Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Il comma 2 dell’art. 10 legge fallimentare, dice che, nel caso di impresa individuale, è concesso al

creditore o al pubblico ministero (magistrato che funge da rappresentate dell’accusa in un

processo penale) di ricorrere al criterio generale di effettività invece che al dato formale di

cancellazione dal registro delle imprese per determinare la data di fine dell’impresa. In questo

modo è possibile “posticipare” la fine dell’impresa al momento di reale cessazione dell’attività

d’impresa, al fine di tutelare il creditore.

Nel caso di società, questa facoltà è concessa solo se l’impresa è stata cancellata d’ufficio

dall’albo.

OBBLIGO DI PUBBLICITÀ

L’obbligo di pubblicità prevede che le imprese si iscrivano al registro delle imprese presso la sede

provinciale della camera di commercio.

Il giudice del registro, giudice a latere nominato dal presidente del tribunale, è incaricato di

controllare il corretto funzionamento del registro e costituisce il giudice di primo grado per la

risoluzione delle controversie riguardanti i fatti e gli atti iscritti nel registro delle imprese.

Il registro contiene dati e informazioni tipiche (specificamente previste dalla legge) riguardanti le

aziende che tutelano:

1. L’imprenditore che ha effettuato l’iscrizione: presunzione di conoscenza da parte del

mercato delle informazioni contenute nel registro.

2. Il mercato: trasparenza informativa su alcune informazioni ritenute rilevanti per i terzi.

Nella SEZIONE ORDINARIA del registro delle imprese, trovano spazio per l’iscrizione tutte le

imprese commerciali (non piccole), determinate forme commerciali (società commerciali, enti

pubblici economici, consorzi con attività esterna, G.E.I.E. e reti di impresa con soggettività

giuridica) e le sedi secondarie di società estere operanti in Italia.

OGGETTO DELLA PUBBLICITÀ: Cosa portano a conoscenza del mercato questi soggetti? Quali

informazioni sono obbligati a comunicare? (Art. 2188 → 2202 c.c. + Decreto Ministeriale 3663 del

2013):

1. Generalità del titolare dell’impresa

2. Ditta: segno distintivo dell’impresa (nome commerciale)

3. Oggetto dell’impresa

4. Sede dell’impresa

5. Eventuali collaboratori che hanno potere di rappresentanza, in particolare:

a. Institore

b. Procuratore

6. Sedi secondarie

7. Indirizzo PEC

8. Eventuale sentenza dichiarativa di fallimento (art. 16 legge fallimentare)

9. Eventuale autorizzazione alla continuazione dell’impresa di incapace

Queste informazioni devono essere contenute anche all’interno dell’atto costitutivo della società.

L’iscrizione avviene su presentazione di domanda dell’interessato, la quale viene accolta a seguito

di un controllo (art. 2189 c.c.) sulla sussistenza delle condizioni previste dalla legge per l’iscrizione

(controllo di tipicità delle informazioni).

Nel caso in cui venga iscritta nel registro delle imprese un’informazione che non rientri tra quelle

tipiche previste dalla legge o nel caso di iscrizione di un’informazione non corretta, essa può

essere corretta attraverso la procedura della CANCELLAZIONE DI UFFICIO.

Ad esempio, se un’iscrizione è avvenuta non rispettando i requisiti informativi richiesti dalla legge,

il giudice di registro può procedere alla cancellazione d’ufficio di tale iscrizione dopo aver

interpellato l’interessato (art. 2191 c.c.).

Inoltre, alla cessazione dell’attività di un’impresa deve avvenire la cancellazione dal registro. Se ciò

non avviene, una volta che il registro viene a conoscenza del fatto (attraverso la mancata

deposizione del bilancio d’esercizio o la mancata ricezione della posta all’indirizzo dell’impresa),

provvede d’ufficio alla sua cancellazione (procedura diversa da quella di cui all’art. 2191 c.c.).

QUANDO deve avvenire l’iscrizione? L’iscrizione al registro deve essere effettuata non oltre i 30

giorni dall’inizio dell’attività d’impresa (art. 2196 c.c.). In deroga a questa norma è stato emanato

l’art. 9 del decreto legge n. 7 del 2007 che prevede che l’impresa venga iscritta al registro

immediatamente, il giorno stesso che inizia l’attività, insieme all’adempimento di alcuni obblighi

fiscali (apertura p. IVA e posizione previdenziale), attraverso un’unica procedura di diritto

commerciale (nella prospettiva della c.d. “impresa in un giorno). 10

Quali EFFETTI produce l’iscrizione al registro?

a. Effetti dichiarativi (più importanti): l’art. 2193 c.c. stabilisce la presunzione assoluta di

conoscenza dei terzi interessati di tutte le informazioni registrate. L’omessa iscrizione di

una informazione fa sorgere a sua volta una presunzione di ignoranza, nel senso che la

legge presume che per quanto riguarda quell’informazione i terzi interessati non ne siano a

conoscenza, a meno che l’impresa non riesca a dimostrare il contrario (prova difficile da

rendere).

Con riferimento alle società di capitali (s.p.a. e s.r.l.), valgono regole in parte diverse: gli

effetti dichiarativi vengono parzialmente modificati, in quanto quando iscrivo la società di

capitali, la presunzione di conoscenza non è da subito assoluta, ma solo dal sedicesimo

giorno in poi (nei primi 15 giorni è considerata relativa, ossia il terzo interessato può

dimostrare che non ha avuto modo di entrare a conoscenza delle informazioni iscritte nel

registro).

b. Effetti normativi: quando viene adempiuto l’obbligo della pubblicità, si applica all’impresa

una certa disciplina che altrimenti non sarebbe applicata. Il caso principale lo riscontriamo

nelle società di persone (s.n.c. e s.a.s.): se l’obbligo è adempiuto, trova applicazione la

disciplina della società regolare, mentre se la società non è iscritta, viene applicata la

disciplina della società irregolare. Ad esempio, il beneficio di escussione, che prevede che il

socio possa pretendere che il creditore si rivalga prima sul patrimonio della società che sul

proprio, è concesso solo in applicazione della disciplina della società regolare. Lo stesso

vale per il diritto del creditore di chiedere la liquidazione della partecipazione del socio

debitore solo dopo la scadenza. Inoltre, nel caso di società irregolare, il potere di

rappresentanza è presunto di spettanza di tutti i soci (ogni contratto stipulato da qualsiasi

socio è considerato valido e rappresentante del volere della società).

c. (Effetto costitutivo): tradizionalmente riconosciuto all’iscrizione delle società di capitali e di

alcune loro decisioni sociali, permette di far venire ad esistenza le società come centro

autonomo di imputazione.

Gli atti, la corrispondenza e il sito internet dell’impresa devono indicare a quale registro delle

imprese è iscritta.

DEPOSITO: alcuni atti e informazioni non sono oggetto di iscrizione ma di deposito. Ciò vale, ad

esempio, per il bilancio di esercizio delle società di capitali. Per le informazioni depositate non vale

la presunzione di conoscenza dei terzi (sono meramente conoscibili e non presunte conosciute).

Il registro delle imprese prevede anche cinque SEZIONI SPECIALI.

La più importante è la prima, che è dedicata a tutte le imprese che non possono iscriversi alla

sezione ordinaria (imprese agricole, piccole imprese e forme non commerciali). È tuttavia incerto

quali siano gli effetti associati alle sezioni speciali: l’effetto prodotto è essenzialmente quello della

pubblicità notizia.

DOCUMENTAZIONE D’IMPRESA

L’impresa ha l’obbligo, attraverso la tenuta delle scritture contabili, di dare rappresentazione scritta

dei diversi accadimenti relativi allo svolgimento della propria attività.

Le scritture contabili obbligatorie rappresentano dunque uno strumento di controllo finalizzato a far

sì che l’attività venga gestita consapevolmente e, quindi, sia in grado di far fronte ai diversi impegni

assunti secondo la normale alea del rischio d’impresa.

Il dato normativo non fissa in via generale la consistenza dell’obbligo di tenuta: le scritture contabili

obbligatorie sono stabilite, infatti, caso per caso al variare e al combinarsi della dimensione e della

natura dell’impresa. Ad ogni modo, è obbligatoria per tutte le imprese la tenuta del libro giornale

(art. 2216 c.c.) e del libro degli inventari (art. 2217 c.c.).

Il LIBRO GIORNALE è la scrittura contabile nella quale vanno indicate giorno per giorno, secondo

un criterio cronologico, tutte le operazioni relative all’esercizio dell’impresa.

Il LIBRO DEGLI INVENTARI, invece, raccoglie, secondo un criterio sistematico, l’indicazione e la

valutazione di tutti gli elementi patrimoniali attivi e passivi dell’impresa ed estranei ad essa.

L’inventario, che deve essere redatto con cadenza annuale, si chiude con il bilancio e il conto dei

profitti e delle perdite (bilancio d’esercizio). Nel lessico normativo e tecnico attuale, l’espressione

BILANCIO D’ESERCIZIO designa l’insieme di tre documenti:

a. Stato patrimoniale: contiene gli elementi attivi e passivi suscettibili di valutazione

economica; 11

b. Conto economico: contiene i componenti positivi (ricavi) e negativi (costi) di reddito, dalla

cui somma algebrica scaturisce il reddito d’esercizio (utile/perdita);

c. Nota integrativa: documento descrittivo, che serve a rendere intelligibili i due documenti

quantitativi sopracitati. In particolare, essa contiene l’esplicazione dei valori e degli

aggregati di valori che vi figurano, dando notizie sulla consistenza del loro contenuto e,

soprattutto, sul processo di valutazione che ha portato ad assegnare ad essi un

determinato valore.

Esso non è assoggettato alla disciplina che regola le scritture contabili e dunque non può essere

utilizzato come MEZZO DI PROVA. Le scritture contabili, infatti, devono essere conservate per

dieci anni dall’ultima registrazione in quanto possono essere utilizzate per provare contro un

imprenditore (art. 2709 c.c.) un certo accadimento nell’ambito di una controversia che dovesse

instaurarsi tra lo stesso e un terzo. Come possono essere utilizzate? Attraverso l’esibizione su

richiesta del giudice della sola parte che riguarda la controversia, o attraverso la comunicazione

per intero (solo in alcuni casi, in quanto tendenzialmente viene tutelata la natura privata di tali

scritture).

Inoltre, le scritture contabili, in via eccezionale, possono essere utilizzate anche come mezzo di

prova a favore dell’imprenditore. Ciò può avvenire solo nell’ipotesi in cui la controversia riguardi

fatti d’impresa, ossia nasca tra due imprenditori, e che le scritture siano state tenute rispettando i

principi di correttezza e veridicità (art. 2710 c.c.).

PRINCIPIO DI CORRETTA TENUTA DELLE SCRITTURE CONTABILI: le scritture contabili, per

poter essere utilizzate come prova, devono essere tenute in maniera corretta, ossia senza errori e

alterazioni. Perché ciò si verifichi, esse devono poter essere stampate in qualsiasi momento e

riportare la marcatura temporale (a cedenza trimestrale).

DISCIPLINA SULLA REDAZIONE DEL BILANCIO D’ESERCIZIO: nell’ordinamento italiano manca

una disciplina giuridica generale sul bilancio d’esercizio. Essa è prevista, ex artt. 2423 ss. c.c., solo

per le s.p.a., oltre che per le s.a.p.a. (art. 2454), le s.r.l. (art. 2478-bis) e le cooperative (art. 2519),

le quali la richiamano integralmente. Per le imprese che assumo forma giuridica differente (es.

società di persone o ente non societario) il dato normativo stabilisce in modo univoco

l’applicazione della disciplina delle società di capitali per la sola parte riguardante le valutazioni

(art. 2426), anche se l’orientamento prevalente la estende anche alle strutture di bilancio in via più

generale.

COLLABORATORI INTERNI DI IMPRESA

L’imprenditore può affidarsi a collaboratori, interni ed esterni, per lo svolgimento dell’impresa:

a. Collaboratori ESTERNI: forme di attività (cc.dd. imprese ausiliarie) utilizzate per il

compimento del processo produttivo che ausiliano dell’esterno l’impresa.

b. Collaboratori INTERNI: collaboratori legati all’impresa attraverso un contratto (di vario tipo).

Il dato normativo contempla tre tipologie di collaboratori interni d’impresa:

i. Institore (artt. 2203-2204 c.c.): soggetto con qualifiche dirigenziali posto ai livelli più

alti dell’organigramma, che svolge l’impresa o una parte di essa (sede secondaria o

ramo d’impresa) in luogo dell’imprenditore. Nel caso in cui vi siano più institori, essi

agiscono disgiuntamente, cioè in modo indipendente l’uno dall’altro.

Egli spende il nome dell’imprenditore e può compiere tutti gli atti pertinenti

all’impresa, ma non può andare oltre alla gestione della stessa. Se un atto

compiuto, a seguito di una valutazione ex post, risultasse non pertinente

all’impresa, si connoterebbe come falsus procurator e non avrebbe validità nei

confronti dell’imprenditore.

ii. Procuratore (art. 2209 c.c.): soggetto con qualifiche dirigenziali rispetto ad uno

specifico ambito, che svolge una parte d’impresa con un’autonomia propria sul

piano funzionale. È dunque il collaboratore preposto al compimento di atti pertinenti

all’esercizio dell’impresa riconducibili ad uno specifico ambito funzionale (es.

responsabile del personale, degli acquisti, del marketing, …).

iii. Commesso (art. 2210 c.c.): soggetto posto al livello più basso dell’organigramma

dell’impresa, che svolge essenzialmente mansioni esecutive. È il collaboratore

preposto al compimento degli atti che consentono all’impresa di interfacciarsi con i

terzi e, più in generale, con il mercato.

L’imprenditore attribuisce ad ogni collaboratore poteri di gestione esterna, cioè di rappresentanza,

congrui rispetto ai poteri di gestione interna, cioè decisori, che ad esso fanno capo tipicamente e,

12

quindi, lo legittima al compimento di tutti quanti gli atti necessari per dare attuazione alle decisioni

assunte nell’esercizio delle sue funzioni. Si distinguono, dunque, due tipi di poteri attribuiti ai

collaboratori:

a. Poteri decisori: consentono ai singoli collaboratori di assumere le decisioni rientranti nel

proprio ambito operativo;

b. Poteri dichiaratori: consentono di dare esecuzione alle decisioni prese in nome dell’impresa

(rappresentanza).

Il collaboratore interno assume tutti i poteri per lo svolgimento della funzione a cui è preposto,

mentre i collaboratori esterni hanno essenzialmente poteri decisori, derivanti da un contratto di

mediazione.

LIMITAZIONE DEI POTERI dei collaboratori: nell’eventualità in cui si voglia circoscrivere il potere

che appartiene normalmente ad un collaboratore, occorre un atto specifico che formalizzi tale

limitazione, soprattutto con riferimento a quelle relative al potere di rappresentanza. L’atto in

questione prende il nome di procura. Come fanno i terzi ad essere a conoscenza dei limiti al potere

del collaboratore? In particolare, com’è possibile rendere opponibile verso terzi la procura? Perché

sia opponibile la procura deve essere sottoposta a pubblicità: alla pubblicità d’impresa mediante

l’iscrizione presso il registro delle imprese, nel caso in cui essa sia rilasciata all’indirizzo di institori

e procuratori; alla pubblicità di fatto, attraverso tutti i mezzi idonei, nel caso in cui essa sia rilasciata

all’indirizzo dei commessi. In assenza di tale pubblicità, la procura e, quindi, i limiti da essa

contenuti, non può essere opposta a terzi.

ESEMPIO: l’institore acquista partite di tè pregiato, da regalare come omaggio ai migliori clienti.

L’atto è valido? Rientra nell’ambito del suo potere in quanto congruo con l’attività d’impresa? Se

l’acquisto è finalizzato alla fidelizzazione del cliente e non riduce eccessivamente i margini di

guadagno dell’impresa, l’acquisto è valido, in quanto concesso in base ai suoi poteri decisori.

ESEMPIO: l’institore ha il potere di acquistare le materie prime necessarie alla produzione su

qualsiasi mercato e fornitore. L’imprenditore può ridurre questo suo potere, e dunque non

consentirgli di acquistare da determinati soggetti, emettendo una procura.

ESEMPIO: nell’ipotesi in cui vi siano due direttori generali, l’imprenditore può rilasciare una

procura che imponga la firma congiunta in caso di stipula di contratti superanti determinati importi.

AZIENDA

L’azienda è il mezzo attraverso cui si svolge il processo produttivo ed è definita dal codice come il

complesso (unitario) dei beni che l’imprenditore organizza per l’esercizio dell’impresa (art. 2555

c.c.).

La disciplina che la riguarda (artt. 2556 ss. c.c.) è dedicata principalmente alla sua circolazione,

ossia alla sua vendita o al suo trasferimento a titolo di godimento.

1. IDENTIFICAZIONE DELL’AZIENDA

Tra i beni aziendali, non necessariamente goduti dall’imprenditore a titolo di proprietà, sussiste un

vincolo di interdipendenza e complementarietà che consente il conseguimento di un determinato

fine produttivo. Tale vincolo è dato dall’organizzazione, cioè dal coordinamento dei diversi elementi

da parte dell’imprenditore, e fa sì che la circolazione dell’azienda coinvolga tutte le sue componenti

in modo unitario. Tuttavia, essendo composta da un insieme assai vario di beni, ciascuno di essi

conserva la propria autonomia e rimane dunque oggetto di posizioni giuridiche indipendenti.

Inoltre, è possibile che la circolazione non riguardi tutta l’azienda, bensì coinvolga solo un ramo

della stessa, alla condizione, però, che sia dimostrata e riconosciuta sia dal cedente che dal

cessionario l’autonomia funzionale di tale parte d’azienda. Infatti, il ramo d’azienda si connota

come tale solo se funzionalmente autonomo e, dunque, isolabile e di per sé destinabile

all’esercizio d’impresa.

2. CONTRATTO DI VENDITA

a. Oggetto: è sufficiente che le parti convengano di trasferire l’azienda perché l’effetto

negoziale traslativo coinvolga tutti i singoli elementi che la compongono.

Ad ogni modo, non è impedito alle parti di escludere dal trasferimento uno o più dei

suoi beni: per far ciò, è però necessario che 1) essi non costituiscano elementi

essenziali del complesso (la loro esclusione dal trasferimento farebbe, infatti, venir

meno il presupposto per considerare l’oggetto del negozio l’azienda invece che un

semplice insieme di beni) e; 2) siano specificati i beni destinati a restare in capo

all’alienante. 13

b. Forma (art. 2556 c.c.): la forma del contratto di circolazione dell’azienda è libera, a

meno che non coinvolga anche beni per il cui trasferimento è prevista la forma

scritta (es. beni immobili, anche in affitto se ultranovennale). La nullità del contratto,

in cui si ricade se mancante della forma scritta quando richiesta, non riguarda

l’intero contratto ma solo la parte (es. l’immobile) per cui non sono state rispettate le

disposizioni di legge.

Inoltre, l’art. 2556 c.c. prevede la forma scritta ad probationem anche per i contratti

aventi ad oggetto aziende relative ad imprese soggette a registrazione, nonché la

redazione sotto forma di atto pubblico o per scrittura privata autenticata (da notaio)

da depositarsi presso il registro delle imprese.

3. EFFETTI DELLA CIRCOLAZIONE

Il trasferimento d’azienda comporta due effetti sostanziali (art. 2557 c.c.):

a. Effetti reali: trasferisce il diritto sull’azienda dall’alienante al compratore.

b. Effetti obbligatori: scaturisce obblighi in capo ad entrambe le parti. Tali obblighi

riguardano particolari regole di condotta per l’alienante e di continuazione dei

contratti di impresa che eventualmente deve tenere l’acquirente.

i. Condotta per l’alienante: all’alienante è fatto divieto di iniziare, per cinque

anni dopo il trasferimento, qualsiasi attività imprenditoriale che per oggetto,

ubicazione o altre circostanze sia idonea a sviare la clientela dall’azienda

ceduta. Gli è, dunque, VIETATO AVVIARE ATTIVITÀ IN CONCORRENZA a

quella ceduta all’acquirente. Tale divieto tutela l’avviamento, in quanto

l’acquirente che acquista ad un prezzo comprensivo di avviamento non è

esposto al rischio di vedere lo stesso vanificato dalla concorrenza

dell’alienante (norma di principio applicabile anche a casi analoghi, in quanto

applicazione del principio di correttezza tra le parti).

Le CONSEGUENZE del mancato rispetto della norma contro la concorrenza

prevedono: 1) sanzioni che puniscono la responsabilità del cedente in tal

senso; 2) azioni inibitorie che gli precludono la possibilità di proseguire lo

svolgimento di questa attività illecita.

ESEMPIO: un’azienda deve essere divisa tra due eredi del precedente proprietario venuto a

mancare (trasferimento mortis causa). L’erede interessato alla continuazione paga all’altro una

somma equivalente (art. 2554 c.c.) alla sua parte di azienda e ne assume il controllo da solo. Al

secondo erede è fatto divieto di concorrenza per 5 anni? Si, in quanto caso analogo a quanto

stabilito dall’art. 2557 c.c.

ESEMPIO: se il socio unico di una società vende le proprie partecipazioni (100%) ad un terzo, gli è

fatto divieto di concorrenza per 5 anni? Si, in quanto caso analogo al 2557 c.c.

N.B. l’analogia va a coprire le lacune legislative a meno che la norma in questione non sia

eccezionale (non applicabile per analogia).

ii. SUCCESSIONE AUTOMATICA DEI CONTRATTI (art. 2558 c.c.): effetto

naturale del contratto che può essere modificato solo dalle parti.

L’acquirente subentra in modo automatico in tutti i contratti d’impresa che

non abbiano carattere personale, senza necessità di consenso da parte del

terzo contraente. Di quali contratti si parla?

a. Contratti d’impresa: contratti costituiti da una prestazione e

una controprestazione (a prestazioni corrispettive) o da una

prestazione unilaterale (es. garanzie come fideiussione).

b. Contratti aperti: contratti le cui prestazione e

controprestazione devono ancora essere eseguite.

c. Contratti a carattere non personale: il contratto non è

personale nella misura in cui possa essere eseguito anche da

altri (non è strettamente legato alla figura del cedente) o non

sia reso soggettivo, ossia che sia espressamente richiesta

l’esecuzione da parte del solo cedente.

d. Accordo tra le parti: l’art. 2558 c.c. deroga gli art. 1406 ss.

c.c. che stabiliscono che compratore e venditore possono

trasferire un contratto a un terzo se di comune accordo → in

caso di trasferimento, il contratto d’impresa segue l’azienda

che viene venduta, anche senza l’accordo tra le parti. 14

Perché? Per il principio di ambulatorietà del contratto

d’impresa: esso segue il complesso aziendale anche alla sua

cessione poiché il compratore si sostituisce al venditore

nell’intestazione del contratto verso terzi. Ciò non accade,

come già visto, nel caso si tratti di contratti personali, o nel

caso in cui l’acquirente non presti le stesse garanzie del

venditore per quanto riguarda la prestazione (in tal caso il

terzo può avvalersi del diritto di recesso con giusta causa,

previa la dimostrazione delle diverse garanzie prestate).

N.B. il diritto di recesso rappresenta un’ipotesi eccezionale di

cessazione di un contratto e può avvenire solo nel caso di

contratti a tempo indeterminato o nel caso in cui siano

dimostrate determinate particolari condizioni.

iii. Crediti e debiti (artt. 2559 e 2560 c.c.): il trasferimento dei crediti e dei debiti

NON avviene in via automatica. Per trasferirli occorre il consenso espresso

(essenziale) del venditore e del compratore dell’azienda. Il trasferimento

segue le regole del diritto privato:

e. CREDITI (art. 2559 c.c.): la norma si limita a stabilire che il

trasferimento dei crediti diviene efficace verso terzi, anche in

assenza della notifica o dell’accettazione del debitore ceduto,

nel momento in cui avviene la registrazione presso il registro

dell’imprese dell’atto traslativo d’azienda.

Ad ogni modo, il debitore ceduto è comunque liberato dalla

propria obbligazione nel caso in cui, in mancanza di notifica,

paghi, in buona fede, al creditore cedente (non più creditore

dal momento della cessione). L’iscrizione della cessione del

credito nel registro dell’imprese, infatti, non ha valenza di

notifica collettiva, ma ha effetto solo verso terzi. Dunque, la

notifica al debitore della cessione del credito è necessaria

affinché egli possa effettuare il pagamento in modo corretto.

Inoltre, in caso di conflitto tra cessioni, prevale quella verso

colui che per primo ha effettuato la notifica al debitore, o nel

caso di trasferimento d’azienda, a prevalere è l’acquirente del

complesso aziendale che è tenuto a iscrivere la cessione nel

registro delle imprese.

f. DEBITI (art. 2560 c.c.): l’acquirente risponde verso i creditori

per i debiti d’impresa, se (ma solo se) essi risultano dalle

scritture contabili obbligatorie di natura civilistica. Ciò non

vale, ad esempio, per le scritture di diritto tributario come l’IVA

o per qualsiasi altro debito risultante da documenti di diversa

natura.

Questa norma mira a tutelare gli interessi del terzo creditore,

garantiti dalla conservazione del patrimonio aziendale, ma

anche quelli dell’acquirente, il quale non deve trovarsi gravato

da obbligazioni non conosciute.

Ogni singolo debito può essere, dunque, trasferito con il

consenso del creditore mediante l’istituto del’accollo (artt.

1271 ss c.c.) che genera l’insorgere di una nuova

responsabilità, cioè quella del nuovo debitore, che non va,

tuttavia, ad estinguere, quella del debitore originario, a meno

che il creditore stesso non acconsenta alla sua liberazione.

g. Alcune particolarità (art. 2112 c.c.):

i. Contratto di lavoro subordinato: segue il passaggio

dell’impresa.

ii. Debiti derivanti da lavoro subordinato: responsabilità

ex art. 2560 che sussiste in ogni caso per debiti di

questo tipo. 15

iii. Trasferimento di un ramo d’azienda: l’effetto

successorio come trova applicazione nel caso in cui

venga trasferito solo un ramo dell’azienda? Il quinto

comma stabilisce l’applicazione della norma anche in

questa ipotesi.

4. USUFRUTTO E AFFITTO DELL’AZIENDA

L’azienda può essere oggetto anche di usufrutto (diritto reale) e affitto (diritto obbligatorio). Sia

l’uno che l’altro consentono a un soggetto di avere la disponibilità dell’azienda senza esserne il

titolare.

Il conduttore, dunque, può utilizzare l’azienda e la ditta facendo tutto ciò che è compatibile con la

sua destinazione specifica.

Al termine del contratto di usufrutto o affitto, il conduttore deve riconsegnare l’azienda nelle stesse

condizioni, cioè non ne deve essere mutata la destinazione, deve avere una normale efficienza

negli impianti e una normale dotazione delle scorte. Il miglioramento delle condizioni, in termini di

capitale fisso e capitale circolante, pongono il conduttore in una posizione di credito (o di debito,

nel caso opposto) nei confronti del proprietario che deve essere valutata attraverso un confronto

dell’inventario iniziale e quello finale. L’art. 2559, per “ragioni ignote”, trova applicazione solo in

caso di usufrutto.

DISCIPLINA DELL’IMPRESA SUL MERCATO

Regole che governano l’operato dell’impresa sul mercato. Due gradi di analisi: 1) visibilità

dell’impresa sul mercato; 2) regole di condotta da tenere per operare sul mercato.

1. VISIBILITÀ

Come può l’impresa rendersi individuabile e distinguibile sul mercato in termini di organizzazione,

di luogo e di prodotti/servizi offerti? Sono riconosciuti tre segni distintivi per ciascuna impresa (artt.

2563 ss c.c. + D. lg. 30 2005):

a. Ditta

b. Impresa

c. Marchio

La legge tutela il segno distintivo attraverso un diritto di utilizzo esclusivo: l’unico che può farne uso

è, infatti, il titolare o chi da lui autorizzato.

Perché un segno distintivo sia riconosciuto come tale e tutelato, deve rispettare due REQUISITI:

a. Capacità distintiva (carattere assoluto): deve distinguere una specifica impresa o

prodotto dal genere a cui la produzione appartiene.

b. Novità: non può emulare segni distintivi già utilizzati da altri e non deve creare

confusione con imprese/locali/beni prodotti da terzi. Non è di carattere assoluto,

bensì relativo, ossia confrontato solo con i segni distintivi delle imprese in

concorrenza con chi intende farne uso (due imprese che operano in settori diversi

possono utilizzare lo stesso segno distintivo). In alcuni casi (es. Coca Cola) la novità

può essere intesa in termini assoluti, per tutelare la celebrità di alcuni segni

distintivi.

La tutela del marchio è attuale (e non potenziale), cioè tutela lo stesso nel momento e nell’ambito

in cui, per primo, è utilizzato da una determinata impresa, a meno che non sia registrato. In tal

caso ne è tutelato anche l’utilizzo potenziale futuro (es. in altri ambiti).

I segni distintivi sono, dunque:

a. DITTA (O NOME COMMERCIALE): nome che l’imprenditore utilizza per

relazionarsi con altri soggetti sul mercato. Come il nome civile, il nome commerciale

è essenziale e non può non esserci. Qualora non sia stato indicato, la norma

prevede che il nome commerciale coincida con quello dell’imprenditore. In

particolare, si compone di due parti:

a. Parte patronimica: elemento essenziale del nome commerciale;

b. Parte di fantasia: simbolo, segno, colore o slogan che vada ad aggiungere

una particolarità alla parte patronimica.

L’impresa che non rispetti la norma che prevede la presenza essenziale del nome

commerciale (almeno nella sua parte patronimica) è considerata irregolare.

La ditta deve avere i due requisiti riportati sopra: nel caso in cui la ditta coincida con

il nome civile dell’imprenditore e vi siano ditte omonime, la distinzione deve

necessariamente avvenire attraverso l’aggiunta della parte di fantasia. 16

Quest’obbligo grava su chi per secondo intende utilizzare (basta l’uso, non è

necessaria la registrazione) lo stesso nome commerciale.

La ditta è tutelata contro gli atti di concorrenza sleale, in particolare, contro gli atti

confusori, ossia contro tutti gli atti che portano all’utilizzo di una ditta già in uso da

parte di altri. Può, dunque, essere richiesta un’azione inibitoria e un risarcimento del

danno recato, nel caso in cui esso sia effettivamente dimostrato.

La ditta può essere trasferita ex art. 2565 c.c. soltanto in subordinazione al vincolo

aziendale, cioè soltanto quando si trasferisce l’azienda, e non può dunque essere

venduta da sola.

Nell’ipotesi in cui la ditta riguardi una società, l’elemento patronimico prende il nome

di denominazione sociale nel caso di società di capitali o ragione sociale per le

società di persone.

b. INSEGNA (art. 2568 c.c.): elemento che identifica il luogo dell’impresa. Essa può

essere formata liberamente anche con segni e figure. Chi per primo utilizza

l’insegna ha diritto alla tutela contro coloro che successivamente intendano

utilizzare la stessa. Anche in questo caso, la concorrenza confusoria (per oggetto o

luogo dell’impresa) è sanzionata attraverso un’azione inibitoria e una, eventuale,

risarcitoria. Il trasferimento dell’insegna, invece, può avvenire anche a prescindere

dal contesto aziendale.

c. MARCHIO: segno distintivo che viene normalmente utilizzato mediante apposizione

materiale sul bene prodotto o su alcuni elementi contraddistintivi dell’impresa

(abbigliamento del personale, ingresso dei locali o comunicazioni pubblicitarie).

La sua tutela, attuale e potenziale, avviene nel momento in cui il marchio viene

registrato. Nel caso in cui non sia stato registrato (marchio di fatto) la tutela (art.

2571 c.c.) è limitata all’uso effettivo del marchio (preuso) e dipende dalla notorietà

dello stesso (a livello locale o nazionale). Se la notorietà del marchio è a livello

nazionale è previsto che lo stesso non possa essere né utilizzato né registrato da

altri per prodotti identici in tutto il territorio nazionale. La registrazione dello stesso

marchio può, invece, avvenire per prodotti diversi o perlomeno affini. Altrimenti, se il

marchio è noto a livello locale, lo stesso può essere registrato da altri, senza che

però tale registrazione impedisca al precedente utilizzatore di continuarne l’uso nel

proprio ambito locale.

Artt. 13 ss d. lg. 30 del 2005: la REGISTRAZIONE del marchio tutela lo stesso

anche per l’utilizzazione potenziale futura. Essa può avvenire solo dopo accurati

controlli da parte dell’organo competente riguardanti, in particolare, l’effettiva

capacità distintiva del marchio (distinzione della specie dal genere). Cosa non può,

quindi, costituire marchio registrato?

a. Denominazioni generiche (anche in lingua straniera non morta se all’interno

del patrimonio culturale medio del consumatore o se l’azienda esporta

all’interno dell’Unione Europea).

N.B.: i marchi che modificano una denominazione generica con una

semplice alterazione (es. Swatch) vengono considerati marchi deboli, ma

sono comunque regolarmente registrabili. Essi si espongono al rischio che

qualcun altro possa fare un’alterazione molto simile (es. J-watch);

b. Denominazioni geografiche (con l’eccezione di marchi collettivi utilizzati da

più produttori per identificare determinate tecniche o peculiarità dei prodotti

con particolari livelli di qualità, es. Murano);

c. Denominazioni di uso comune nel linguaggio (es. Babbo Natale);

d. Liceità: non può essere contrario alla legge o al buon costume, non può

essere un simbolo politico e non può indurre i consumatori in errore con

riguardo alla provenienza (marchio decettivo, es. New England).

N.B.: tutto ciò vale fatta salva la secondary meaning, ossia l’insieme di operazioni di

marketing finalizzate a far acquisire capacità descrittiva a denominazioni generiche,

che facciano nascere nel consumatore la capacità di distinguere la specie dal

genere.

Inoltre, oltre ad avere determinati requisiti che gli attribuiscano effettiva capacità

distintiva, il marchio deve essere caratterizzato dalla novità. Quando un marchio non

è nuovo? 17

a. Quando qualcuno utilizza il medesimo marchio per denominare prodotti

identici o affini;

b. Quando lo stesso simbolo è utilizzato come segno distintivo (ditta o insegna)

di altre imprese. Questo perché potrebbe creare confusione all’interno del

mercato in cui le imprese operano.

In particolare, per di più, il marchio notoriamente conosciuto (es. Coca Cola, Ferrari)

non può essere utilizzato nemmeno per la denominazione di prodotti che non

c’entrano nulla con quello più famoso.

La registrazione a livello nazionale del marchio deve avvenire presso l’UIBM (Ufficio

Italiano Brevetti e Marchi), mentre, se lo si intende registrare in ambito

internazionale, si possono seguire due strade:

a. Registrazione internazionale: avviene tramite deposizione di una domanda

presso l’ufficio nazionale di un paese aderente, il quale si occupa della

trasmissione all’ufficio amministrativo della World Intellectual Property

Organization (WIPO), con sede a Ginevra, che a sua volta procede a

registrare il marchio presso i singoli uffici dei paesi per i quali il proprietario

ha fatto richiesta. Questo tipo di registrazione consente, quindi, di ottenere,

attraverso un’unica domanda, non un marchio unitario, ma tanti marchi

nazionali, autonomamente in vigore in ogni singolo paese per cui è stata

richiesta l’estensione della protezione. Di conseguenza, ciascuno di questi

marchi è disciplinato dall’ordinamento di ogni paese.

b. Registrazione del marchio comunitario: registrazione con effetti

sovranazionali necessariamente estesi all’intero territorio della UE. Il

procedimento si svolge presso un apposito ufficio, con sede ad Alicante,

denominato Ufficio di Armonizzazione a livello di Mercato Interno (UAMI), e

determina la nascita di diritti su un marchio con validità comunitaria, il quale

produce gli stessi effetti in tutta la Comunità Europea.

Per quanto riguarda il TRASFERIMENTO DEL MARCHIO, il trasferimento

dell’azienda comporta solo la presunzione che esso segua le sorti della stessa.

Inoltre, è possibile far circolare il marchio anche separatamente rispetto all’azienda

attraverso un contratto di licenza che può essere di due tipi:

a. Esclusiva: il marchio può, a seguito del trasferimento, essere utilizzato

esclusivamente dal licenziatario (il venditore non può più farne uso);

b. Non esclusiva: consente al venditore di utilizzare il marchio anche dopo il

trasferimento (non si priva, quindi, della possibilità di utilizzo, es.

franchising). A questo secondo tipo di licenza è legato un problema: due

prodotti, provenienti da due centri produttivi diversi, sono così caratterizzati

dallo stesso marchio. In questo caso, il contratto di licenza deve contenere

anche precise condizioni di produzione che devono essere osservate dal

licenziatario, pena la revoca della licenza.

La capacità distintiva del marchio è un requisito assoluto, necessario per la

registrazione: la sua mancanza può essere portata all’attenzione del tribunale delle

imprese che deve accertare la nullità della registrazione. La novità, invece, è un

requisito relativo. Ad ogni modo, se il marchio è stato utilizzato per un periodo

superiore ai 5 anni, non può più essere passibile di nullità.

Per quanto riguarda la DECADENZA del marchio, essa può avvenire per:

a. Perdita di capacità distintiva → volgarizzazione: il marchio entra a far parte

dell’uso comune e non individua più uno specifico prodotto.

b. Non uso (che non può riguardare i marchi protettivi, ossia quei marchi

registrati per proteggere un marchio principale dalla registrazione di nuovi

marchi simili): se non utilizzato per un periodo superiore ai 5 anni.

TEMA D’ESAME 20/09/2012

Un’impresa utilizza un marchio per denominare prodotti simili a quelli già prodotti e così denominati

da un’altra impresa.

Art. 2573 c.c.: nel caso di marchio non registrato l’impresa che già lo utilizzava può tutelarsi per

quanto riguarda il preuso → se il marchio era utilizzato solo a livello locale, la “preutilizzatrice” non

può precluderne l’utilizzo in altri ambiti alla seconda impresa, mentre, se il marchio era noto a

livello nazionale, la seconda impresa può farne uso per prodotti affini ma non per prodotti identici.

18

Se il marchio è registrato, invece, la tutela prescinde dall’uso e riguarda sia prodotti identici che

prodotti affini.

2. REGOLE DI CONDOTTA DA TENERE PER POTER OPERARE SUL MERCATO

A parte il caso particolare dei mercati in monopolio legale, le imprese devono relazionarsi con la

clientela e con i concorrenti in modo tale non danneggiare il consumatore, in quanto soggetto più

debole, e da mantenere trasparente e leale il mercato, evitando atti di concorrenza sleale e non

abusando del proprio potere di mercato.

Il MONOPOLIO LEGALE riguarda l’attività d’impressa la cui autorizzazione è concessa in

esclusiva dallo Stato per:

a. Mercato dei tabacchi;

b. Mercato dei giochi (legali).

Il monopolista, perciò, deve sottostare a determinati obblighi:

a. Obbligo a contrarre: il monopolista non può rifiutarsi di vendere quanto domandato

(obbligo di assecondare la domanda a qualunque condizione).

b. Parità di trattamento: la domanda deve essere trattata nello stesso modo a

prescindere dal soggetto dal quale proviene. Quindi:

i. Stesse condizioni economiche (non è possibile differenziare i contratti, salvo

il caso in cui la differenza non sia giustificata da ragioni oggettive, com’era

una volta per i diversi prezzi delle classi dei treni).

ii. Soddisfazione di tutti: la domanda deve essere soddisfatta interamente,

eventualmente, se necessario (se offerta < domanda), in maniera

proporzionale.

DINAMICHE CONCORRENZIALI: nei casi di mercati non in monopolio legale, le imprese devono

sottostare a determinate regole che stabiliscono i limiti entro i cui possono non farsi concorrenza.

L’art. 2596 c.c. stabilisce i limiti convenzionali al normale gioco della concorrenza, ossia determina

che il contratto che prevede una limitazione della concorrenza può essere considerato valido solo

se riguardante una specifica zona/attività e se non eccedente i 5 anni. È necessaria inoltre la

forma scritta per la prova in giudizio. Possono essere, dunque, stipulati:

a. Patti accessori: patti contenuti all’interno di un più ampio contratto (es.

contratto di compravendita che prevede un accordo limitativo della concorrenza).

Possono essere di due tipi:

i. Autonomi: se slegati dall’oggetto principale del contratto.

ii. Non autonomi: se legati all’oggetto del contratto (es. obbligo di acquisto dei ricambi dal produttore).

Per questo tipo di clausola non è automatica l’applicazione della norma (art. 2596 c.c.), soprattutto

per quanto riguarda la durata.

b. Patti autonomi (cartello o consorzio): patti che individuano la limitazione della

concorrenza come oggetto stesso del contratto.

N.B. il consorzio deroga per legge in relazione alla durata: può essere concordata

dalle parti, altrimenti è stabilita in 10 anni.

i. Cartello: contratto tra due o più imprese che stabiliscono dei limiti

concorrenziali all’interno del mercato (es. prezzo da applicare, zona di

operatività o quantità prodotte).

ii. Consorzio (artt. 2602 ss. c.c.): cartello che stabilisce regole di disciplina

relative alle proprie attività. La differenza dal normale cartello è di forma,

nel senso che l’esecuzione del consorzio è affidata ad una

organizzazione comune che ha come compito quello di eseguire quanto

stabilito dal contratto. Il consorzio ha dunque degli organi:

1. Gruppo di consorziati: gruppo di imprenditori facenti

parte del consorzio che prendono le decisioni per delibera, la

quale si forma attraverso la regola collegiale. Vi è, infatti, un

ordine del giorno che caratterizza ogni assemblea nella quale

avviene il confronto tra i consorziati sui vari punti. La decisione

è presa per votazioni, le quali devono raggiungere un

determinato quorum (unanimità, maggioranza per teste o per

quote) precedentemente stabilito:

a. Unanimità per la modifica del contratto. 19

b. Maggioranza per tutte le altre decisioni (in

genere per quota, ma può essere stabilito

diversamente).

Infine il risultato delle decisioni prese all’interno

dell’assemblea deve essere formalizzato all’interno del

verbale.

2. Direzione del consorzio: ha il compito di eseguire le

decisioni prese e di rappresentare, attraverso una procura,

tutti i consorziati.

iii. Oltre al consorzio e al cartello vi è la rete di imprese, che costituisce un

contratto atipico di limitazione della concorrenza.

Ad ogni modo, tutti e tre i patti autonomi di limitazione della concorrenza devono

rispettare la disciplina antitrust, la quale si propone essenzialmente di contrastare il

potere di mercato delle imprese, impedendo (o limitando) che esse si sottraggano

alla pressione concorrenziale.

La legge ANTITRUST (legge 287 1990) stabilisce dei principi di concorrenza che

riprendono quelli dettati dal Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea. Le

imprese, infatti, se non in casi particolari (monopolio legale, consorzi o reti di

impresa) non possono dare a vita a forme di mercato oligopolistiche o

monopolistiche. In particolare, l’art. 2 detta i limiti entro i quali è possibile formare

accordi di mercato che limitino la concorrenza tra due imprese. Nello specifico, il

comma 2 vieta le intese tra imprese che hanno per oggetto l’intento di impedire,

limitare o falsare la concorrenza di mercato, a meno che tale limitazione non sia

circoscritta ad un ambito locale o ad una parte poco rilevante del mercato nazionale.

Il divieto, dunque, colpisce i seguenti fenomeni:

i. Pratica concordata: comportamento di fatto tenuto dai produttori in forza di

un accordo occulto, che spinge le imprese a muoversi tutte nello stesso

modo nel mercato per aumentare il proprio potere. Quando l’autorità

competente (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, AGCM)

accerta l’esistenza di queste intese occulte che falsano il funzionamento

del mercato, sanziona le imprese che vi hanno dato vita.

ii. Concentrazioni: le imprese non possono dare vita a concentrazioni né

giuridiche (fusioni volte a ridurre il numero di imprese in concorrenza), né

economiche (gruppi di imprese, gerarchici o paritari), nel momento in cui

l’operazione ha delle conseguenze sul mercato nazionale o di una sua

parte rilevante.

iii. Abuso di posizione dominante: è in posizione dominante quell’impresa che

per diverse ragioni opera in mercati di monopolio o oligopolio. È fatto

divieto a queste imprese di abusare della propria posizione imponendo

condizioni economiche stabilite in maniera ingiustificatamente gravosa,

impedendo l’ingresso di altre imprese nel mercato con barriere come:

1. Dumping: vendita sotto costo al fine di impedire a

coloro che vogliono entrare nel mercato di poter sostenere i

costi;

2. Condizioni oggettivamente diverse per prestazioni

equivalenti, cioè realizzare una discriminazione tra gli utenti.

PREVENZIONE E SANZIONI: la commissione economica per la concorrenza sul

mercato prevede innanzitutto che questi comportamenti non vengano attuati. Le

eventuali intese devono essere prontamente comunicate all’Autorità Garante per la

Concorrenza sul Mercato che ha il compito di valutare i possibili effetti sul mercato.

Le concentrazioni, invece, per poter esistere tra imprese con fatturati superiori a 44

milioni (410 milioni da consolidato) devono obbligatoriamente essere comunicate

anticipatamente all’AGCM.

L’attività repressiva può far dichiarare nulle le intese già esistenti e far sciogliere le

concentrazioni.

Inoltre, le imprese che mettono in atto queste azioni illecite sono sottoposte a forti

sanzioni (che arrivano anche al 10% del fatturato). 20

In caso di abuso di posizione dominante, gli unici interventi che possono essere

messi in atto sono il sanzionamento dell’impresa colpevole dell’abuso e l’eventuale

chiusura periodica, per un periodo massimo di 30 giorni.

CONCORRENZA SLEALE

Si assiste a concorrenza sleale quando un’impresa cerca di acquisire posizioni favorevoli rispetto

alle altre mettendo in atto azioni scorrette.

Artt. 2598 ss. c.c.: si fa attività di concorrenza sleale quando si pone in essere un comportamento,

tenuto direttamente o indirettamente, idoneo a danneggiare l’altrui impresa e non conforme ai

principi di correttezza professionale (insieme degli atti normalmente accettati all’interno del

mercato, non come il dumping, lo storno dei dipendenti, …).

Casi di concorrenza sleale tipica:

1. Condotta confusoria: quando qualcuno utilizza nomi o segni distintivi idonei a produrre

confusione con quelli legittimamente utilizzati da altri, ne imita i prodotti (imitazione servile,

cioè di un elemento esteriore del prodotto/servizio) o utilizza qualsiasi altra pratica che crei

confusione tra le due imprese (es. imitazione punti vendita, cataloghi, tecniche pubblicitarie,

…). Questo caso di concorrenza sleale, previsto dall’ordinamento, trova ampia applicazione

nella tutela dei segni distintivi di fatto (es. non quelli registrati).

2. Condotta denigratoria: diffusione di notizie e apprezzamenti sui prodotti e le attività di un

concorrente idonei a creare discredito o volti ad appropriarsi indebitamente di pregi o

caratteristiche di prodotti di un’impresa concorrente. Un chiaro esempio di questo tipo di

concorrenza sleale si riscontra nelle comunicazioni pubblicitarie

a. Pubblicità parassitaria: paragone con altro specifico prodotto;

b. Pubblicità iperbolica: esaltazione del prodotto in confronto ad altri.

È considerata leale, invece, la pubblicità comparativa, purché essa si basi su elementi

oggettivi.

Inoltre, non è considerata concorrenza sleale la diffusione di notizie vere screditanti un’altra

impresa.

Concorrenza sleale atipica: comportamenti non conformi ai principi di correttezza professionale,

volti a danneggiare l’altrui impresa, non contemplati nello specifico dall’ordinamento.

SANZIONI: se accertato il comportamento di concorrenza sleale, il giudice deve disporre

l’inibizione a continuare con tale condotta. Eventualmente può essere richiesto anche un

risarcimento danni, nell’ipotesi in cui il danno (eventuale o effettivo) sia oggettivamente dimostrato

e verificato anche sul piano psicologico, ossia arrecato con dolo o con colpa.

L’azione di opposizione a una condotta di concorrenza sleale può essere messa in atto da

un’impresa o eventualmente da un’associazione tra imprese, non da consumatori.

ESEMPIO: TEMA D’ESAME 16/06/2011

Alfa s.p.a. è una società che produce robots di alta precisione utilizzabili in catene di montaggio.

Tra i suoi dipendenti vi è un direttore delle vendite, un direttore del personale e un direttore

dell’Ufficio Ricerca e Sviluppo. Beta s.n.c. è una società concorrente di Alfa, dove da oltre 20 anni

lavora come progettista l’Ing. Rossi, noto in tutto il mondo per le sue capacità.

Al fine di convincere l’ing. Rossi a lasciare Beta e ad entrare alle dipendenze di Alfa, il direttore

dell’Ufficio Ricerca e Sviluppo di Alfa rivela in via confidenziale all’ing. Rossi e ad una sua

bravissima collega, l’Ing. Verdi, che Beta versa in condizioni finanziarie molto gravi e ha intenzione

di incominciare a ridurre il suo personale. La notizia è falsa, ma i due dipendenti di Beta,

preoccupati, lasciano la società e si fanno assumere da Alfa. I due contratti di assunzione sono

firmati a nome di Alfa dal suo capo dell’ufficio vendite. Perdendo due suoi collaboratori-chiave,

Beta deve rinunciare ad accettare l’offerta di una importante commessa per la produzione e

vendita di macchinari. Il comportamento di Alfa è qualificabile come concorrenza sleale?

Sì, in quanto Alfa mette in atto un’azione di discredito nei confronti di Beta andando contro ai

principi di correttezza professionale. Ciò crea per Beta un danno (effettivo e potenziale), per il

quale può chiedere il risarcimento da parte di Alfa.

CRISI DELL’IMPRESA

VEDI MANUALE (ma solo per principi, non tutto: quando si verifica e come si risolve attraverso le

procedure concorsuali).

DIRITTO SOCIETARIO 21

Ulteriori regole di comportamento che devono essere applicate quando viene svolta un’impresa

collettiva.

Un’impresa collettiva è un caso specifico di attività comune. Si parla di attività comune per indicare

l’attività utilizzata come mezzo per la realizzazione di un programma comune. Quest’attività

comune può essere svolta soltanto utilizzando delle strutture tipiche (ossia previste dalla legge).

Queste strutture prendono il nome di contratti associativi:

a. Società

b. Consorzio con attività esterna (diverso da quello limitativo di concorrenza)

c. Rete di impresa

d. Gruppo Europeo di Interesse Economico (comprendente soggetti appartenenti ad

altri fonti di diritto europeo)

e. Associazioni/fondazioni

Il contratto associativo si distingue dai contratti di scambio per gli effetti, in quanto produce effetti

che il contratto di scambio non è in grado di produrre, ossia l’effetto di entificazione (dal contratto

associativo fuoriesce una figura soggettiva ulteriore rispetto alle parti che lo hanno stipulato). Ne

scaturiscono diritti (reali, proprietà su un bene, e obbligatori, crediti) e obblighi (debiti). Il centro

autonomo di imputazione possiede un proprio patrimonio (composto da attivi e passivi) che

costituisce l’oggetto con cui la società risponde delle obbligazioni presenti e future. In alcuni casi,

questa responsabilità patrimoniale, non è esclusiva, bensì principale, ossia assieme alla società

rispondono anche uno o più soci col proprio patrimonio.

[…] 22

CONTRATTO DI SOCIETÀ: CONFERIMENTI E CAPITALE SOCIALE

Art. 2247 c.c.: contratto mediante il quale due o più persone conferiscono beni e servizi per lo

svolgimento in comune di un’attività economica allo scopo di dividerne gli utili.

La società unipersonale è consentita solo per s.r.l. e s.p.a. e può nascere per volontà di un unico

soggetto, che, in questo modo, può svolgere un’impresa beneficiando della responsabilità limitata

(limitando dunque la responsabilità per le obbligazioni al solo patrimonio della società).

Chiunque costituisca una società deve necessariamente impegnarsi in un conferimento, che

costituisce elemento essenziale dell’atto costitutivo. Questo principio ha una duplice implicazione:

innanzitutto, non esiste società se non si forma una dotazione iniziale di risorse per l’esercizio

dell’attività; in secondo luogo, ciascun fondatore deve conferire qualche cosa. Ciò lo si deduce non

solo, testualmente, dall’art. 2247, ma, prima ancora, dalla considerazione della causa del negozio

societario: la partecipazione all’iniziativa economica presuppone necessariamente l’assunzione del

relativo rischio per il perseguimento di uno scopo egoistico. Il conferimento, infatti, rappresenta

l’entità economica che ciascun socio destina in via definitiva all’attività e dunque il valore del

rischio che egli accetta di assumere.

Cosa può conferire il socio? Secondo gli artt. 2247 e 2253 c.c., qualsiasi bene e/o servizio

strumentale all’attività dell’impresa, valutabile attraverso una misurazione (denaro, beni, lavoro

proprio, …).

Il restringimento dell’area del conferibile a beni e servizi valutabili è dovuto alla presenza del

CAPITALE SOCIALE: esso regola la disponibilità del patrimonio, limitando l’esercizio della stessa,

ossia l’utilizzo del patrimonio. Il capitale sociale, che non va confuso con il patrimonio della società,

è dunque un valore astratto, una posta ideale numerica, che non identifica specifici beni, ma che

rappresenta semplicemente il valore delle risorse iniziali della società. È un entità immutabile che

può essere variata solo modificando l’atto costitutivo.

Il capitale sociale rappresenta dunque il valore complessivo di risorse che i soci destinano

irreversibilmente all’attività e la sua funzione è quella di garantire la presenza di un patrimonio

netto positivo, ossia la capacità di far fronte alle obbligazioni, bloccando, cioè rendendo

indisponibile, una parte del patrimonio dell’impresa: solo ciò che eccede il capitale sociale può

essere utilizzato o prelevato dai soci, al fine di essere distribuito. Infatti, solo se il patrimonio netto

è superiore a quest’ultimo (CS ≤ patrimonio netto = attivo – passivo), può dirsi che l’attività sociale

ha prodotto un utile, il quale può essere ordinariamente distribuito.

SVOLGIMENTO DELL’ATTIVITÀ IN COMUNE (oggetto della società)

L’oggetto sociale è normalmente l’impresa. Tuttavia, è possibile che sia anche un’attività non

qualificabile come tale per il mancato rispetto dei requisiti espressi dall’art. 2082 c.c.

Infatti, l’art. 2247 specifica che l’oggetto della società deve trattarsi di un’attività comune e che

questa deve avere carattere economico, capacità, cioè, di generare nuovi valori economici,

attraverso la produzione di beni o servizi o l’intermediazione nella loro circolazione. L’attività della

società deve, insomma, connotarsi come produttiva. Quando un’attività di godimento (non

produttiva) è svolta in comune, trovano applicazione le norme che regolano la comunione (≠

società), diverse da quelle che si applicano per le società.

Fermo restando che, di regola, l’iniziativa economica societaria ha certamente carattere

imprenditoriale, questa è una correlazione necessaria, oppure vi possono essere anche società

senza impresa? Cioè, vi possono essere società che difettano dei requisiti di professionalità e

organizzazione?

Dimostrato, in quanto contenuto esplicitamente nell’art. 2247 c.c., che l’attività sociale coincide,

senz’altro, con l’attività d’impresa sotto il profilo dell’economicità, meno automatica è l’estensione

di tale coincidenza anche in riferimento agli altri due requisiti.

In particolare, il fatto che l’iniziativa debba consistere in una ”attività” porta immediatamente ad

escludere che una società possa essere fondata per il compimento di un singolo atto. Il concetto di

attività, infatti, postula il compimento di una serie coordinata di atti, finalizzati alla realizzazione di

un unico fine. Ma è possibile costituire una società per lo svolgimento di un’attività occasionale?

Sì, in quanto, va ricordato, la condizione di professionalità/stabilità è soddisfatta non solo nelle

iniziative produttive a reiterazione illimitata, ma anche nel compimento di un’operazione economica

destinata ad esaurirsi, quando la sua realizzazione richiede comunque il coordinamento e

l’esecuzione di un’attività non elementare. 23


ACQUISTATO

16 volte

PAGINE

32

PESO

107.60 KB

AUTORE

A.T.

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e gestione aziendale (MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher A.T. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto commerciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Cetra Antonio.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto commerciale

Soluzione temi d'esame di Diritto Commerciale (Unicatt, 2010-2017)
Esercitazione
Diritto commerciale
Appunto
Riassunto esame Diritto Commerciale, prof. Munari, libro consigliato Diritto delle Imprese, Giuffrè
Appunto
Riassunto esame Diritto commerciale, Prof. Munari, libro consigliato Diritto delle società (Manuale breve)
Appunto