crederò ad essa.

Aspetto rivoluzionario di Hume: la conoscenza è il risultato di operazioni soggettive d’ordine

esperienziale.

Il mondo ha un senso in sé ma questo non viene indagato. Si indaga il modo della natura umana di

conoscere il mondo.

Operare significa connettere / associare / trovare nessi / costituire interi.

Limiti di Hume secondo Kant: il giudizio è sempre a posteriori.

Teoria del giudizio di Hume è ingenua.

Secondo Kant, Hume è:

Fisiologo → accusa è di non fare una teoria della conoscenza, ma una fisiologia della

• conoscenza. Hume ritiene che la conoscenza sia una serie di operazioni della natura umana.

La natura umana però è oggetto di studio dei fisiologi e non dei filosofi.

Hume studia solo gli atti fisiologici del conoscere, non le condizioni di possibilità della

conoscenza.

Psicologo → quella di Hume è una psicologia. Studio del soggetto basato su presupposti

• contingenti e quindi casuali. Hume mi fa scoprire un soggetto diverso da quello di Cartesio

(non metafisico). Ma questo soggetto è meramente individuale. In Hume non c’è oggettività

del giudizio. Porta verso una conoscenza che non ha certezza. Hume incarna in sé i mali

dello scetticismo. Hume costituisce una metafisica scettica.

Problema di Kant: come capire la lezione di Hume (necessità di uscire dalla metafisica) senza

cadere in uno psicologismo scettico e in un fisiologismo astratto, in una rinuncia a una conoscenza

oggettiva?

Kant trova un modo e un’applicazione.

Introduzione della Critica della ragion pura:

Non c’è dubbio che ogni nostra conoscenza incomincia con l’esperienza.

Gli oggetti determinano le rappresentazioni e mettono in moto il nostro intelletto. Il nostro intelletto

affronta queste rappresentazioni in modo che le impressioni sensibili formino l’esperienza.

Tutte queste relazioni avvengono nel tempo.

L’esperienza è di carattere temporale e sensibile.

Ma benchè ogni nostra conoscenza cominci con l’esperienza, da ciò non segue che essa derivi

interamente dall’esperienza.

Esistono all’interno dell’esperienza degli elementi che pur interni all’esperienza sono distinguibili

da essa in quanto a priori.

A priori = elementi che sono condizioni di possibilità di. La conoscenza a priori non è empirica.

Hume non ha colto che il senso comune ha condizioni di possibilità.

Differenza tra idea innata e conoscenza a priori? La conoscenza a priori è puramente formale, è solo

una forma conoscitiva. Invece l’idea innata è una sostanza. A priori è forma della conoscenza, non

contenuto conoscitivo.

Spazio e tempo sono esempio di condizioni formali a priori. Essi non sono cose, sono le condizioni

attraverso cui abbiamo percezione del mondo.

Come dimostriamo che esistono conoscenza a priori?

Attraverso una teoria del giudizio. A Hume manca una un modo per organizzare il sistema della

conoscenza.

Il giudizio non è uno solo, ma si articola in 3 forme che danno origine a 3 forme di conoscenza del

mondo. Non esiste conoscenza al di fuori della teoria del giudizio.

Giudizi:

Analitici (a priori)→ (introduzione, par. 3). E’ un giudizio che spiega. Il predicato non

• aggiunge nulla al soggetto. La predicazione è implicita nel soggetto.

“Tutti i corpi sono estesi”. È implicita nel giudizio corpo la qualità dell’estensione.

Mirano a chiarire il concetto.

Sintetici (a posteriori)→ è un giudizio che amplia la conoscenza. Aggiungono al soggetto un

• predicato che non era implicito nel soggetto stesso.

“Tutti i corpi sono pesanti”. Posso determinarlo solo se determino il peso del corpo, quindi

se passo attraverso l’esperienza.

Per Hume tutti i concetti appartengono a questa categoria.

Mirano ad estendere la conoscenza.

Sintetici a priori → tutti i giudizi matematici sono sintetici. Tutta la matematica estende la

• nostra conoscenza.

7+5=12: noi abbiamo il concetto di 7, di 5 e di somma. L’operazione è la condizione di

possibilità per avere il 12 che non è implicito né nel 7 né nel 5.

E’ necessaria l’operazione per avere il concetto nuovo.

In questi giudizi c’è lo spontaneo intervento del soggetto che sceglie quale operazione

interporre tra il 7 e il 5.

LEZIONE 17 – 29 marzo

Kant aggiunge lo schematismo trascendentale dopo il par. 24.

In Hume l’immaginazione è la facoltà della sintesi che mette insieme impressioni e idee, che sono

funzioni diverse fra loro.

Kant dice che non è l’immaginazione a compiere questo collegamento, questa sintesi.

Allora a cosa serve l’immaginazione?

L’immaginazione ha una funzione ancillaria = necessaria ma non sufficiente. È una condizione di

possibilità della sintesi, è a priori.

Accusa fatta a Hume nel par. 6 dell’introduzione della Critica della ragion pura → per Hume

esistono solo i giudizi sintetici.

Hume non ha una teoria del giudizio, non riesce a differenziare le funzionalità del pensiero.

Kant vuole fare invece una epistemologia che abbia una logica.

Kant non dice che la filosofia è solo epistemologia. Dice solo che non si dà epistemologia senza una

logica.

Giudizi sintetici a priori sono il cuore della Critica della ragion pura. Sono esemplificati da una

formula aritmetica 7+5=12.

Kant ritiene che sia una proposizione sintetica, non analitica. I giudizi matematici sono tutti sintetici

e tutti a priori. Il concetto di 12 non è contenuto in 7 e 5. Serve l’operatore dell’addizione.

Il giudizio sintetico a priori nasce per rispondere alla domanda “Come è possibile la matematica

pura?”.

Come sono possibili i giudizi sintetici a priori? Par. 6

Tentativo di risposta: bisogna capire cosa sia una filosofia trascendentale.

Filosofia trascendentale è l’idea di una scienza di cui la critica della ragion pura deve progettare

architettonicamente l’intero piano, con piena garanzia della completezza e della sicurezza di tutti gli

elementi che entrano a costituirne l’edificio.

Funzione della critica della ragion pura: progettare architettonicamente la filosofia trascendentale.

La critica della ragion pura deve guardare a tutti gli elementi.

Quindi il primo libro è: Dottrina trascendentale degli elementi.

Prima parte di questa architettonica è Estetica trascendentale e la seconda è Analitica trascendentale.

Non c’è continuità tra estetica e logica/analitica, dunque il filosofo deve mettere insieme le cose

diverse fra loro.

Bisogna unire ciò che mi offre l’estetica e ciò che produce la logica → l’estetica è semplicemente la

scienza di tutti i principi a priori della sensibilità, ciò che mi permette di cogliere la molteplicità dei

dati empirici. Mi dà le forme a priori della intuibilità: spazio e tempo.

Qui Kant dice cosa l’estetica non è.

Spazio e tempo sono le forme grazie a cui posso intuire tutto il molteplice.

Ma l’intuizione estetica è un giudizio?

No, è una condizione di possibilità per il giudizio.

Il problema della conoscenza non è risolto con l’intuizione.

Per conoscere dobbiamo arrivare al piano della sintesi.

Come possiamo categorizzare il dato empirico?

Come passiamo dal senso comune alla scienza?

Come passiamo dall’estetica alla scienza?

La deduzione trascendentale fu rifatta da Kant tra la prima e la seconda edizione della Critica della

ragion pura.

Par. 15 →Come facciamo a congiungere il molteplice che ci deriva dai sensi e il generale, dal

momento che la congiunzione non può venirci dai sensi stessi? I sensi non hanno capacità sintetica.

Sensi sono recettivi, ma non spontanei nel sintetizzare.

La congiunzione è una sintesi. Sintesi di che cosa?

La sintesi è una congiunzione che è la rappresentazione dell’unità sintetica del molteplice.

Come e chi opera questa congiunzione?

Critica della ragion pura: sez. II par. 15 a 24 (soprattutto par. 15-16- 17- 22- 23- 24)

Deduzione trascendentale

Perchè le categorie, pur essendo forme soggettive della nostra mente, pretendono di valere anche

per gli oggetti, ossia per una natura che, materialmente, non è l’intelletto a creare?

Detto altrimenti, che cosa ci garantisce, di diritto, che la natura obbedirà alle categorie,

manifestandosi, nell’esperienza, secondo le nostre maniere di pensarla?

La risposta a questa domanda richiede una deduzione trascendentale dei concetti puri dell’intelletto.

Il termine deduzione è impiegato qui da Kant nell’accezione che esso ha nel linguaggio giuridico:

significa “dimostrazione di un diritto” della legittimità di una pretesa.

Nei confronti delle forme della sensibilità, cioè dello spazio e del tempo, tale problema non si

affaccia.

Infatti, un oggetto non può apparire all’uomo, cioè essere percepito da lui, se non attraverso queste

forme.

Un oggetto che non è dato nello spazio e nel tempo non è un oggetto per noi, perché non è intuito.

Invece, per quanto concerne le categorie, non è per nulla evidente che gli oggetti debbano sottostare

a esse.

La sintesi non è un processo immediato perché la sintesi impone una mediazione, una congiunzione.

Par. 15-16 → la sintesi impone una attività di congiungere.

L’intelletto non è totalmente autonomo perché il materiale non è prodotto dall’intelletto.

La sintesi è una congiunzione in cui i sensi devono essere uniti ad apparati che non sono nei sensi.

Ci deve essere una produzione autonoma dell’intelletto.

Come si effettua la sintesi? Par. 16

Non esiste rappresentazione senza l’attività sintetica dell’io penso. Se io ho rappresentazioni è

perché compio atti rappresentativi.

L’io penso

L’unificazione del molteplice non deriva dalla molteplicità stessa, che è sempre qualcosa di passivo,

ma da un’attività sintetica che la sua sede nell’intelletto.

Distinguendo tra il processo tramite il quale si attua la sintesi del molteplice e il principio in base a

cui si realizza l’unificazione, Kant identifica la suprema unità fondatrice della conoscenza con quel

centro mentale unificatore che egli, per meglio sottolineare come esso non si identifichi con la

psiche di questa o di quella persona, ma con l’identica struttura mentale che accomuna gli uomini,

denominca con l’espressione “io penso”.

Senza tale autocoscienza le varie rappresentazioni non si configurerebbero come “mie” e quindi

risulterebbero impossibili: “l’io penso deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni; in

caso contrario si darebbe in me la rappresentazione di qualcosa che non potrebbe esser pensata; il

che equivale a dire che la rappresentazione o sarebbe impossibile o, per me almeno, sarebbe

nulla”.

LEZIONE 18 – 30 marzo

Per effettuare la sintesi non bastano le categorie? Perchè non basta l’io penso?

L’io dà unità.

Senza l’immaginazione poi il materiale rischia di non avere vivacità e forza.

Kant è uno dei pochi che si rende conto che la rivoluzione francese riesce a mettere in atto i principi

dell’illuminismo, cioè “io ragiono da me”.

Per un filosofo che si crede illuminista, l’io è fondamentale.

È necessaria una congiunzione (esigenza humiana) fra sensibilità e intelletto (par. 15-16).

Nel par. 16: l’io penso deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni.

Par. 17: è necessario che le categorie abbiano una unità e questa unità del molteplice in forme pure è

possibile solo se c’è unità in un centro funzionale.

L’io penso viene definito in molti modi = unità rappresentativa del molteplice → in Kant la nozione

di rappresentazione è possibile solo se c’è un principio unitario che rende possibile la

rappresentazione del mondo: l’io penso.

La filosofia di Kant è strettamente connessa al concetto di rappresentazione.

Cosa significa conoscere?

Significa compiere atti sintetici = rappresentare.

L’io penso è capacità di rappresentare.

Rappresentare è la funzionalità dell’io penso. È unire materiale sensibile nelle categorie, effettuare

una sintesi.

La rappresentazione è un atto intellettuale, è la costruzione di una forma ad opera di un io.

L’io penso è un atto della spontaneità. La spontaneità è l’a-priori, qualcosa che non è

nell’esperienza.

L’unificazione del molteplice non deriva dalla molteplicità stessa perché essa è passiva. Il sensibile

non sintetizza nulla, non ha una ragione in sé.

Kant discute la passività in senso negativo: la passività allontana dalla conoscenza.

La spontaneità è un’attività sintetica.

Par. 16-17 definizione dell’attività sintetica. L’intelletto non è un’attività sintetica, è una condizione

di possibilità dell’attività sintetica. Non ha possibilità di effettuare di per è la sintesi.

Non c’è sintesi senza intelletto, ma l’intelletto per sintetizzare ha bisogno del materiale sensibile.

La filosofia di Kant è intellettualistica: l’intelletto è necessario ovunque vi sia concetto, ma non è

sufficiente alla attività sintetica. Intelletto produce le categorie ma non effettua la sintesi. Le

categorie sono concetti puri.

Intelletto è condizione necessaria ma non sufficiente alla conoscenza.

Intelletto produce giudizi analitici, cioè non estensivi della conoscenza.

L’esigenza di Kant è trovare unità del molteplice.

Cosa non è una unità del molteplice? La psiche individuale. L’unità del molteplice non è nel singolo

individuo. È in una condizione di possibilità a priori: io penso.

L’io penso è un’autocoscienza: le rappresentazioni sono mie.

Conseguenze: par. 16 → l’io penso garantisce l’identità della coscienza della rappresentazione.

Questa identità è necessaria per effettuare la sintesi.

Par. 17: il materiale sensibile non si autostruttura.

Kant: noi possiamo conoscere solo fenomeni. I nostri giudizi sono sui fenomeni, cioè ciò che è

prodotto dalla sintesi. La cosa in sé non è conoscibile, nel senso che il nostro unico modo di

conoscere è rappresentazionale → posso conoscere le cose solo come appaiono alla mia coscienza.

Coscienza = unità sintetica dell’io.

L’io penso non è un’anima, una psiche. È una funzione della coscienza.

La coscienza è consapevole di rappresentare altrimenti non sarebbe spontanea.

Conoscere significa formalizzare l’empirico in categorie, pensare secondo concetti e non secondo

labili impressioni.

Bisogna chiedersi come sono possibili i giudizi sintetici a priori. Non chiedersi cos’è la coscienza,

ma come opera la coscienza.

La cosa in sé è un’entità metafisica.

È convincente questo processo? Kant argomenta bene: dà delle premesse che giustificano la

conclusione. Per contestare Kant bisogna contestare le sue premesse.

La logica di Kant è categoriale, non dell’esperienza (simile ad Aristotele).

Non è una logica dell’esperienza perché le strutture sono esterne all’esperienza → questa è la critica

che il realismo fa a Kant.

La categoria non è nell’esperienza.

L’io penso deve agire tramite le categorie. I giudizi si basano sulle categorie.

Categorie = 12 funzioni unificatrici in cui si esplica l’attività sintetica.

L’esperienza per Kant è la categorizzazione. Esperire = categorizzare.

Par. 22 → pensare un oggetto e conoscere un oggetto sono due cose diverse. Pensare un oggetto

è un esercizio puramente intellettuale, conoscere è un esercizio sintetico: significa applicare le

categorie. Io posso pensare anche senza applicare le categorie (posso pensare a Dio o all’anima).

Il pensiero è una sfera più ampia della conoscenza.

Kant: qui stiamo facendo teoria della conoscenza, non teoria del pensiero.

La conoscenza richiede due elementi (attività di sintesi), il pensiero uno solo.

Si può pensare anche senza conoscere.

Tutti gli oggetti che noi pensiamo presuppongono le categorie. Conclusione (par. 22-23): la natura

del fenomeno obbedisce necessariamente alle forme a priori del nostro intelletto.

Cos’è il mondo dei fenomeni? Il mondo che appare ai miei sensi.

Che cos’è l’io penso? È il principio formale di unificazione del pensiero. L’io penso è una forma,

non una cosa.

L’io penso è la condizione di possibilità di conoscenza del mondo. È trascendentale, non

trascendente (perché non è una cosa).

L’io è un modo di conoscere, è una realtà modale, non una sostanza. È pura modalità e forma.

Riassumendo: deduzione trascendentale

la deduzione trascendentale è un processo in cui bisogna cercare di capire come noi pensiamo.

Come fa una forma soggettiva ad avere la pretesa di essere universale?

La legittimità del valore delle categorie per la conoscenza è data dall’io penso.

È l’io penso a legittimare la conoscenza.

La metafisica non ha bisogno di legittimarsi, invece il pensiero sì, e questo è illuminismo.

L’io penso funziona solo l’articolazione in categorie.

Il pensiero è dato categorie vuote che non hanno materiale empirico con cui essere rimpite. La

conoscenza invece si avvale del pensiero + contenuto empirico.

Problema del par. 24: introduce il problema dello schematismo trascendentale.

“Dell’applicazione delle categorie agli oggetti dei sensi in generale” → dobbiamo rispondere alla

domanda essenziale: come si verifica la sintesi?

Abbiamo parlato di funzioni. Ora dobbiamo guardare dentro queste funzioni.

Quando parliamo di intelletto abbiamo a che fare con forme del pensiero, non contenuti.

Kant ci dice cosa sono le categorie = sono semplici forme del pensiero.

Il problema della sintesi è come queste forme assumono aspetto concettuale, come si riempono di

senso, come si concretizzano.

Trovano una applicazione a oggetti solo attraverso materiale intuitivo.

Trovano la possibilità di concretizzarsi solo connettendosi a intuizioni sensibili. Così si calano nel

mondo e diventano fenomeni.

Questa concretizzazione è la sintesi del molteplice del sensibile.

Però questa sintesi è di due specie:

figurata (sintesi speciosa) → ha bisogno di figure. Sintesi vera e propria.

• intellettuale → pensata nella semplice categoria

Entrambe sono sintesi trascendentali perché sono a priori e perché, in quanto a priori, fondano la

possibilità di una conoscenza a priori.

La sintesi vera e propria, cioè quella che mi dà gli oggetti, è quella figurata.

Nella sintesi figurata c’è il concetto di immaginazione.

LEZIONE 19 – 31 marzo

Par. 24: sintesi di tutte le posizioni espresse riguardo al trascendentale.

Immaginazione per Kant è:

produttiva

• riproduttiva: Hume le attribuisce solo questa funzione secondo Kant.

Due possibilità di sintesi → sintesi non può essere solo intellettuale. L’intelletto è condizione di

possibilità per l’attività sintetica, ma non è condizione sufficiente.

Sintesi intellettuale.

• Sintesi figurata → l’immaginazione interviene nella costruzione di questa figuralità. Questa

• è una immaginazione produttiva perché interviene nel processo di costruzione di una sintesi

trascendentale che non è unificazione solo intellettuale.

Che cosa intendiamo per immaginazione in Kant?

Cosa intendiamo per immaginazione produttiva? Cosa produce questa immaginazione?

L’immaginazione è produttiva perché produce schemi che rendono possibile una sintesi figurata.

Schematismo trascendentale

Kant afferma l’eterogeneità fra sensibilità e intelletto; sappiamo anche che la conoscenza non può

che essere sintesi fra intuizione e concetto.

Come è possibile questa relazione fra rappresentazioni eterogenee.

Come è possibile, per esempio, l’applicazione della categoria di causalità dei fenomeni, dal

momento che questa è un concetto puro dell’intelletto, che non può trovarsi nei fenomeni stessi?

Per risolvere questa difficoltà, Kant sviluppa la dottrina dello schematismo trascendentale.

Presupposto: continuità fra sensibilità e intelletto.

Come è possibile questa sintesi in una modalità che non sia puramente intellettuale?

Come è possibile calare le categorie nella realtà concreta?

Lo schema non è una cosa, è una funzione modellistica, problema dell’incontro fra il temporale e

l’in-temporale.

Siamo di fronte a una ipotiposi = presentazione sul terreno della sintesi di materiali diversi.

Questi materiali devono originare una conoscenza organica, costruire nessi, calare l’intemporale nel

tempo o far diventare tempo l’intemporale.

Questo è il problema dello schematismo.

Cos’è la sintesi figurata?

È quella che propriamente dà origine alla sintesi trascendentale dell’immaginazione.

È la sintesi estensiva della conoscenza.

Qui l’immaginazione è definita come il potere di rappresentare un oggetto anche senza la sua

presenza nell’intuizione.

L’immaginazione qui ha il potere di rappresentare che prima era attribuito all’intelletto. Kant infatti

qui vuole solo distinguere il termine “rappresentazione” da “presentazione” → l’immaginazione

non è percezione.

Quella che qui è in gioco è l’immaginazione riproduttiva di Hume.

L’immaginazione in questa definizione è solo una riproduzione del dato sensibile.

Allora l’immaginazione perché riproduce un dato sensibile, appartiene alla sensibilità.

L’immaginazione è una funzione della sensibilità, di per sé non effettua sintesi, non è conoscenza.

Invece l’intelletto di per sé è conoscenza.

L’immaginazione è una condizione di possibilità della conoscenza ma non la accresce.

Ma nel momento in cui l’immaginazione pur empirica ha una funzione di congiunzione (quindi

funzione sintetica), è un medium, allora costituisce un esercizio della spontaneità. Quindi non è solo

recettiva ma ha anche funzione produttiva.

È recettiva ma ha un modo spontaneo di lavorare, di produrre.

Seconda definizione di immaginazione:

è una capacità di determinare a priori la sensibilità.

Opera una sintesi delle intuizioni in conformità delle categorie. Come fa? Diventando

immaginazione produttiva, producendo funzioni conformi.

Che differenza c’è allora tra categorie e concetti se entrambi sintetizzano e entrambi sono

produttivi.

L’immaginazione produttiva ha una funzione trascendentale, ovvero è una condizione di

possibilità della conoscenza.

L’immaginazione è produzione di senso e di schemi.

L’immaginazione produce conoscenza e pensiero. È cognitivamente indispensabile quanto

l’intelletto.

Quando parliamo di immaginazione che produce pensiamo a una immaginazione che produce opere

→ pensiamo a una produttività tecnica, artistica.

Kant nella Critica del giudizio associa l’immaginazione produttiva al “genio”.

L’immaginazione che produce schemi produce anche opere.

Non è empirica e associativa, è trascendentale e produttiva.

L’immaginazione produce anche quando si svincola da una funzione gnoseologica.

Cosa differenzia un giudizio teorico/conoscitivo da un giudizio estetico?

Giudizio logico ed estetico hanno la stessa forma (S è P).

Quali sono le facoltà che entrano in connessione nel giudizio? L’intelletto e la sensibilità.

La copula unisce dimensione intellettuale a dimensione sensibile.

Un giudizio teorico estende la conoscenza, è determinante. È oggettivo. Sintesi è

• conoscitiva.

Un giudizio estetico è soggettivo. Sintesi è solo finalizzata al sentimento di piacere o

• dispiacere dell’oggetto. Non conduce alla proprietà fenomeniche dell’oggetto. È un giudizio

riflettente perché riflette su di sé. È disinteressato perché non ha interesse empirico (non

desidero l’oggetto) né cognitivo (non voglio conoscerne le proprietà).

È universale soggettivo → soggettivo perché non può essere altrimenti ma io ne pretendo la

validità universale. Non pretendo che a tutti piaccia lo stesso oggetto. Ma pretendo che il

mio sentimento sia comunicabile, che gli altri lo comprendano. L’universalità non è

oggettiva, ma si tratta di una comunicabilità universale possibile perché non va sulla

caratteristiche oggettive.

Campo privilegiato del giudizio estetico: l’oggetto del giudizio estetico è il bello di natura,

non il bello artistico. Perché solo la natura è libera, non vincolata da un soggetto che la

produce. Può essere disinteressata.

Perchè Kant introduce il bello artistico quando il giudizio estetico si riferisce alla bellezza di

natura? Il giudizio estetico è un gioco vincolata da interesse teoretico tra intelletto e immaginazione.

È introdotto quando interviene la facoltà della ragione.

Ragione = facoltà del sovrasensibile. Facoltà non costitutiva. Ha una dimensione che non porta

sulla conoscenza. Porta sul pensiero e non sul conoscere. Produce concetti ma questi non hanno

intuizione corrispondente.

Prima funzione: produzione di concetti.

Seconda funzione: facoltà del limite. Pensare è più importante che conoscere. Attraverso la ragione,

facoltà che non è costitutiva e che non è conoscitiva, noi comprendiamo i limiti delle nostre facoltà

conoscitive. Comprendiamo i limiti di intelletto e sensibilità.

La ragione è il senso del limite.

Kant: che cosa accade quando l’immaginazione entra in connessione produttiva con l’intelletto?

Accade la sintesi figurata e l’immaginazione che produce schemi.

Che cosa accade quando l’immaginazione produttiva entra in connessione con la ragione?

Cosa accade quando una facoltà sensibile entra in connessione con la facoltà della non-

rappresentabilità? E qual è la funzione dell’intelletto in questo libero gioco tra immaginazione e

ragione?

L’intelletto dà la forma del giudizio. Ovunque vi sia relazione fra facoltà c’è l’intervento

dell’intelletto, anche quando il giudizio non è costitutivo.

Che cos’è il sublime? Una forma di giudizio estetico dove interviene la ragione facoltà del

sovrasensibile. Il giudizio eccede l’intelletto.

Il sublime è un sentimento misto: provo insieme piacere e dolore.

Da un lato proviamo piacere per la grandezza dello spettacolo che abbiamo davanti, essa ci fa capire

che non siamo limitati al sensibile, ci fa sentire piccoli di fronte all’immensità. Il bello non basta di

fronte alla grandezza della natura. Le mie facoltà vanno oltre i limiti. È uno spettacolo che non

riesco a chiudere nella forma di un giudizio.

Dall’altra parte sento i limiti delle mie facoltà conoscitive di contenere questa grandezza.

“Il sublime è l’immagine moderna del tragico”.

Il sublime fa intervenire la ragione come facoltà del sovrasensibile.

Cosa accade quando lo stesso giudizio misto si applica alle produzioni dell’uomo?

Kant per rispondere a questa domanda introduce il genio e la sua funzione è analoga alla funzione

dell’immaginazione produttiva. Quando interviene un soggetto produttore Kant dice che la funzione

del genio è analoga a quella che è all’opera nell’immaginazione che produce schemi.

L’immaginazione produttiva produce simboli nella funzione estetico-artistica (lavora con la

ragione).

Produce schemi se lavora con l’intelletto.

LEZIONE 20 – 5 aprile

Schematismo trascendentale è una sezione della critica della ragion pura sviluppata nella seconda

edizione (1787).

In esso si vede all’opera la capacità dell’immaginazione.

Immaginazione è una capacità senza dimora: si muove tra sensibilità e intelletto.

Kant quando si appresta a formulare questa teoria ha già definito cosa sono le categorie (concetti

dell’intelletto) e ha detto che le categorie sono a priori, di contro alle intuizioni.

Kant deve spiegare le condizioni di possibilità di una conoscenza a priori mediante le categorie.

Kant deve spiegare in che modo le categorie a priori i possono dare una conoscenza degli oggetti

del mondo.

La conoscenza per Kant è sintetica, che si fonda sul processo di sintesi = portare a unità qualcosa di

molteplice. Sintesi è dare una regola.

Tutto ha una regola, anche le cose apparentemente contingenti (es. cambiare del meteo).

La conoscenza ha a che fare con l’attribuzione di regole che avviene attraverso un processo di

sintesi.

La sintesi non avviene solo a livello dell’intelletto ma esiste anche una sintesi nelle intuizioni: la

sintesi dell’apprensione. Il molteplice già a livello intuitivo viene composto.

La sintesi dell’apprensione ci permette la percezione dell’oggetto.

Questa sintesi non è ancora conoscenza però perché non abbiamo ancora riconosciuto l’oggetto.

La definitiva conoscenza l’abbiamo quando la sintesi percettiva viene riconosciuta dall’intelletto

grazie all’applicazione delle categorie a priori.

Abbiamo due livelli di sintesi:

sinesi figurata, speciosa → primo livello

• sintesi intellettuale

Entrambe hanno carattere trascendentale, fanno parte del processo di conoscenza perché entrambe

contengono delle forme a priori. Nel primo caso le forme a priori della sensibilità (spazio e tempo),

nel secondo i concetti, le categorie.

Da una parte sintesi che ha a che fare con l’empiria, dall’altra una sintesi che avviene

completamente a priori.

Come colmare il divario tra sintesi figurata e sintesi intellettuale?

Tramite l’immaginazione.

La capacità dell’immaginazione da una parte dipende dall’intelletto: ha bisogno delle categorie per

riconoscere l’oggetto.

L’immaginazione non crea dal nulla.

Dall’altra parte l’immaginazione ha una componente sensibile perché è in grado di muoversi

nell’esperienza.

L’immaginazione sottosta ad ogni tipo di sintesi, sia figurata che intellettuale.

L’immaginazione è a cavallo tra sensibilità e intelletto → per questo è “senza dimora”.

Kant ci dice cosa intende per immaginazione → è la facoltà di rappresentare un oggetto anche senza

la sua presenza nell’intuizione.

È una particolare forma di intuizione. Intuizione attiva dell’oggetto. La percezione invece è passiva.

L’immaginazione permette una mediazione: prima ho passivamente l’oggetto attraverso i sensi, in

un secondo momento mi figuro l’oggetto e lo trattengo nella mente (immaginazione), poi lo

riconosco attraverso le categorie intellettuali.

L’immaginazione toglie cecità alla percezione e vuotezza ai concetti intellettuali.

L’immaginazione potrebbe essere intesa come la “sconosciuta radice comune di sensibilità e

intelletto”.

Nella deduzione soggettiva Kant scrive che noi abbiamo 3 fonti di conoscenza: il senso,

l’immaginazione e la percezione trascendentale.

Corrispondono a 3 sintesi: sintesi dell’apprensione, sintesi dell’immaginazione che permette di

riprodurre il molteplice, unità categoriale.

Attraverso questa triplice sintesi noi compiamo il processo della conoscenza.

La filosofia kantiana è dinamica → Kant descrive funzioni, non oggetti statici.

Al primo livello sottoponiamo il molteplice al tempo e allo spazio.

Da qui possiamo riprodurre il molteplice, figurare anche in sua assenza. Possiamo conservare le

percezioni avute.

L’immaginazione raccoglie le percezioni, le conserva e le sottomette a una regola.

Permette di collegare in modo ordinato le varie percezioni.

L’immaginazione crea associazioni. Associazioni tra percezioni.

Questa è l’immaginazione riproduttiva che garantisce che le percezioni si riproducano tramite la

regole delle associazioni.

L’esperienza deve però già avere in sé una forma di regolarità.

Questo tipo di esperienza non è equivalente alla memoria perché:

la memoria nel ‘700 non era un problema tematizzato. Era solo una funzione della mente.

• In questo stadio io non ho ancora conosciuto l’oggetto, non l’ho categorizzato, quindi non

• posso propriamente ricordarlo. Nella memoria ricordiamo qualcosa che abbiamo già

conosciuto. Qui invece mi sto ancora prestando a riconoscere l’oggetto.

Sintesi intellettuale: il concetto assicura l’associazione attraverso una categoria a priori.

L’associazione è ricondotta alla conoscenza intellettuale.

La sintesi della sensibilità e dell’immaginazione non ci hanno garantito la piena unità

dell’intuizione.

La coscienza serve per avere conoscenza → dobbiamo avere coscienza che ciò che pensiamo è ciò

che pensavamo un istante prima. Dobbiamo avere coscienza del fatto che stiamo conoscendo un

oggetto.

L’immaginazione può creare una mediazione perché sensibilità e intelletto sono funzioni di un

soggetto unitario.

Questa coscienza unitaria si chiama “io penso”, appercezione trascendentale.

L’appercezione è ciò che fonda la validità delle categorie, dei concetti.

Così il concetto è in grado di dare significato all’esperienza.

Grazie al fatto che siamo coscienti di star pensando, l’immaginazione può agire nella legalità

dell’intelletto.

Se non fossimo coscienti dell’io penso, saremmo di fronte a sogno e follia, in cui l’immaginazione

crea immagini svincolate dalle categorie.

Con la seconda edizione della Critica della ragion pura, compare lo schematismo trascendentale.

Kant si distacca da questo realismo figurativo in virtù di una maggiore intellettualizzazione del

processo di conoscenza.

L’immaginazione viene depotenziata.

Nello schematismo Kant dice che le intuizioni devono poter riempire le categorie.

Non solo le intuizioni acquistano significato quando vengono categorizzate, ma anche le categorie

acquistano significato quando vengono riempite. Le categorie si realizzano quando si applicano alle

intuizioni.

Il problema dello schematismo è il problema dell’applicazione.

Applicazione delle categorie alle intuizioni.

Perché le categorie si applichino è necessario un terzo elemento omogeneo sia alla categoria sia

all’intuizione: lo schema trascendentale che è un prodotto dell’immaginazione.

Lo schema non è una cosa. È un processo. Lo schematismo è la descrizione di questo metodo di

procedere.

Lo schema ha a che fare con il tempo.

L’immaginazione lavora sulla successione temporale delle percezioni. Lo schema in quanto

prodotto dell’immaginazione anche.

Schema = determinazione del tempo → vuol dire che lo schema è un modo di procedere

determinato dal tempo. Io posso creare associazioni perché esiste la successione temporale. Senza

concetto di simultaneità temporale non potrei creare associazione tra percezioni simultanee.

Lo schema è un modo di procedere che ha per effetto il fatto di calare le categorie nel tempo. Le

categorie a priori sono fuori dal tempo. Attraverso lo schema la categorie è calata sulle intuizioni

che hanno collocazione temporale.

È lo schematismo dell’intelletto puro.

Lo schematismo è comunque un modo di procedere dell’intelletto: l’immaginazione fornisce lo

schema ma chi procede è l’intelletto. L’intelletto applica la categoria.

La conoscenza viene per questo sbilanciata sull’intelletto.

Lo schema quindi deve essere distinto dall’immagine. Schema e immagine sono prodotti

dell’immaginazione. Ma l’immagine si riferisce immediatamente all’oggetto.

Lo schema invece è il metodo di procedere.

Un conto è avere l’immagine di 5 punti, un conto è pensare il numero 5 che ci dà lo schema per

disegnare 5 punti.

Lo schema è il modo in cui ci si appresta ad applicare la categoria.

Nessuna immagine di triangolo potrebbe essere adeguata al concetto di triangolo. Nell’esperienza

del mondo non troverò mai un triangolo perfetto. Lo schema del triangolo può esistere solo nel

pensiero.

Lo schema è il procedimento per produrre ogni possibile immagine.

Lo schema deve rendere omogeneo e universale il particolare.

Tutti possiedono il concetto di cane e questo deve essere applicato ai cani particolari.

Lo schematismo mette anche in dubbio l’indipendenza dell’intelletto: emerge il fatto che la

categoria senza percezioni rimane vuota. L’intelletto non può da sé procurarsi una conoscenza.

L’intelletto ha bisogno di uno schema per applicarsi all’intuizione.

Lo schematismo mette in pericolo l’indipendenza dell’intelletto perché mostra che ha bisogno di un

mediatore con l’intuizione.

Kant declina i tipi di schemi che abbiamo secondo il tempo e secondo la tavola delle categorie. Ad

ogni categoria corrisponderà uno schema.

La tavola delle categorie è suddivisa in 4 momenti: qualità, quantità, relazione e modo.

Secondo la quantità lo schema è il numero.

Secondo la qualità lo schema permette di far sì che la categoria venga riempita temporalmente, sia

applicabile nel passato, presente e futuro.

Secondo la relazione lo schema ha a che fare con le tre declinazioni del tempo.

Secondo il modo lo schema ci permette di dare collocazione temporale effettiva, ci dà l’esistenza di

un tempo.

Tema del simbolo.

Con il simbolo siamo nella Critica del Giudizio (1790).

Lo schema del simbolo emerge nel par. 59 “Il bello come simbolo di moralità”.

Il problema è lo stesso che Kant si pone nello schematismo, cioè il problema dell’applicazione.

Nello schematismo problema dell’applicazione è creare omogeneità fra intuizioni e concetti

Kant qui si pone il problema delle idee. Per Kant non esistono solo intuizioni e concetti.

Le idee sono inconoscibili. L’idea è soprasensibile. L’idea è un concetto della ragione, ha a che fare

con la morale. L’idea non può essere esibita, non se ne può avere intuizione empirica.

Kant vuole affrontare il problema: come facciamo a parlare delle idee? Come facciamo a pensare le

idee se sono inconoscibili? Cosa ci permette di farlo?

È il simbolo.

Come l’intuizione non è mai adeguata a un concetto e abbiamo bisogno di uno schema, ugualmente

una intuizione non è adeguata a un’idea.

Nella Critica del giudizio Kant pensa di partire dall’esperienza particolare. Dall’esperienza

particolare si riesce a trovare qualcosa che valga universalmente?

Sì, giudizio riflettente.

La via per attribuire un particolare a un universale è quella del simbolo.

Abbiamo due tipi di rappresentazione:

schematica, che ci dà la conoscenza dell’oggetto

• ipotiposi, esibizione simbolica. Esibizione di un concetto.

Nello schematismo, lo schema è l’esibizione dell’universale: categoria e intuizione.

Con il simbolo l’universale non è un concetto, ma un’idea che non può avere un’intuizione

adeguata, ma può avere qualcosa di analogo.

Un’intuizione indirettamente più rimandare a un’idea → associazione simbolica. Il simbolo ci

permette di tenere insieme un’idea in un’intuizione singola.

L’opera d’arte è un oggetto in un tempo e uno spazio che rimanda in modo indiretto a un’idea, ad

esempio il bene morale.

Esiste analogia fra schematismo e simbolo.

Entrambi sono modi di procedere, in un caso abbiamo associazione diretta, nell’altro associazione

indiretta.

Per Kant il simbolo è semplicemente un’analogia.

Differenze simbolo- schema:

Schema ha a che fare con la conoscenza, mentre il simbolo no.

• Il simbolo ci dà accesso alla cosa in sé, va oltre i confini dell’esperienza.

• Immaginazione nella Critica della ragion pura era solo riproduttiva, nel caso del simbolo

• invece l’immaginazione è produttiva. L’immaginazione produce il simbolo. Comunque

mantiene la sua funzione mediatrice. Permette di colmare un divario tra sensibile e

sovrasensibile. Nello schematismo la mediazione era diretta e permetteva un contatto tra

categorie e intuizioni. Nel simbolo la mediazione avviene senza contatto, sensibile e

sovrasensibile rimangono separati. Sovrasensibile è comunque al di là della nostra

esperienza.

LEZIONE 21 – 26 aprile

L’ipotiposi è la presentazione, il modo con cui i retori presentano gli argomenti (la parola è tratta

dalla tradizione retorica).

È il modo di presentare ai sensi le dimensioni del pensiero.

Si tratta di mettere in luce il problema di fondo del discorso kantiano sulla immaginazione.

Comprendiamo che l’immaginazione serve a mediare (il mediatore è colui che mette in

comunicazione diverse dimensioni).

L’immaginazione connette universi di pensiero e universi della sensibilità.

Serve a far dialogare concetto e sensibilità.

Qual è la finalità di questa mediazione?

L’immaginazione è così importante perché permette di far venire in luce il punto focale del discorso

di Kant, cioè: come io conosco?

Gli orizzonti di pensiero e sensibilità sono di per sé separati.

L’immaginazione pur non essendo protagonista della rappresentazione è la condizione necessaria

all’atto del rappresentare.

Senza l’immaginazione non si può entrare nella dimensione sintetica a priori.

L’immaginazione non è utile per spiegarci orizzonti fantastici, artistici.

Il discorso di Kant ha un impianto teorico e conoscitivo.

L’immaginazione ha un carattere funzionale perché l’immaginazione è una funzione della

sensibilità che permette di entrare in connessione con l’intelletto. È uno strumento che fa

funzionare la sintesi.

Conclusioni:

1. L’immaginazione è una funzione d’ordine comunicativo.

2. Come effettua questa relazione fra facoltà? Quali sono i modi con cui l’immaginazione

svolge questa funzione non sintetica ma comunicativa?

L’immaginazione lo fa in almeno due modi: un modo serio e un modo giocoso.

Può organizzare un legame costitutivo e un legame libero.

Par. 24 → entra con l’intelletto nella dimensione sintetica. Permette di dar luogo alla sintesi

a priori. L’immaginazione quindi non fa parte dell’io penso ma senza di essa non potrebbe

operare la sintesi.

Senza questo atto immaginativo non sarebbe possibile una sintesi costitutiva del fenomeno.

Il secondo modo con cui l’immaginazione opera è giocoso: l’immaginazione ci permette di

costruire un sentimento teleologico, il sentimento estetico.

Che cos’è il giudizio conoscitivo? Una sintesi costitutiva.

Che cos’è il giudizio estetico? Una sintesi sentimentale.

L’immaginazione non funziona solo per conoscere il mondo ma anche per conoscere noi stessi, cioè

essere consapevoli della nostra attività riflessiva (giudizio teleologico, estetico).

3. Queste funzioni mediatrici come si svolgono? L’immaginazione deve entrare in connessione

con il senso interno che permette la rappresentazione concettuale del materiale dei sensi.

Il senso interno è il tempo.

Kant inventa lo schematismo, cioè i modi con cui l’immaginazione presenta il tempo

all’intelletto. Gli schemi sono ciascuno di essi connesso alle funzioni categoriali. A ogni

schema corrisponde una categoria. Gli schemi sono modi intuitivi, pre-categoriali di

apprendere il senso del mondo.

Lo schematismo però è trascendentale, cioè condizione a priori della sintesi.

Che cosa differenzia allora il concetto dell’intelletto (categoria) e il concetto della ragione

(idea)? In un caso (le categorie) si esercita lo schematismo trascendentale, nell’altro no. In un caso

• l’intuizione trova corrispondenza nel concetto, quindi lo schema mette davvero in

comunicazione due orizzonti e allora abbiamo la conoscenza, la sintesi.

Nel caso invece delle idee questa corrispondenza non c’è perché la sensibilità,

• l’immaginazione non è in grado di calare nel tempo le idee.

Questo vuol dire che l’immaginazione non serve più con le idee?

Kant: no. Qui l’immaginazione non è vincolata all’intuizione, si può manifestare liberamente.

L’immaginazione diventa facoltà di produrre analogie.

Passiamo da una ipotiposi schematica a una ipotiposi simbolica.

L’ipotiposi simbolica non ha carattere conoscitivo.

L’intelletto ha una funzione essenziale ma non fondamentale nell’ipotiposi simbolica.

Le ipotiposi simboliche sono di due specie:

1. Quella che si verifica quando abbiamo a che fare con le idee della ragione.

2. Quella che si verifica quando abbiamo a che fare con le idee semplici.

Conclusione: l’ipotiposi simbolica non pretende di avere finalità d’ordine conoscitivo, eppure ha

una funzione essenziale nella filosofia critica. Quindi ci permette di dire che l’immaginazione

svincolata da una finalità gnoseologica ha un ruolo essenziale nel mostrare le possibilità del

pensiero.

Tramite l’immaginazione noi possiamo pensare Dio, l’anima e il mondo, e il simbolo. Non

possiamo conoscerli ma possiamo pensarli perché abbiamo rappresentazioni affini che ci sono

presentate dall’immaginazione.

Non possiamo pensare senza rappresentare.

Questo è il vero legame fra Kant e Husserl: cioè che l’atto del rappresentare è al centro sia dell’atto

conoscitivo che dell’atto di pensiero.

Quindi non c’è solo una ipotiposi di carattere schematico ma l’immaginazione agisce anche

all’interno di una ipotiposi simbolica.

Che cos’è il simbolo per Kant?

Ciò che scaturisce dal processo che dà origine all’idea estetica. Il simbolo in Kant è un processo che

fuoriesce da un modo di formazione.

Per spiegare il simbolo in Kant bisogna spiegare cosa si intende con idea estetica.

Con idea estetica intendiamo il prodotto del genio.

• L’idea estetica ci fa pensare molto. È un modo per coniugare visibile e invisibile.

• L’idea estetica di per sé non può essere definita. Può essere definita solo in connessione con

• le idee della ragione. Le idee estetiche e quelle della ragione hanno in comune il fatto di

mettere in atto una funzione dell’immaginazione che non è schematica, che non è

conoscitiva. Qui l’immaginazione non offre una intuizione temporalmente definita.

Come definiamo il termine “idea”?

Lo definiamo attraverso le facoltà che lo costituiscono, cioè immaginazione e ragione.

L’idea della ragione (es. Dio) è un concetto cui non corrisponde un’intuizione dei sensi.

Nell’idea della ragione c’è il concetto ma non c’è l’immaginazione.

L’idea della ragione serve a farci comprendere il limite delle nostre facoltà sensibili e

sovrasensibili.

Il limite in questo caso è un limite dei sensi.

Non possiamo conoscere tutto.

Io posso pensare tutto ma non posso conoscere tutto.

La relazione fra immaginazione e ragione genera simboli.

Si conosce per rappresentazioni, si pensa per simboli.

Anche i simboli hanno bisogno di rappresentazioni, Kant sa che l’intelletto è sempre presente, ma

Kant ci dice che la costruzione delle rappresentazioni non è l’unica finalità della filosofia

trascendentale.

Il pensiero si esplicita attraverso un processo simbolico.

L’ipotiposi simbolica è il presentarsi del pensiero grazie al lavoro dell’immaginazione che crea

rappresentazioni affini non concettualizzabili.

L’ipotiposi simbolica ci presenta, ci mostra il funzionamento del nostro pensiero.

Ci mostra i limiti delle nostre facoltà soggettive.

Kant: il bello è simbolo del bene.

Il bello implica l’insieme delle funzionalità estetiche del soggetto. Il bello è le facoltà dello spirito

che entrano in gioco laddove non c’è conoscenza. Kant non definisce la bellezza.

Mette insieme le funzionalità che riguardano il sentimento estetico.

Il bello allude al bene. Il processo estetico allude a una dimensione non estetica.

Qui l’immaginazione trascende se stessa perché non definisce se stessa, il bello non è

autoreferenziale, il bello ha senso solo se è simbolico.

Kant dimostra due cose:

Rifiuto del platonismo estetizzante. Il bello non è autoreferenziale. Non c’è un bello in sé,

• un bello ideale. Il bello è una dimensione che trova fuori da sé il proprio senso. Il bello trova

il suo senso nel gioco delle facoltà, non nella mera presenza dell’oggetto.

Il bello ha uno statuto ambiguo, come il simbolo. Cioè è al tempo stesso autonomo ed

• eteronomo. Autonomo perché le facoltà giocano in esso n modo autonomo. Eteronomo

perché il senso della bellezza non è solo nella presenza dell’oggetto.

Il bello serve solo se l’immaginazione ci permette tramite la presenza della bellezza di alludere a

una dimensione altra che Kant chiama “bene”.

Con “bene” intendiamo l’insieme delle funzioni etiche del soggetto.

La sintesi delle funzioni etiche è la presenza della legge morale.

La presenza della legge morale è la destinazione sovrasensibile del soggetto.

Il bello allude alla destinazione sovrasensibile del soggetto, fa venire in luce le funzioni

dell’immaginazione che ci fanno comprendere che noi obbediamo a una legge morale.

Il bello è l’ipostasi del bene. È ciò che permette di circoscrivere il bene.

Qui Kant si riconduce a un modello neoplatonico. L’immaginazione qui è etica, non estetica.

L’immaginazione ci permette di cogliere un senso che va oltre.

Comprendiamo nel par.59 → l’immaginazione deve mostrarci una possibilità di azione morale.

Senza un’etica non c’è una conoscenza perché senza un pensare non c’è una conoscenza.

Una teoria del giudizio non basta a spiegarci il discorso kantiano.

Kant ha bisogno di una teoria del giudizio.

Il concetto dell’immaginazione non può essere ricondotto solo a una funzione gnoseologica.

Come si inserisce qui Husserl?

Husserl ipotizza entrambe le funzioni dell’immaginazione.

Ipotizza una immaginazione che ha a che fare con la presentazione. L’immaginazione non è

creatrice di sogni e visioni, non è un’immaginazione fantastica. É una funzione rappresentativa. Ha

a che fare con i fenomeni.

Però non possiamo ridurre il problema dell’immaginazione a un problema solo rappresentazionale

perché l’immaginazione ha a che fare anche con oggetti non fisicamente presenti.

Per Husserl l’immaginazione ha a che fare con l’esperienza che ha una dimensione temporale. Non

c’è immaginazione se non c’è attività intuitiva nel tempo.

MODULO C

LEZIONE 22 – 27 aprile

Husserl scrive questo testo nei primi anni del ‘900.

E’ un insieme di lezioni tenute dal 1904 al 1907.

Husserl è allievo di un austriaco, Franz Brentano, uno psicologo legato all’empirismo inglese di

Locke. Brentano è convinto che gli strumenti conoscitivi derivino da un’analisi psicologica dei

nostri atteggiamenti verso la dimensione dell’esperienza.

Husserl si allontana da Brentano ma mantiene due termini:

Il titolo generale della fenomenologia, cioè la parola che distingue chi è fenomenologo da

• chi non lo è: intenzionalità.

Intenzionalità è una parola medievale che Brentano riprende per indicare la modalità della

relazione conoscitiva tra soggetto e oggetto.

La conoscenza procede secondo un moto intenzionale che va dal soggetto verso l’oggetto.

La logica descrive le operazioni psicologiche del soggetto.

Oggetti dell’intenzionalità che vanno descritti: i vissuti.

Husserl mantiene l’impianto dell’intenzionalità come descrizione di vissuti, ma Brentano viene

ritenuto uno psicologo che non coglie i principi a priori che stanno alla base di queste descrizioni.

Per questa critica sono intervenute due dinamiche di pensiero.

Cosa fa uscire Husserl da una visione psicologica? Lettura di Frege.

Frege gli fa comprendere un punto essenziale: la teoria della conoscenza ha bisogno di

fondamenti che non possono essere meramente soggettivi, ma che vanno radicati nelle cose

stesse.

Brentano viene criticato per porre in atto un puro descrittivismo psicologico.

Husserl trae da Brentano il fatto che la teoria della conoscenza passa attraverso la descrizione di

operazioni.

Brentano però era solo uno psicologo perché non ha indagato le condizioni di possibilità alla base

della conoscenza.

In che senso opera la filosofia trascendentale/Kant nel distacco che Husserl opera da un

atteggiamento meramente empirico/psicologico?

Quali sono le analogie e le differenze fra Hume e Husserl?

Husserl non nega la validità dell’atteggiamento di Hume e Brentano.

Bisogna trasportare questo discorso empirico sul piano di una filosofia trascendentale.

Le Ricerche logiche, opera pubblicata da Husserl nel 1901 sconvolge la filosofia novecentesca.

Sono una polemica nei confronti di un approccio empirico alla conoscenza.

Si aggiunge un altro obiettivo polemico nei confronti delle famiglie neokantiane.

Una filosofia della conoscenza (logica) non può essere né empirica né kantiana/formalista che

guarda ai fenomeni e non a ciò che le cose sono.

Si tratta di riprendere un terzo termine non presente nella tradizione di Brentano né in quella di

Kant → il termine “essenza”. Bisogna cogliere l’essenza delle cose.

Analizzare principi specifici del conoscere, i fondamenti della conoscenza.

Husserl nelle Ricerche logiche spiega i termini di Brentano in una nuova ottica.

L’idea della fenomenologia è un’opera del 1906 in cui Husserl arriva alla tematica dell’io. Prima

compie un percorso di logica dell’esperienza nelle Ricerche.

Che cos’è la logica?

È il tentativo di cogliere i fondamenti dell’esperienza.

È il tentativo di cogliere il legame intrinseco, cioè radicato nel processo stesso, tra l’esperienza e

il giudizio.

Nelle Ricerche logiche ci sono due punti che permettono di chiarire questi due termini:

Terza ricerca (L’intero e la parte) e Quinta ricerca (intenzionalità).

L’intenzionalità è un atteggiamento conoscitivo, non una cosa.

Le Ricerche logiche danno i fondamenti di come si svolge l’esperienza.

Quali sono i processi della conoscenza?

Polemica con Kant nella terza ricerca logica.

Critica al suo fenomenismo formalistico. Kant non coglie il senso esperienziale delle cose.

È la critica che gli farebbe un empirista.

Kant non coglie le cose, coglie i fenomeni. Non coglie il senso delle cose.

Kant è un fenomenista perché non fonda bene il suo discorso conoscitivo. È sbagliata la differenza

fra analitico e sintetico in Kant.

Vengono ridefiniti i concetti di analitico e sintetico.

Per Kant:

• “Il corpo è esteso” → giudizio analitico.

“Il corpo è pesante” → giudizio sintetico.

7+5= 12 → giudizio sintetico a priori.

La sintesi in Kant è l’unione del dato formale (categorie) e del dato empirico, non ci dà

le cose come sono. Ci dà il mondo dei fenomeni. Il giudizio non è sul mondo ma sull’ambito

fenomenico.

Tutte queste sono per Husserl nozioni mitiche che rendono mitici i giudizi kantiani che non

hanno corrispondenza con l’esperienza.

Le categorie non riguardano il mondo. Sono forme logiche pure, sono analitiche, non

hanno legame con l’esperienza. Sono condizioni di possibilità del giudizio.

La sintesi è l’applicazione del puro all’impuro.

Per Husserl:

• “Il corpo è esteso”, “Il corpo è pesante” → giudizi sintetici. Colgono le qualità specifiche

delle cose. Sono giudizi sintetici i giudizi che non possono essere formalizzati in quanto

dovremmo avere il concetto di pesantezza e di estensione. I giudizi che implicano

un’esperienza del mondo sono sintetici.

7+5= 12 → giudizio analitico.

La sintesi per Husserl è il tentativo di cogliere il senso intrinseco all’esperienza.

Come colgo il senso intrinseco senza cadere nella metafisica?

Kant non si è posto il quesito ontologico e ha sbagliato. Kant non dice cosa sono le cose.

Come si svolge la sintesi in Husserl?

Il senso intrinseco alle cose sono le qualità che caratterizzano ciò che le cose sono.

La percezione e la fantasia hanno essenze diverse. La sintesi non è 1+ 1 di Kant. È il tentativo di

cogliere le qualità delle cose. La logica ha il compito di andare alle cose stesse → una filosofia

dell’esperienza, che è l’unico modo per cogliere l’essenza delle cose.

I giudizi sintetici a priori di Kant sono puramente formali quindi analitici per Husserl. Ciò che non

conduce a una dimensione esperienziale rientra in una dimensione analitica. Analitico è un

giudizio su qualcosa di generale, il sintetico è un giudizio su qualcosa di specifico.

La sintesi è il tentativo di cogliere il a priori materiale delle cose.

La sintesi materiale è una sintesi estetica perché radicata nel carattere materiale degli atti,

• in ciò che le cose sono.

Qui il giudizio è sempre estetico. L’esperienza estetica è giudizio. Tutto il resto è

psicologismo del trascendentale, fenomeni che ci portano lontano dalle cose stesse.

Il giudizio è il risultato di un atto di esperienza.

Sintesi passiva → le qualità sono intrinseche alle cose e i soggetto che osserva non ci può

• fare niente. Le cose hanno una loro struttura intrinseca che persiste indipendentemente

dall’attività del soggetto. La sintesi passiva per antonomasia è il tempo perché non possiamo

sottrarcene. Il modello dell’apprensione temporale è il modello di ogni apprensione

possibile.

L’idea è quella di far scaturire il senso del mondo dall’esperienza.

La logica è la logica del senso comune, cioè del mio esperire → per Husserl è molto importante

Hume.

La logica kantiana è organicistica a differenza di quella di Husserl.

Analitico → formale.

Sintetico → esperienziale.

Che cos’è la logica? Il tentativo di cogliere attraverso l’esperienza il senso delle cose, cioè come le

cose sono fatte.

Come si fa ad esperire? La specificità delle cose si coglie attraverso un’analisi di come le cose sono.

È descrivendo le differenze delle cose che facciamo esperienza del mondo.

Esperienza è la capacità di differenziare le cose. Noi cogliamo le specificità essenziali delle cose

che le differenziano le une dalle altre.

Come siamo certi che i dati riguardano le cose stesse?

Cosa vuol dire cogliere le strutture di senso?

Le cose possono essere conosciute nella loro trascendenza? Questa è la domanda che si è posto

Kant. Le cose possono essere conosciute senza un intervento soggettivo? Si usa il termine

trascendente per riferirsi a Dio perché esso esiste a prescindere dalla nostra percezione di lui.

La risposta comune negativa di Kant e Husserl ha fatto sì che molti pensassero che Husserl era

un neokantiano.

Le cose non possono essere conosciute nella loro trascendenza. La domanda non ha senso.

Le cose devono diventare cose “per me”. Le cose possono essere conosciute solo attraverso i miei

atti d’esperienza.

Differenza tra Husserl e Kant: la risposta di Kant è categorica → i miei atti non hanno potere

ontologizzante. Husserl dice che la mia descrizione del mondo coglie l’essenza delle cose.

Kant ha sbagliato nel non aver compreso che attraverso i miei atti immanenti io posso giungere alla

trascendenza del mondo. Kant credeva che questa fosse metafisica.

Husserl: l’io penso è con tutte le rappresentazioni. L’io penso non accompagna le rappresentazioni,

è necessario per avere esperienza. Non si può avere esperienza senza io penso.

Il vero problema teorico della filosofia dell’esperienza è come si passa dal mio tempo al tempo

degli oggetti con le loro caratteristiche intrinseche.

Il soggetto è intenzione di guardare un oggetto mondano e l’oggetto, in qualche modo, guarda me.

Quindi io guardo i vissuti degli oggetti. Come faccio a sapere che i vissuti sono l’essenza degli

oggetti? Nella fenomenologia si pensa che il mondo c’è e ha un senso.

LEZIONE 23 – 28 aprile

Con filosofia dell’esperienza si intende un’analisi descrittiva di ciò che costituisce l’essenza

dell’esperienza, cioè gli atti della percezione, della memoria e dell’immaginazione.

Husserl vuole determinare le differenze di strutture tra i modi dell’esperienza e analizzare

soprattutto i modi delle attività connesse al mondo delle immagini → queste attività riguardano gli

atti esperienziali non posizionali, cioè l’oggetto non è presente.

Husserl vuole analizzare i modi con cui si danno gli oggetti immaginari.

Husserl scrisse molto ma pubblicò poco. Il libro Fantasia e immagine è composto da appunti per le

lezioni che quindi non hanno una conclusione.

Husserl non ha una metafisica, non ha una conclusione. È difficile dire qual è la filosofia di Husserl

perché la sua filosofia è descrittiva. C’è il tentativo di capire come è fatto il mondo.

Il suo linguaggio deriva da due tradizioni: brentoniana e kantiana.

Husserl scrive in un linguaggio molto kantiano ma è un filosofo molto antikantiano.

Tutto questo serve a capire come è fatta l’esperienza. Il modo comune con cui noi conosciamo il

mondo. La filosofia humiana e husserliana sono filosofie del senso comune.

Questo ci insegna che imparare a conoscere il mondo è compito di tutti, non di scienziati.

Due apparati teorici che Husserl ha qui presente e che sono da capire:

Cosa è la sintesi a priori → distinguere la sintesi husserliana da quella kantiana. Husserl nel

• criticare Kant torna a Hume.

La sintesi kantiana è formale e categoriale, è operata dall’intelletto. È un atto di spontaneità

del soggetto che deve accompagnare tutte le rappresentazioni. L’a priori è soggettivo, è la

forza spontanea del soggetto. Per Husserl Kant è uno psicologista perché la sua sintesi è

psicologica dal momento che parte dall’io.

Il contrario è la sintesi husserliana: la sintesi non parte da un atto spontaneo del soggetto, la

sintesi si verifica nelle cose stesse. Sono gli atti ad avere una loro struttura di senso. Il

soggetto non attribuisce niente alle cose. La sintesi avviene nel carattere sensibile della cosa.

È una sintesi passiva perché avviene indipendentemente da un intervento attivo del

soggetto.

“Distinzione di Kant tra analitico e sintetico non merita di essere detta classica” (Hume).

Le definizioni di Kant sono fondamentali ma se ne possono dare altre.

Terza ricerca → Husserl parte dalla definizione di analitico = le leggi analitiche sono proposizioni

generali (e quindi libere da qualsiasi esplicita o implicita posizione esistenziale di individualità)

che contengono unicamente concetti formali.

“La casa ha tetto, finestre e porte” è una proposizione sintetizzabile, formalizzabile. Le proposizioni

analitiche parlano comunque di questo mondo.

Ogni proposizione d’ordine formale è una proposizione analitica.

Molte scienze procedono con proposizioni analitiche.

Il senso comune invece no, il senso comune è esperienza del mondo. Non può essere formalizzato.

Sintetico = non appena possediamo il concetto di legge e di necessità analitica, si produce eo ipso

il concetto di legge sintetica a priori (tutto ciò che non è analitico è sintetico).

Tutto ciò che ha a che fare con la nostra esperienza è una proposizione sintetica.

La differenza che si coglie fra gli oggetti è un’esperienza di natura sintetica.

“Il tavolo è rosso” è una proposizione non formalizzabile. Il rosso è diverso dal verde e per cogliere

la differenza dobbiamo affidarci all’esperienza.

Prima conclusione: questo libro riguarda delle sintesi, le sintesi immaginative, cioè come

funziona l’immaginazione.

Cosa è l’intenzionalità → come noi conosciamo il mondo sintetico? Gli atti ci sono e hanno

• un senso, cioè una struttura d’essere. Husserl distingue tra senso e significato (Sinn e

Bedeutung). Il senso è il darsi dell’esperienza, le qualità che mi appaiono.

La filosofia per Husserl non è teoretica, non ha teorie, non deve dire cosa significa pensare

ma come si conosce il mondo.

L’intenzionalità è il modo di apprensione della sintesi, cioè i modi con cui io conosco il

senso del mondo e delle cose. È una procedura relazionale: analizza i modi con cui io

conosco le realtà di senso del mondo esterno.

L’intenzionalità non ha nulla a che fare con la volontà. Husserl usa questo termine

esclusivamente perché lo usa Brentano. Il termine è “il titolo generale della fenomenologia”,

ovvero se uno vuole essere fenomenologo deve credere che la conoscenza sia un processo

intenzionale.

Il presupposto di Husserl sembrerebbe essere un presupposto realistico perché il mondo c’è e il

problema di conoscere questo mondo che c’è è un problema rilevante.

Dire che il mondo c’è significa dire che il mondo ha una sua struttura di senso, ma essa può essere

conosciuta soltanto da un mio atto. Il mondo non deve essere nel processo conoscitivo colto nella

sua trascendenza. Il problema della conoscenza è il problema di cogliere come questa realtà

trascendente (che sussiste indipendentemente da me) diventa oggetto della mia esperienza. Come

qualcosa che sussiste nella sua realtà non viene colta nella sua astratta realtà ma viene colta

all’interno della mia realtà? Sono realisti ingenui i filosofi che credono di poter cogliere il mondo

nella sua trascendenza. L’afferramento della trascendenza non vuole cogliere la trascendenza in sé.

Io devo rendere immanenti i sensi, devo descrivere come io apprendo il mondo, descrivere ciò che

il mondo è rivelato dai miei atti.

Qual è l’oggetto della descrizione fenomenologica?

L’oggetto non sono le cose. L’oggetto sono le cose così come io le descrivo.

Non l’immagine, ma la coscienza di immagine, i vissuti.

Un oggetto nella sua trascendenza è un puro esperimento mentale.

La ricerca fenomenologica è infinita perché il senso del mondo è inesauribile.

L’unico modo che ho per apprendere il senso delle cose è attraverso i miei atti intenzionali. Le

qualità intrinseche delle cose possono apparirmi solo tramite i miei atti conoscitivi.

“Penso i pensati in quanto pensati” → descrivo le cose descrivendo i miei vissuti perché non

ho altro modo di apprendere il mondo se non attraverso i miei atti di esperienza.

Descrivendo la fantasia descriviamo delle rappresentazioni di fantasia, cioè come la fantasia

appare alla mia esperienza.

Qual è l’essenza comune di atti immaginativi? La loro non presenza.

Che cos’è l’immaginazione? Una modificazione della percezione.

LEZIONE 24 – 3 maggio

Differenza tra contenuto apprensionale e apprensione → rapporto che nell’intenzionalità

fenomenologica sussiste tra immanenza e trascendenza.

L’oggetto nella sua trascendenza (contenuto apprensionale) può essere appreso solo attraverso atti.

Rapporto tra contenuto apprensionale e apprensione è un modo per ridefinire il problema della

intenzionalità.

Il problema della fenomenologia è quello di cogliere la trascendenza delle cose attraverso atti

soggettivi.

Non si nega il senso del mondo, la sua persistenza.

Studio degli atti attraverso cui conosco il mondo. Il mondo è conosciuto tramite i miei vissuti.

Il libro è la descrizione dei vissuti esperienziali che riguardano le rappresentazioni di fantasia.

Pag. 4-5 Husserl dice che non gli interessa l’immaginazione come processo individuale. Non gli

interessano gli elementi psicologici. Cosa gli interessa?

Gli interessano i dati fenomenologici, i vissuti, i dati intenzionali, i movimenti dell’apprensione.

La descrizione dei vissuti deve essere finalizzata a cogliere qual è l’essenza del percepire, del

ricordare. Come opera la fantasia, la memoria? Questo gli interessa.

I vissuti intenzionali sono chiamati “oggettivanti”, cioè vanno su ciò che l’oggetto è. I dati non sono

psicologici, soggettivi. Sono vissuti che vogliono andare alla struttura di senso delle operazioni

della fantasia.

La descrizione dei vissuti che riguardano l’attività della fantasia portano a spiegarci la struttura

degli atti fantastici.

Cosa intendiamo per rappresentazioni di fantasia?

Determinare cosa sono spiegando che cosa appartiene alla sfera dei vissuti oggettivanti.

Quali sono i vissuti oggettivanti della fantasia?

Qual è il fine di questo libro? Fare una fenomenologia delle variate manifestazioni intenzionali della

rappresentazioni di fantasia. Cogliere gli oggetti immagine.

La fantasia ha molte caratteristiche essenziale a seconda del punto di vista, per questo variate

manifestazioni. Il senso delle cose non si dà tutto insieme, si dà girando intorno all’esperienza,

cogliendola in tutte le sue possibilità.

Come determiniamo questi atti dell’immaginazione? Come determiniamo quali sono i caratteri

dell’immaginazione?

Primo modo (p.6): solitamente quando parliamo di immaginazione siamo abituati a contrapporre gli

atti dell’immaginazione con gli atti del percepire. Considerare l’immaginazione in relazione alla

percezione. Il fenomenologo considera l’immaginazione come qualcosa che è una modificazione

della percezione.

P. 7: cogliere ciò che caratterizza gli atti dell’immaginazione rispetto agli atti della percezione.

Cogliere in primo luogo che gli atti della fantasia si caratterizzano se visti in comparazione con gli

atti della percezione.

Gli atti non si determinano nella loro purezza. Le caratteristiche eidetiche si colgono trovando le

differenze. Bisogna cogliere le differenze di struttura tra atti esperienziali (atti del percepire e

atti dell’immaginare).

Descrivere/fenomenologia è = cogliere le differenze di struttura.

Che cos’è la percezione?

La coscienza impressionale del presente.

La percezione è caratterizzata in primo luogo da specificità di carattere temporale.

Con la percezione noi abbiamo coscienza dell’attimo presente.

La percezione è caratterizzata dalla presenza qui ed ora dell’oggetto.

Ogni oggetto ha una sua posizione nel tempo e nello spazio.

Abbiamo due modi di considerare il tempo: tempo dei vissuti (il tempo è un fruire dal presente

verso il futuro).

Passaggio da tempo soggettivo a tempo oggettivo: quando facciamo diventare ogni punto oggetto

del mio interesse.

Nella percezione tematizzo gli oggetti temporale come aventi una posizione spazio-temporale.

Gli oggetti hanno una loro posizione, sono anelli della catena del tempo oggettivo.

L’oggetto ha un carattere posizionale.

Il soggetto e l’oggetto nel momento della percezione condividono un tempo e uno spazio che si

sottrae al tempo soggettivo. I miei vissuti sono oggettivanti, tendono a determinare l’essenza degli

oggetti. La percezione implica la compresenza nel medesimo spazio e tempo di una attività

soggettiva e di un oggetto tema della mia esperienza.

Nella memoria abbiamo una progressiva perdita dell’attualità. Il passato sprofonda rispetto al

presente della percezione. Gli atti della memoria sono caratterizzati dalla dimensione del passato.

Nella memoria c’è un problema di posizionalità?

Sì, solo che gli oggetti si pongono su un’altra linea del tempo.

La posizionalità dell’oggetto è la stessa con una modificazione temporale.

L’oggetto esiste ma modificato temporalmente e spazialmente.

La modifica è il fatto che non c’è la presenza spaziale e non c’è la compresenza temporale.

Gli atti della percezione e della memoria sono nostri vissuti. Questi atti sono oggettivanti perché

pongono gli oggetti in un tempo.

L’oggetto di questo libro non la posizionalità degli atti percettivi.

Noi abbiamo una coscienza del tempo presente e questi atti presenti siamo abituati a chiamarli

percezione. Poi abbiamo una coscienza del presente modificata che è la memoria.

C’è un’altra cosa chiamata coscienza temporale riproduttivamente modificata. Quindi noi non

colleghiamo la riproduzione ad una specifica posizionalità spazio-temporale.

Esistono apprensioni di mondo non legate alla riproducibilità spazio-temporale.

Tutti i vissuti, tutte le caratteristiche eidetiche che cadono sotto questo ombrello (la quasi

posizionalità) appartengono alle riproduzioni fantastiche.

La fantasia in generale è rappresentazioni quasi posizionali.

La sfera delle rappresentazioni fantastiche è la sfera del “come se” (come se fossero reali, ma non lo

sono).

C’è un tempo nella fantasia/immaginazione?

Nell’immaginazione Husserl dice che non c’è nessuna verità. C’è una quasi verità.

Nell’immaginazione ci sono rappresentazioni fantastiche di oggetti che non sono propriamente

oggetti.

Il tempo nell’immaginazione c’è sì e no.

Sì → perché io immagino e io sono nel tempo. Non possono darsi rappresentazioni che non

• siano temporali. Il tempo dell’apprensione fantastica è il mio tempo esperienziale.

Esiste una struttura temporale della fantasia perché la fantasia fa parte dell’esperienza.

In che cosa però la fantasia è una quasi-posizione?

• Non abbiamo vincoli nella riproduzione fantastica. Non siamo vincolati allo schema. Nelle

riproduzioni fantastiche siamo liberi dal vincolo spazio-temporale.

Non siamo vincolati dalla catena del tempo né dalla posizionalità dello spazio.

Una delle caratteristiche fondamentali delle rappresentazioni fantastiche è l’indeterminazione

temporale (C’era una volta…)

La libertà qui non è un dato etico o morale. Dire che un individuo è libero nel fantasticare è fare una

osservazione psicologica che a Husserl non interessa.

La differenza fra realtà e fantasia è strutturale, è connessa alla struttura dei miei atti.

Altra caratteristica delle rappresentazioni fantastiche: Come percepiamo un oggetto? Quali sono le

caratteristiche della percezione di un oggetto?

Girandoci intorno. Guardando da vari punti di vista. Cogliendo le differenze cercando diversi punti

di vista. L’oggetto ci viene dato per immagini, rappresentazioni, diversi sguardi.

La percezione dell’oggetto si dà attraverso apprensioni progressive che vengono connesse.

Costruire una rappresentazione unitaria a partire da singoli atti percettivi.

Questo non accade nella fantasia. Nella fantasia non è necessario avere la consequenzialità

dell’apprensione.

Nella percezione noi contestualizziamo.

Husserl non ritiene Kant un filosofo dell’esperienza. Lo ritiene un filosofo che ha posto al centro

della sua filosofia il problema del giudizio, il problema della struttura logica all’interno di cui deve

porsi la rappresentazione. Kant ha un’apprensione dell’oggetto che non è un oggetto esperienziale.

L’oggetto che crede di apprendere è una forma oggettuale.

Kant non ha indagato le strutture trascendentali all’interno dell’esperienza secondo Husserl.

Husserl accusa Kant di essere uno psicologista.

Husserl è più vicino a Hume, solo che per Husserl l’immaginazione ha una struttura di senso

diversa da quella della percezione radicata nelle cose stesse.

La sintesi per Kant è una funzione soggettiva. Per Husserl la sintesi è negli atti dell’esperienza; gli

oggetti si danno negli atti dell’esperienza. La sintesi è nelle cose stesse.

Percezione = connettere le scene fra loro, cioè contestualizzarle.

L’indeterminazione temporale e la contestualità delle scene immaginative sono le due caratteristiche

fenomenologicamente essenziali delle rappresentazioni fantastiche.

Queste caratteristiche vanno posto sotto la quasi-posizionalità della fantasia.

Tutte le micro analisi che Husserl fa in questo libro vanno poste sotto il segno della quasi

posizionalità della fantasia.

Quando parliamo di coscienza di immagine di cosa parliamo?

Non intendiamo una realtà unitaria. Intendiamo una realtà fenomenologicamente complessa che ha

al suo interno differenze di struttura rilevanti.

1. Primo termine con cui parliamo di immagine: immagine che compare all’interno degli atti

percettivi. Gli atti percettivi avvengono nell’immagine.

Da un punto di vista empirico l’atto della percezione avviene per variazioni immaginative,

cioè girandoci intorno. Noi apprendiamo per immagini.

L’immagine è parte della percezione.

2. Secondo termine: fantasia con forme alla percezione. Io rendo presente un oggetto attraverso

un’immagine. L’immagine ha una funzione presentificante. Porta nella posizionalità del

tempo qualcosa che non è nel mio tempo.

L’immagine è parte dei processi di presentificazione dell’oggetto (anche della memoria

quindi).

3. Terzo termine: fantasia riproduttiva o fantasia in senso stretto.

L’opera d’arte può essere un esempio iconicamente efficace della fantasia riproduttiva.

Husserl chiama spesso questa fantasia riproduttiva con il termine di fantasia iconica.

LEZIONE 25 – 4 maggio

La questione della sintesi è il punto in cui Husserl e Kant si incontrano/scontrano perché esistono

sintesi dove il soggetto categorizza (Kant) e sintesi in cui il soggetto non categorizza (Husserl).

La funzione dello schematismo in Husserl cambia: in Husserl non è possibile uno schematismo nel

senso di Kant perché lo schema è già giudizio, concetto.

La differenza nel concepire la sintesi quindi è anche la differenza nel concepire la funzione del

categoriale: per Kant la sintesi è categoriale, per Husserl la sintesi è pre-categoriale, avviene nelle

cose stesse.

C’è una differente concezione del concetto di fenomeno: per Kant il fenomeno è concepito in

autonomia rispetto alla cosa in sé, per Husserl il concetto di fenomeno è connesso all’apprensione

che noi abbiamo della cosa.

Il concetto di sintesi in Kant è attivo: l’io penso deve poter accompagnare tutte le mie

rappresentazioni.

Per Husserl invece la sintesi è passiva: la struttura del mondo è là dove noi cogliamo come sono

fatte le cose.

Che relazione c’è tra un sintesi attiva e una sintesi passiva? In senso proprio per Husserl la sintesi è

sempre e solo passiva perché la sintesi è nelle cose stesse. In questo libro vediamo all’opera solo il

concetto passivo della sintesi. Qui non c’è un soggetto che deve accompagnare le rappresentazioni.

Qui il trascendentale è solo materiale, solo pre-categoriale.

Io però posso apprendere il mondo solo attraverso i miei atti rappresentazionali anche se il mondo

non è i miei atti rappresentazionali.

Qual è il senso epistemologico della fenomenologia?

Dovremmo guardare di più e guardare meglio. Non dobbiamo accontentarci del primo sguardo.

Punto antikantiano di Husserl: ha senso parlare di mondo perché esso non è la mia

rappresentazione. Io lo rappresento così perché è fatto così.

Par. 24 → Husserl dice: Il campo di fantasia è completamente separato dal campo percettivo.

Sul piano delle strutture degli atti di apprensione, il campo della fantasia è separato da quello della

percezione.

Allora par. 8 → perché questi campi sono separati? Perchè noi abbiamo caratterizzato la

percezione come un atto nel quale l’elemento oggettuale ci si manifesta per così dire di persona

come presente in se stesso. Invece nella fantasia questo carattere non c’è perché nella fantasia

l’oggetto non si manifesta come presente, l’oggetto è solo presentificato.

L’oggetto ci si presenta nell’immagine.

Par. 18 → Differenti atti di rappresentazioni possono edificarsi sulla medesima base apprensionale

= Non esiste un solo modo per avere rappresentazioni fantastiche così come rappresentazioni

percettive. I campi si confondono fra loro molto spesso.

L’intenzionalità è la distinzione fra contenuti apprensionali e apprensione.

Proprio per questa differenza e proprio perchè sono molteplici i modi apprensionali.

Non esiste struttura ontologica dell’immaginazione. In Husserl l’immaginazione è pervasiva, ha a

che fare con ogni rappresentazione. Ma non esiste una definizione di immaginazione. Essa è una

serie di atti connessi alla filosofia dell’esperienza.

L’immaginazione è presente in tutte le apprensioni di mondo in quanto è il modo attraverso cui noi

ci rappresentiamo il mondo.

L’immaginazione compare almeno in tre grandi orizzonti fenomenologici (in vari contesti

apprensionali):

1. L’immagine compare all’interno degli atti percettivi perché la nostra apprensione

rappresentazionale avviene per immagini. Il senso delle cose si dà girando intorno

all’oggetto, vedendo la cosa in una pluralità di punti di vista.

L’immagine è parte della percezione.

2. Immaginazione come presentificazione d’immagine. Un’opera d’arte è la presentificazione

di una immagine. È una fantasia legata alla percezione.

Questa modalità di presentificazione ha al suo interno delle differenze.

3. La fantasia in senso stretto, la fantasia riproduttiva che ha quei caratteri strutturali

dell’immaginazione che abbiamo visto.

Par. 9 → L’opera d’arte è il regno della fantasia che ha preso forma, che è diventato oggetto

percettivo. È una fantasia conforme alla percezione.

Quando parliamo di immaginazione come presentificazione, di opera d’arte stiamo intendendo

almeno tre cose:

siamo di fronte a una immagine fisica (supporto materiale)

• oggetto che funge da rappresentante, oggetto raffigurante (raffigurazione della Gioconda)

• oggetto raffigurato (modella della Gioconda)

Non sono tre oggetti diversi. È lo stesso oggetto guardato da tre punti di vista.


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DETTAGLI
Esame: Estetica
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher noemicalgaro di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Estetica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Franzini Elio.

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