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Dialetto, dialetti e italiano di Carla Marcato

Capitolo 1 – Dialetto e lingua

Lo studioso tedesco Rohlfs sosteneva che l'Italia, tra le nazioni europee, gode il privilegio di essere il paese più frazionato nei suoi dialetti. In effetti la presenza di una notevole varietà di dialetti è un tratto caratteristico della situazione linguistica italiana moderna ma anche antica. Già Dante, con l'opera De vulgari eloquentia, trattato in latino composto intorno al 1304, aveva dato una prima classificazione dell'Italia dialettale, sostenendo che l'Italia è divisa in due parti dal giogo dell'Appennino; le regioni di destra sono l'Apulia, Roma, il Ducato, la Toscana, la Marca Genovese, la Sicilia e la Sardegna, mentre quelle di sinistra sono parte dell'Apulia, la Marca Anconitana, la Romagna, la Lombardia, la Marca Trevigiana con Venezia, il Friuli e l'Istria. In queste due metà, Dante individua almeno quattordici varietà, che si differenziano al loro interno a tal punto che il Poeta afferma di poter arrivare anche a più di mille varietà. Dante chiama i dialetti “volgari”.

Questa classificazione, così attenta e precisa, non ha avuto però seguito a tal punto che il trattato è stato scoperto solamente nella metà del XVI secolo, quando il letterato Gian Giorgio Trissino nel 1529 ne cura un'edizione a stampa. Il termine dialetto deriva dal greco (koiné) diálektos, che significa prima “conversazione, lingua” poi “lingua comune”, passato al latino nelle forme dialectos e dialectus. Tuttavia negli scritti, la forma “dialetto” appare soltanto nel 1546, adoperata dallo scrittore Liburnio.

Nell'antica Grecia il termine diálektos veniva impiegato per distinguere la “parlata comune” dalle altre varietà linguistiche (ionico, attico, dorico, corinzio, eolico), adoperate in contesti linguistici differenti (ad esempio l'attico era impiegato nei dialoghi della tragedia). A partire dal III secolo a.C., in epoca ellenistica, i dialetti sono soppiantati dalla koiné, lingua comune basata sullo ionico-attico. Dal secondo Cinquecento i letterati italiani si riferiscono al termine “dialetto” per indicare una varietà meno prestigiosa subordinata alla lingua.

Nel Cinquecento, inoltre, prende avvio la “questione della lingua”, una polemica riguardo al tipo di lingua da considerare come norma linguistica italiana. Emergono due orientamenti principali: uno a favore del primato del toscano (il fiorentino trecentesco oppure quello moderno) e uno a favore della lingua comune o cortigiana, che accomuni le parlate dialettali delle varie corti. La soluzione vincente è quella di Pietro Bembo illustrata nelle Prose della volgar lingua (1525), che pone come modello il fiorentino trecentesco delle Tre Corone. La prima attestazione del termine dialetto nell'accezione odierna, come designazione di parlata che è diffusa in un territorio ristretto e in contrapposizione all'italiano, è del letterato Salvini nel 1724.

Per diversi secoli in Italia si è parlato prevalentemente il dialetto. L'italiano, invece, fissato sulla base del fiorentino scritto trecentesco, è considerato dai grammatici una lingua che si legge, si scrive e si studia a scuola, ma che è parlata da pochissime persone; infatti scrittori come Foscolo e Manzoni ritengono che l'italiano sia una lingua morta. A partire dall'Unità d'Italia si accelera il processo di diffusione dell'italiano, grazie a diversi fattori: la burocrazia, la scuola, i mezzi di comunicazione, l'urbanizzazione. L'apprendimento della lingua italiana avviene soprattutto attraverso la scolarizzazione, mentre la conversazione spontanea avviene ancora in dialetto. Tuttavia i contatti tra italiano e dialetto si fanno sempre più crescenti, tanto che vi è la tendenza a “italianizzare” il dialetto come il cosiddetto “parlare finito” o “civile”.

Oggi, benché i parlanti italiano siano in maggior numero rispetto a quelli dialetto, le statistiche dimostrano che i dialetti sono conosciuti da una buona parte della popolazione. La conservazione è maggiore in regioni come il Veneto e la Sicilia, ma in generale è maggiore al Sud che al Nord. Tuttavia il dialetto è in generale in posizione subordinata rispetto all'italiano (immagine negativa del dialetto, legato a condizioni socio-culturali basse), anche se il dialetto viene ripreso da alcune classi alte e da vari gruppi musicali (immagine positiva del dialetto).

Ritenere il dialetto una “corruzione” dell'italiano, subordinato alla lingua standard, indice di una cultura arretrata e privo di una tradizione letteraria è opinione diffusa, che concorre alla progressiva diminuzione dei parlanti dialetto. Ma vi sono anche tendenze opposte, per cui il dialetto diviene un elemento di identificazione della comunità, generando un'ampia letteratura dialettale (sin dal XVI secolo).

Il termine dialetto ha due diverse accezioni: 1) sistema linguistico autonomo rispetto alla lingua nazionale, che ha caratteri strutturali e una storia distinti rispetto a quelli della lingua nazionale; 2) una varietà parlata della lingua nazionale, cioè una varietà dello stesso sistema: i dialects dell’anglo-americano sono varietà parlate dell’inglese degli Stati Uniti, che hanno gli stessi caratteri strutturali e la stessa storia della lingua nazionale. In Italia il dialetto va inteso nel primo significato, ma in ogni caso dialetto e lingua sono collegati in quanto sviluppi del latino. Esistono pure le varietà locali della lingua nazionale, ossia i vari italiano regionale.

I dialetti italiani hanno una loro grammatica e un loro vocabolario; spesso sono così differenziati tra loro da non essere reciprocamente intelligibili. Anche l’italiano in origine è un dialetto, ossia il fiorentino della tradizione scritta trecentesca, scelto come modello di lingua nazionale. I dialetti italiani sono il risultato di un processo di trasformazione e differenziazione del latino parlato. Il latino in origine è la lingua parlata in un piccolo centro, Roma, e nel territorio circostante chiamato Latium vetus, assai più limitato dell’odierno Lazio; le prime testimonianze scritte di questa lingua si hanno intorno al VI secolo a.C. La diffusione del latino nella Penisola si ha in tempi diversi proprio perché in momenti diversi avviene l’espansione romana. Così le genti di altre lingue poco a poco finiscono per apprendere ed usare il latino, sentito come lingua più prestigiosa, tralasciando l’uso della propria lingua.

Il latino non è una lingua omogenea ma risente di tutte le differenze connesse con la classe sociale, l’area geografica, l’ambito cronologico, ed è caratterizzata da forme che si sono diversificate rispetto a quella di base per il parlato. Lo scritto invece tende a riprodurre nel tempo le stesse forme. Tuttavia esistono documenti antichi in cui emergono elementi del parlato. A tal proposito è molto nota l’Appendix Probi, scritta a Roma e risalente al III secolo d.C., una lista di 227 parole considerate errori da evitare, che è stata trovata in appendice al manoscritto del grammatico latino Valerio Probo contenuto in un codice proveniente dal monastero di Bobbio, ma oggi conservato a Napoli. L’autore della lista era un maestro e il suo scopo era quello di aiutare i suoi scolari, elencando una serie di forme diffuse sbagliate seguite da quelle corrette. Per gli studiosi l’elenco è molto importante in quanto documenta una serie di cambiamenti avvenuti nel latino parlato che erano così comuni da essere anche scritti.

La frammentazione linguistica italiana è da collegare alla diversa romanizzazione dei territori e alla diversità delle culture dei popoli conquistati. Influenzerà, successivamente, le varietà linguistiche anche la religione cristiana, per cui si parlerà di “latinità cristiana”. In generale si può dire che intorno ai secoli VII-IX d.C. ciò che si parla non è più latino, ma le lingue romanze o neolatine, di cui i dialetti dell’Italia rappresentano una sezione. Nonostante ciò il latino rimane come lingua scritta, usata dalle persone di cultura e dalla Chiesa.

Capitolo 2 – Il dialetto opaco

L’evoluzione del dialetto comporta anche l’abbandono di parole dialettali. Tuttavia alcune di esse sopravvivono anche se non sono più comprese nel loro significato originario diventando, così, forme “opache”; tali sono molti cognomi e nomi di luogo. Le forme opache sono soggette a reinterpretazione etimologica, processo che può portare alla creazione di parole nuove. Per i dialettofoni, infatti, non tutto ciò che appartiene all’ambito dei dialetti è conosciuto o comprensibile. Si pensi, ad esempio, a quei termini che escono dall’uso perché scompare l’oggetto o il concetto a cui sono legati (voci del lessico agricolo, della cultura tradizionale). Tuttavia alcune espressioni possono restare se entrano in espressioni e modi di dire, se è avvenuto uno spostamento di significato rispetto a quello originario.

Vi sono, poi, alcune forme linguistiche usate quotidianamente che hanno a che vedere con i dialetti e che sono oscure per quanto riguarda il significato. È il settore nell’antroponimia (nomi/cognomi di battesimo e di famiglia) e della toponomastica (nomi propri di luogo), che insieme costituiscono l’onomastica. I cognomi, così come i nomi di luogo, non hanno un significato generale, ma indicano l’individuo o il luogo che li porta. Al concetto di “opaco”, si affianca quello di “trasparente”, in nome cioè il cui significato è facilmente individuabile. L’opacità è quasi sempre dovuta all’abbandono di parole, ma può dipendere anche dalle forti trasformazioni che subisce la forma base attraverso il tempo e il luogo.

Per quanto riguarda i cognomi, essi derivano soprattutto da: nomi di mestiere, località, nomi di animali, caratteristiche fisiche, nomi di persona. I cognomi che si sono formati da tratti dialettali, possono essere collegati a determinate aree geografiche. I cognomi italiani più antichi sono quelli veneziani (IX secolo), ma in genere i cognomi si sono fissati intorno al XV-XVII secolo. I toponimi, invece, restano legati al territorio e si riferiscono a fenomeni naturali o a fattori dipendenti dall’antropizzazione del territorio. Tuttavia non è facile ricostruire l’origine di un toponimo (talvolta la ricostruzione è impossibile), perché spesso derivanti a lingue diverse o risalenti a fasi antiche della lingua che oggi non si capiscono più.

Di conseguenza molte forme opache vengono reinterpretate da coloro che vivono oggi nel territorio, sfruttando una qualche assonanza con la loro lingua. Questo processo è chiamato paretimologia o reinterpretazione etimologica che consiste nella ricostruzione non scientifica da parte del parlante del significato di un termine che oggi risulta opaco, non trasparente. Infatti, mentre l’etimologia è la scienza che studia l’origine delle parole attraverso la ricerca dei rapporti che legano una parola con un’altra che la precede storicamente, la reinterpretazione paretimologica (o etimologia popolare) è una creazione linguistica del parlante, il quale opera delle associazioni arbitrarie tra parole, senza che tra le due vi sia un reale rapporto etimologico. La pseudoetimologia o falsa etimologia è l’etimologia non scientifica adoperata da parlanti colti, che credono di individuare delle relazioni tra parole e di poter... (testo troncato per rispettare le istruzioni)

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Dialettologia italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Vignuzzi Ugo.
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