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Riassunto esame Dialettologia italiana, prof. Ugo Vignuzzi, libro consigliato Dialetto, dialetti e italiano, Carla Marcato

Riassunto per l'esame di Dialettologia italiana del professor Vignuzzi, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Dialetto, dialetti e italiano, Carla Marcato. Gli argomenti trattati sono i seguenti: Capitolo 1 – Dialetto e lingua, Capitolo 2 – Il dialetto opaco, Capitolo 4 – Il dialetto arcaico, Capitolo 5 – Il dialetto... Vedi di più

Esame di Dialettologia italiana docente Prof. U. Vignuzzi

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opinione diffusa, che concorre alla progressiva diminuzione dei parlanti dialetto. Ma vi sono anche

tendenze opposte, per cui il dialetto diviene un elemento di identificazione della comunità,

generando un’ampia letteratura dialettale (sin dal XVI secolo). Il termine dialetto ha due diverse

accezioni: 1) sistema linguistico autonomo rispetto alla lingua nazionale, che ha caratteri strutturali

e una storia distinti rispetto a quelli della lingua nazionale; 2) una varietà parlata della lingua

nazionale, cioè una varietà dello stesso sistema: i dialects dell’anglo-americano sono varietà

parlate dell’inglese degli Stati Uniti, che hanno gli stessi caratteri strutturali e la stessa storia della

lingua nazionale. In Italia il dialetto va inteso nel primo significato, ma in ogni caso dialetto e lingua

sono collegati in quanto sviluppi del latino. Esistono pure le varietà locali della lingua nazionali,

ossia i vari italiano regionale. I dialetti italiani hanno una loro grammatica e un loro vocabolario;

spesso sono così differenziati tra loro da non essere reciprocamente intelligibili. Anche l’italiano in

origine è un dialetto, ossia il fiorentino della tradizione scritta trecentesca, scelto come modello di

lingua nazionale. I dialetti italiani sono il risultato di un processo di trasformazione e

differenziazione del latino parlato. Il latino in origine è la lingua parlata in un piccolo centro, Roma,

e nel territorio circostante chiamato Latium vetus, assai più limitato dell’odierno Lazio; le prime

testimonianze scritte di questa lingua si hanno intorno al VI secolo a.C. La diffusione del latino

nella Penisola si ha in tempi diversi proprio perché in momenti diversi avviene l’espansione

romana. Così le genti di altre lingue poco a poco finiscono per apprendere ed usare il latino,

sentito come lingua più prestigiosa, tralasciando l’uso della propria lingua. Il latino non è una lingua

omogenea ma risente di tutte le differenze connesse con la classe sociale, l’area geografica,

l’ambito cronologico, ed è caratterizzata da forme che si sono diversificate rispetto a quella di base

per il parlato. Lo scritto invece tende a riprodurre nel tempo le stesse forme. Tuttavia esistono

documenti antichi in cui emergono elementi del parlato. A tal proposito è molto nota l’Appendix

Probi, scritta a Roma e risalente al III secolo d.C., una lista di 227 parole considerate errori da

evitare, che è stata trovata in appendice al manoscritto del grammatico latino Valerio Probo

contenuto in un codice proveniente dal monastero di Bobbio, ma oggi conservato a Napoli.

L’autore della lista era un maestro e il suo scopo era quello di aiutare i suoi scolari, elencando una

serie di forme diffuse sbagliate seguite da quelle corrette. Per gli studiosi l’elenco è molto

importante in quanto documenta una serie di cambiamenti avvenuti nel latino parlato che erano

così comuni da essere anche scritti. La frammentazione linguistica italiana è da collegare alla

diversa romanizzazione dei territori e alla diversità delle culture dei popoli conquistati. Influenzerà,

successivamente, le varietà linguistiche anche la religione cristiana, per cui si parlerà di “latinità

cristiana”. In generale si può dire che intorno ai secoli VII-IX d.C. ciò che si parla non è più latino,

ma le lingue romanze o neolatine, di cui i dialetti dell’Italia rappresentano una sezione.

Nonostante ciò il latino rimane come lingua scritta, usata dalle persone di cultura e dalla Chiesa.

Capitolo 2 – Il dialetto opaco

L’evoluzione del dialetto comporta anche l’abbandono di parole dialettali. Tuttavia alcune di

esse sopravvivono anche se non sono più comprese nel loro significato originario diventando, così,

forme “opache”; tali sono molti cognomi e nomi di luogo. Le forme opache sono soggette a

reinterpretazione etimologica, processo che può portare alla creazione di parole nuove. Per i

dialettofoni, infatti, non tutto ciò che appartiene all’ambito dei dialetti è conosciuto o comprensibile.

Si pensi, ad esempio, a quei termini che escono dall’uso perché scompare l’oggetto o il concetto a

cui sono legati (voci del lessico agricolo, della cultura tradizionale). Tuttavia alcune espressioni

possono restare se entrano in espressioni e modi di dire, se è avvenuto uno spostamento di

significato rispetto a quello originario. Vi sono, poi, alcune forme linguistiche usate

quotidianamente che hanno a che vedere con i dialetti e che sono oscure per quanto riguarda il

significato. E’ il settore nell’antroponimia (nomi/cognomi di battesimo e di famiglia) e della

toponomastica (nomi propri di luogo), che insieme costituiscono l’onomastica. I cognomi, così

come i nomi di luogo, non hanno un significato generale, ma indicano l’individuo o il luogo che li

porta. Al concetto di “opaco”, si affianca quello di “trasparente”, in nome cioè il cui significato è

facilmente individuabile. L’opacità è quasi sempre dovuta all’abbandono di parole, ma può

dipendere anche dalle forti trasformazioni che subisce la forma base attraverso il tempo e il luogo.

Per quanto riguarda i cognomi, essi derivano soprattutto da: nomi di mestiere, località, nomi di

animali, caratteristiche fisiche, nomi di persona. I cognomi che si sono formati da tratti dialettali,

possono essere collegati a determinate aree geografiche. I cognomi italiani più antichi sono quelli

veneziani (IX secolo), ma in genere i cognomi si sono fissati intorno al XV-XVII secolo. I toponimi,

invece, restano legati al territorio e si riferiscono a fenomeni naturali o a fattori dipendenti

dall’antropizzazione del territorio. Tuttavia non è facile ricostruire l’origine di un toponimo (talvolta

la ricostruzione è impossibile), perché spesso derivanti a lingue diverse o risalenti a fasi antiche

della lingua che oggi non si capiscono più. Di conseguenza molte forme opache vengono

reinterpretate da coloro che vivono oggi nel territorio, sfruttando una qualche assonanza con la

loro lingua. Questo processo è chiamato paretimologia o reinterpretazione etimologica che

consiste nella ricostruzione non scientifica da parte del parlante del significato di un termine che

oggi risulta opaco, non trasparente. Infatti, mentre l’etimologia è la scienza che studia l’origine

delle parole attraverso la ricerca dei rapporti che legano una parola con un’altra che la precede

storicamente, la reinterpretazione paretimologica (o etimologia popolare) è una creazione

linguistica del parlante, il quale opera delle associazioni arbitrarie tra parole, senza che tra le due

vi sia un reale rapporto etimologico. La pseudoetimologia o falsa etimologia è l’etimologia non

scientifica adoperata da parlanti colti, che credono di individuare delle relazioni tra parole e di poter

stabilire un etimo. Inoltre con parole non trasparenti, i parlanti incontrano difficoltà per cui non

distinguono più l’articolo dalla parola e alla fine i due elementi sono fusi in una univerbazione. La

reinterpretazione paretimologica, quindi, si origina dalla difficoltà di riconoscere la parola, alla

quale si danno forma e significato trasparenti.

Capitolo 4 – Il dialetto arcaico

Possiamo distinguere tra dialetto “arcaico” e dialetto “moderno”. Il termine arcaico fa

pensare al dialetto che si parlava un tempo o a quello parlato anche oggi in luoghi isolati dalle

persone anziane. Tra dialetto del passato e quello odierno vi sono delle differenze, così come ve

ne sono tra il dialetto delle città e quello dei piccoli centri, nonché tra il dialetto degli anziani e

quello dei giovani. Il dialetto arcaico è costituito da parole che vanno in disuso perché non si

adopera più il referente che denominano e perché vengono sostituite da altre. In questi ultimi

tempi, il cambiamento del lessico dialettale è un effetto del contatto con l’italiano, che produce una

progressiva italianizzazione del lessico. Questo contatto produce anche l’effetto opposto, cioè

l’ingresso di parole dialettali nell’italiano (dialettalismi). Il lessico dialettale risulta particolarmente

italianizzato quando si tratta di termini che si riferiscono alla vita quotidiana. Fanno parte del

dialetto arcaico le parole che si riferiscono a mestieri e attività della cultura tradizionale che oggi

non si praticano più. In genere si tratta di lavori che sono ormai praticati soltanto da persone

anziane o ricordati solo da queste. Un esempio di un’usanza scomparsa è il filò, diffuso nel Veneto.

Si trattava della veglia nella stalla, durante le sere invernali in cui le famiglie si riunivano, le donne

filavano e gli uomini riparavano attrezzi e raccontavano storie. La parola deriva da fare il filato, in

dialetto far filò, che era l’occupazione tipica delle donne. L’usanza ormai si è persa, ma la parola

sopravvive con altri significati, come “conversazione tranquilla fra più persone”. Sempre in ambito

delle consuetudini, a Venezia si dice èssare in donzelòn “essere da marito” riferito a una ragazza,

perché donzelòn era l’indumento femminile indossato dalle donne nubili (questa usanza è

testimoniata anche da Goldoni). Cippare nel calabrese meridionale è “fare la domanda di sposarsi

con una ragazza”; il verbo viene da cippu “ceppo” per l’usanza calabrese per cui il pretendente

colloca di notte, presso la porta della casa della ragazza, un ceppo segnato con un taglio di scure

e ornato di nastri; se la mattina, la madre della ragazza tira dentro il ceppo, vuol dire che la

proposta è accettata, e la ragazza si dice ncippata. Cattìva, in siciliano antico, indica la vedova

perché era reclusa in casa e poteva uscire solo per assistere alla messa e doveva vestire in un

certo modo; infatti il termine deriva dal latino CAPTIVU(M), che in italiano significa “prigioniero”

(questa usanza ci è tramandata anche da Sciascia). Pure gli oggetti della vita tradizionale

diventano sempre più arcaici. Ad esempio, fino a qualche tempo fa, si utilizzavano tre tipi di culla

(culla a cesta, culla di legno e culla sospesa) ed ognuna di essa era indicata con un tipo lessicale

diverso; ricordiamo: cuna, culla, nanna, navìcula, nàca, brassòlu, etc. Ogni tipo lessicale

caratterizza un’area lessicale.

Il dialetto è soggetto a modificazioni di cui anche il parlante si può accorgere e che per lo

studioso, più attento del parlante a questi fenomeni di diversificazione nel tempo, sono importanti

da rilevare. Per questo motivo, verso il 1920, hanno preso il via varie inchieste linguistiche svolte in

molte località della penisola, per raccogliere i dati necessari ai fini dell’allestimento delle carte

dell’Atlante Linguistico dell’Italia e della Svizzera italiana. Queste inchieste furono completate nel

1964. Tra i motivi dei cambiamenti vi sono gli influssi dei dialetti dei centri urbani e dell’italiano.

Inoltre il dialetto delle donne appare tendenzialmente più conservativo di quello degli uomini per il

fatto che, all’epoca, questi si spostavano di più e avevano maggiori contatti con l’esterno.

Particolare è anche la presenza del dialetto locale e del dialetto regionale, diffuso grazie al

prestigio di un centro urbano (alternati spesso fra loro dai parlanti dialettofoni in casi diversi).

Comune è poi la tendenza a rivolgersi a chi non è dello stesso paese cercando di parlare in

italiano o in un dialetto che eviti i tratti troppo stretti. Di solito, quindi, i parlanti avvertono alcune

differenze tra il dialetto dei giovani e quello degli anziani, oppure tra quello del proprio paese e

quello del paese vicino. Ma il termine “arcaico” viene usato anche per indicare un dialetto “schietto,

puro” (non contaminato), che si contrappone a quello “moderno” in quanto quest’ultimo

“imbastardito, annacquato”. Utilizzando le informazioni fornite dalle inchieste per l’ALI si può

affermare che in generale la parlata degli anziani è più conservativa di quella dei giovani, anche se

emergono sporadici casi in cui parlanti anziani utilizzino un dialetto “borghese”, più vicino alla

varietà moderna. Inoltre le inchieste mostrano che abitare in centro al paese può significare usare

un tipo dialettale più “borghese”, mentre abitare ai margini o in campagna depone a favore di un

tipo più “rustico”; ovviamente non è sempre così dal momento che il passaggio da una varietà

all’altra è spesso frequente. Anche il fattore culturale incide negli usi linguistici: così più un parlante

dialetto è colto, più il suo tipo linguistico sarà elevato.

Capitolo 5 – Il dialetto e la cultura intellettuale

Le parole dialettali, specialmente quelle riferite a concetti astratti, sono spesso derivate

dalla cultura intellettuale. Lo studio dei cultismi (o parole dotte) è interessante sia per l’aspetto

linguistico sia per l’aspetto antropologico. Talvolta i cultismi si presentano in forma non adattata,

cioè inalterata. La forma adattata, invece, consiste in una modificazione della pronuncia. Nel

complesso le parole dialettali di provenienza dotta sono molto numerose. Ricca fonte di cultismi è

la terminologia religiosa, in modo particolare il latino della chiesa, che viene storpiato dagli incolti, il

cosiddetto latinorum. La deformazione della parola avviene soprattutto perché essa ha un alto

grado di oscurità e spesso questa deformazione porta all’assunzione di un significato negativo.

Naturalmente anche in questo settore vi è un alta frequenza di reinterpretazioni paretimologiche. In

ogni caso, tutti i settori della cultura hanno contribuito all’arricchimento del lessico dialettale, da

quello giuridico e amministrativo, a quello scientifico e letterario, e così via.

Capitolo 6 – Il dialetto in città

La dialettologia scientifica, inaugurata nella metà del XIX secolo, aveva istituito un più facile

confronto tra il dialetto della città (aperto alle innovazioni) e il dialetto della campagna (arcaico,

conservativo). Tuttavia le ricerche di dialettologia urbana mostrano che se le città suono luoghi di

modernità, d’altra parte possono essere anche più conservative delle campagne. Nelle città il

dialetto schietto resiste più a lungo nelle classi popolari, mentre è principalmente la media e

piccola borghesia a tendere all’italiano. Spesso le classi alte si mostrano più fedeli al proprio

dialetto, che diventa un elemento distintivo. La dialettologia che si è occupata della campagna

prende il nome di dialettologia rurale; mentre quella che si occupa della città si chiama

dialettologia urbana. Comunque, la città con la sua rete sociale aperta e con la disponibilità al

rinnovamento, mostra un minor grado di conservazione del dialetto. L’articolazione sociale della

città permette di studiare il dialetto in relazione ai vari gruppi sociali; infatti lo scopo della

dialettologia urbana è quello di occuparsi della variabilità dialettale nell’ambiente urbano attraverso

tecniche di inchiesta. Il dialetto sociale è una varietà usata da una classe sociale.

Capitolo 7 – Il dialetto e il continuum

Le statistiche mostrano che oggi circa il 50% della popolazione alterna italiano e dialetto,

mentre circa il 7% degli italiani usano solo il dialetto e circa il 40% esclusivamente l’italiano. Buona

parte delle persone, quindi, usa sia l’italiano sia il dialetto, e ciò porta al formarsi di varietà

intermedie dall’italiano al dialetto. Una situazione di questo tipo è chiamata continuum linguistico,

opposta al discretum. La nozione di continuum si riferisce a un insieme di varietà nel quale ve ne

sono due che si pongono agli estremi e che si possono identificare, e varietà intermedie che

sfumano l’una nell’altra. Al concetto di continuum si aggiunge quello di discretum (o gradatum), in

cui le varietà sono distinguibili l’una dall’altra, come i gradini di una scala. Il continuum geografico

è, ad esempio, rappresentato da due dialetti geograficamente vicini, in cui non vi è una

delimitazione netta tra l’uno e l’altro. Un altro tipo di continuum è il repertorio linguistico italiano,

che comprende le varietà di italiano e le varietà di dialetto, con i due estremi occupati dall’uno e

dall’altro. In tale contesto si può dire che l’italiano è la varietà più alta, prestigiosa, mentre il dialetto

è la varietà più bassa, meno prestigiosa. Il parlante bilingue seleziona i vari codici all’interno del

repertorio linguistico in relazione alla situazione comunicativa, per cui bisogna avere competenza

comunicativa. Quando il parlante possiede entrambi i codici, tendenzialmente riserva il dialetto a

situazioni meno formali, l’italiano a quelle più formali. I due codici si possono dunque alternare, ma

anche usare insieme nello stesso turno di conversazione. Le varietà del repertorio linguistico

italiano si dispongono secondo una gradazione che va dall’alto (varietà più formali) verso il basso

(varietà meno formali o informali). Per cui il repertorio linguistico italiano è strutturato come segue:

1. italiano standard

2. italiano regionale

3. koinè dialettale

4. dialetto schietto (o rurale)

Si possono avere varietà dialettali più fortemente italianizzate ed altre, tipiche di piccole località,

più conservative. Può anche succedere che le varietà di un centro urbano importante

economicamente e culturalmente influenzino le parlate delle aree circostanti; il risultato di questo

processo è una koinè dialettale. Considerando le varietà di italiano, sono più importanti per la

relazione con i dialetti le varietà geografiche o diatopiche (italiano regionale) e quelle diastratiche

(italiano popolare).

L’italiano regionale è quella varietà della lingua connessa a fattori diatopici, in contatto con

comunità dialettofone. I diversi dialetti parlati nella penisola, infatti, hanno condizionato l’italiano

frammentandolo, anche se bisogna dire che, avendo i due codici in contatto un prestigio

asimmetrico, i condizionamenti sono contenuti. I principali italiani regionali sono quello

settentrionale, centrale, romano, meridionale, meridionale estremo e sardo. Maggiori sono gli

elementi dialettali, più si considera basso il livello dell’italiano regionale. I contatti tra dialetto e

italiano creano delle interlingue (di apprendimento). L’italiano è tanto più ricco di forme regionali

quanto più: la situazione è informale, il parlante è anziano, il parlante è poco scolarizzato, il

parlante vuole conseguire risultati particolari.

Le principali caratteristiche fonetiche e morfosintattiche dell’italiano regionale sono:

• la mancanza di opposizione fonologica tra e chiusa ed e aperta, e tra o chiusa ed o aperta

fuori dall’Italia centrale;

• la sonorizzazione di s intervocalica in tutta l’Italia settentrionale (cassa per casa);

• lo scempiamento delle consonanti doppie nell’Italia settentrionale (assenza di

raddoppiamento fonosintattico);

• la pronuncia ts di s in alcuni nessi consonantici nell’Italia centrale e meridionale;

• lenizione delle occlusive sorde dopo nasale nell’Italia centromeridionale (cambo per

campo);

• l’uso del passato prossimo a discapito del passato remoto;

• uso dell’ausiliare avere con i verbi dovere, potere, volere seguiti da un intransitivo (ho

dovuto andare per sono dovuto andare);

• uso dell’accusativo preposizionale in tutte le regioni del Centro-Sud (ho visto a Maria

rispetto a ho visto una casa);

• variazioni diffuse in tutta l’area meridionale nell’uso del modo verbale nel periodo ipotetico

dell’irrealtà;

• uso di essere + gerundio in Sardegna (sono scrivendo per sto scrivendo);

• collocazione del verbo in fondo alla frase in area meridionale;

• uso del costrutto “noi si va” di area toscana e settentrionale.

I termini dialettali entrati in italiano sono denominati dialettismi o dialettalismi. Spesso essi si

usano per coprire un vuoto in italiano: basti pensare a termini della cucina locale diffusi in tutta la

penisola per il successo del prodotto che denominano (la pizza, la cassata, i grissini, il panettone,

etc.). Nel rapporto tra lingua e area geografia si definiscono geosinonimi sono termini dell’italiano

che hanno lo stesso significato ma forma diversa; si definiscono invece geoomonimi i termini

dell’italiano che sono simili dal punto di vista della forma ma che hanno significato diverso. I

dialettalismi, inoltre, possono essere non adattati all’italiano (risi e bisi), oppure adattati (grissino da

ghersìn). Esistono poi parole dialettali omofone a voci italiane, ma con significato diverso

(acchiapparsi “venire alle mani” in siciliano, cacciare “tirare fuori” in napoletano). Il regionalismo

può essere adoperato anche per ottenere un particolare effetto espressivo, ad esempio nella

scrittura letteraria.

L’italiano cambia non solo in relazione alle varietà diatopiche, ma anche in relazione alle

varietà diastratiche, cioè le varietà connesse alla stratificazione socioeconomica e all’istruzione e

cultura dei parlanti. In generale fattori come l’appartenenza ad una classe sociale alta, alto grado

di istruzione, crescita in ambiente italofono favoriscono l’acquisizione di varietà della lingua più

vicine allo standard; al contrario, appartenenza a classe sociale bassa, basso livello di istruzione,

crescita in ambiente dialettofono favoriscono una maggiore esposizione al dialetto o a varietà di

italiano basse. Dipendente dalle varietà diatopiche è l’italiano popolare (o dei semicolti), oggi

studiato anche a livello di lingua parlata, ma in passato tipico delle “scritture dei semicolti”. Le

interferenze del dialetto sull’italiano creano una varietà intermedia, l’interlingua. L’italiano popolare

è una interlingua o interlingua di apprendimento, in quanto varietà di apprendimento che si può


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Riassunto per l'esame di Dialettologia italiana del professor Vignuzzi, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Dialetto, dialetti e italiano, Carla Marcato. Gli argomenti trattati sono i seguenti: Capitolo 1 – Dialetto e lingua, Capitolo 2 – Il dialetto opaco, Capitolo 4 – Il dialetto arcaico, Capitolo 5 – Il dialetto e la cultura intellettuale, Capitolo 6 – Il dialetto in città, Capitolo 7 – Il dialetto e il continuum, Capitolo 8 – Il dialetto parlato e il dialetto scritto, Capitolo 10 – Le aree dell’Italia dialettale. Sono stati trattati solamente gli argomenti esposti dal professore e richiesti ai fini del superamento dell'esame.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Dialettologia italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Vignuzzi Ugo.

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